L'Italia vista con gli occhi degli italiani

Articoli con tag “Pupi siciliani

Mastro Geppetto vive a Palermo

Nell’immaginario collettivo, quando si pensa alla Sicilia, immediatamente si affacciano alla mente cannoli, carretti variopinti e pupi: le marionette tipiche dell’isola e famose in tutto il mondo. Molti conoscono questi ultimi solo per averli visti a casa di qualche amico che li ha comprati come souvenir; molti meno sanno che queste marionette sono usate tuttora per spettacoli e rappresentazioni teatrali inseriti dall’UNESCO nella lista del Patrimonio Orale e Immateriale dell’Umanità.

A Palermo, soprattutto nelle zone popolari, non è difficile incontrare un puparo, ma bisogna sapere dove cercare. Salvatore Bumbello ha una bottega al Capo, uno dei quartieri mercato della città, come Ballarò e la Vucciria. Qui dà vita alle marionette e se ne prende cura.

«Negli anni ’20 c’era chi faceva le ossature, l’interno del pupo, chi faceva le armature, chi faceva l’oprante e chi faceva il maniante e ognuno aveva la sua mansione» racconta Salvatore con malinconia «Ma poi con il tempo… Ora quando ti dico “puparo”, significa fare tutto, dalla costruzione alla messa in scena, significa costruttore, manovratore e recitante. Proprio tutte cose». Poi spiega che l’oprante è chi manovra e fa recitare i pupi, mentre il maniante è il suo aiutante. In questo mondo ci si nasce e la strada di un puparo inizia da piccoli e prosegue soltanto se c’è una grande passione. La storia di Salvatore lo conferma: «Mio padre ha iniziato a sette anni, perché è rimasto orfano del padre. A quell’età non è che poteva fare granché, però c’era un puparo, Francesco Scrafani, che aveva ‘sto laboratorio e lo faceva stare lì. Montava anche i pupetti da souvenir – racconta commosso – prendeva le ossaturette piccole, gli metteva i piedini e li dipingeva. Con l’andar del tempo, la prima cosa che ha fatto sono state le ossature, poi le armature e nello stesso tempo manovrava. In vecchiaia Scrafani si ritirò e mio padre è rimasto nel laboratorio. Io a sette anni andavo nel suo laboratorio dopo la scuola e seguivo cosa faceva lui. Il mio primo pupo l’ho fatto di 35 cm a dieci anni».

Nell’Opera dei Pupi (questo è il nome corretto di tale particolare forma di teatro) gli spettacoli inscenati hanno origini lontane dalla Sicilia, ma ben radicate nella cultura di tutti gli italiani, che li conoscono principalmente attraverso Ariosto. «Trattiamo la storia dei Paladini di Francia. I personaggi principali sono: Orlando, Rinaldo, Carlo Magno, Bradamante e ogni personaggio ha una sua storia – racconta Salvatore – ognuno c’ha la sua armatura che cambia come stile e come fregi. Poi ogni personaggio c’ha il suo carattere: c’è il traditore, che è Gano, poi ci sono Orlando che è difensore della fede cristiana e primo paladino di Francia, il secondo è Rinaldo, poi c’è Ferraù, lo spagnolo, i pagani, ecc…».

 Il pubblico non si affolla più come un tempo, quando questo teatro era l’unico che il “popolino” potesse vedere. Ma non mancano gli aneddoti che, a volte, assumono contorni leggendari. Uno lo racconta Salvatore: «Gano è traditore, è il paladino che porta alla distruzione della Francia e fa morire tutti i paladini nella lotta di Roncisvallespiega – e per questo lo odiano tutti». Poi sorride e continua: «C’era uno spettatore in un paese che si stava vedendo l’opera dei pupi. Una sera andò dal puparo e gli dice: “me lo vende a Gano? Perché io a ‘stu tradituri unnu pozzu cchiù vidiri”. Il puparo, per recuperare soldi glielo ha venduto. Questo spettatore ha comprato Gano, l’ha messo in piazza e gli ha sparato, l’ha rotto tutto e la sera dopo è andato a vedere l’opera dei pupi. Non è che si poteva fermare lo spettacolo o nell’episodio non ci poteva essere Gano, il puparo ne usava uno uguale. Quando lo spettatore lo vide si mise a urlare: “io ne ‘stu teatro ‘un ci vengu cchiù! Ammazzavu ieri a Gano e già spuntò!”».

