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Lo Stadio dei Marmi e la filosofia dello sport

Alcune delle statue di marmo dello stadio Pietro Mennea
Alcune delle statue di marmo dello stadio Pietro Mennea

L’attesa è un incantesimo. Diceva il filosofo della parola. Era un francese.

Ma l’attesa, si dirà, è una parola assente nel freddo del marmo, come nel caldo del marmo.

Parola in potenza, non detta, che presuppone un “via!” al gesto, al movimento. Ma questo marmo è immobile quanto muto, aspetta qualcosa o qualcuno? che fa? È appunto in attesa. Il marmo stesso è una parola immobile o un silenzio in movimento. Sì, perché questi uomini di marmo (o son dei?) stanno per muoversi, sono nell’istante prima, tra il bianco e il nero, lo stato e la dinamica. In attesa. In un incantesimo.

Dettaglio del lanciatore del disco allo stadio dei Marmi

Ognuno di loro, con la palla, con l’arco, con il disco, nell’infilarsi i guanti, nel mirare l’obiettivo con gli occhi fissi, ognuno si trova nell’istante prima.

Nella premonizione del gesto. In un pre-momento, in ciò che precede.

Vi è la pre-visione del gesto atletico, della traiettoria, del millimetrico lancio, dello spostamento sottile del peso per perseguire il migliore dei risultati.

La pre-stazione sportiva è tutta nell’istante che precede l’esplosione muscolare. La perfetta levigatura del marmo la disegna pulsante.

Gigantesche statue di marmo circondano gli spalti dello stadio Pietro Mennea

La pre-parazione atletica è il lungo corso del corpo, che si genera e si migliora e si gonfia e si elasticizza per ottenere il premio. Ancora un pre.

La pre-stanza fisica incombe sugli avversari, si mostra ai bordi dello stadio, è la cornice dello sforzo e dello sfarzo che lo sport annuncia e propone e prepone alla gioia del vincitore.

Il traguardo, curiosamente, è un tra, né un pre né un post. Come dire che si trova nel mezzo di un percorso (non pre-corso) di cui nulla sappiamo prima (il prima è un pre) e nulla ricorderemo dopo, alla ricerca di un nuovo traguardo. Così è la gara, così è lo sport: essere sempre in mezzo alla competizione, alla lotta, al gioco, alla guerra, all’agonismo.

Lo stadio dei Marmi è circondato da alte statue bianche

Mai alla fine, mai all’inizio. Semmai al “via!”, quello per cui sono in attesa le statue di marmo attorno allo stadio.

E qui, senza che nessun intralcio alla vista ci possa rendere inutilmente ciechi, vediamo

nella fermezza della pietra la tensione del gesto, il gesto stesso, nella sua potenza e nella sua potenzialità (inespressa), sentiamo e comprendiamo il pensiero di quel gesto, l’intenzione. Ecco la filosofia della pietra: l’intenzione. Il pensiero del marmo: l’attesa. Il sentimento della durezza: la forza immobile.

Percepiamo vita in questa immobilità, perché immobile non è, almeno ai nostri occhi. È questa la via del marmo. ©Guido Bosticco

 

 

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Sulla strada appena fuori Roma

A volte è bello fare i turisti nella propria regione. È quello che è capitato a me quando un amico mi ha chiesto di accompagnarlo per un breve viaggio nelle vicinanze di Roma perché gli mostrassi posti che non conosce. Il nostro piccolo tour sarebbe stato in macchina, così ho pensato a luoghi che, oltre ad avere la possibilità di fare sport, avere arte, cultura e ricchezze enogastronomiche, fossero anche lungo strade belle paesaggisticamente.

