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Uno sfratto dolcissimo

Sfratto dei Goym - DIrezioneitalia - Diego Funaro
La storia degli ebrei è colma di episodi tristi con fughe, esili, deportazioni, ghettizzazioni e… sfratti!
Tra queste vicende ve n’è una che risale alla metà del XVI secolo nell’Italia centrale ed in particolare in Toscana. Il Granduca Cosimo II de’ Medici aveva ordinato di deportare nei ghetti di Siena, Roma, Firenze e Ancona tutti gli ebrei residenti nel Territorio del Granducato di Toscana. Molti di loro si rifugiarono in piccoli centri, abbastanza isolati e prossimi ai confini, nella speranza di non essere trovati. Tra le cittadine in cui si trasferirono c’erano Pitigliano e Sorano, nella bassa Maremma, attualmente parte dell’area metropolitana di Grosseto.
Tuttavia furono trovati e Cosimo II decise di allontanarli dalle loro abitazioni per confinarli in un unico quartiere. Lo sfratto era comunicato da un messo che bussava alla porta con un bastone.
Per resistere e per esorcizzare le proprie sventure, la cultura ebraica ha sviluppato una notevole ironia. Gli ebrei di Pitigliano hanno fatto di un episodio tragico un dolce e l’hanno chiamato “Sfratto dei Goym” ovvero “Sfratto dei Gentili, i non ebrei”. Un dolce a forma di bastone della lunghezza di circa trenta centimetri, proprio in ricordo dello strumento usato dai messi medicei nell’esecuzione degli sfratti. Un ripieno di miele, noci, scorza d’arancia e noce moscata, tipici della tradizione maremmana, avvolto in un involucro di pasta non lievitata, propria della tradizione ebraica. Un misto di sapori che racconta come l’incontro di culture crei sempre qualcosa di buono. A volte, anche negli episodi negativi.
Proprio per preservare questa tradizione e farla conoscere, lo sfratto dei Goym è anche un presidio Slow Food con due produttori nel quartiere della Piccola Gerusalemme a Pitigliano. ©Diego Funaro

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Integrazione possibile nel Fucino

Foto e testo: Mario Fracasso

La conca del Fucino, in Abruzzo, è una zona ad altissima densità di popolazione immigrata. I lavori stagionali legati alla realtà agricola richiamano Albanesi, Rumeni, ma soprattutto Magrebini.

«Senza il lavoro di sei milioni di immigrati non potremmo continuare a godere del benessere, chiuderebbero campi, ospedali, fabbriche e servizi aziendali per famiglie e città». Così, l’allora Cancelliere tedesco, Helmut Kohl, condannò l’attentato incendiario avvenuto contro la comunità turca della città di Mölln. Dopo venti anni l’idea della necessità dei lavoratori migranti è ormai accettata in tutta Europa e Nicola Cacace nel suo libro, L’informatico e la badante, spiega bene come l’Italia faccia parte dei paesi che più ne sono dipendenti. Il tasso di natalità è uno dei più bassi del mondo, il ricambio generazionale è sempre più lento e meno del 5% dei giovani sono disponibili a lavori di medio e basso profilo. Ciò ha trasformato l’Italia da paese di emigranti a paese in cui gli immigrati sostengono parte dell’economia. [continua dopo le foto]

