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Il torciglione umbro, un gustoso viaggio nel tempo

torciglione di natale

Non solo panettone e pandoro – benché questi siano ormai ampiamente diffusi sulle tavole italiane da Nord a Sud, sono dolci tipici di Milano e Veronai dolci del periodo di Natale sono moltissimi e cambiano di regione in regione, di città in città.

torciglione di natale

In Umbria per esempio, particolarmente nella zona di Perugia e del lago Trasimeno, il dolce tipico della vigilia di Natale è il torciglione. Questo dessert è a base di mandorle e miele con la forma di un serpente attorcigliato su sé stesso; da questa conformazione particolare deriverebbe il nome, ma le origini sono incerte e affondano le radici nella Storia.

Alcuni sostengono che in tempi remoti, in quest’area, alcuni culti pagani adorassero il serpente, specialmente nel periodo del solstizio d’inverno. Il rettile con le sue mute stagionali rappresentava la fine e l’inizio in un ciclo infinito; come  le stagioni, l’anno e l’accorciarsi delle giornate, che dal 21 dicembre ricominciano ad avere più ore di luce. Il cerchio e la spirale hanno significati affini e il torciglione ne rappresenta la sintesi.

Secondo altri, il dolce avrebbe radici cristiane. In questo caso la forma del serpente sarebbe un simbolo diabolico; il maligno sarebbe sconfitto ogni volta che si fa a fette il dolce che lo rappresenta.

Una terza possibilità non vedrebbe in questa figura un serpente, ma un’anguilla di lago e sarebbe legata a una visita di alcuni vescovi e cardinali alle monache di Isola Maggiore del Trasimeno. Si dice che gli alti prelati giunsero sull’isola di venerdì e per questo avrebbero dovuto mangiare pesce. Sfortunatamente la dispensa del monastero non era fornita, perciò una monaca pensò di utilizzare alcuni ingredienti che aveva a disposizione per preparare un dolce che avesse le fattezze di un’anguilla, tradizionalmente pescata in quella zona.

Un’ultima probabile origine sulle radici di questo dolce natalizio porterebbero al martirio di santa Anatolia che nel 249 fu rinchiusa in un sacco con un serpente, ma riuscì a salvarsi miracolosamente. Tuttavia quest’ultima ipotesi ci appare meno probabile, soprattutto perché lontano dalla zona di diffusione del torciglione.

Come sempre non vi daremo la ricetta, perché il suggerimento è quello di gustare i cibi tradizionali durante un viaggio nella loro zona di origine. © Diego Funaro

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I due volti del Bosco

Testo: Dario Febbo e Fabio D’Agostino

Foto: Diego Funaro e Mario Fracasso

Faggi, aceri e querce; ginepri, denti di leone e narcisi; scoiattoli, caprioli, civette e cinghiali….e lupi, con occhi color cielo, che d’incanto si trasformano in donne angeliche. Gli abitanti dei boschi si muovono nascosti tra la realtà e la nostra immaginazione, portando paura, stupore, meraviglia e gioia.

Per salutare l’autunno, vi invitiamo a fare una passeggiata in compagnia di due guide speciali, addentrandoci nel Bosco di Sant’Antonio. Calpesteremo le foglie secche del suo autunno e ci inebrieremo dell’odore di muschio e funghi. Ma ammireremo anche il verde della sua primavera, il volo dei suoi insetti e i raggi del sole che penetrano tra le sue fronde. Lo osserveremo con uno sguardo duplice, scientifico e immaginifico, grazie alle parole del Direttore del Parco Nazionale D’Abruzzo, Lazio e Molise, Dario Febbo, e al racconto del nostro amico scrittore, Fabio D’Agostiono. ©DirezioneItalia