Il nostro itinerario ha visto come punto di partenza l’aeroporto di Fiumicino, dove siamo atterrati arrivando a Roma. Qui abbiamo noleggiato l’automobile che ci ha poi portato tra borghi di montagna, un 4×4 fornito da Tinoleggio che ha reso ancora più agevole e divertente il percorso. [CONTINUA DOPO LE FOTO]

In poco più di un’ora, percorrendo un tratto di autostrada in direzione L’Aquila, per poi uscire sulla statale Tiburtina e svoltare sulla via Sublacense, eccoci arrivare alla prima tappa: Cervara di Roma, il centro abitato più alto dell’Area Metropolitana della Capitale, a 1.053 metri; secondo per altezza in tutto il Lazio. Ho scelto questo posto perché totalmente diverso da Roma, un borgo silenzioso, da cui ammirare la Valle dell’Aniene e prendere un caffè nel bar della piazzetta che è una terrazza sui monti, prima di passeggiare tra vicoli ricchi di sorprese: infatti Cervara di Roma è anche noto come borgo degli artisti, per i suoi numerosi murales e per le poesie dipinte sui muri del paese e sculture che spuntano improvvisamente dalle rocce della montagna a cui sono aggrappate le case. Qui per molti anni ha vissuto Ennio Morricone che ha anche composto delle musiche per questa cittadina. Cervara è anche nota per essere stata nominata “Borgo Ideale” per la qualità della vita, l’aria pulita, l’assenza di traffico nel centro e il rapporto tra edilizia e la natura circostante. Negli ultimi anni, il borgo è stato scelto come ambientazione per un film con Checco Zalone.

Dopo la nostra passeggiata abbiamo ripreso la macchina per continuare a salire sulla montagna, attraversando l’area faunistica del cervo percorrendo una ventina di chilometri e giungere a Monte Livata. Qui si possono trovare le aree più vicine a Roma per gli sport invernali oltre che paesaggi incantevoli e animali che pascolano liberamente. È facile imbattersi in cavalli che si aggirano tra le faggete e i boschi o in buoi e mucche che pascolano sulle praterie. Roma è a pochi chilometri, ma sembra davvero molto più lontana. Quest’area si trova nel Parco Naturale Regionale dei Monti Simbruini che si chiamano così per le abbondanti piogge che li bagnano. Il nome “Simbruini”, infatti, deriva dal latino “sub imbribus” e cioè “sotto le piogge”. Le precipitazioni contribuiscono a rendere rigogliosa la vegetazione e mutevole il paesaggio anche nell’arco della stessa giornata. Una nuvola passeggera che sfiora i rami degli alberi può rendere ancora più bianca la montagna innevata, dando l’impressione di camminare veramente su una nube. La magia del posto non ha colpito soltanto noi, Monte Livata, così come Cervara di Roma, è stata usata anche recentemente come location cinematografica; proprio tra i suoi alberi e tornanti è stato girato nel 2017 un film con Antonio Banderas, in cui i Simbruini rappresentano isolate montagne degli Stati Uniti.

Mentre il sole della prima giornata del nostro breve viaggio sta tramontando, ci spostiamo verso la nostra terza tappa: Subiaco che dista solamente mezz’ora dalle piste da sci, quindici chilometri di comodi tornanti con una vista sorprendente sulla Valle dell’Aniene.

