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Sulla strada appena fuori Roma

A volte è bello fare i turisti nella propria regione. È quello che è capitato a me quando un amico mi ha chiesto di accompagnarlo per un breve viaggio nelle vicinanze di Roma perché gli mostrassi posti che non conosce. Il nostro piccolo tour sarebbe stato in macchina, così ho pensato a luoghi che, oltre ad avere la possibilità di fare sport, avere arte, cultura e ricchezze enogastronomiche, fossero anche lungo strade belle paesaggisticamente.

Il nostro itinerario ha visto come punto di partenza l’aeroporto di Fiumicino, dove siamo atterrati arrivando a Roma. Qui abbiamo noleggiato l’automobile che ci ha poi portato tra borghi di montagna, un 4×4 fornito da Tinoleggio che ha reso ancora più agevole e divertente il percorso. [CONTINUA DOPO LE FOTO]

In poco più di un’ora, percorrendo un tratto di autostrada in direzione L’Aquila, per poi uscire sulla statale Tiburtina e svoltare sulla via Sublacense, eccoci arrivare alla prima tappa: Cervara di Roma, il centro abitato più alto dell’Area Metropolitana della Capitale, a 1.053 metri; secondo per altezza in tutto il Lazio. Ho scelto questo posto perché totalmente diverso da Roma, un borgo silenzioso, da cui ammirare la Valle dell’Aniene e prendere un caffè nel bar della piazzetta che è una terrazza sui monti, prima di passeggiare tra vicoli ricchi di sorprese: infatti Cervara di Roma è anche noto come borgo degli artisti, per i suoi numerosi murales e per le poesie dipinte sui muri del paese e sculture che spuntano improvvisamente dalle rocce della montagna a cui sono aggrappate le case. Qui per molti anni ha vissuto Ennio Morricone che ha anche composto delle musiche per questa cittadina. Cervara è anche nota per essere stata nominata “Borgo Ideale” per la qualità della vita, l’aria pulita, l’assenza di traffico nel centro e il rapporto tra edilizia e la natura circostante. Negli ultimi anni, il borgo è stato scelto come ambientazione per un film con Checco Zalone.

Dopo la nostra passeggiata abbiamo ripreso la macchina per continuare a salire sulla montagna, attraversando l’area faunistica del cervo percorrendo una ventina di chilometri e giungere a Monte Livata. Qui si possono trovare le aree più vicine a Roma per gli sport invernali oltre che paesaggi incantevoli e animali che pascolano liberamente. È facile imbattersi in cavalli che si aggirano tra le faggete e i boschi o in buoi e mucche che pascolano sulle praterie. Roma è a pochi chilometri, ma sembra davvero molto più lontana. Quest’area si trova nel Parco Naturale Regionale dei Monti Simbruini che si chiamano così per le abbondanti piogge che li bagnano. Il nome “Simbruini”, infatti, deriva dal latino “sub imbribus” e cioè “sotto le piogge”. Le precipitazioni contribuiscono a rendere rigogliosa la vegetazione e mutevole il paesaggio anche nell’arco della stessa giornata. Una nuvola passeggera che sfiora i rami degli alberi può rendere ancora più bianca la montagna innevata, dando l’impressione di camminare veramente su una nube. La magia del posto non ha colpito soltanto noi, Monte Livata, così come Cervara di Roma, è stata usata anche recentemente come location cinematografica; proprio tra i suoi alberi e tornanti è stato girato nel 2017 un film con Antonio Banderas, in cui i Simbruini rappresentano isolate montagne degli Stati Uniti.

Mentre il sole della prima giornata del nostro breve viaggio sta tramontando, ci spostiamo verso la nostra terza tappa: Subiaco che dista solamente mezz’ora dalle piste da sci, quindici chilometri di comodi tornanti con una vista sorprendente sulla Valle dell’Aniene.

