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Arancine da questa parte, arancini dall’altra

Arancini sicilying

La cucina italiana è un mosaico articolato, le cui tessere sono le tradizioni regionali, che a loro volta si ramificano con variazioni della stessa pietanza. Queste ramificazioni arrivano ad essere così varie che una stessa ricetta può cambiare non solo da una città all’altra, ma da un quartiere all’altro, fino agli estremi in cui ogni famiglia preparerà una propria variante, assicurandoci che proprio quella è la versione originale. Tale complessità spesso si accosta a origini incerte. Gli arancini, simbolo della gastronomia siciliana, possono essere un esempio calzante. Senza arrivare a divisioni capillari, questa polpetta di riso panato e fritto divide esattamente in due la Sicilia: nella parte orientale con la denominazione maschile “arancino”, in quella occidentale al femminile “arancina”. Può sembrare cosa di poco conto, ma anche da qui passa la rivalità tra Palermo e Catania, le due principali città dell’Isola. Chi le chiama “arancine” sostiene la correttezza del nome per la similitudine con le arance nella forma e nel colore, d’altro canto, chi li chiama “arancini” potrebbe far notare che nei dialetti siciliani il nome dell’agrume è aranciu al maschile. Nell’area Est della Sicilia potrebbero anche dirvi che la somiglianza col frutto è inesistente, perché qui, molto spesso gli arancini hanno forma conica, più simile a quella dell’Etna, somiglianza ancora più evidente dopo il primo morso che, togliendone la punta, farebbe fuoriuscire vapore e, in maniera analoga a una colata lavica, una parte del sugo.

Le differenze non sono soltanto nel nome e nella forma. Esiste una grande varietà di ripieni per le arancine, tra tutti a farla da padrone è il ragù, che ovviamente avrà qualche variazione tra una rosticceria e l’altra. Può cambiare il tipo di carne usato, vitello, maiale o una mescolanza dei due, la presenza o meno dei piselli e così via. Questa ricchezza di versioni deriva dalle radici incerte degli arancini. Al di là del fatto che Palermo e Catania rivendichino entrambe la nascita della prima arancina, anche il periodo in cui nacque è incerto. C’è chi dice siano nate durante la dominazione musulmana, chi li fa risalire ai tempi di Federico II, chi a periodi molto più recenti, nella seconda metà del 1800. Nei primi due casi gli arancini sarebbero nati per praticità. La panatura consentiva, infatti, di trasportare facilmente una pietanza abbastanza elaborata e certamente nutriente, durante battute di caccia e lunghe giornate di lavoro nei campi. Chiaramente se le origini fossero queste, sarebbe stato impossibile un condimento con il pomodoro, che fu portato in Europa dopo la scoperta dell’America.

Sono tanti i posti in cui gustare queste prelibatezze, in particolare in uno abbiamo anche trovato una soluzione alla diatriba sul nome. Alla Focacceria Don Puglisi di Modica, durante una chiacchierata sugli arancini, si è giunti alla conclusione che al maschile possono essere chiamati quelli di forma conica, mentre quelli tondeggianti sono chiaramente arancine. Questa idea pacifica è in linea con la filosofia accogliente della casa Don Puglisi. Qui i cibi tradizionali sono preparati anche da donne rifugiate che hanno partecipato a programmi di accoglienza, inserendosi così nel mondo del lavoro e sostenendosi economicamente, un’evoluzione solidale della multiculturalità che da sempre caratterizza la Trinacria. ©Diego Funaro

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Tra le pietre della Sicilia sud orientale

Ci sono luoghi che tornano alla mente per le loro atmosfere, magari per i profumi, per i colori e le forme di paesaggi e architetture. La Sicilia è certamente uno di questi posti, ha un’aria spesso solenne e il suo colore è quello della sua terra, delle sue spiagge e delle sue pietre, quasi dorato. Queste pietre che prendono forme immediatamente riconoscibili, anche da chi non ha mai messo piede nell’Isola, quando diventano uno degli edifici costruiti con uno tra i tanti stili architettonici siciliani, come il barocco dell’area sud orientale. [continua dopo le foto]

Se osserviamo attentamente, notiamo che c’è continuità tra le conformazioni che naturalmente l’acqua e il vento danno a sabbia e roccia e quelle, chiaramente più elaborate date da architetti e scultori. Michelangelo Buonarroti diceva di preferire la scultura alla pittura, perché scolpendo, toglieva il superfluo, rivelando l’anima del marmo. In modo analogo, può sembrare che i massi chiari di Trinacria dovessero inevitabilmente assumere certe forme, perché tale è la loro anima. La maggior parte delle volte, questa si mostra in maniera totale, come nel caso del duomo di San Giorgio e quello di San Pietro e nella chiesa di Santa Maria di Betlem a Modica. Nelle prime due chiese il barocco siciliano si manifesta con ricche decorazioni, mentre nell’ultima la facciata semplice custodisce le elaborate lavorazioni degli interni. La semplicità delle linee diventa ancora più marcata nelle abitazioni modicane, ma sempre con legame, un rimando agli edifici religiosi appena citati. Le case di fronte al duomo di San Giorgio, ad esempio, sembrano gli spettatori sulle gradinate di un teatro, mentre osservano l’esibirsi maestoso del protagonista di una scena. Ed è proprio così che appare il duomo. Le abitazioni del centro modicano sono elementari, quasi più prossime allo stato di pietra che a quello di costruzione. E tra queste dimore apparentemente umili si trova anche la casa natale di Salvatore Quasimodo, una casa simile al suo modo di fare poesia, semplice all’apparenza, ma colmo di significato. Alcune tra queste costruzioni si avvicinano ancor di più allo stadio primordiale di pietra, nascendo direttamente tra le pendici del colle su cui si sviluppa Modica, sfruttandone le pareti naturali e scavando la pietra, quasi come per i sassi di Matera. Per trovare il luogo dove questo rapporto tra l’edificazione e la natura diventa totale, occorre percorrere alcuni chilometri da Modica, per arrivare a Cava d’Ispica. Qui ci si ritrova in un canyon con immancabili pareti verticali abbastanza alte. Da lontano non si nota alcun intervento umano a modificare il paesaggio, ma addentrandosi con una guida tra i vari sentieri della zona, si iniziano a vedere dei fori nelle rocce, sembrano grotte naturali. Entrando in una di queste aperture, però, si capisce che sono state create ad arte per diventare case. E, in effetti, sono state abitate fino agli anni ’50 e fin da uno dei momenti più lontani della preistoria: il paleolitico. Nelle case più vicine ai nostri giorni, possiamo notare anche porte, scalinate e finestre, mentre imbattendoci in quelle più antiche, un occhio attento e preparato, può scorgere anche grotte rituali, con altari per antiche divinità acquatiche, qui infatti in antichità scorreva un copioso corso d’acqua che ora è poco più di un torrente.

Dirigendosi verso il mare, precisamente sulla spiaggia di Santa Maria del Focallo, si notano immediatamente le grandi dune di sabbia, modellate in continuazione dal vento. Avvicinando lo sguardo si nota come l’opera del vento sia davvero simile a quella di scalpellini, scultori e architetti che per millenni hanno plasmato queste terre. ©Diego Funaro


Destinazione Biella

Biella per chi non la conosce, probabilmente fa pensare a un’imprecisata zona industriale in Piemonte. Almeno questo e poco più è quello che a molti è stato insegnato a scuola. L’industria tessile, in effetti, è tutt’ora un importante forza trainante del biellese che, però, offre molto altro a chi voglia conoscerne l’atmosfera.