La Riserva naturale del Bosco di Sant’Antonio si trova in Abruzzo, lungo la strada che collega i paesi di Cansano e Pescocostanzo. Passeggiando al suo interno si incontrano alberi secolari che raggiungono un’altezza di oltre 30 m. La storia di questo bosco è strettamente legata a quella degli abitanti del luogo: è nato e si è sviluppato per assecondare l’esigenza umana di far pascolare in un luogo riparato bovini e cavalli. Gli alberi venivano piantati a diversi metri di distanza e una particolare capitozzatura, che ha spinto le piante a svilupparsi in larghezza assumendo strane forme, assicurava protezione alle mandrie e agli uomini che vi si addentravano. ©DirezioneItalia

(continua dopo le foto)

IL LUPO E I FUNGHI
Com’è tradizione di Domenica mi diletto a raccogliere funghi. L’odore del terreno umido e delle foglie secche mi ricrea e solleva dalla fatica dell’essermi svegliato presto. La lunga passeggiata aiuta a rilassarmi e a sentire il contatto con la natura e i suoi colori. Gli unici suoni che odo sono i crepitii delle foglie calpestate e il mio respiro. Godo nel non sentire altre presenze umane, che mi desterebbero da questo stato meditativo.
All’ombra di due alberi, che riconosco per le incisioni dei nomi: Stefy, Marti e Cri. I miei bei funghi sono lì ad aspettare, grandi e sodi. M’inginocchio e li guardo da vicino, sento la loro fragranza che inebria i miei sensi.
La fame si fa sentire, non vedo l’ora di tornare alla mia rosea casetta, per cucinare e gustare un bel piatto di tagliatelle ai porcini, parmigiana ai funghi chiodini e come dessert un bel tartufo bianco.
Assorto dai miei pensieri, scorgo una pelliccia grigia tra gli alberi, è un lupo! Sta venendo da me. Sono terrorizzato e rimango immobile. L’animale è tranquillo, cammina lentamente e non sembra feroce. Si ferma nelle mie vicinanze e incomincia ad annusare il terreno, con una zampa lo scava. Dopo pochi secondi, fa dei passi indietro, come per dirmi: “vieni a vedere!” Con cautela mi avvicino, guardo nella buca e non posso crederci! C’è un tartufo bianco! Emozionato, finisco di scavare e lo tiro fuori. Mentre contemplo la sua bellezza, mi giro per ringraziare il lupo, ma non c’è più.
Con la felicità di un bambino per il fortunato incontro, torno a casa. Cucino il menu modificandolo con lo strepitoso ingrediente appena trovato.
Improvvisamente sento bussare alla porta. Apro. Il lupo è lì, davanti a me. Sento il cuore in gola. Mi annusa ma non ringhia. Vuole il suo premio e allora decido di fargli assaggiare le tagliatelle al tartufo, prendo un altro piatto e sull’uscio assieme al lupo mangiamo beati. La pietanza è spettacolare, con quel forte odore caratteristico, che si sparge sulla mia pelle.
Condividiamo tutto il pranzo. Mi sento estasiato e anche il lupo ha apprezzato, lo vedo scodinzolare e con lo sguardo basso mi si avvicina, ma ora non ne ho più paura, ormai siamo fratelli, così lo accarezzo sulla schiena.
Un poderoso ululato rompe il silenzio, mi giro di scatto e il lupo corre verso quel suono. Da dietro una roccia si materializzano altri due lupi, si annusano tra di loro per un po’ e i due appena arrivati scompaiono nuovamente nella boscaglia, mentre il lupo grigio si gira verso di me, il suo muso tramuta nel viso angelico di una donna, con lunghi capelli color porpora. Rimango attonito. Prima di sparire con i suoi compagni, mi sorride e quello sguardo di occhi azzurri come il mare, rimarrà scolpito per sempre nella mia memoria. ©FabioD’Agostino