Il secondo giorno è totalmente dedicato a Subiaco, uno dei borghi più belli d’Italia. La scelta di questo luogo nel nostro itinerario è stata dettata dalle infinite possibilità che offre: dallo sport, alla storia e all’arte, senza tralasciare la spiritualità e il paesaggio naturalistico. Subiaco è attraversata dal fiume Aniene e proprio nei pressi di uno dei suoi quartieri più antichi è possibile fare rafting e andare in canoa, chi invece preferisce l’arrampicata non resterà deluso dalle pareti appena fuori dal centro abitato. Noi comunque abbiamo preferito dedicarci alla natura e alla cultura che qui sono strettamente legate. Andando alla ricerca delle origini del nome della cittadina, si scopre che ha radici latine; qui, infatti, l’imperatore Nerone aveva costruito una sua villa e parzialmente modificato il corso del fiume Aniene, creando tre piccoli laghi. Sono proprio questi laghi a dare origine al nome “Sub Lacum” ossia “presso il lago” del primo insediamento. Dei tre laghetti originari ne resta soltanto uno e la leggenda vuole che qui Nerone pescasse con una rete di fili d’oro. Attualmente questo piccolo lago è chiamato laghetto di San Benedetto, perché si trova in una gola ai piedi del Monte Taleo, luogo in cui il santo visse in eremitaggio, intraprendendo la vita monastica e dando vita all’ordine benedettino. Attorno alla grotta in cui il giovane Benedetto visse per tre anni, in preghiera e meditazione, è nato uno splendido monastero, in cui il legame tra la roccia e le costruzioni umane è pressoché indistinguibile. L’importanza di questo monastero non è solo nella sua bellezza, ma nel suo notevole rilievo storico. Tra gli innumerevoli affreschi al suo interno, a colpire particolarmente è quello che raffigura San Francesco. La sua unicità sta nell’essere il solo ritratto del Poverello di Assisi dipinto mentre era ancora in vita. Non mostra, infatti, né le stigmate, né l’aureola ed è particolarmente realistico, Francesco infatti è raffigurato con un occhio più grande dell’altro per le conseguenze di un’infezione che aveva contratto durante un viaggio in Terra Santa e con le orecchie molto grandi. Poche centinaia di metri più a valle sorge un altro monastero, quello di Santa Scolastica, l’unico superstite tra quelli che san Benedetto fondò a Subiaco. L’atmosfera qui è diversa da quella del Sacro Speco, il connubio con le montagne è meno evidente, ma ugualmente si respira un’aria suggestiva. Anche Umberto Eco restò impressionato da questo posto, in particolare dalla sua biblioteca in cui sono conservati testi antichissimi impreziositi da miniature e in cui, per la prima volta in Italia, fu stampato un libro utilizzando la tecnica a caratteri mobili di Gutenberg. La biblioteca colpì così profondamente Eco da fargli nascere l’idea per uno dei suoi romanzi più noti: il nome della rosa. Questi due luoghi sacri si trovano al centro del Cammino di San Benedetto, percorso di circa 300 chilometri che attraversa i luoghi principali della vita del patrono d’Europa e le cui tappe più importanti sono Norcia, luogo natale di Benedetto, Subiaco, luogo in cui visse e in cui scrisse la famosa Regola e Montecassino, città in cui morì e dove si trova uno dei monasteri più famosi.

Abbiamo concluso la giornata con l’esplorazione del centro storico di Subiaco, dedalo di vicoli sormontato dalla Rocca Abbaziale, nota anche come Rocca dei Borgia. È qui, infatti che visse Rodrigo Borgia, Papa Alessandro VI, ed è qui che nacquero Lucrezia e Cesare Borgia, suoi figli illegittimi. L’austerità esterna del palazzo è bilanciata dall’eleganza delle sue stanze, decorate con affreschi di diverso genere che celebrano le nobili famiglie che vi hanno abitato e i luoghi nei dintorni di Subiaco.

Questi primi due giorni ci hanno visti fare sport, ammirare la natura e saziare la nostra curiosità storica e artistica, ma un viaggio, per essere completo, deve passare anche attraverso il gusto. Per questo motivo, la terza e ultima giornata del nostro fine settimana è stata all’insegna dell’enogastronomia, percorrendo una parte della strada del vino Cesanese, allontanandoci da Subiaco, per dirigerci da Affile a Piglio, passando per gli Altipiani di Arcinazzo sempre guidando l’auto a noleggio.