Per il blog tour #destinazionebiella la prima tappa è stata proprio una visita a Casa Zegna, a Trivero. Il museo sorge nelle immediate vicinanze del lanificio e ospita, oltre ad abiti di diverse epoche e lane di svariati tipi e in diversi stadi di lavorazione, l’archivio storico, laboratori e mostre temporanee. Abbiamo avuto modo di scoprire come accanto alla ricerca dell’eccellenza nel campo della lana, già più di un secolo fa, Ermenegildo Zegna avesse in mente il sogno di rendere migliore il territorio in cui vive l’azienda e migliorare così anche la vita di dipendenti e collaboratori. L’industriale concretizzò le sue idee, piantando oltre 400.000 conifere e innumerevoli rododendri nell’Oasi Zegna, ampia zona alpina aperta a tutti in cui godere del paesaggio, svolgendo diverse attività: dallo sci alle ciaspolate in inverno, alle escursioni e mountain bike nei mesi non innevati. Il fondatore del lanificio fu anche un uomo in grado di cogliere le opportunità nei momenti critici, non solo per sé, ma per tutti i suoi dipendenti. Infatti, durante la seconda guerra mondiale, per compensare i cali di produzione e la conseguente disoccupazione di molti operai, iniziò la costruzione della “Panoramica Zegna” una strada provinciale di quasi 45 chilometri che giunge da Biella fino in montagna, impiegando nei cantieri i suoi stessi operai tessili. [continua dopo le foto]

Dal primo impatto con l’anima industriale dell’area, è solo apparentemente complesso il passaggio verso altre facce di questa zona ricca di tesori nascosti. La tradizione enogastronomica e i prodotti tipici sono stati una piacevole scoperta. I formaggi sono stati i protagonisti di ogni tavolata, come nella prima cena nell’hotel Bucaneve o nel pranzo alla Cascina la Noce. Toma, maccagno ed erborinati hanno accompagnato polenta e confetture o sono stati degustati con del buon vino come il Canavese Nebbiolo. Interessanti e confermate dai sapori sono state le informazioni sul metodo di produzione di questi prodotti, ad esempio sfruttando la naturale produzione di latte degli animali, senza stressarli e sfruttarli oltre le loro possibilità, come invece avviene con i metodi industriali. A conclusione del pranzo alla Cascina la Noce, oltre a dolci fatti in casa con prodotti biologici a km zero, ci è stata offerta una meravigliosa grappa. Quest’acquavite è prodotta sul posto con un distillatore di rame che sfrutta la complessa e delicata tecnica “a bagnomaria alla piemontese”.

Per passare dal profano al sacro, bastano pochi chilometri da Biella. Precisamente a Oropa, a 1.162 metri di altitudine, sorge un imponente santuario, patrimonio UNESCO, che architettonicamente rimanda ad atmosfere francesi, rievocando la grandeur settecentesca d’Oltralpe. Si tratta del Santuario della Madonna nera di Oropa, il principale complesso devozionale mariano delle Alpi. Alla monumentalità di questo luogo sacro hanno contribuito alcuni tra i più importanti architetti sabaudi come Arduzzi, Beltramo, Bonora, Galletti, Gallo, Guarini e Juvarra. La lunga evoluzione del Santuario scorre tra il IV secolo, quando Sant’Eusebio avrebbe portato qui dalla Palestina la statua della Vergine, e il 1960, anno della consacrazione della Basilica Superiore, che con la sua cupola domina tutto il complesso e la valle sottostante. Il cuore di tutto il complesso è la seicentesca Basilica Antica. Questa struttura di pietra scura, che contrasta con il chiarore dei successivi edifici del Santuario, sorge dove anticamente era la chiesa di Santa Maria e in modo simile alla Porziuncola di Assisi, valorizza e protegge una piccola chiesetta antica: il Sacello Eusebiano, che da sempre conserva la statua della Madonna. L’insieme degli edifici non è formato solamente da chiese, ma comprende anche un museo dei tesori che ospita preziosi oggetti devozionali ed ex voto, oltre a dipinti, gioielli e progetti architettonici. Tutti oggetti legati alla storia del luogo sacro. Nei corridoi del palazzo che accoglie il museo, è facile notare come molti sportivi testimonino la loro devozione a questo santuario. Troviamo, infatti, molte maglie di calciatori come Gilardino del Milan, che ringrazia per la vittoria della Champions League, oltre a maglie di atleti provenienti dagli sport più disparati.

Se non basta l’immersione nell’imprenditoria, nel mangiar bene e nella religione, attorno a Biella si può anche vivere il Medio Evo. Infatti a Candelo c’è il “ricetto” meglio conservato d’Italia. Per capire cosa sia un ricetto possiamo percorrere due vie: la prima è quella etimologica. La parola deriva dal latino receptum e sta a indicare un rifugio. La seconda via è per chi abbia familiarità con Tolkien e il Signore degli Anelli. Il ricetto, è una cittadella fortificata in cui erano conservati beni di prima necessità sia della popolazione, sia del signorotto. Le costruzioni che normalmente erano adibite a magazzino, durante gli attacchi nemici diventavano anche abitazione per gli abitanti di Candelo. Tornando a Tolkien, appare evidente l’analogia con il Fosso di Helm che offre riparo agli abitanti di Rohan. E in questa cittadella medievale, dietro le mura e tra le stradine di ciottoli chiamate rue (con chiara derivazione dal francese), si ha continuamente l’impressione di camminare in un romanzo fantasy o in un libro di storia. Un’ottima guida ci ha aiutato a immergerci ancora di più nel periodo in cui il ricetto è nato, spiegandoci come vivevano le persone dell’epoca: evitando l’acqua, senza calzature, con abiti di tela marrone (a parte i nobili e i signori) a cui si potevano cambiare le maniche e che indossavano sempre, cambiando solo le “braghe di tela” chiamate “mutante”.

Solo passando qualche giorno in un luogo ci si rende conto di come l’immagine che se ne ha prima del viaggio sia spesso lontana dalla realtà. Come diceva Sant’Agostino: “il mondo è un libro e chi non viaggia ne legge una pagina soltanto”. Di questo libro, l’Italia rappresenta un capitolo meraviglioso che solo viaggiando si può apprezzare a pieno. E di questo capitolo, il biellese è un paragrafo da non saltare assolutamente. ©Diego Funaro


I due volti del Bosco

Testo: Dario Febbo e Fabio D’Agostino

Foto: Diego Funaro e Mario Fracasso

Faggi, aceri e querce; ginepri, denti di leone e narcisi; scoiattoli, caprioli, civette e cinghiali….e lupi, con occhi color cielo, che d’incanto si trasformano in donne angeliche. Gli abitanti dei boschi si muovono nascosti tra la realtà e la nostra immaginazione, portando paura, stupore, meraviglia e gioia.

Per salutare l’autunno, vi invitiamo a fare una passeggiata in compagnia di due guide speciali, addentrandoci nel Bosco di Sant’Antonio. Calpesteremo le foglie secche del suo autunno e ci inebrieremo dell’odore di muschio e funghi. Ma ammireremo anche il verde della sua primavera, il volo dei suoi insetti e i raggi del sole che penetrano tra le sue fronde. Lo osserveremo con uno sguardo duplice, scientifico e immaginifico, grazie alle parole del Direttore del Parco Nazionale D’Abruzzo, Lazio e Molise, Dario Febbo, e al racconto del nostro amico scrittore, Fabio D’Agostiono. ©DirezioneItalia

La Riserva naturale del Bosco di Sant’Antonio si trova in Abruzzo, lungo la strada che collega i paesi di Cansano e Pescocostanzo. Passeggiando al suo interno si incontrano alberi secolari che raggiungono un’altezza di oltre 30 m. La storia di questo bosco è strettamente legata a quella degli abitanti del luogo: è nato e si è sviluppato per assecondare l’esigenza umana di far pascolare in un luogo riparato bovini e cavalli. Gli alberi venivano piantati a diversi metri di distanza e una particolare capitozzatura, che ha spinto le piante a svilupparsi in larghezza assumendo strane forme, assicurava protezione alle mandrie e agli uomini che vi si addentravano. ©DirezioneItalia