Estratto del “Piano di assetto naturalistico della Riserva Naturale Guidata del Bosco di Sant’Antonio“
Il Bosco di Sant’Antonio è collocato precisamente a occidente delle ultime propaggini meridionali del massiccio montuoso della Majella, tra le pendici del monte Pizzalto (1969m.) e quelle del monte Rotella (2127m.), occupando parte del pianoro carsico tra i suddetti crinali. Sui materiali incoerenti fini di copertura del pianoro si trovano, appoggiati a complessi arenacei, calcareo-marnosi e conglomeratici del Miocene e Pleistocene, gli insediamenti boschivi di maggior pregio. Nella parte centrale del piano, scorrono le acque del fosso La Vera, con portata non rilevante e di carattere stagionale, ma che contribuiscono a favorire le condizioni climatiche ideali al bosco di faggio con preferenze igrofile. Le temperature presentano una escursione annua media di circa 17° C, con una media delle minime di 0,13° C in Gennaio e quella delle massime di 17,42° C nel mese di Agosto. I valori annui delle precipitazioni si aggirano intorno ai 1000mm, con un minimo di 50mm in Agosto e un massimo di 120mm in Novembre. Di particolare interesse è l’entità delle precipitazioni nevose (con una media di 23gg/anno e un massimo di 7gg nel mese di Gennaio) e delle relative permanenze (77 gg in media, con un massimo di 20gg in Gennaio). La zona fitoclimatica corrispondente è difatti, secondo la classificazione di Mayr-Pavari, quella del Fagetum.
Una considerazione importante è sicuramente quella relativa all’influenza del pascolo su tutto il pianoro che ospita il bosco, che è quindi circondato da ampie formazioni erbacee spontanee adibite proprio a pascolo del bestiame domestico, affiancate da colture sempre erbacee, per lo più di specie foraggiere. Di conseguenza anche la forma del bosco stesso è dovuta all’opera antropica che, probabilmente ha favorito ulteriormente il dominio del Faggio. Quindi circondati da verdi pascoli, in posizione centrale, alla sinistra del Fosso La Vera, spiccano tre cospicui nuclei di bosco. Quello denominato della Difesa, il più esteso con una superficie di circa 70 ettari, si trova a nord, mentre i due a sud di circa 30 ettari ciascuno sono denominati del Primo Colle, e Secondo Colle. La specie arborea predominante è chiaramente quella del Faggio che, come peculiarità di questo biotopo, è presente con alcuni esemplari maestosi. Al Faggio si associano l’Acero campestre, l’Acero di monte, anch’esso con numerosi esemplari di dimensioni ragguardevoli, il Ciliegio, l’Acero riccio, l’Acero opalo, il Cerro, che sovente, nella fascia appenninica, si affianca al Faggio, il Melo selvatico, il Carpino nero, il Tasso, e l’Agrifoglio.
Lo strato arbustivo si presenta ricco e diversificato al pari di quello arboreo. Citiamo quindi la presenza della Rosa selvatica, del Pruno selvatico, del Ribes rosso, dell’Uva spina, del Biancospino, del Berretto da prete, del Ginepro comune, del Sambuco, del Citiso spinoso e della Lianosa Vitalba.
Anche la composizione floristica dello strato erbaceo rivela una buona varietà . Sono stati rilevati: l’Elleboro puzzolente, il Piè di gallo, la Calta palustre, l’Anemone gialla, il Ranuncolo favagello, la Peonia selvatica, la Colombina cava, la Dentaria minore, la Cicerchia primaticcia, l’Euforbia mirsinite, l’Euforbia delle faggete, la Viola silvestre, il Ciclamino napoletano, la Genziana maggiore, il Dente di leone, il Giglio martagone, il Mughetto, l’Asfodelo montano, il Narciso selvatico.
Sono infine molto interessanti i dati relativi al rilevamento di macrolicheni epifitici, dato di enorme importanza perché la presenza di licheni è generalmente indice di positive condizioni ambientali con assenza di disturbi inquinanti. Tra le specie rinvenute, emerge per la sua rarità, la Lobaria pulmonaria v. meridionalis, legata a microhabitat a elevata umidità e in continua diminuzione a causa della scomparsa dei boschi maturi e dell’aumento dell’inquinamento atmosferico.
Considerando l’esigua estensione della Riserva del Bosco di Sant’Antonio (500 ettari circa) e la sua prossimità con le aree circostanti, non sarebbe corretto parlare di fauna appartenente al Bosco di Sant’Antonio, ma, piuttosto, di specie animali che la popolano. Alcune di queste trovano all’interno della Riserva condizioni di habitat idoneo sotto tutti i punti di vista, mentre molte altre la caratterizzano con la loro più o meno stabile presenza in considerazione della necessità di territori più vasti al fine della loro sopravvivenza. Di conseguenza, essendo il Bosco di Sant’Antonio in una zona a cavallo di due aree naturalistiche di enorme importanza, il Parco della Majella a nord-est e il Parco Nazionale d’Abruzzo a sud-ovest, appare possibile la fruizione del bosco ad opera di grandi mammiferi carnivori come l’Orso Marsicano e il Lupo Appenninico, ma anche di altri grandi mammiferi recentemente reintrodotti nel Parco Nazionale d’Abruzzo come il Cervo e il Capriolo. Altri mammiferi di cui è stata accertata la presenza sono il Riccio, il Ghiro, lo Scoiattolo, il Quercino, la Lepre, il Cinghiale, la Faina, il Moscardino, il Tasso, la Volpe e numerose specie di uccelli come la Poiana, il Gheppio, lo Sparviero, il Barbagianni, la Civetta, l’Allocco, il Picchio, il Merlo, il Fringuello e altri ancora. ©DarioFebbo