Ora il pubblico è cambiato e sono soprattutto turisti e bambini ad assistere alle avventure di Carlo Magno e dei suoi paladini. «I bambini secondo me danno la forza per andare avanti in questo mestiere. Quando un bambino vede l’opera dei pupi, questo significa che, in mezzo a un pubblico di settanta, ottanta bambini, ci può essere anche il puparo, perché nasce proprio da piccoli questa passione» spiega Salvatore, e poi conclude: «Io faccio laboratori con i bambini, anche di costruzione, e li ho coinvolti. Ogni volta che davano un colpo di martello, che facevano un segno nel metallo, loro erano proprio nel mondo delle fantasie… ci piace tanto, ci piace».  ©Diego Funaro

Annunci

Direzione: Italia “invasa”

L’amore per la nostra cultura e per le nostre radici è la benzina nel motore delle Invasioni Digitali; un’iniziativa arrivata al secondo anno e che intende mostrare come l’accessibilità e la condivisione dei luoghi d’arte siano fondamentali, perché musei e siti archeologici, non sono soltanto contenitori di un passato morto, ma devono essere vivi e vivibili.

Tra il 24 aprile e il 4 maggio, migliaia di invasori digitali, armati di smartphone, tablet, reflex e fotocamere compatte, hanno organizzato visite nei luoghi della cultura e passeggiate nei centri storici e parchi archeologici, scattando foto e condividendole sui social network con l’hashtag #invasionidigitali.

Se l’anno scorso le invasioni avevano riguardato soltanto il nostro territorio nazionale, quest’anno, pur essendo stati la maggior parte degli eventi in Italia, anche in Brasile, Stati Uniti, Germania, Danimarca e Australia si sono organizzati eventi da chi apprezza l’arte e vuole farla conoscere. Così più di 400 posti sono stati invasi e si sono fatti conoscere. Per facilitare il compito di chi avesse l’intenzione di invadere o di un luogo che avesse voluto farsi invadere, ogni regione ha avuto un suo “ambassador”; io lo sono stato per il Lazio. È stato meraviglioso scoprire e riscoprire luoghi fuori dai tradizionali circuiti turistici, come la Casina delle Civette – probabilmente l’edificio più eclettico di Roma a Villa Torlonia, uno dei più importanti parchi della città – oppure la Rocca Abbaziale di Subiaco, piccola cittadina al confine tra Lazioe Abruzzo, nella Valle dell’Aniene, circondata dai Monti Simbruini, un posto che vide nascere Lucrezia Borgia e fu la residenza di Papi, nobili e personaggi come Torquemada.

 

I confini regionali, però, mi andavano stretti e così oltre che ambassador del Lazio, sono andato in Sicilia e sono stato tra gli invasori digitali di Palermo al Museo internazionale delle marionette Antonio Pasqualino – facendo un giro del mondo partendo dai pupi siciliani, fino ad arrivare alle ombre thailandesi, passando per le maschere africane e le marionette della commedia dell’arte – e della collezione di arte etrusca del Museo Salinas, ospitata all’Albergo delle Povere.

Tanti sono i posti che avrei voluto invadere in questo periodo e che ho potuto ammirare dalle foto postate su instagram, facebook, twitter e altri social. Mi sarebbe piaciuto invadere anche altri luoghi che la burocrazia o assurde chiusure durante i ponti di 25 aprile e 1° maggio, hanno reso inaccessibili. A conclusione di questa serie di eventi, resta l’entusiasmo di invasori e invasi, e il piacere di aver invogliato persone che mi hanno contattato dopo aver visto le mie foto a visite e viaggi.

Missione compiuta e arrivederci alle prossime invasioni digitali!

@Diego Funaro


Palermo, bellezza per i 5 sensi

«L’Italia, senza la Sicilia, non lascia alcuna immagine nell’anima: qui è la chiave di tutto». Questa era l’interpretazione di Goethe:  la varietà complessa dell’Isola è sintetizzata oggi perfettamente dal suo capoluogo, città in perenne mutamento e che tuttavia mantiene vive le tracce della sua storia. [CONTINUA DOPO LE FOTO]