(continua dopo le foto)

IL LUPO E I FUNGHI
Com’è tradizione di Domenica mi diletto a raccogliere funghi. L’odore del terreno umido e delle foglie secche mi ricrea e solleva dalla fatica dell’essermi svegliato presto. La lunga passeggiata aiuta a rilassarmi e a sentire il contatto con la natura e i suoi colori. Gli unici suoni che odo sono i crepitii delle foglie calpestate e il mio respiro. Godo nel non sentire altre presenze umane, che mi desterebbero da questo stato meditativo.
All’ombra di due alberi, che riconosco per le incisioni dei nomi: Stefy, Marti e Cri. I miei bei funghi sono lì ad aspettare, grandi e sodi. M’inginocchio e li guardo da vicino, sento la loro fragranza che inebria i miei sensi.
La fame si fa sentire, non vedo l’ora di tornare alla mia rosea casetta, per cucinare e gustare un bel piatto di tagliatelle ai porcini, parmigiana ai funghi chiodini e come dessert un bel tartufo bianco.
Assorto dai miei pensieri, scorgo una pelliccia grigia tra gli alberi, è un lupo! Sta venendo da me. Sono terrorizzato e rimango immobile. L’animale è tranquillo, cammina lentamente e non sembra feroce. Si ferma nelle mie vicinanze e incomincia ad annusare il terreno, con una zampa lo scava. Dopo pochi secondi, fa dei passi indietro, come per dirmi: “vieni a vedere!” Con cautela mi avvicino, guardo nella buca e non posso crederci! C’è un tartufo bianco! Emozionato, finisco di scavare e lo tiro fuori. Mentre contemplo la sua bellezza, mi giro per ringraziare il lupo, ma non c’è più.
Con la felicità di un bambino per il fortunato incontro, torno a casa. Cucino il menu modificandolo con lo strepitoso ingrediente appena trovato.
Improvvisamente sento bussare alla porta. Apro. Il lupo è lì, davanti a me. Sento il cuore in gola. Mi annusa ma non ringhia. Vuole il suo premio e allora decido di fargli assaggiare le tagliatelle al tartufo, prendo un altro piatto e sull’uscio assieme al lupo mangiamo beati. La pietanza è spettacolare, con quel forte odore caratteristico, che si sparge sulla mia pelle.
Condividiamo tutto il pranzo. Mi sento estasiato e anche il lupo ha apprezzato, lo vedo scodinzolare e con lo sguardo basso mi si avvicina, ma ora non ne ho più paura, ormai siamo fratelli, così lo accarezzo sulla schiena.
Un poderoso ululato rompe il silenzio, mi giro di scatto e il lupo corre verso quel suono. Da dietro una roccia si materializzano altri due lupi, si annusano tra di loro per un po’ e i due appena arrivati scompaiono nuovamente nella boscaglia, mentre il lupo grigio si gira verso di me, il suo muso tramuta nel viso angelico di una donna, con lunghi capelli color porpora. Rimango attonito. Prima di sparire con i suoi compagni, mi sorride e quello sguardo di occhi azzurri come il mare, rimarrà scolpito per sempre nella mia memoria. ©FabioD’Agostino

Estratto del “Piano di assetto naturalistico della Riserva Naturale Guidata del Bosco di Sant’Antonio“
Il Bosco di Sant’Antonio è collocato precisamente a occidente delle ultime propaggini meridionali del massiccio montuoso della Majella, tra le pendici del monte Pizzalto (1969m.) e quelle del monte Rotella (2127m.), occupando parte del pianoro carsico tra i suddetti crinali. Sui materiali incoerenti fini di copertura del pianoro si trovano, appoggiati a complessi arenacei, calcareo-marnosi e conglomeratici del Miocene e Pleistocene, gli insediamenti boschivi di maggior pregio. Nella parte centrale del piano, scorrono le acque del fosso La Vera, con portata non rilevante e di carattere stagionale, ma che contribuiscono a favorire le condizioni climatiche ideali al bosco di faggio con preferenze igrofile. Le temperature presentano una escursione annua media di circa 17° C, con una media delle minime di 0,13° C in Gennaio e quella delle massime di 17,42° C nel mese di Agosto. I valori annui delle precipitazioni si aggirano intorno ai 1000mm, con un minimo di 50mm in Agosto e un massimo di 120mm in Novembre. Di particolare interesse è l’entità delle precipitazioni nevose (con una media di 23gg/anno e un massimo di 7gg nel mese di Gennaio) e delle relative permanenze (77 gg in media, con un massimo di 20gg in Gennaio). La zona fitoclimatica corrispondente è difatti, secondo la classificazione di Mayr-Pavari, quella del Fagetum.
Una considerazione importante è sicuramente quella relativa all’influenza del pascolo su tutto il pianoro che ospita il bosco, che è quindi circondato da ampie formazioni erbacee spontanee adibite proprio a pascolo del bestiame domestico, affiancate da colture sempre erbacee, per lo più di specie foraggiere. Di conseguenza anche la forma del bosco stesso è dovuta all’opera antropica che, probabilmente ha favorito ulteriormente il dominio del Faggio. Quindi circondati da verdi pascoli, in posizione centrale, alla sinistra del Fosso La Vera, spiccano tre cospicui nuclei di bosco. Quello denominato della Difesa, il più esteso con una superficie di circa 70 ettari, si trova a nord, mentre i due a sud di circa 30 ettari ciascuno sono denominati del Primo Colle, e Secondo Colle. La specie arborea predominante è chiaramente quella del Faggio che, come peculiarità di questo biotopo, è presente con alcuni esemplari maestosi. Al Faggio si associano l’Acero campestre, l’Acero di monte, anch’esso con numerosi esemplari di dimensioni ragguardevoli, il Ciliegio, l’Acero riccio, l’Acero opalo, il Cerro, che sovente, nella fascia appenninica, si affianca al Faggio, il Melo selvatico, il Carpino nero, il Tasso, e l’Agrifoglio.
Lo strato arbustivo si presenta ricco e diversificato al pari di quello arboreo. Citiamo quindi la presenza della Rosa selvatica, del Pruno selvatico, del Ribes rosso, dell’Uva spina, del Biancospino, del Berretto da prete, del Ginepro comune, del Sambuco, del Citiso spinoso e della Lianosa Vitalba.
Anche la composizione floristica dello strato erbaceo rivela una buona varietà . Sono stati rilevati: l’Elleboro puzzolente, il Piè di gallo, la Calta palustre, l’Anemone gialla, il Ranuncolo favagello, la Peonia selvatica, la Colombina cava, la Dentaria minore, la Cicerchia primaticcia, l’Euforbia mirsinite, l’Euforbia delle faggete, la Viola silvestre, il Ciclamino napoletano, la Genziana maggiore, il Dente di leone, il Giglio martagone, il Mughetto, l’Asfodelo montano, il Narciso selvatico.
Sono infine molto interessanti i dati relativi al rilevamento di macrolicheni epifitici, dato di enorme importanza perché la presenza di licheni è generalmente indice di positive condizioni ambientali con assenza di disturbi inquinanti. Tra le specie rinvenute, emerge per la sua rarità, la Lobaria pulmonaria v. meridionalis, legata a microhabitat a elevata umidità e in continua diminuzione a causa della scomparsa dei boschi maturi e dell’aumento dell’inquinamento atmosferico.
Considerando l’esigua estensione della Riserva del Bosco di Sant’Antonio (500 ettari circa) e la sua prossimità con le aree circostanti, non sarebbe corretto parlare di fauna appartenente al Bosco di Sant’Antonio, ma, piuttosto, di specie animali che la popolano. Alcune di queste trovano all’interno della Riserva condizioni di habitat idoneo sotto tutti i punti di vista, mentre molte altre la caratterizzano con la loro più o meno stabile presenza in considerazione della necessità di territori più vasti al fine della loro sopravvivenza. Di conseguenza, essendo il Bosco di Sant’Antonio in una zona a cavallo di due aree naturalistiche di enorme importanza, il Parco della Majella a nord-est e il Parco Nazionale d’Abruzzo a sud-ovest, appare possibile la fruizione del bosco ad opera di grandi mammiferi carnivori come l’Orso Marsicano e il Lupo Appenninico, ma anche di altri grandi mammiferi recentemente reintrodotti nel Parco Nazionale d’Abruzzo come il Cervo e il Capriolo. Altri mammiferi di cui è stata accertata la presenza sono il Riccio, il Ghiro, lo Scoiattolo, il Quercino, la Lepre, il Cinghiale, la Faina, il Moscardino, il Tasso, la Volpe e numerose specie di uccelli come la Poiana, il Gheppio, lo Sparviero, il Barbagianni, la Civetta, l’Allocco, il Picchio, il Merlo, il Fringuello e altri ancora. ©DarioFebbo