Il secondo giorno è totalmente dedicato a Subiaco, uno dei borghi più belli d’Italia. La scelta di questo luogo nel nostro itinerario è stata dettata dalle infinite possibilità che offre: dallo sport, alla storia e all’arte, senza tralasciare la spiritualità e il paesaggio naturalistico. Subiaco è attraversata dal fiume Aniene e proprio nei pressi di uno dei suoi quartieri più antichi è possibile fare rafting e andare in canoa, chi invece preferisce l’arrampicata non resterà deluso dalle pareti appena fuori dal centro abitato. Noi comunque abbiamo preferito dedicarci alla natura e alla cultura che qui sono strettamente legate. Andando alla ricerca delle origini del nome della cittadina, si scopre che ha radici latine; qui, infatti, l’imperatore Nerone aveva costruito una sua villa e parzialmente modificato il corso del fiume Aniene, creando tre piccoli laghi. Sono proprio questi laghi a dare origine al nome “Sub Lacum” ossia “presso il lago” del primo insediamento. Dei tre laghetti originari ne resta soltanto uno e la leggenda vuole che qui Nerone pescasse con una rete di fili d’oro. Attualmente questo piccolo lago è chiamato laghetto di San Benedetto, perché si trova in una gola ai piedi del Monte Taleo, luogo in cui il santo visse in eremitaggio, intraprendendo la vita monastica e dando vita all’ordine benedettino. Attorno alla grotta in cui il giovane Benedetto visse per tre anni, in preghiera e meditazione, è nato uno splendido monastero, in cui il legame tra la roccia e le costruzioni umane è pressoché indistinguibile. L’importanza di questo monastero non è solo nella sua bellezza, ma nel suo notevole rilievo storico. Tra gli innumerevoli affreschi al suo interno, a colpire particolarmente è quello che raffigura San Francesco. La sua unicità sta nell’essere il solo ritratto del Poverello di Assisi dipinto mentre era ancora in vita. Non mostra, infatti, né le stigmate, né l’aureola ed è particolarmente realistico, Francesco infatti è raffigurato con un occhio più grande dell’altro per le conseguenze di un’infezione che aveva contratto durante un viaggio in Terra Santa e con le orecchie molto grandi. Poche centinaia di metri più a valle sorge un altro monastero, quello di Santa Scolastica, l’unico superstite tra quelli che san Benedetto fondò a Subiaco. L’atmosfera qui è diversa da quella del Sacro Speco, il connubio con le montagne è meno evidente, ma ugualmente si respira un’aria suggestiva. Anche Umberto Eco restò impressionato da questo posto, in particolare dalla sua biblioteca in cui sono conservati testi antichissimi impreziositi da miniature e in cui, per la prima volta in Italia, fu stampato un libro utilizzando la tecnica a caratteri mobili di Gutenberg. La biblioteca colpì così profondamente Eco da fargli nascere l’idea per uno dei suoi romanzi più noti: il nome della rosa. Questi due luoghi sacri si trovano al centro del Cammino di San Benedetto, percorso di circa 300 chilometri che attraversa i luoghi principali della vita del patrono d’Europa e le cui tappe più importanti sono Norcia, luogo natale di Benedetto, Subiaco, luogo in cui visse e in cui scrisse la famosa Regola e Montecassino, città in cui morì e dove si trova uno dei monasteri più famosi.

Abbiamo concluso la giornata con l’esplorazione del centro storico di Subiaco, dedalo di vicoli sormontato dalla Rocca Abbaziale, nota anche come Rocca dei Borgia. È qui, infatti che visse Rodrigo Borgia, Papa Alessandro VI, ed è qui che nacquero Lucrezia e Cesare Borgia, suoi figli illegittimi. L’austerità esterna del palazzo è bilanciata dall’eleganza delle sue stanze, decorate con affreschi di diverso genere che celebrano le nobili famiglie che vi hanno abitato e i luoghi nei dintorni di Subiaco.

Questi primi due giorni ci hanno visti fare sport, ammirare la natura e saziare la nostra curiosità storica e artistica, ma un viaggio, per essere completo, deve passare anche attraverso il gusto. Per questo motivo, la terza e ultima giornata del nostro fine settimana è stata all’insegna dell’enogastronomia, percorrendo una parte della strada del vino Cesanese, allontanandoci da Subiaco, per dirigerci da Affile a Piglio, passando per gli Altipiani di Arcinazzo sempre guidando l’auto a noleggio.

Andando a conoscere questo vino DOCG, scopriamo che ha una storia molto antica e che nasce proprio dalle colline attorno ad Affile, piccolo borgo vicino a Subiaco. Queste colline erano ricoperte da boschi, ma i romani ne tagliarono gli alberi per coltivare la vite su quei terreni. Il nome “Cesanese” nasce dal verbo latino “caedere” che significa “tagliare”, e ricorda proprio l’abbattimento di questi boschi. Il legame tra borgo e territorio è così stretto che nello stemma della città è raffigurato un tralcio di vite. Da questo piccolo borgo, il Cesanese si è diffuso su un’area più vasta che giunge nel cuore della Ciociaria, fino ad Anagni e a Piglio, dove ne è prodotto uno tra i più famosi: il Cesanese del Piglio. Questa cittadina è stata la nostra ultima tappa e qui abbiamo degustato dell’ottimo vino accompagnato da tipiche ciambelline e abbiamo passeggiato alla scoperta della sua anima medievale. Come gli altri luoghi attraversati in questi tre giorni e come il vino che nasce da queste terre, anche Piglio ha un nome di origine latina. Una leggenda vuole che Quinto Fabio Massimo il Temporeggiatore si trovasse a passare di qui in una giornata molto ventosa e che proprio il vento gli fece volare dalla testa il copricapo che in latino era chiamato “pilleus”.

Durante questo fine settimana, pur essendoci allontanati di poco da Roma, abbiamo potuto viaggiare, percorrere strade e renderci conto di quanto ciò che beviamo, i paesaggi che osserviamo, i libri che leggiamo, i borghi in cui viviamo o decidiamo di passare qualche giorno, affondino le loro radici nell’antichità e abbiano mille modi per incuriosirci e stupirci.