Andando a conoscere questo vino DOCG, scopriamo che ha una storia molto antica e che nasce proprio dalle colline attorno ad Affile, piccolo borgo vicino a Subiaco. Queste colline erano ricoperte da boschi, ma i romani ne tagliarono gli alberi per coltivare la vite su quei terreni. Il nome “Cesanese” nasce dal verbo latino “caedere” che significa “tagliare”, e ricorda proprio l’abbattimento di questi boschi. Il legame tra borgo e territorio è così stretto che nello stemma della città è raffigurato un tralcio di vite. Da questo piccolo borgo, il Cesanese si è diffuso su un’area più vasta che giunge nel cuore della Ciociaria, fino ad Anagni e a Piglio, dove ne è prodotto uno tra i più famosi: il Cesanese del Piglio. Questa cittadina è stata la nostra ultima tappa e qui abbiamo degustato dell’ottimo vino accompagnato da tipiche ciambelline e abbiamo passeggiato alla scoperta della sua anima medievale. Come gli altri luoghi attraversati in questi tre giorni e come il vino che nasce da queste terre, anche Piglio ha un nome di origine latina. Una leggenda vuole che Quinto Fabio Massimo il Temporeggiatore si trovasse a passare di qui in una giornata molto ventosa e che proprio il vento gli fece volare dalla testa il copricapo che in latino era chiamato “pilleus”.

Durante questo fine settimana, pur essendoci allontanati di poco da Roma, abbiamo potuto viaggiare, percorrere strade e renderci conto di quanto ciò che beviamo, i paesaggi che osserviamo, i libri che leggiamo, i borghi in cui viviamo o decidiamo di passare qualche giorno, affondino le loro radici nell’antichità e abbiano mille modi per incuriosirci e stupirci.

© Diego Funaro

 


Carciofi alla giudia, istituzione della cucina romana

Cucina romana, carciofi mammola alla giudia

A Roma alcuni piatti tipici sono praticamente un’istituzione e fanno parte della cultura e del vissuto di ogni romano. Un caso particolare è rappresentato dai carciofi alla giudia, probabilmente la pietanza più famosa della cucina giudaico-romanesca. La ricetta ha un’origine antica ed è il risultato dell’incontro di più culture: quella ebraica spagnola, siciliana e romana, con due prodotti tipici della zona: il carciofo mammola che localmente è chiamato cimarolo”, le cui caratteristiche sono la forma tondeggiante e l’assenza di spine e l’olio extravergine d’oliva laziale. L’incontro avvenne quando il Papa Paolo IV stabilì nel 1555 con la bolla Cum nimis absurdum, pesanti limitazioni e obblighi per tutti gli ebrei. Tutte le persone di religione ebraica furono costrette a vivere in luoghi separati da chi professava la religione cattolica. Nacque in questo modo il ghetto di Roma, uno dei quartieri più belli della Capitale. Qui trovarono ospitalità anche gli ebrei di Spagna e Sicilia cacciati da Isabella di Castiglia nel 1492. Spagnoli e siciliani portarono a Roma le loro ricette, nate dai territori d’origine e dalla convivenza con i musulmani. Queste ricette, fondendosi con la cucina romana diedero vita a carciofi fritti due volte in olio d’oliva, conditi con sale e pepe, che assumono una forma simile a quella di fiori aperti. Si dice che questo piatto fosse consumato principalmente alla fine della celebrazione ebraica dello Yom Kippur o Giorno dell’Espiazione, e che fosse apprezzato anche dagli altri romani che andavano a gustarlo al ghetto. Furono i romani non ebrei, infatti, a denominare questi carciofi “alla giudia” e cioè “alla giudea”. Probabilmente la calendarizzazione dei carciofi alla giudia come cibo rituale non è esatta, perché i cimaroli sono un ortaggio primaverile, mentre lo Yom Kippur cade in periodi diversi, ma il legame dei romani con questo piatto dalle radici antiche è indissolubile. ©Diego Funaro