CIBIANA, IL PAESE CHE DIPINGE LA SUA STORIA

Tra pendii scoscesi e alte cime, torrenti e sentieri, immersa nel verde dei boschi delle Dolomiti, montagne appena entrate a far parte del Patrimonio Unesco, sta Cibiamo (BL), un paese di 450 anime che offre ai visitatori uno spettacolo artistico-culturale molto singolare: i suoi murales.

Allo scopo di recuperare tradizioni e mestieri della piccola valle ai piedi del monte Rite, dal 1980, artisti da tutto il mondo arrivano per creare, sulle pareti degli edifici più antichi, opere in cui danno vita alla memoria storica del paese ed in particolare delle famiglie che abitavano le case prescelte. Per scoprire i 56 affreschi conviene perdersi tra vicoli irti e stretti di Cibiana e delle vicinissime frazioni di Pianezze e Masariè. Inoltre ogni anno, l’ultima domenica del mese di luglio, si ripete la festa dei Murales Viventi dove gli abitanti inscenano antichi lavori e costumi tradizionali, proprio in corrispondenza dei murales. Si possono ammirare, per esempio, la realizzazione di scarpete, pantofole di corda e velluto confezionate completamente a mano, o dei zestoi, gerle in legno utili per i lavori nei campi. In molte opere sono inoltre rappresentate chiavi: richiamano la storica fabbrica ERREBI che produce ancor oggi 120.000 pezzi giornalieri.

Cibiana, che fa parte dell’Associazione Italiana Borghi Dipinti, 85 centri  che condividono l’esperienza del murales e sono accomunati dallo stesso desiderio di mantenere vive storie e tradizioni locali, si arricchisce di opere d’arte annualmente ed è ormai conosciuto come “il paese che dipinge la sua storia”. ©Karin Daberto


Arte di luci e colori: la Santa Domenica di Scorrano

Tra il 5 e il 9 Luglio, ogni anno, Scorrano (LE) diventa la capitale mondiale delle luminarie e risplende della meraviglia di luci e colori creata dai suoi maestri paratori.

Foto: Alessandra Gorgoni e Lucilla Cuman
Testo: Lucilla Cuman

Quando il sole è appena tramontato, poco prima che la notte abbia il sopravvento e tutto sia circondato da una meravigliosa luce blu, la gente riempie le strade e la festa prende vita. Ci sono gli anziani nostalgici, che sulle panchine borbottano sottovoce che “Era meglio quando non c’era tutta questa modernità e la festa era più religiosa”, i bambini che giocano felici, perchè potranno andare a letto tardi e i nonni compreranno loro quel palloncino colorato che hanno visto alla bancarella, gli ambulanti che preparano la cupeta (tipico dolce croccante locale) e l’orientale sorridente che prova a venderti un “aggeggio” che ti aiuta ad infilare il filo nell’ago. E lì, sotto alle “loro” luminarie, ci sono i maestri paratori con i volti tesi. Circondati da parenti e amici, impartiscono le ultime disposizioni ai loro collaboratori: tutto deve essere perfetto fino all’ultimo dettaglio, fino all’ultima lampadina, perchè nei giorni seguenti la gente dovrà parlare della loro accensione come della migliore di tutte.

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A Scorrano, infatti, la Santa Domenica non è solo una festa di paese, ma una vera e propria competizione in cui diverse famiglie di artigiani dimostrano la loro arte. Per prepararsi a questo evento, che si svolge ogni prima domenica di luglio, ci vogliono mesi di lavoro certosino: bisogna creare, immaginare, disegnare e poi realizzare dal legno archi, spalliere, frontoni, cassarmoniche e gallerie. Tutto ciò richiede ore di incessante lavoro per suscitare l’effetto di meraviglia e stupore di tutti i paesani.

Decorare i paesi con grandi paramenti luminosi è una tradizione nota già dal XVI secolo, quando invece dell’energia elettrica si usavano carburo e olio. Nel suo Storie delle Luminarie di Scorrano, lo storico dell’arte Giovanni Giangreco spiega che la loro importanza per la cittadinanza era tale da coinvolgere artisti come  Zimbalo, che fu l’architetto del Duomo di Lecce, e addirittura Michelangelo Buonarroti.

Oggi i maestri salentini regalano emozioni e suggestioni esportando in tutto il mondo i loro allestimenti. Partecipano a molte manifestazioni religiose, ma anche a sfilate di moda concerti e altre celebrazioni laiche, riuscendo a creare ogni volta la meraviglia attraverso la bellezza e l’armonia di colori e forme. Sembrano voler esorcizzare la freddezza delle architetture moderne e in qualche modo, con le loro luminarie, illudere che la città moderna sia un’estensione di quella antica, riportando  lo spettatore in un’altra dimensione, quando l’Italia e il Salento erano nella fase della rinascita e tutto diveniva più bello.  ©Lucilla Cuman


Suoni, colori e soldi: cronaca di un matrimonio indiano

Direzione Italia su National Geographic Italia
Foto e testo:  Mario Fracasso

A Puskar, nella regione nordoccidentale del Rajasthan, per entrare nel vivo
di una cerimonia nuziale in stile indù, tra sfarzosità e contraddizioni

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Follow us, we go to play to a marrige“, mi esorta Deepak, in una pausa dalla frenesia del suo tamburo.

Passeggiando per la via principale di Pushkar, nel Rajasthan, tra negozi affollati di stereotipi per turisti, risciò, tuc tuc, mucche sacre e santoni, mi sono imbattuto in rumorose processioni nuziali.

Così sono uscito dall’itinerario previsto per entrare in un’India più reale, per scoprire un luogo dove i sensuali suoni orientali vengono gracchiati da altoparlanti montati su carretti e si confondono con i ritmi suonati dalla banda; dove si balla nel traffico e la festa deve essere quanto più ricca e appariscente possibile per numero di invitati, decorazioni, gioielli, finimenti e banconote che dimostrano la disponibilità economica delle famiglie.

Nei matrimoni c’è poco della spiritualità stereotipata dall’Occidente e le unioni fanno felici più le famiglie che i fidanzati. Ancora oggi, infatti, la maggior parte sono combinati dai genitori e la dote portata dalla sposa è un elemento decisivo per l’accordo.

Lo sforzo economico è così rilevante che alcuni arrivano a indebitarsi o addirittura a preferire che non nascano figlie femmine. Libri, riviste e quotidiani trattano frequentemente questi problemi sociali, presenti soprattutto nelle zone rurali del sub continente.