Uno dei luoghi a più alta densità di stranieri è la conca del Fucino, in provincia dell’Aquila. Qui l’economia locale è basata sull’agricoltura e il lavoro stagionale nei campi attira molte persone dall’estero. A fianco alla patata, che per anni è stata la coltivazione principale, oggi si stanno sviluppando produzioni orticole come la bietola, la carota, il cavolo, il cavolfiore, il finocchio, l’indivia, il pomodoro e il radicchio. Si stanno sviluppando la floricoltura e l’industria di trasformazione alimentare. Ma i giovani italiani considerano l’operaio e l’agricoltore come mestieri da poveri e vi si dedicano sempre meno. Al contrario gli immigrati gradiscono questi posti di lavoro e dagli anni ottanta è iniziato un afflusso ininterrotto.
Nei paesi che circondano la conca le percentuali di residenti stranieri censiti arrivano al 15%, il doppio della media nazionale. Ad essi vanno aggiunti i migranti non residenti e quelli clandestini. Così, in certi momenti della giornata, nelle piazze, è difficile comprendere dove ci si trovi: il dialetto e le lingue si confondono e non si capisce quando i visi siano scuri per la carnagione o per l’effetto del sole che li ha modellati durante le giornate di lavoro nei campi.
«Io sono venuto dieci anni fa dal Marocco perché lì non c’era lavoro. Poi sono rimasto, perché qui quelli che hanno voglia di lavorare trovano da lavorare»
. Mohammed è un ragazzo di 30 anni, è autotrasportatore e vive a Celano con la figlia e la moglie.
Uno degli aspetti più positivi dell’integrazione nel Fucino è la presenza di comunità fatte di nuclei familiari e non solo di singoli individui. Rosa Cambise, titolare di un’azienda agricola di Trasacco, ha un’idea molto chiara a riguardo: «quando hanno una famiglia devono vivere in maniera più aperta e devono frequentare il tessuto sociale in cui risiedono. Non possono rimanere chiusi in un’abitazione improvvisata. E poi, diciamolo, la presenza di una donna al fianco di un uomo lo migliora tanto».
Nonostante la situazione sembri rosea rispetto ad altre realtà italiane colpite più intensamente da fenomeni come il caporalato e la delinquenza legata all’immigrazione clandestina, anche nel Fucino non mancano i problemi. A parte i fatti di cronaca, che dimostrano solo situazioni di estremo disagio, vi sono problemi strettamente quotidiani. Padre Daniel è il parroco ortodosso di Avezzano. Alcuni tratti delle mura esterne della chiesa lasciatagli in gestione dalla comunità cattolica locale sono tinteggiate di un bianco che stacca dal giallo del resto della struttura: «Cosa posso fare? Ogni volta che qualcuno imbratta i muri, io passo una mano di vernice». Racconta, inoltre, che spesso anche alcuni italiani gli rinfacciano di avere occupato uno spazio cattolico. «Sono diversi anni che vorremmo costruire una chiesa nostra, ma il Comune non ci vende il terreno. Mi preoccupa più questo che dover fare l’imbianchino a tempo perso».
A poche centinaia di metri dalla parrocchia c’è l’associazione Rindertimi, una Onlus che si occupa di integrazione e mediazione culturale. Il suo presidente, l’ex consigliere regionale Luigi Milano, spiega come la stanzialità degli stranieri che lavorano stagionalmente sia un fattore nuovo che sta accelerando l’integrazione, ma che sta creando anche alcuni disagi: «Da novembre a marzo qui è tutto fermo e molti rimangono senza lavoro per troppo tempo. Questo li porta a vivere di espedienti e spesso a cadere nella trappola dell’illegalità».
Ma l’ex consigliere lamenta soprattutto l’indifferenza delle istituzioni: «fino a quando ci sarà equilibrio tra domanda e offerta di lavoro non sia avranno problemi come quello, per esempio, di Rosarno, ma la situazione è in veloce cambiamento e noi dobbiamo curarci dei migranti, che sono una risorsa essenziale per il nostro territorio. C’è bisogno di un vero sentimento di prossimità con queste persone».
Un esempio di impegno civile è quello dell’Associazione Sportiva San Benedetto dei Marsi. Gianluca Rossi ne è il segretario e racconta di aver iniziato questa avventura per poter dare a bambini e adolescenti la possibilità di avere un luogo di incontro divertente e sicuro. «Nel settore giovanile abbiamo più di settanta ragazzi, di cui molti stranieri. La cosa che più ci dà soddisfazione è la costanza con cui partecipano». Nessuno straniero, però, è iscritto alla squadra maggiore. «La stagione passata ci avevamo provato con due magrebini – racconta Gianluca – ma la FIGC dopo sei mesi ancora non ci restituiva tutta la documentazione necessaria per tesserarli».
Quello che più lo preoccupa sono i problemi per far iscrivere i figli degli stranieri alle giovanili: «Ci chiedono carte che attestino che un bambino di sei-otto anni non abbia mai giocato in campionati di federazioni calcistiche di altri paesi e un attestato di frequentazione scolastica, documento non richiesto per gli italiani. Come se facesse la differenza, a quell’età e nell’ambito del dilettantismo, che un bambino che voglia divertirsi, allontanandosi dalla “strada”, sia iscritto in una squadra di un paese a migliaia di chilometri di distanza o frequenti una scuola locale o meno. A volte mi sembra proprio che il problema del Fucino siamo noi!».
Alle sue parole sembrano fare eco le pagine di cronaca locale che riportano le contestazioni per la centrale a biomasse che dovrebbe nascere dopo la recente approvazione del Governo. La maggior parte dei cittadini ha timore che la coltivazione delle pioppelle destinate a essere bruciate come biomassa possa ridurre notevolmente il terreno agricolo. Inoltre la centrale dovrebbe avere una potenza di 32MV, oltre il triplo di quelle riconosciute in Italia come a basso impatto ambientale. Tutto ciò rischia di avere un influsso notevole sul territorio, creando troppo poca occupazione rispetto a quella che verrebbe meno a causa dei danni alle coltivazioni. Le difficoltà economiche e sociali colpirebbero tutti i cittadini indistintamente dal paese d’origine. © Mario Fracasso