Roma profuma di cacio e pepe

Cacio e pepe

Non si può dire di conoscere Roma senza aver mangiato almeno una volta la “Cacio e Pepe” in una delle sue innumerevoli trattorie. È uno dei piatti tipici della tradizionale cucina povera romana, dalla preparazione semplice soltanto in apparenza e con pochi ingredienti selezionati con cura: primo fra tutti il pecorino romano D.O.P.
Come ogni piatto tipico ha una storia che affonda le sue radici in un passato indefinito e che sconfina nel mito. Le origini sono quelle dell’agro romano e di buona parte del centro Italia, fino ai monti abruzzesi e umbri, con pastori che stavano lontani da casa per diverso tempo e portavano con loro del cibo che si conservasse abbastanza a lungo e fosse anche gustoso e nutriente. In questo caso: pasta secca, pepe e formaggio di pecora stagionato. Già nel ‘700 la pasta condita semplicemente con del formaggio era diffusa in buona parte del Bel Paese e in “Viaggio in Italia” Goethe, descrivendo la cucina di Napoli, accenna: <<i maccheroni si cuociono per lo più semplicemente nell’acqua pura e vi si grattugia sopra del formaggio, che serve ad un tempo di grasso e di condimento>> . Nei secoli la ricetta originaria è stata canonizzata e per poi subire parecchie varianti, dal tipo di pasta che spazia dai classici spaghetti, fino a tonnarelli e rigatoni, al metodo di preparazione. Ogni osteria a Roma e dintorni, comunque vi assicurerà che la sua è la “vera Cacio e Pepe”. In ogni caso quando siete nella capitale, assaggiarla è quasi un obbligo. @Diego Funaro


Direzione: Italia “invasa”

L’amore per la nostra cultura e per le nostre radici è la benzina nel motore delle Invasioni Digitali; un’iniziativa arrivata al secondo anno e che intende mostrare come l’accessibilità e la condivisione dei luoghi d’arte siano fondamentali, perché musei e siti archeologici, non sono soltanto contenitori di un passato morto, ma devono essere vivi e vivibili.

Tra il 24 aprile e il 4 maggio, migliaia di invasori digitali, armati di smartphone, tablet, reflex e fotocamere compatte, hanno organizzato visite nei luoghi della cultura e passeggiate nei centri storici e parchi archeologici, scattando foto e condividendole sui social network con l’hashtag #invasionidigitali.

Se l’anno scorso le invasioni avevano riguardato soltanto il nostro territorio nazionale, quest’anno, pur essendo stati la maggior parte degli eventi in Italia, anche in Brasile, Stati Uniti, Germania, Danimarca e Australia si sono organizzati eventi da chi apprezza l’arte e vuole farla conoscere. Così più di 400 posti sono stati invasi e si sono fatti conoscere. Per facilitare il compito di chi avesse l’intenzione di invadere o di un luogo che avesse voluto farsi invadere, ogni regione ha avuto un suo “ambassador”; io lo sono stato per il Lazio. È stato meraviglioso scoprire e riscoprire luoghi fuori dai tradizionali circuiti turistici, come la Casina delle Civette – probabilmente l’edificio più eclettico di Roma a Villa Torlonia, uno dei più importanti parchi della città – oppure la Rocca Abbaziale di Subiaco, piccola cittadina al confine tra Lazioe Abruzzo, nella Valle dell’Aniene, circondata dai Monti Simbruini, un posto che vide nascere Lucrezia Borgia e fu la residenza di Papi, nobili e personaggi come Torquemada.

 

I confini regionali, però, mi andavano stretti e così oltre che ambassador del Lazio, sono andato in Sicilia e sono stato tra gli invasori digitali di Palermo al Museo internazionale delle marionette Antonio Pasqualino – facendo un giro del mondo partendo dai pupi siciliani, fino ad arrivare alle ombre thailandesi, passando per le maschere africane e le marionette della commedia dell’arte – e della collezione di arte etrusca del Museo Salinas, ospitata all’Albergo delle Povere.