Se ne dovrebbe discutere a lungo, ma forse, per questa volta, è meglio seguire Deepak e il resto della banda per immergersi dal vivo nella festa.

nella foto: Bambini sui troni degli sposi. Se per gli adulti palco e troni sono un luogo inviolabile prima dell’arrivo degli sposi, non è così nell’innocenza dei più piccoli. Per questi ultimi sono luoghi perfetti per giocare ad imitare gli adulti. ©Mario Fracasso

LEGGI IL REPORTAGE DA NATIONAL GEOGRAPHIC ITALIA


Palermo, bellezza per i 5 sensi

«L’Italia, senza la Sicilia, non lascia alcuna immagine nell’anima: qui è la chiave di tutto». Questa era l’interpretazione di Goethe:  la varietà complessa dell’Isola è sintetizzata oggi perfettamente dal suo capoluogo, città in perenne mutamento e che tuttavia mantiene vive le tracce della sua storia. [CONTINUA DOPO LE FOTO]

Palermo colpisce già prima di raggiungerla, appena si intravede Punta Raisi dall’oblò dell’aereo. Questo masso imponente sul mare profumato appare all’improvviso e lascia con il fiato sospeso. Una volta arrivati in città, si è avvolti da un’atmosfera calda, sia nei giorni afosi o tersi, che in quelli freddi o grigi. L’ambiente sembra mediorientale, tipicamente mediterraneo. I mercati del Capo, della Vucciria e di Ballarò stupiscono immediatamente per la varietà di colori e luci e per le diversità di cibi e spezie profumate. Le lampadine sono accese anche di giorno sotto le tende dei banchi e i suoni avvolgono i passanti, immergendoli in un’atmosfera da suk maghrebino. Quasi tutti i commercianti richiamano l’attenzione dei clienti sbracciandosi e urlando – o come dicono a Palermo abbanniando. Grida e gesti accompagnano anche i venditori ambulanti di cibo di strada che distribuiscono veri tesori.  Sfincioni¸ pani ca’ meusa, stigghiola, pane e panelle, infatti, raccontano la storia di questa città. Il pani ca’ meusa , per esempio, parla dell’influenza ebraica nella cultura palermitana. Nel Medioevo, a causa delle prescrizioni religiose, i macellai giudaici, non potevano guadagnare denaro direttamente dalla macellazione. Così tenevano per sé le interiora, per poi rivenderle fritte come farcitura di panini. Per le vie della città le combinazioni culturali del passato sono evidenti. Si notano nell’architettura, tra le crepe di palazzi storici, teatri e chiese, ma anche nella lingua, che porta alla memoria il passaggio di popoli differenti. Il suono musicale del dialetto palermitano ne è testimonianza diretta, così come le insegne che in alcuni quartieri indicano i nomi di  vie e piazze in italiano, ebraico e arabo. Ovunque a Palermo il presente si fonde con la storia. Non è difficile imbattersi in uno dei numerosi chioschi in stile liberty che spuntano come torrette nelle piazze centrali o vedere, tra i banchi bagnati di macellai e pescivendoli, la facciata elegante di un forno, anch’esso art nouveau. Anche in spiaggia a Mondello si trovano tracce di quel periodo: il monumentale Charleston è uno stabilimento balneare che sembra sospeso tra il fragore delle onde e le carezze del vento. Ma la città, miscuglio culturale, mescola in maniera gradevolmente disordinata anche i periodi storici e gli stili architettonici, così in una delle via principali ci si trova, quasi senza accorgersene a fiancheggiare la facciata in stile razionalista italiano delle poste centrali. Se la storia ha mescolato suoni, sapori, lingue, tradizioni e architetture, i carretti siciliani sembrano essere rimasti sospesi nel tempo. Rappresentano l’icona variopinta dell’intera Sicilia, sebbene attualmente siano usati sempre meno. Mentre questi diventano rari, aumenta il numero di carrozzelle per turisti e di cavalli che trottano, a volte preparando gare clandestine. Sospese nel tempo sono anche le mummie delle umide Catacombe dei Cappuccini, corpi rinsecchiti e scheletri vestiti di tutto punto che da secoli osservano i visitatori di quei corridoi umidi, ascoltando l’eco dei loro passi. Religiosità strettamente legata alla morte e al dolore, come per i riti della Settimana Santa, con le luttuose processioni di Madonne Addolorate e Cristi Morti. Una sacralità che trova il suo apice nell’adorazione di Santa Rosalia, che salvò la città dalla peste e a cui sono dedicate ben due feste nel corso dell’anno. I devoti più affezionati fanno l’acchianata, cioè salgono a piedi sulla cima del Monte Pellegrino, dove sorge il santuario per rendere omaggio alla Santuzza. Molti di loro non sanno che i Fenici percorrevano lo stesso sentiero per omaggiare una divinità che risiedeva proprio dove ora sorge il santuario. L’impronta dell’idolatria arcaica sopravvive insieme al Cristianesimo: Palermo non è protetta solo da Santa Rosalia, ma anche da un Genio di epoca preromana, di cui si possono trovare statue, fontane e dipinti in sette diversi luoghi della città. Religiosità popolari che si intrecciano, così come si intrecciano diversi livelli e forme d’arte. Dai teatri più famosi, come il Politeama e il Massimo, dalle scene dai colori accesi di Guttuso, fino ai murales e ai colori altrettanto accesi di Uwe Jaentsch. L’artista austriaco, stabilitosi qui da tempo, ha fatto della Vucciria la sua tela, contribuendo alla rinascita del quartiere che si stava spegnendo e spopolando. Arte popolare e nuova che affianca quella popolare e tradizionale dei pupi siciliani. I pochi pupari rimasti creano le celebri marionette nei loro laboratori, ma gli spettacoli sui Paladini di Francia e sui miti di Palermo stanno diventando sempre più rari. Memoria che si assottiglia, che perde pezzi, ma che rimane sempre affascinante. Così accade anche per la chiesa della Madonna dello Spasimo alla Kalsa, che priva del tetto dal Settecento, è un tesoro abbandonato, silenzioso, non segnalato e che in pochi conoscono. Ingredienti di storia che formano l’identità, segni che non devono essere cancellati, così come suggerisce a visitatori e palermitani la scritta su un muro scrostato: «Non dimenticare Palermo». ©Diego Funaro


Divini Sacrifici: la morte rituale nelle religioni

Intervista di Fabiola Zingales ad Adriana Gandolfi
Testo di Mario Fracasso
Foto di Giacomo Grifi, Mario Fracasso, Diego Funaro, Angela Turchini, Fabiola Zingales

La Pasqua è un evidente rito primaverile, un periodo di rinnovamento in cui Direzione Italia vuol sperimentare un nuovo modus operandi: il nuovo reportage è frutto di una collaborazione a tutto campo in cui le immagini creano una gallery collettiva e il testo è tratto dall’intervista di Fabiola Zingales ad Adriana Gandolfi, ricercatrice etnografica e voce di rilievo negli studi demo-antropologici in Abruzzo e nell’Appennino Centro-Meridionale.