© Diego Funaro

 

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LENTAMENTE, ATTRAVERSO LA CIOCIARIA

Foto di Mario Fracasso e Diego Funaro
Testi di Mario Fracasso

La società moderna costringe a correre e mai camminare, a “saltare” da un luogo all’altro per vedere, vedere, vedere, senza darci la possibilità di osservare e riflettere. Ma una volta non era così! Una volta si viaggiava a piedi, in carro, a cavallo o a dorso di mulo, su tracciati che prevedevano soste nelle città, in monasteri o abbazie. “Costretti” alla lentezza, ma anche a riempirsi l’animo dei territori che si attraversavano. Delle emozioni e degli incontri, dello spettacolo della natura e dei popoli, dell’aria respirata, dei profumi e dei sapori. A due passi da Roma, ma lontanissima dal suo caos, c’è la Ciociaria. Corrisponde più o meno all’attuale provincia di Frosinone, anche se i suoi confini sono piuttosto discussi. Conosciuta anche come Terra di Lavoro, è un territorio spesso trascurato dai turisti che giungono per visitare la capitale. Nasconde, però, innumerevoli meraviglie: abbazie, monasteri e conventi, antiche città romane e pre-romane, borghi incantati e una natura mozzafiato che fanno di questa terra un luogo che ha bisogno di essere percorso lentamente, osservato, assimilato; perfetto sia per il viaggiatore che preferisca attraversare un territorio e non correre tra i monumenti, che per il turista che, dopo aver visitato le innumerevoli attrazioni dell’Urbe, voglia trovare pace e tranquillità. Perfetto per chiunque, passo dopo passo, voglia arricchire il proprio animo.


Valpolicella: il regno del vino

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<<Devo tutto alla terra; i miei vitigni sono invecchiati con me>>.

Beppo ha ottant’anni e il suo passo è claudicante ma deciso. Simbolo di un mondo rurale basato sulla reciproca dipendenza tra uomo e terra, Beppo continua a condurre da solo la sua cantina. Il figlio ha scelto un’altra strada, ha preferito studiare economia. Cosa sarà un domani dell’azienda? Sorride e continua a trafficare con una vecchia macchina: << Serve per mescolare il vino, va fatto due volte al giorno>>. Nelle grandi imprese vitivinicole tutto è automatizzato e i container metallici hanno delle pale interne che mescolano il vino a intervalli regolari.

La Valpolicella, area a nord di Verona, è caratterizzata da una moltitudine di cantine. Piccola, familiare, estesa, imprenditoriale, l’industria del vino è un meccanismo complesso alla cui base c’è la produzione del Recioto e dell’Amarone. Quest’ultimo, nato venti anni fa, si è imposto sul mercato come vino secco e strutturato, un prodotto raffinato di alta qualità che ha contribuito alla rivalutazione del territorio. Terreni edificabili e agricoli hanno aumentato vertiginosamente il loro valore: si parla di trecentomila euro per un campo rispetto ai trentamila richiesti, per gli stessi ettari, nella pianura poco più a sud.

La Valpolicella è da sempre un territorio attraente. Le sue morbide colline sono incastonate tra il Lago di Garda e il Parco della Lessinia. Una zona immersa nel verde, dal clima temperato e dal suolo fecondo; un’immensa distesa di vigneti.

La scomparsa della mezzadria, decretata ufficialmente dalla legge del 1964, sancì la crisi della signoria terriera che dovette garantire una buonuscita ai contadini. Alcuni di questi divennero operai del marmo, alcuni artigiani; altri preferirono farsi pagare in terre. Così uomini come Beppo, fecero sacrifici, aprirono mutui per espandere i loro possedimenti e comprare un trattore. Da mezzadri divennero proprietari terrieri, viticoltori. Mentre la nobiltà scompariva e le fastose ville venivano messe in vendita, solo coloro che seppero investire nel vino sopravvissero.

Pieralvise Serègo Alighieri è uno di questi. <<Quando le persone sentono il mio cognome, mi guardano aspettandosi grandi cose; come se nella mia vita fossi obbligato a scrivere un’altra Divina Commedia>>. Pietro Alighieri, figlio di Dante, nel 1353 comprò una tenuta nel centro della Valpolicella, in località Gargagnago. In seguito la sua famiglia si legò alla casata dei Serègo, uno dei più antichi e nobili lignaggi della zona. <<Dagli anni ’90, con l’Amarone, è iniziata la corsa per saltare sul “carro del vino”, ma la mia casata è da secoli legata alla terra. È da lì che proviene la nostra vera ricchezza>> continua Pieralvise.

Il regno del vino: così appare la Valpolicella agli occhi di chi l’attraversa. L’Università di Enologia di San Floriano, le prestigiose cantine in ville settecentesche, la vendemmia tradizionale a mano o moderna mediante l’uso dei macchinari. Le parole di Beppo confermano che qui, in Valpolicella, il legame tra uomo e territorio rimane inossidabile e reciproco:

<<Devo tutto alla terra>>.

                                                                          © Daniele Sbampato & Mario Fracasso