Echt kölnisch wasser – La vera acqua di colonia

Foto e Testo: Valerio Pompilio

“Ho trovato un profumo che mi ricorda un mattino di primavera italiano, i narcisi di montagna, i fiori di Arancio subito dopo la pioggia. Che mi rinfresca, rinvigorisce i sensi e la fantasia.”

L’Eau de Cologne è un profumo al quale è stata attribuita una denominazione di origine protetta che ne lega la produzione originale a Colonia, la città tedesca dove nacque. Un nome francese per un prodotto tedesco, che sembra abbia origini italiane. Un intreccio internazionale che riporta indietro nel tempo.
Quel profumo, che ricordava un mattino di primavera italiano, infatti, rinvigoriva i sensi e la fantasia di Giovanni Maria Farina, profumiere italiano nato nel 1865 a Santa Maria Maggiore in Piemonte, ma che fece le sue fortune in Germania. Lo scriveva in una lettera al fratello nel 1708.

L’azienda dei fratelli Farina aprì ufficialmente a Colonia nel 1709. Le merci commerciate erano definite come Französische Sachen – Roba Francese e, oltre ai profumi, comprendevano oggetti di lusso tra cui parrucche, sete e gioielli. Essendo immigrato, Farina poteva occuparsi di tutto ciò che era al di fuori dal monopolio delle corporazioni della città, che impedivano ogni forma di concorrenza straniera. Il successo arrivò grazie a una grande rivoluzione nel campo della profumeria: l’utilizzo dell’alcool al posto di spiriti di vino o acquavite. Persino Napoleone faceva uso di questo nuovo profumo. Si narra che ne consumasse una bottiglietta al giorno e che i costi di un singolo flacone si aggirassero sui 6 mesi di stipendio di un impiegato. Lo stesso Farina prima di morire scrisse: “non vi è in Europa alcuna casa reale o imperiale che io non rifornisca”. Dedicò la sua creazione alla città che l’ospitò, Colonia appunto. Il nome era stato scelto in Francese perché era la lingua delle corti, dei nobili e del commercio.
Oggi il nome Eau de Cologne denomina una categoria di profumi e non più unicamente la creazione di Farina, che dal 1874 è conosciuta come Johann Maria Farina gegenüber Jülichsplatz.