Piccola Famiglia d’Albania: missione speciale per una vita normale

FOTO E TESTO: MARIO FRACASSO

«Per noi albanesi l’unica religione sono i soldi». Così Ervin, studente di archeologia, ospite nello scavo di Castelleone (AN), riassumeva il rapporto dei suoi connazionali con la religione. Era il 2002, erano passati 11 anni dalla caduta del regime comunista e soli tre anni dal crak delle banche e dal relativa guerra civile che sconvolse di nuovo il paese. Il motto più correttamente era ed è: “l’unica religione in Albania è l’Albania”. A prescindere dalla confessione, mussulmana, ortodossa o cattolica, la maggior parte della popolazione, infatti, vive la propria religione con indifferenza materialista. Il comunismo aveva fatto tabula rasa di ogni “Dio” – uccidendo i religiosi rimasti in patria durante la dittatura – e la guerra civile ha insegnato a tutti a sopravvivere con il proprio individualismo.

In questo contesto alcune suore della Confraternita della Piccola Famiglia dell’Assunta di Rimini, nel 2005, hanno deciso di accettare la chiamata: «La chiesa di Uznova era rimasta senza parroco e chiesero a noi di trasferirci lì per mantenere la presenza cristiana nella zona» spiega Suor Micaela, mentre guida il pulmino della missione verso il supermaket. Nei prossimi giorni ci sara’ una settimana di campeggio per i nuovi battezzati e c’è bisogno di fare spesa per molte persone. «Di solito non arriviamo fino a Berat, ma facciamo spesa nelle botteghe locali» racconta sorridendo. Questo evidentemente serve per aiutare le persone della comunita’ locale. Uznova, infatti, è un piccolo villaggio nella periferia di Berat, la cosiddetta città delle mille finestre, posta nel cuore del Paese. È l’ultimo centro abitato prima dell’inizio della lunga strada statale che si infila nella valle ai piedi del monte Tomor e raggiunge i remoti villaggi della regione di Skrapar. Quest’anno, tra giovani e adulti, a Uznova sono state battezzate 18 persone e ormai la piccola chiesa originaria non puo’ accogliere più tutti i fedeli. Durante la messa del sabato sera ci si trasferisce nel salone principale del centro pastorale, costruito nell’ultimo anno e destinato ad accogliere tutte le attività della missione. «La porta della salvezza è aperta per tutti, ma è stretta, bisogna impegnarsi per entrare». Don Giuseppe, un giovane parroco dai modi gentili e il viso espressivo, è arrivato due anni fa da Savignano sul Rubicone per officiare nella parrocchia. Durante la predica, esorta tutti i fedeli, sia cattolici di lunga data sia nuovi battezzati, a non sentirsi arrivati solo per aver aderito al Vangelo, ma a praticarlo quotidianamente.
La sfida più grande le sorelle della Piccola Famiglia di Uznova l’hanno accettata riproponendo in Albania lo stesso modello della loro confraternita italiana, dove la missione principale è quella di assistere i disabili. Suor Michela accarezza Renata, una ragazza di 18 anni affetta da sindrome malformativa di Charge, e spiega: «Ogni Sorella assisteva personalmente un disabile, io mi occupavo di lei, Suor Micaela di Nicola, che ha ventinove anni ed è affetto da microcefalia. Quando ci siamo trasferite, li abbiamo portati con noi». A loro si è subito aggiunto Mario, il primo albanese, un ragazzone di diciotto anni, affetto da sindrome di down. È stato affidato a suor Monica. Con il tempo sono poi entrate nella Piccola famiglia anche Cristiana, sorella minore di Renata ed Eroina. La prima ha quindici anni e presenta un semplice ritardo nell’apprendimento, la seconda ne ha 18 ed è affetta in manirea molto lieve da sindrome di Charge. Entrambe si sono rivelate un validissimo aiuto nella missione e nel giugno 2013 il tribunale albanese per i minori ha riconosciuto alle sorelle la tutela legale delle due ragazze.
