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Il dolce italiano: il Tiramisù

tiramisu - direzioneitalia - diego funaro

Il tiramisù è uno dei simboli dell’Italia a tavola. Non è difficile dire quale sia la ricetta originale, tuttavia ne esistono diverse versioni e ognuno afferma che la sua sia quella “vera”. Essenzialmente esistono il tiramisù con alcol e quello senza. Le origini di questo dolce famoso in tutto il mondo sembrano essere relativamente recenti e la paternità del dessert è contesa da più regioni: Veneto e Friuli Venezia Giulia in primis, ma anche Toscana e Piemonte. Secondo alcuni, infatti, la sua storia porta dalla Venezia rinascimentale alla Firenze medicea, mentre altri sostengono che nacque a Torino, nell‘800, per “tirare su” il Conte di Cavour dalle grandi fatiche per l’unificazione dell’Italia. La teoria che sembra avere basi più solide, però, è quella del’enogastronomo Giuseppe Maffioli, secondo cui fu il pasticcere trevigiano Roberto Linguanotto, negli anni ’60, a dar vita al tiramisù, che in dialetto veneto nacque come “Tirame sù”. Unì l’usanza locale dello “sbatudìn” (uovo sbattuto con zucchero) con quanto aveva imparato della pasticceria tedesca durante la sua esperienza in Germania. Probabilmente Linguanotto si ispirò non soltanto allo “sbatudìn” e alle “creme bavaresi”, ma anche ad altri dolci tradizionali, come il “dolce Torino”, la “Charlotte” o la “Zuppa inglese”.

Lo “sbatudìn”, diretto predecessore in Veneto del tiramisù, era più un ricostituente che un dolce. Lo mangiavano soprattutto i bambini, gli anziani e gli ammalati. Che il tiramisù sia la sua evoluzione possiamo comprenderlo già dal nome: l’uovo e lo zucchero erano considerati ricostituenti e l’aggiunta di caffè, cacao e mascarpone diede un apporto energetico ancora superiore. Niente di meglio per… una colazione! Già, perché questo dolce popolare non è stato subito considerato un dessert, ma era l’alimento per iniziare la giornata e caricarsi di forze e vitalità: in pratica era il cibo che svegliava e quindi “tirava su dal letto”. ©Diego Funaro

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Che bel carattere!

VIAGGIO ALL’INTERNO DELLA TIPOTECA DI CORNUDA (TV)

Foto e Testo: Karin Daberto

Il colore, le immagini e la scrittura da sempre fanno sognare grandi e piccini. Nonostante il progresso tecnologico, la carta stampata conserva il suo fascino: è meraviglioso sentire il profumo delle pagine impresse con gli inchiostri.
Questa magia si può rivivere nella Tipoteca di Cornuda in provincia di Treviso, una realtà unica che comprende la più grande raccolta di caratteri di stampa italiani risalenti al periodo compreso tra ‘400 e ‘900. Le persone che ci lavorano definiscono questo enorme spazio espositivo come un «work in progress per tramandare l’antica arte della stampa, che sta via via perdendosi». In quasi 2000 metri quadri sono catalogati, in cassettiere divise per stile e dimensione, centinaia di migliaia di caratteri tipografici, messi a disposizione per amanti e curiosi che possono aprire i cassetti e scoprire e toccare font antichi. Viene spontaneo cercare le lettere per comporre il proprio nome o qualche altra parola.
È stato il signor Antigua, comproprietario della Tipografia Grafiche Antiga, a salvare tale patrimonio che comprende, tra l’altro, matrici incise in legno e types in lega di piombo che altrimenti sarebbero stati fusi per la realizzazione di cartucce per la caccia. Da magazzini e officine abbandonati sono state riportate alla luce e rimesse in funzione molte macchine per la stampa, dai vecchi torchi alle più recenti macchine quali monotype e linotype. In questo spazio ricco di storia, che si snoda tra l’ex chiesa di Santa Teresa e l’antico canapificio veneto, si può partecipare a corsi di composizione, stampa a caratteri mobili, calligrafia e legatoria creativa, facendo un bellissimo viaggio nel mondo dei simboli.
Alla Tipografia di Cornuda si viene accolti in Inglese perché i visitatori sono quasi tutti stranieri: tedeschi e statunitensi soprattutto. Oltre i confini, infatti, le nostre ricchezze sono molto apprezzate. Domani, 24 Gennaio, sarà la Giornata Nazionale dei Tipografi: un’occasione speciale per visitare immergerci nella cultura italiana. ©Karin Daberto


CIBIANA, IL PAESE CHE DIPINGE LA SUA STORIA

Tra pendii scoscesi e alte cime, torrenti e sentieri, immersa nel verde dei boschi delle Dolomiti, montagne appena entrate a far parte del Patrimonio Unesco, sta Cibiamo (BL), un paese di 450 anime che offre ai visitatori uno spettacolo artistico-culturale molto singolare: i suoi murales.

Allo scopo di recuperare tradizioni e mestieri della piccola valle ai piedi del monte Rite, dal 1980, artisti da tutto il mondo arrivano per creare, sulle pareti degli edifici più antichi, opere in cui danno vita alla memoria storica del paese ed in particolare delle famiglie che abitavano le case prescelte. Per scoprire i 56 affreschi conviene perdersi tra vicoli irti e stretti di Cibiana e delle vicinissime frazioni di Pianezze e Masariè. Inoltre ogni anno, l’ultima domenica del mese di luglio, si ripete la festa dei Murales Viventi dove gli abitanti inscenano antichi lavori e costumi tradizionali, proprio in corrispondenza dei murales. Si possono ammirare, per esempio, la realizzazione di scarpete, pantofole di corda e velluto confezionate completamente a mano, o dei zestoi, gerle in legno utili per i lavori nei campi. In molte opere sono inoltre rappresentate chiavi: richiamano la storica fabbrica ERREBI che produce ancor oggi 120.000 pezzi giornalieri.

Cibiana, che fa parte dell’Associazione Italiana Borghi Dipinti, 85 centri  che condividono l’esperienza del murales e sono accomunati dallo stesso desiderio di mantenere vive storie e tradizioni locali, si arricchisce di opere d’arte annualmente ed è ormai conosciuto come “il paese che dipinge la sua storia”. ©Karin Daberto