Ma che la storia di questo profumo non sia così semplice è evidente appena si arriva nell’Hauptbahnhof di Colonia. La stazione principale, sembra una grande ampolla piena di profumi ed essenze diverse: l’odore pungente di una sigaretta, il profumo invitante di wurstel e curry, il lieve aroma di dolci e le infinite varietà di essenze di uomini e donne, migliaia di turisti, studenti e lavoratori che si accalcano. Mentre una voce registrata si diffonde attraverso gli altoparlanti ad attirare l’attenzione è una grande scritta luminosa, color oro e blu che domina dall’alto: N°4711 – “Echt kölnisch wasser” – “La vera acqua di colonia”.
A meno di un chilometro dalla stazione centrale, sotto il colonnato di un elegante palazzo, nella Glockengasse, vi è il negozio e casa natale del profumo “N°4711”. Le grandi vetrate non lasciano spazio all’immaginazione. All’interno si rimane colpiti dal forte odore di profumo che sgorga senza fine, come fosse acqua, da una fontana alla quale i turisti attingono un poco della sua fragranza.
Ci sono semplici ma eleganti scaffali sui quali sono esposti i prodotti. Sopra le casse, su una parete composta da decine e decine di flaconi vuoti è posto il grande marchio N°4711. Un’elegante scala porta a un soppalco dietro il bancone dove, in poche vetrine, vengono esposti flaconi storici e pochi altri oggetti come un libro e un paio di quadri che raccontano il passato del profumo.
Secondo la versione ufficiale dall’azienda N°4711, tutto ebbe inizio con la formula di un’aqua mirabilis donata nel 1729 come regalo di nozze al mercante tedesco Wilhelm Mülhens da un monaco cartesiano.
Le aquae mirabiles erano utilizzate anche in materia di medicina e, quando Napoleone decise che tutte le formule dei medicinali dovessero essere rese pubbliche, il mercante tedesco, per preservare la segretezza della sua, la dichiarò prodotto per uso esterno. Successivamente Mülhens in persona proclamerà la sua aqua “echt kölnisch wasser”, “La vera acqua di colonia”. In questo modo renderà nota ovunque la sua azienda tanto da definirla il numero del mondo. Inoltre, il mercante tedesco fu tra i primi a creare un’etichetta colorata, blu e oro, mentre prima erano unicamente usate etichette con caratteri in bianco e nero. A conclusione della storia si dice che a scrivere il fatidico numero fu un soldato francese, che, incaricato di dare numeri civici alle abitazioni, non smontò dal suo cavallo, ma scrisse il numero e cavalcò oltre.