L’integrazione nella comunità è stata molto dura, ricordano Micaela e Michela. In Albania il diversamente abile è considerato ancora un taboo, le famiglie tentano di tenerli quanto piu’ nascosti tra le mura di casa e non hanno né strutture adeguate ad accoglierli, né le conoscenze adatte per accudirli al meglio. «Quando giravamo con loro ci sentivamo molto in imbarazzo, tutti ci osservavano in maniera strana» racconta Suli, nel suo italiano fluente. Fin dall’inizio il suo aiuto, come quello di altri giovani albanesi, è stato fondamentale per le sorelle. I ragazzi prestavano volontariato nella parrocchia, imparavano l’italiano e fungevano da anello di congiunzione tra la missione e il resto del villaggio. Ma la gente era molto diffidente del loro operato. I disabili non avevano mai passeggiato per le vie di Uznova e Berat e nessuno era abituato a vedere la loro diversità. Ad alcuni sembrò che Suli e gli altri giovani della parrocchia accompagnassero degli alieni.
Poi è successo qualcosa di speciale. Da un incontro è scoccata la scintilla. Non lontano dalla chiesa di Uznova viveva la signora Xhuli con suo figlio disabile Redi. Il ragazzo passava le sue giornate tra le mura di casa e il balcone. Un giorno per caso però Micaela l’ha trovato sotto casa e non ha perso l’occasione per avvicinarlo e fargli conoscere Nicola. La madre, accorsa per vedere cosa stesse succedendo, ha raccontato alla suora della malattia del figlio e del fatto che soffrisse di insonnia e non la lasciasse dormire la notte. Subito le sorelle della Piccola Famiglia si sono attivate per aiutarla e la loro gentilezza ha convinto la signora Xhuli dell’importanza della loro presenza nel territorio. Per questo ha convinto tutte le altre madri di disabili a incontrare le sorelle per conoscerle e le suore hanno così potuto accedere anche al cosiddetto ospedalino – una specie di ricovero dove i disabili erano raccolti più che accolti. «La situazione è deprimente» spiega suor Michela fissando il terreno mentre cammina: «i disabili sono abbandonati a se stessi dentro il ricovero». A Berat esistono due centri di accoglienza, ma entrambi sono sprovvisti di sufficiente personale. Spesso anche una singola persona deve occuparsi di una decina di disabili, tanto che dopo anni, nonostante le sofferenze e le difficoltà motorie e psichiche, i meno disagiati hanno imparato ad aiutare loro quelli non in grado di muoversi. Per questo la missione delle Sorelle di Uznova è diventata anche quella di dare una vita più serena possibile ai disabili che non frequentano la parrocchia. Hanno deciso di recarsi almeno una volta al mese all’ospedalino di Berat per passare la giornata proponendo attività ludiche per farli socializzare. Inoltre hanno aperto un loro centro diurno ad Uznova. Un centro dove i disabili possono stare in loro compagnia e con altri ragazzi “piu’ fortunati” che frequentano il cortile della parrocchia per giocare, chiacchierare e, seguendo l’esempio dei piu’ anziani come Suli, fare volontariato per aiutare le sorelle nella loro missione. «Io sono qui da poco» spiega Luana, una giovane novizia, venuta a rinforzare la missione, «dare gioia ai disabili è una missione speciale». Le sue parole hanno ancor più significato in un paese culturalmente chiuso come l’Albania. Per questo la funzione della Piccola Famiglia di Uznova nei confronti della comunità albanese locale non è solo quella di riavvicinare i pochi credenti della zona, ma anche quella di assistere i diversamente abili e, soprattutto, riuscire a scardinare il pregiudizio del senso comune, perché la comunità inizi a considerarli come persone con una dignità e in grado di vivere la loro vita. @Mario Fracasso