Tanti sono i posti che avrei voluto invadere in questo periodo e che ho potuto ammirare dalle foto postate su instagram, facebook, twitter e altri social. Mi sarebbe piaciuto invadere anche altri luoghi che la burocrazia o assurde chiusure durante i ponti di 25 aprile e 1° maggio, hanno reso inaccessibili. A conclusione di questa serie di eventi, resta l’entusiasmo di invasori e invasi, e il piacere di aver invogliato persone che mi hanno contattato dopo aver visto le mie foto a visite e viaggi.

Missione compiuta e arrivederci alle prossime invasioni digitali!

@Diego Funaro


Harley-Davidson chiama, Papa Francesco risponde

Più di centomila “bikers” a Roma per celebrare la moto più famosa del mondo e ricevere la benedizione del Papa [CONTINUA DOPO LE FOTO]

Si è appena concluso il maxi raduno europeo di Harley-Davidson a Roma. La città per quattro giorni ha risuonato del rombo di oltre centomila leggende a due ruote arrivate per festeggiare i 110 anni della casa motociclistica di Milwakee. Come nella migliore tradizione made in U.S.A., tutto nacque in un garage e la passione di due giovani per i motori è diventata un simbolo per generazioni di ribelli e viaggiatori on the road. Occhiali scuri, giubbotto o gilet di pelle nera, stivali, moto personalizzate e bandiere del proprio paese, i partecipanti al raduno hanno attraversato giorno e notte la capitale, per visitarla e conoscerne anche gli angoli meno turistici, in perfetta filosofia motociclistica. Tutto l’evento ha avuto anche un risvolto multimediale sui “social network” attraverso la condivisione di contenuti rintracciabili con il tag #HD110Rome su twitter, instagram e facebook.

Dalle piazze virtuali a quella reale di San Pietro: domenica mattina oltre 3000 moto hanno raggiunto il Vaticano per la celebrazione della Santa Messa. Nella giornata dell’Evangelium Vitae, Papa Francesco ha reso omaggio anche a loro e alla loro idea di vita spesso al limite. Limite che a volte è quello dato dall’etichetta di “cattivi”. Nonostante la faccia da duri gli harleisti hanno, però, dimostrato di avere buoni sentimenti e spiritualità e di trovare in Papa Francesco una guida adatta, con un passato da buttafuori e sempre dalla parte dei più deboli. ©Diego Funaro


Titoli di coda a Cinecittà?

È sempre stata una fabbrica di sogni, ma da tempo ha perso l’antico smalto. Da anni Cinecittà sta vivendo una fase delicata. Al suo interno potrebbe essere costruito un hotel con centro benessere, togliendo spazio a studi e set. Così numerosi tecnici e operai di uno dei simboli del made in Italy rischiano il posto di lavoro.

La loro storia ci dice che nel 2008 da dipendenti di Cinecittà Studios furono separati in due gruppi ciascuno facente capo a una ditta differente, da una parte la post produzione, dall’altra il resto degli addetti. Ora la situazione e nuovamente mutata. Tra i progetti che coinvolgono Cinecittà, si parla anche della nascita di un parco a tema lontano dagli storici studios della via Tuscolana. Una specie di Gardaland del cinema sulla via Pontina. Per molti di dipendenti il futuro sarà da precari all’interno del nuovo parco. Altri saranno assunti a tempo determinato da una società satellite degli Studios . Una nutrita rappresentanza di questi nuovi precari sta protestando in maniera pacifica, semplicemente chiedendo una firma per una petizione e occupando una piccola striscia di terra accanto agli ingressi degli stabilimenti cinematografici. «Dal 4 luglio siamo in sciopero e praticamente viviamo qui» dice un operaio indicando gli studi. È lontano dalla famiglia, ma sembra sentirsi davvero a casa nei cinestudi. Così come tutti gli altri scioperanti. «Il nuovo piano industriale? è semplicemente un piano cementificazione che prevede di smantellare strutture per il cinema per fare posto a parcheggi, alberghi e spa, noi restiamo a presidiare in attesa di un tavolo per le trattative». Dall’altro lato, Abete – presidente degli Studios – afferma di avere intenzione solo di migliorare alcuni aspetti degli stabilimenti, creando – è vero – posti auto e strutture ricettive, ma soltanto per le troupe che opereranno negli studi romani.