Attualmente la casa N°4711 è il brand maggiormente riconosciuto, ma la personalità dell’Italiano G.M. Farina aleggia sulla città. Il suo nome, insieme a una sua rappresentazione, nel 2009, è stato inciso sulla torre del vecchio municipio in Heumarkt, la vecchia piazza del mercato del fieno. A fargli compagnia vi sono le statue di molti personaggi illustri che hanno reso onore e fama alla città.
Se si visita il Museo del Profumo Casa Farina, si viene accolti con garbo e da una spruzzata di Mattino Italiano di Primavera. Poi, nel silenzio della sala d’attesa, piena di ritratti di discendenti della famiglia Farina e vetrine con libri, disegni e antiche boccette di profumo, una porta si apre e insieme a Giulia, guida italiana, entra un uomo truccato alla maniera settecentesca, con una gran parrucca bianca e un elegante vestito verde scuro con ricami d’oro. Si avvicina sorridendo, con movimenti lenti e precisi, parla tedesco scandendo le parole e si presenta come Johann Maria Farina.
Marek, attore di professione, racconta la storia del profumiere italiano e della sua creazione. Secondo la sua versione, il nome Eau de Cologne divenne di uso comune dal 1797 quando Napoleone introdusse la libertà di commercio sul Reno, sciogliendo le corporazioni e dando libero accesso al commercio. Tutti erano a conoscenza del successo riscosso dal profumo di Farina e in breve tempo nacquero una nutrita concorrenza e numerosi plagi che portarono sul mercato una gran quantità di nuove aquae simili. Questi profumi nascevano e morivano in brevissimo tempo creando confusione e l’italiano non riuscì a mantenere la proprietà sul nome originale, Eau de Cologne. La ricetta rimase sempre segreta, ma imitatori e contraffattori erano interessati soprattutto a possedere il nome Farina che permetteva di vendere facilmente ogni prodotto. Marek e Giulia spiegano che tra i vari plagi solo uno è rimasto fino a oggi: quello ad opera della casa “N°4711”. Parlando degli avversari l’attore, come fosse Giovanni Maria Farina in persona, si infervora: «Sie schämen sich dass sie nichts Festes in der Hand haben und lügen» – «Si vergognano di non avere nulla in mano e mentono».
La disputa sulla nascita dell’originale Eau de Cologne è aperta. Sembra, infatti, che nel 1803 Mülhens firmò un contratto con un tale Carlo Francesco Farina, in nessun modo imparentato con il profumiere italiano, per acquisirne il cognome. Nel contratto venne scritto che questo C.F.Farina rese anche nota la ricetta segreta dell’Eau de Cologne a Mülhens.
La legge sulla protezione del marchio di fabbrica venne deliberata a Colonia solo nel 1874 e il primo marchio registrato fu “Johann Maria Farina gegenüber Jülichsplatz”, l’attuale marchio del profumo creato da G.M.Farina. Dopo questo editto fu proibito a Mülhens di usare o vendere il nome Farina e così il mercante tedesco dovette utilizzare il nuovo “N°4711”.

Per avallare le sue tesi, Marek prende una stampa plastificata. L’attore, che non recita più, si fa serioso e mostra l’immagine in cui un soldato francese a cavallo scrive il numero civico 4711 sul muro della Glockengasse. Sullo sfondo si vedono le torri del duomo di Colonia. Marek però chiarisce che all’epoca non furono i francesi ad assegnare il numero civico alle abitazioni e che da lì non si può vedere il duomo, né le sue torri, e che, nell’epoca rappresentata nell’immagine, il duomo aveva solo una torre completa.
La stampa è simile al quadro esposto nelle vetrine del negozio del N°4711, nel quale è rappresenta la stessa situazione ma, sullo sfondo, il duomo non ha le torri. «Nel quadro», spiega la responsabile della Glockengasse, Monika, «il duomo è in costruzione» e per questo non ci sono riferimenti a una torre completa.
Per chiarire meglio, Monika racconta che Mühlens usò inizialmente il nome Farina solo perché il monaco che gli donò la formula si chiamava Farina e che quindi non c’è alcuna connessione tra le due case e nessun tentativo di plagio. In ogni caso, per la casa N°4711, il termine ”Originale” «significa solo che la manifattura chiave viene eseguita a Colonia. Cosi tutti potrebbero chiamare il proprio profumo “Echt Kölnisch Wasser” e noi non abbiamo nessuna esclusiva per usare questo attributo».

Oggi, uscendo dal negozio, su una vetrina laterale, si vedono riflesse le punte delle torri del duomo. Curioso.
Ovviamente nessuna delle due case cede alla versione dell’altra e la vera origine dell’Acqua di Colonia rimane controversa. Nella Storia resta, comunque, la vicenda di un italiano emigrato nel XVIII secolo che ha fatto di intuizione e talento un successo mondiale. ©ValerioPompilio


Vittoria (RG), la città attraverso i suoi artisti

Foto: Rosalba Amorelli; Testo: Beatrice Cinnirella

“Benvenuti a Vittoria, città delle primizie!” Questo è il saluto che la cosiddetta Città del Sole offre a chi la visita. [CONTINUA DOPO LE FOTO]