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«La Pasqua doveva cadere per forza nel periodo primaverile». Dalla frase d’esordio di Adriana Gandolfi si capisce subito che l’origine della celebrazione cristiana è più complessa di quanto possa sembrare. La ricercatrice continua spiegando: «bisognava convertire i pagani attraverso la tradizione, conservando i rituali più antichi, ma sovrapponendo la nuova visione religiosa». La Pasqua Cristiana ricorda il sacrificio di Gesù, morto per salvare gli uomini dai loro peccati, e celebra la sua resurrezione: le popolazioni pre-cristiane festeggiavano ogni anno la fine dell’Inverno e la rinascita della Primavera, facendo sacrifici per chiedere agli dei raccolti abbondanti. «Non è un caso che in alcune processioni della Settimana Santa, come accade per esempio a Sulmona con il rituale della Madonna che Scappa, Maria, dopo aver visto suo figlio risorto, vesta un abito verde, abbia una rosa rossa e delle colombe intorno. Sono tutti simboli della primavera». Se la Pasqua Cristiana si è sovrapposta ai riti “pagani”, l’origine della sua ritualità e dei suoi simboli deriva sicuramente dalla Pasqua Ebraica che ricorda la liberazione del popolo giudaico dalla schiavitù in Egitto: nella Decima Piaga che Dio inflisse al faraone l’angelo della morte doveva uccidere tutti i primogeniti. Per distinguere le loro abitazioni e salvare i propri figli gli Ebrei dovevano sacrificare un agnello e tingere le porte delle loro case con il suo sangue. L’angelo alla vista di quell’offerta a Dio sarebbe passato oltre. La parola Pasqua, infatti, deriva dall’ebraico pesach, passare oltre, tralasciare. La scelta dell’agnello come capro espiatorio, associato anche alla figura dei primogeniti, aveva un significato particolare: era la rinuncia più grande che si potesse chiedere e attraverso questo sacrificio l’uomo era pronto a sancire il patto di alleanza con Dio. Nel suo martirio Gesù non fa altro che divenire agnello sacrificale, figlio morto per sancire una nuova alleanza con il “nuovo popolo eletto”.

L’idea del sacrificio è presente anche nell’Islam. I Musulmani celebrano l’Id al Adha, letteralmente, festa del sacrificio, che cade 70 giorni dopo la rottura del Ramadan, il decimo giorno dell’ultimo mese del calendario lunare islamico. Anche in questo caso si tratta di un patto di alleanza sancito attraverso un sacrificio: Abramo è pronto ad immolare suo figlio per invocarne la protezione di Dio, che gli concede, invece, di uccidere un montone. Per questo durante l’Id al Adha, al posto dell’agnello, viene immolato un ovino adulto. Nei casi in cui il sacrificio venga fatto da un gruppo numeroso di persone, può essere ucciso un bovino o un camelide. Questo rito è celebrato da tutto il mondo islamico e lo si ritrova con piccoli adattamenti anche nelle turuq, confraternite derivate dal sufismo. Quella dei Bektashi fu fondata nel XIII secolo e ha i maggiori proseliti in Albania. Celebra la sua festa del sacrificio a metà Agosto: tutte le famiglie sono chiamate a riunirsi sul Monte Tomori (al centro dell’Albania) per immolare un ovino e tingersi la fronte con il suo sangue. I festeggiamenti vanno avanti per una settimana, tra canti, balli e riunioni di famiglie. Ognuna uccide un animale che viene condiviso tra tutti i parenti e in parte donato ai poveri.

L’idea di sacrificare qualcosa di importante per sancire un patto con una divinità non è, però, caratteristica solo delle religioni monoteiste. Tra i Greci era una prassi normale e anche gli atti più atroci erano giustificati nel chiedere favori agli dei. Nell’Iliade Agamennone immolò sua figlia Ifigenia per placare l’ira della dea Artemide, che impediva alle sue navi di salpare verso Troia, e propiziarsi i favori di Poseidone, mentre nell’Odissea Tiresia esorta Ulisse a sacrificare un maiale, un montone o un toro per ingraziarsi il dio del mare. Quest’ultimo racconto è una delle prime testimonianze dei Suovetaurilia, un rito apotropaico praticato dai Romani: a Marte bisognava sacrificare un toro, alle divinità ctonie un maiale e al dio Quirino un montone. «Nelle religioni legate al culto della terra», spiega ancora Adriana Gandolfi, «il sacrificio era legato a necessità molto pratiche». Per chiarire meglio questa idea, l’antropologa riporta come esempio il Ver Sacrum, la Primavera Sacra, praticata dai popoli italici. «Negli anni in cui il raccolto non bastava a sfamare l’intera popolazione, si dovevano consacrare a Marte tutti i nati in quella primavera, animali o umani che fossero. I primi seguivano il loro consueto destino temporale, i secondi venivano cresciuti fino alla loro maggiore età, quando, dopo un banchetto rituale, venivano scacciati dalla comunità portandosi dietro, come “dote”, lo stesso numero di animali che risultavano consacrati alla loro nascita». Questo serviva per chiedere favori a Marte, dio della forza e dell’abbondanza. «Ma non è finita…», continua la studiosa, «…anche i migranti dovevano fare un sacrificio per consacrare agli dei un nuovo luogo da abitare». Infatti il corteo, che doveva essere preceduto da un toro bianco, vagava fin quando quest’ultimo non si fermava definitivamente. Li il bovino veniva ucciso e con il suo sangue si delimitavano i confini della nuova città. «È in pratica quello che avvenne nel rito di fondazione della stessa Roma!».

Lo studio dei popoli italici mostra come anche il maiale fosse un animale usato spesso nei sacrifici rituali. Su alcune monete coniate dalla Lega Italica durante la Guerra Sociale del 90-88 a.C. si vedono i capi delle tribù in rivolta contro Roma che giurano con le armi sguainate verso un maiale, nell’atto di sacrificarlo. Inoltre a Cerere, per propiziare messi abbondanti, bisognava immolare una scrofa, la così detta porca praecidanea. «Sembra assurdo ma il maiale è una sorta di “eroe culturale” per la nostra società e lo è stato nella nostra storia», afferma con convinzione la studiosa, «è allevato sin da epoca neolitica, si riproduce in maniera prodigiosa, è onnivoro, cresce e ingrassa rapidamente e sacrifica la vita per sfamare gli esseri umani». In effetti oggi il maiale è uno degli animali che più contribuisce alla nostra alimentazione e in passato, specie in periodi di crisi, era l’unica fonte di sostentamento per la maggior parte delle famiglie. I capi della Lega Italica lo sacrificavano per poi cibarsene, così come ancora oggi l’uccisione di un maiale in campagna è un rito a cui partecipa l’intera famiglia.

Ma il martirio dei suini è un elemento culturale proprio di molte popolazioni. Accade, per esempio, in Papua Nuova Guinea ancora oggi. Le popolazioni indigene allevano i maiali trattandoli come figli. Per questo sacrificarli vuol dire rinunciare a qualcosa di molto prezioso e, per vincere l’amarezza del distacco e il senso di colpa, viene messa in scena una farsa ritualizzata. I maiali vengono spaventati e scacciati al di fuori del villaggio, nella foresta. Qui diventano selvatici, assumendo caratteri più vicini alle bestie che agli umani. Così le tribù confinanti, invitate a partecipare al rituale, sono autorizzate a ucciderli, con la promessa di ricambiare il favore durante celebrazioni successive.

Sacrificare una vita per dimostrare sottomissione, chiedere favori, sancire alleanze o, comunque, entrare in contatto con forze ultraterrene è un’idea da sempre insita nell’animo umano e ritorna in forme diverse e sacrificando animali differenti in quasi tutte le religioni del mondo. Per avere un’idea di ciò, come fa notare Adriana Gandolfi, «basta dare un’occhiata ai testi di Frazer e Bastide». Questi due antropologi raccontavano tra XIX e XX secolo riti che spesso possono essere osservati ancora oggi. Roger Bastide, sociologo francese, descrive approfonditamente le religioni sincretiche di radice afro-cattolica presenti in Brasile. Nel Le Cadomblé de Bahia parla dei sacrifici fatti nel Cadomblé, dove nei riti di iniziazione, di passaggio, curativi o invocativi vengono sacrificati soprattutto volatili: “La cosa più importante è che un gallo sarà sacrificato; il suo sangue annaffierà la pietra del dio, la testa il petto, le mani e i piedi del fedele”. Nel Ramo d’Oro James Frazer riporta sacrifici di diversi animali sacri: orsi, tartarughe, serpenti, capre, maiali e persino uomini. Descrive alcune tribù indonesiane convinte che, anche dopo averlo tagliato per farne delle case, il legno conservi in sé gli spiriti presenti negli alberi usati. Per questo prima abitare una nuova casa bisognava cospargerne le pareti del sangue di vittime sacrificali: capre, maiali o bufali presso i Toraja, umani presso i Tonapù. Questo sacrificio aveva lo scopo “di propiziarsi gli spiriti della foresta che eventualmente fossero rimasti nel legno, mettendoli di buon umore cosicché non facciano del male a chi vi abita”.