Palermo colpisce già prima di raggiungerla, appena si intravede Punta Raisi dall’oblò dell’aereo. Questo masso imponente sul mare profumato appare all’improvviso e lascia con il fiato sospeso. Una volta arrivati in città, si è avvolti da un’atmosfera calda, sia nei giorni afosi o tersi, che in quelli freddi o grigi. L’ambiente sembra mediorientale, tipicamente mediterraneo. I mercati del Capo, della Vucciria e di Ballarò stupiscono immediatamente per la varietà di colori e luci e per le diversità di cibi e spezie profumate. Le lampadine sono accese anche di giorno sotto le tende dei banchi e i suoni avvolgono i passanti, immergendoli in un’atmosfera da suk maghrebino. Quasi tutti i commercianti richiamano l’attenzione dei clienti sbracciandosi e urlando – o come dicono a Palermo abbanniando. Grida e gesti accompagnano anche i venditori ambulanti di cibo di strada che distribuiscono veri tesori.  Sfincioni¸ pani ca’ meusa, stigghiola, pane e panelle, infatti, raccontano la storia di questa città. Il pani ca’ meusa , per esempio, parla dell’influenza ebraica nella cultura palermitana. Nel Medioevo, a causa delle prescrizioni religiose, i macellai giudaici, non potevano guadagnare denaro direttamente dalla macellazione. Così tenevano per sé le interiora, per poi rivenderle fritte come farcitura di panini. Per le vie della città le combinazioni culturali del passato sono evidenti. Si notano nell’architettura, tra le crepe di palazzi storici, teatri e chiese, ma anche nella lingua, che porta alla memoria il passaggio di popoli differenti. Il suono musicale del dialetto palermitano ne è testimonianza diretta, così come le insegne che in alcuni quartieri indicano i nomi di  vie e piazze in italiano, ebraico e arabo. Ovunque a Palermo il presente si fonde con la storia. Non è difficile imbattersi in uno dei numerosi chioschi in stile liberty che spuntano come torrette nelle piazze centrali o vedere, tra i banchi bagnati di macellai e pescivendoli, la facciata elegante di un forno, anch’esso art nouveau. Anche in spiaggia a Mondello si trovano tracce di quel periodo: il monumentale Charleston è uno stabilimento balneare che sembra sospeso tra il fragore delle onde e le carezze del vento. Ma la città, miscuglio culturale, mescola in maniera gradevolmente disordinata anche i periodi storici e gli stili architettonici, così in una delle via principali ci si trova, quasi senza accorgersene a fiancheggiare la facciata in stile razionalista italiano delle poste centrali. Se la storia ha mescolato suoni, sapori, lingue, tradizioni e architetture, i carretti siciliani sembrano essere rimasti sospesi nel tempo. Rappresentano l’icona variopinta dell’intera Sicilia, sebbene attualmente siano usati sempre meno. Mentre questi diventano rari, aumenta il numero di carrozzelle per turisti e di cavalli che trottano, a volte preparando gare clandestine. Sospese nel tempo sono anche le mummie delle umide Catacombe dei Cappuccini, corpi rinsecchiti e scheletri vestiti di tutto punto che da secoli osservano i visitatori di quei corridoi umidi, ascoltando l’eco dei loro passi. Religiosità strettamente legata alla morte e al dolore, come per i riti della Settimana Santa, con le luttuose processioni di Madonne Addolorate e Cristi Morti. Una sacralità che trova il suo apice nell’adorazione di Santa Rosalia, che salvò la città dalla peste e a cui sono dedicate ben due feste nel corso dell’anno. I devoti più affezionati fanno l’acchianata, cioè salgono a piedi sulla cima del Monte Pellegrino, dove sorge il santuario per rendere omaggio alla Santuzza. Molti di loro non sanno che i Fenici percorrevano lo stesso sentiero per omaggiare una divinità che risiedeva proprio dove ora sorge il santuario. L’impronta dell’idolatria arcaica sopravvive insieme al Cristianesimo: Palermo non è protetta solo da Santa Rosalia, ma anche da un Genio di epoca preromana, di cui si possono trovare statue, fontane e dipinti in sette diversi luoghi della città. Religiosità popolari che si intrecciano, così come si intrecciano diversi livelli e forme d’arte. Dai teatri più famosi, come il Politeama e il Massimo, dalle scene dai colori accesi di Guttuso, fino ai murales e ai colori altrettanto accesi di Uwe Jaentsch. L’artista austriaco, stabilitosi qui da tempo, ha fatto della Vucciria la sua tela, contribuendo alla rinascita del quartiere che si stava spegnendo e spopolando. Arte popolare e nuova che affianca quella popolare e tradizionale dei pupi siciliani. I pochi pupari rimasti creano le celebri marionette nei loro laboratori, ma gli spettacoli sui Paladini di Francia e sui miti di Palermo stanno diventando sempre più rari. Memoria che si assottiglia, che perde pezzi, ma che rimane sempre affascinante. Così accade anche per la chiesa della Madonna dello Spasimo alla Kalsa, che priva del tetto dal Settecento, è un tesoro abbandonato, silenzioso, non segnalato e che in pochi conoscono. Ingredienti di storia che formano l’identità, segni che non devono essere cancellati, così come suggerisce a visitatori e palermitani la scritta su un muro scrostato: «Non dimenticare Palermo». ©Diego Funaro