Vittoria è situata in una delle più vaste pianure della Sicilia, delimitata dai fiumi lppari e Dirillo, che fu definita dai greci Plaga Mesopotamica Sicula. È il più giovane centro della provincia di Ragusa e nasce il 24 aprile 1607, per volontà della contessa Vittoria Colonna Henriquez-Cabrera. Si racconta che, nel 1591 la nobildonna, facendo un giro a cavallo, ai piedi dei Monti Iblei, vide un quadro di bellezza naturale, un “serpente” lunghissimo dipinto tutto di verde, era la Kannavatala canna che cresceva e cresce ancora rigogliosa lungo il corso del fiume Ippari. Vide anche un giardino di ginestre fiorite, mandorli e vigneti con dei colori dell’arcobaleno che a perdita d’occhio arrivavano fino al mare – era la piana dove poi nacque la città di Vittoria. Ella vide anche l’uomo che in primavera raccoglieva frutti meravigliosi provenienti dalla Valle dell’Ippari, per non parlare dell’uva e del vino… Non è un caso che Vittoria sia la patria del famoso Cerasuolo DOCG e del pomodoro ciliegino.

Le sue strade a scacchiera e il suo patrimonio artistico rivelano la giovane età; lo stile liberty dei suoi palazzi e delle sue case rappresenta un raro esempio di eleganza e raffinatezza. I monumenti principali sono: il teatro comunale Vittoria Colonna, costruito in stile neoclassico con un doppio ordine di colonne, dorico all’ingresso, ionico nella loggia superiore, e definito nel 2005 dall’UnescoMonumento Portatore di una cultura di Pace”; la chiesa madre di San Giovanni Battista, che nelle sue tre navate richiama lo stile barocco; e la chiesa Santa Maria delle Grazie, che sorge a fianco del teatro comunale, affacciandosi direttamente sulla piazza principale. All’interno di questa basilica si possono ammirare quattro dipinti ovali con le figure della Charitas, della Fides, della Spes e dell’Obedientia. Nel cuore del suo centro storico, oggi denominato il Quartiere degli Artisti, si trova il castello Colonna Henriquez, che fu carcere per i briganti della zona. Oggi è sede dell’enoteca  e  associazione “Strada Vino del Cerasuolo di Vittoria”, impegnata nella promozione del territorio e delle sue eccellenze. Passeggiando alla scoperta della città del sole si incontra il Calvario, un tempietto di forma circolare costruito nel 1859. Ospita una cappella adornata da affreschi e costituita da otto colonne che reggono una trabeazione circolare chiusa da una cupoletta. Ogni anno vi si celebrano le solennità del Venerdì Santo, che richiamano fedeli da tutta la provincia di Ragusa.

Vittoria però non è solo delizie e arte, ma anche artisti e poeti che la vivono e la amano, ne conoscono gioie e dolori e le esprimono nelle loro opere.

“Viva Vittoria, viva i vitturisi; viva San ‘Gghiuvanni ca eni u Santu i stu Paisi” (Viva Vittoria, viva i vittoriosi; viva San Giovanni che è il santo di questa cittadina). Giovanni Virgadavola, nella sua Vittoria e Vitturusi, loda il suo paese. È un cuntastorie, contadino e poeta dialettale, che ha creato la Serra-Museo in contrada Menta in territorio di Santa Croce Camerina (RG). «Sugnu veramenti ri Vittoria e vuogghiu purtari avanti u dialettu pi fari apprezzari l’abbitudini re viecci abbitanti»  (sono un vero vittoriese e porto avanti la tradizione dialettale della mia città per far apprezzare alle future generazioni il senso autentico delle antiche tradizioni). La sua passione per la cultura contadina inizia con la raccolta di canti, poesie, detti popolari, proverbi siciliani che sono stati tramandati dai contadini vittoriesi. « Vittoria nasciu ro sururi re so abbitanti cuntatini. I Vitturisi su vuluntariusi e nuns’arriennunu mai!» (Vittoria nasce dal sudore dei suoi contadini. I vittoriesi sono volenterosi e non si arrendono mai),  afferma orgoglioso.