Anche i Galli descritti da Cesare nel De Bello Gallico sacrificavano vite umane: “coloro che sono affetti da malattie gravi o che si trovino in mezzo a pericoli o battaglie, sacrificano uomini come vittime o promettono di farlo […], poiché ritengono di non poter placare la volontà degli dei immortali se in cambio della vita di un uomo non venga offerta la vita di un uomo”. Il sacrificio umano nelle culture antiche era molto diffuso e spesso considerato normale come quello animale. In quasi tutti i sacrifici rituali la carne della vittima difficilmente andava sprecata. La ragione era pratica e simbolica allo stesso tempo: da una parte la carne era consumata per nutrirsi, dall’altra mangiare la carne della vittima significava assumerne le qualità e creare un circuito di forze tra l’uomo e le potenze sovrannaturali. Così anche i Cristiani Cattolici e Ortodossi, attraverso la celebrazione della Pasqua e dell’Eucarestia, si nutrono del corpo e del sangue di Gesù, immolatosi come un agnello, per sancire l’alleanza con Dio e donare agli uomini la sua innocenza, liberandoli dai loro peccati. ©MarioFracasso


A Monaco sulle tracce degli italiani

La capitale della Baviera tra moderno e tradizione con un tocco di Belpaese.

Se ci chiedessimo quale sia la città più a nord d’Italia, probabilmente penseremmo a qualche comune tra le Dolomiti in Alto Adige – Südtirol. Ufficialmente è lì che si trova la nostra cittadina più settentrionale, dove i confini sono rarefatti alla stessa maniera dell’aria alpina. Invece la città italiana più nordica si trova bel oltre le Dolomiti – almeno per il senso comune dei tedeschi –  cioè Monaco di Baviera. Qui la presenza di nostri connazionali è forte (circa 20.000 persone su un totale di poco più di un milione). Molti arrivarono per lavorare nelle fabbriche; seguirono gli operatori di attività legate alla ristorazione che ora sono proprietari di innumerevoli gelaterie, ristoranti e bar. La storia degli italiani nella regione più meridionale della Germania non è però così recente come si potrebbe pensare, né significa soltanto pasta e pizza. È tra gli edifici storici e religiosi più importanti della capitale bavarese che si trovano tracce italiane significative già dalla fine del 1600, così come nei musei e nel recente passato calcistico del Bayern München, principale squadra calcistica locale.

Marienplatz è da sempre la piazza principale di Monaco. Qui fino ai primi anni del 1800 si svolgeva il mercato; ora trova posto nella adiacente Viktualienmarkt. Al centro c’è la statua della Madonna che da il nome alla piazza, ma ciò che attrae turisti da tutto il mondo è il carillon del Neue Rathaus, il Municipio neogotico che l’imperatore Guglielmo II definì il più bel municipio della Germania. Si tratta del “glockenspiel”, il carillon più grande del paese e tre volte al giorno si aziona (alle 11, 12 e, da marzo a ottobre, anche alle 17) suonando e mostrando un particolare movimento di personaggi che ricordano il matrimonio del duca Guglielmo V e la danza dei bottai per festeggiare la fine della peste nel 1517. Il quotidiano spettacolo del carillon è abbastanza lungo, ma tutti restano col naso in su a goderselo, e la piazza risuona di un “ooooohh!” stupito e ammirato mentre al suo interno passano i cavalieri con le lance per la giostra. La presenza italiana è mostrata da una statua che ha tutte le sembianze di un Arlecchino.

A un centinaio di metri da Marienplatz c’è un’altra piazza importante per i monumenti che vi si trovano: Odeonsplatz, su cui si affaccia la Residenza, il palazzo che ha ospitato duchi, principi e re di Baviera per secoli. Ciò che colpisce l’attenzione è la chiesa di San Gaetano o Theatinerkirche. A costruire l’edificio religioso nella seconda metà del 1600 furono due architetti italiani Agostino Barelli e Enrico Zuccalli. Ad amplificarne il peso il fatto che la chiesa fu commissionata da Enrichetta Adelaide di Savoia e che rappresenta il primo edificio in stile barocco italiano della regione. Inoltre, la chiesa ha come modello Sant’Andrea della Valle a Roma ed è dedicata a San Gaetano poiché egli fu il fondatore dei Teatini, confessori delle corti sia di Monaco che di Torino. La Theatinekirche non è la sola costruita da italiani o con influenze provenienti dalla nostra Penisola, nel centro della capitale bavarese se ne incontrano altre, come ad esempio la parrocchia più antica della città, San Pietro, il cui altare usa come modello quello della Basilica di San Pietro a Roma e la chiesa di San Michele, in prossimità di Karlsplatz.

I “Fünf Höfe” sono cinque cortili collegati tra di loro attraverso una serie di passaggi e galerie commerciali. L’area è stata progettata da Herzog & de Meuron, gli architetti che hanno disegnato anche l’Allianz Arena e lo stadio olimpico di Pechino “Nido d’Uccello” la cui struttura ricorda quella della sfera nel cortile sulla Theatinerstrasse. Qui, in pieno centro, tra edifici religiosi barocchi o neogotici il made in Italy occupa molti degli spazi per lo shopping: non solo le grandi firme della moda, ma anche enogastronomia, con gelaterie e caffè.

Chiaramente a Monaco non si devono cercare solamente legami con l’Italia e con gli italiani. Una passeggiata tra le vie e le piazze del centro porterà molto probabilmente a Karlsplatz, che i monacensi chiamano Stachus perché lì c’era un’antica trattoria la “Zum Eustachius”. Qui turisti e residenti si ritrovano per fare compere, e in estate anche solo per rinfrescarsi dalla canicola passando attraverso la fontana che occupa la parte centrale della piazza; praticamente un piccolo parco acquatico nel cuore della città dove anche gli adulti tornano bambini per qualche minuto.

Ci si diverte molto con l’acqua e con gli sport acquatici, in modo particolare col surf, nonostante l’enorme distanza tra la Baviera e il mare. Centinaia di surfisti sfidano la corrente del fiume Eisbach all’interno del più grande parco della città, l’”Englischer Garten” (Giardino Inglese). Gli appassionati arrivano da tutta la Germania e da altri paesi d’Europa per sfidare l’onda artificiale nei pressi della Prinzregentenstrasse e lo fanno uno alla volta (il fiumiciattolo in quel punto è largo appena 15 metri) mettendosi ordinatamente in fila. La corrente non è la sola sfida per gli sportivi, infatti sono previste multe salate a chi pratica questo sport nell’’Eisbach, e non sono mancati alcuni incidenti anche mortali, ma gli appassionati aumentano di anno in anno e alcuni turisti scelgono Monaco proprio per il surf fluviale.

L’Olympiapark, poco distante dall’Englisher Garten fu costruito in occasione delle Olimpiadi del 1972. Si tratta di una grande area verde che contiene lo Stadio Olimpico, diverse piscine e strutture per altri sport indoor, tutto coperto da una struttura semitrasparente che ricorda l’acqua increspata. Oltre che per i professionisti questo parco è divenuto un punto di ritrovo per sportivi di ogni età, che possono godere di un luogo verde e ottimamente attrezzato a pochi minuti dal centro della città per praticare attività dalle più note alle più insolite come il curling. L’Olympiapark ogni estate è la sede del “Sommerfestival”, durante il quale si svolgono concerti e gare sportive più disparate.