Passeggiando tra i set all’aperto si ha l’impressione di una struttura tutto sommato operativa, sebbene non come ai tempi in cui lo Studio 5 era chiamato Studio Fellini. Sono comunque d’effetto i set all’aperto come quello di Gangs of New York che sono ancora utilizzati, anche con sostanziali modifiche, e che trasformano gli States in Francia o Italia, per non parlare di uno dei più grandi come quello della fiction televisiva Roma. «Speriamo che gli studios tornino a fare cinema – è la voce di uno degli occupanti – perché il cinema non è davvero in crisi». ©Diego Funaro


Braccia prestate all’agricoltura

Il Pigneto –  quartiere nella periferia est di Roma – prende il suo nome da un filare di pini. Questi alberi sono una delle aree verdi della zona, fitta di palazzi, case popolari e locali.

Il quartiere, diviso tra i municipi V e VI è da sempre una delle zone più rappresentative e attive della Capitale. Nel periodo della seconda guerra mondiale buona parte degli abitanti del quartiere fu impegnata nell’antifascismo e alcuni furono deportati a Mauthausen. A loro sono dedicate vie e piazze del Pigneto. Tra le attività del periodo c’era quella di coltivare piccoli orti tra un palazzo e l’altro.

Anche oggi gli abitanti del quartiere sono operosi e tentano di renderlo più vivibile e “verde”. Da giugno di quest’anno l’associazione “Cani sciolti al Pigneto”  ha ottenuto dal Comune di Roma la gestione dei giardini Nuccitelli-Persiani. L’associazione formata da padroni di cani si occupa di pulire e rendere fruibile a persone e animali la piazzetta. A fare in modo che i giardini diventino anche un orto ci pensa Fermenti di Terra.



A Roma un carnevale popolare e vivo come nel 1800

I festeggiamenti carnevaleschi da sempre sono un momento di estrema partecipazione a Roma, tanto importanti da far dire allo scrittore francese Alexandre Dumas: “A Roma non vi sono che quattro grandi avvenimenti in un anno: il carnevale, la settimana santa, il Corpus Domini, e la festa di San Pietro”.

Dare vita alle fantasie del carnevale è ciò che fa un cospicuo gruppo di volontari, lungo la via Tiburtina. La popolare strada, a metà tra il centro storico e la provincia, rappresenta il tragitto che unisce idealmente e fisicamente il recente Gran Carnevale Romano con il più vecchio carnevale tiburtino a Tivoli.

 

 

©(immagini e testi) Diego Funaro


Il lato oscuro del carnevale di Venezia

Il carnevale è una festività antica le cui origini deriverebbero dalle celebrazioni greche in onore di Dionisio e dai saturnali romani. Queste manifestazioni del mondo classico consistevano in banchetti o cortei in cui venivano onorate le divinità di Dionisio e Saturno, nella speranza di favorire i raccolti. Ma alla base c’era un desiderio eversivo, la necessità di sfogare istinti e ambizioni represse dagli obblighi sociali: l’essenza del carnevale è un desiderio irrefrenabile di rovesciamento dell’ordine.  Scherzi, motti volgari, dissolutezze, maschere allegoriche: i bisogni oscuri del popolo rappresentavano quella parte di bestialità persa dall’uomo con la nascita della società civile. Compito del carnevale era quello di esorcizzare questa feralità, permettendo alla gente di abbandonarsi ad essa per un periodo limitato di tempo. In tal senso acquisisce significato il rogo del fantoccio del carnevale, gesto che simboleggia la fine della festività e la ricostituzione dell’ordine prestabilito.

© (testi ed immagini) Daniele Sbampato