Michele Nigro, invece, è un pittore. Ama le cromie “mediterranee” ed esprime le contraddizioni del suo universo interiore attraverso il colore. In un quadro ha dipinto la vallata dell’Ippari in fondo alla quale si scorge una piccola casa senza tetto, illuminata dal sole mattutino. Da quelle quattro mura “sgarrupate”, per lui, è nata Vittoria. «È l’estrema sintesi dell’origine della mia città», spiega, mentre mostra la sua opera. «Quando la mattina vado a bere il caffè è bellissimo: cammino per i vicoli, guardo i palazzi, i raggi del sole si infrangono sulle case e creano un effetto magico; con gli amici e conoscenti che incontro l’atmosfera è colloquiale e semplice. Tutto questo per me rappresenta un momento di puro godimento» Nonostante l’amore per la sua città, Nigro spiega come, essendo una città giovane, Vittoria abbia bisogno di gente propositiva e stimolante che la valorizzi e che crei i giusti presupposti per far innamorare di essa chi la visita. Per lui «bisogna lottare costantemente contro il pregiudizio di chi spesso dice: ma cosa vuoi cambiare?». Parla di passione individuale con cui ogni singolo può fare molto e di quanto sia importante porre lo sguardo altrove per poter comparare la propria realtà con la miriade di altre realtà, in modo da poter assorbire ciò che c’è di buono fuori e «portarlo a casa nostra».

Per Francesco Iacono, che si può definire artista dell’immigrazione, la posizione pianeggiante, lo sguardo rivolto verso il mare, il sole che accarezza dolcemente e le primizie della sua terra rendono Vittoria una gioiello di valore inestimabile. È pittore e artista a tutto tondo e i suoi lavori ritraggono gli avvenimenti socio-culturali ma anche alcuni fenomeni che accompagnano l’esistenza umana. Con una lieve nota critica spiega che Vittoria «Potrebbe essere la città perfetta….se solo i suoi abitanti la amassero e la rispettassero un po’ di più, ne apprezzassero la bellezza e prendessero a cuore le sue necessità».

Anche Rosalba Amorelli dipinge e ha partecipato a numerose mostre estemporanee e collettive. Si è laureata in Scenografia all’Accademia Mediterranea di Belle Arti di Ragusa e ha spinto la sua arte fino alla fotografia e spazia dal ritratto alla foto di spettacolo, a quella di paesaggio. Nella gallery che ha realizzato per questo servizio si è cimentata anche nella fotografia architettonica e street. Nella sua descrizione di Vittoria si intravede la speranza per un rinnovamento già in atto, la definisce una bella signorina, ancora un po’ acerba: «c’è ancora tanto da fare perché diventi una “vera donna”. Credo che chi sceglie di rimanere qui e non emigrare abbia quasi il dovere morale e civico di fare qualcosa per aiutarla ». Per questo considera una vera conquista le botteghe degli artisti locali che gradualmente si stanno insediando nelle vie del centro storico e con energia positiva stanno riempiendo il vuoto culturale che si insinua pian piano in ogni città moderna. «La valorizzazione è l’unico strumento utile per rendere Vittoria il palcoscenico ideale per i suoi abitanti».

La testimonianza dei suoi concittadini, il loro estro, il loro forte desiderio di riscatto rappresentano la conferma che Vittoria è una città capace di partorire cultura e talenti. Scoprirla significa scoprire i suoi abitanti e la loro arte, significa conoscere quel contrasto fondamentale che la contraddistingue, l’oscillazione fra la diffidenza e l’amore verso tutto ciò che è fonte d’ispirazione e di crescita umana. ©Beatrice Cinnirella