Il BMW Welt è una grande struttura tra il giardino inglese e il parco olimpico ed è formata da diversi edifici in cui vengono costruite e assemblati i mezzi a motore della casa bavarese. Qui ci sono anche altri edifici che compongono gli spazi museali. Vi è narrata la storia della compagnia, con esposizioni di numerosi mezzi tra automobili e moto. Nel museo della BMW oltre alle automobili ci sono videogiochi, zone interattive, spettacoli motociclistici e si può testare la comodità di un buon numero di mezzi. Osservando l’ingresso del museo dall’alto del grattacielo con gli uffici o dalla vicina torre dell’Olypiapark si nota che vi è stampato il marchio della celebre fabbrica motoristica.

Nel Tierpark Hellabrunn, lo zoo di Monaco, proprio non ci si aspetta un legame con l’Italia. Il bioparco – che quest’anno festeggia 100 anni – viene citato da Caparezza nella canzone “Bonobo power”: “Durante i bombardamenti della seconda guerra mondiale i bonobo dello zoo di Hellabrunn morirono di spavento. Alle altre scimmie non accadde nulla”. Questo spazio rappresenta il primo tentativo al mondo di costruire un Geo-zoo in cui si imita il paesaggio e la distribuzione geografica di differenti specie animali che, fatte salve le ovvie eccezioni dei predatori e di animali che solitamente si isolano dagli altri, vivono in complesse comunità.

Il castello di Nymphenburg, incredibilmente nel territorio urbano, da la possibilità di perdersi tra edifici meravigliosi ed un parco con laghi e canali su cui abbondano i cigni. Nymphenburg è legato come la chiesa di  San Gaetano ai nomi di Enrichetta Adelaide di Savoia e di Agostino Barelli. La reggia è, infatti, un dono che fece il principe Ferdinando Maria alla principessa nel 1662 e il progetto è di Agostino Barelli. Gli edifici cubici che danno forma alla reggia imitano le ville suburbane piemontesi del XVII secolo. Per il primo aspetto del giardino il modello seguito fu quello della Palazzina Venaria di Torino, del fratello di Enrichetta Adelaide, Carlo Emanuele II. L’arte italiana all’interno del castello è presente anche nei dipinti di Antonio Zanchi, Stefano Catani e Antonio Domenico Triva. Le statue dell’immenso giardino sono anch’esse per così dire “italiane” perché costruite con marmo di Sterzing – Vipiteno, piccola città che oggi si trova in territorio italiano. Il castello subì molti ampliamenti e ristrutturazioni, che lo hanno portato alla sua forma attuale. A mutare sono stati soprattutto i giardini che, quando la Baviera divenne regno nel 1806, furono trasformati in un parco naturale e paesaggistico.

Le 3 pinacoteche di Monaco (Alte Pinakothek, Neue Pinakothek e Pinakothek der Moderne) espongono famosi dipinti. Molti sono opera di artisti italiani del calibro di Leonardo da Vinci. Ovviamente non sono musei dedicati solamente a pittori italiani, ci sono opere – tra gli altri –  degli impressionisti francesi, di Rubens, di Van Gogh e Warhol. Ciò che tuttavia colpisce è l’impressione di viaggiare attraverso l’Italia dei secoli scorsi che si ha in tante sale della Neue Pinakothek. Numerosi pittori tedeschi e non solo hanno ritratto paesaggi, volti e monumenti in Italia. Tra i soggetti preferiti ci sono il folklore, le “fraschette” dei Castelli Romani, ma non mancano vedute dell’Umbria, del porto di Palermo o allegorie, come quella di Johann Friedrich Overbeck dell’Italia e della Germania. Una curiosità rende la Alte Pinakothek ancora più “italiana” le pareti delle sale sono dipinte di rosso o verde con soffitti bianchi. Guardando da una sala all’altra il richiamo alla nostra bandiera è evidente.

La fontana Erich Shulze è uno dei tesori nascosti della capitale bavarese. È opera delo scultore di Monaco Albert Hien e si trova in uno spiazzo pedonale accanto alla Rosenheimerstrasse, dove ci sono gli uffici della GEMA (l’equivalente tedesco della nostra SIAE e fondata da Erich Sulze) e il centro culturale Gasteig, sede di biblioteche, sale da concerto e del Richard Strauss Konservatorium. La fontana – che sintetizza in maniera simbolica il fatto che il quartiere sia legato alla musica – è una particolare fusione di tre strumenti: un pianoforte a coda senza coperchio, una tuba e, dopo che il corso dell’acqua scorre sotterraneo, un terzo strumento  a fiato al centro di un cortile a pochi passi. I due spazi sono estremamente tranquilli e chi vuole leggere un libro per piacere o per studio si accomoda sulle panchine. La forma particolare della fontana e la calma del luogo lo hanno reso anche un’area ideale per i genitori che portano i bambini a giocare all’aperto.

Le stazioni della metropolitana monacense detta “U Bahn” sono il luogo dove meno sembra di essere in Italia: puntualità ed efficienza sono tipiche tedesche e percorrendone le fermate si ha l’impressione di essere all’interno di un’opera d’arte. È il caso, ad esempio, della stazione  “Moosach” lungo la linea U3 che proprio qui termina la sua corsa. Le sue pareti sono bianche colorate da gigantografie di particolari di piante, fiori e insetti del quartiere. Ad immortalarli è stato l’artista bavarese Martin Fengel che in questa maniera ha voluto mostrare la vicinanza della città con la natura e la rinascita primaverile. Questa stazione è la centesima e più recente dell’intricata rete del trasporto pubblico cittadino ed è stata inaugurata a dicembre del 2010.

Il concetto di eleganza a Monaco come nel resto della Baviera è più ampio di quello a cui siamo abituati in Italia. Il massimo dell’eleganza è dato dagli abiti tradizionali regionali i “Trachten”, rispettivamente “Drindl” per le donne e “Lederhosen” per gli uomini. L’importanza che questi abiti hanno in Baviera è paragonabile a quella dei Kilt per gli uomini scozzesi. L’attaccamento alle tradizioni è così forte che ogni bavarese ha un minimo di due “Lederhosen” uno con pantalone corto sopra il ginocchio e l’altro con pantalone lungo. Inoltre la diffusione dei “Trachten” è tale che si incontrano frequentemente persone di ogni età in “Tracht” e nei luoghi più diversi, dallo sportello di banca al mercatino. La moda si è diffusa talmente tanto che capita di imbattersi in ragazze che portano con naturalezza i maschili “Lederhosen”.

Monaco: sulle tracce degli italiani

Moltissimi turisti giungono a Monaco principalmente per gustare la birra bavarese, in particolare durante la celebre “Oktberfest” che lo scorso anno ha festeggiato il bicentenario. Servita in boccali da un litro detti “Mass” o in flute da mezzo litro, quando si chiede un bicchiere “piccolo”, la birra è largamente consumata tutto l’anno. Le birrerie sono molto diffuse in tutta la città. Spesso sono all’aperto e sono chiamate “Biergarten”. L’ Hofbräuhaus, che s trova in un’antica palazzina nel quartiere Platzl a pochi passi da Marienplatz è la birreria più antica di Monaco. È nata nel 1589 nella corte del duca Guglielmo V ed è stata trasferita nella zona attuale nel 1897. Questa birreria è di rilevanza storica anche perché vide incontrarsi negli anni esponenti politici di gran peso. Tra questi la figura ingombrante di Adolf Hitler che nel 1921 all’interno del grande salone al pianterreno tenne un discorso importante per la sua scalata al potere. Oggi l’atmosfera è rilassata e allegra, con lunghi tavoli ai quali sedere in compagnia di amici di vecchia data o di sconosciuti con cui brindare e scambiare qualche parola allietati dall’orchestrina in “Tracht” e circondati da affreschi dal sapore di inizio Novecento.

© Diego Funaro