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Suoni, colori e soldi: cronaca di un matrimonio indiano

Direzione Italia su National Geographic Italia
Foto e testo:  Mario Fracasso

A Puskar, nella regione nordoccidentale del Rajasthan, per entrare nel vivo
di una cerimonia nuziale in stile indù, tra sfarzosità e contraddizioni

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Follow us, we go to play to a marrige“, mi esorta Deepak, in una pausa dalla frenesia del suo tamburo.

Passeggiando per la via principale di Pushkar, nel Rajasthan, tra negozi affollati di stereotipi per turisti, risciò, tuc tuc, mucche sacre e santoni, mi sono imbattuto in rumorose processioni nuziali.

Così sono uscito dall’itinerario previsto per entrare in un’India più reale, per scoprire un luogo dove i sensuali suoni orientali vengono gracchiati da altoparlanti montati su carretti e si confondono con i ritmi suonati dalla banda; dove si balla nel traffico e la festa deve essere quanto più ricca e appariscente possibile per numero di invitati, decorazioni, gioielli, finimenti e banconote che dimostrano la disponibilità economica delle famiglie.

Nei matrimoni c’è poco della spiritualità stereotipata dall’Occidente e le unioni fanno felici più le famiglie che i fidanzati. Ancora oggi, infatti, la maggior parte sono combinati dai genitori e la dote portata dalla sposa è un elemento decisivo per l’accordo.

Lo sforzo economico è così rilevante che alcuni arrivano a indebitarsi o addirittura a preferire che non nascano figlie femmine. Libri, riviste e quotidiani trattano frequentemente questi problemi sociali, presenti soprattutto nelle zone rurali del sub continente.

Se ne dovrebbe discutere a lungo, ma forse, per questa volta, è meglio seguire Deepak e il resto della banda per immergersi dal vivo nella festa.

nella foto: Bambini sui troni degli sposi. Se per gli adulti palco e troni sono un luogo inviolabile prima dell’arrivo degli sposi, non è così nell’innocenza dei più piccoli. Per questi ultimi sono luoghi perfetti per giocare ad imitare gli adulti. ©Mario Fracasso

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Salento dall’alba al tramonto

Un giornata nella terra del vento tra santi, tarantole e spiriti pagani.

L’alba si tinge di rosa, i santi si destano e il vento inizia a soffiare. A volte da Ovest, altre da Est, dalla Calabria o dall’Albania. A volte arriva da Sud, direttamente dall’Africa, e sembra portare con sé la sabbia del deserto. Salento: l’estremo Oriente della nostra penisola. Circondato dai mari, è da sempre considerato terra di unione, ponte verso altre culture, punto d’approdo.

Cattedrali, chiese e statue di santi osservano dall’alto, la religione è scolpita nella tenera pietra leccese e si eleva verso il cielo nei ghirigori barocchi. La si incontra ad ogni angolo di città, paesi e frazioni che si estendono su tutto il territorio: vicini, spesso attaccati, sempre collegati da una fitta rete di strade che sembra progettata per imbrigliare le campagne. Cave di tufo, immensi campi coltivati, masserie, ulivi e pagghiare erano i luoghi del faticare quotidiano necessario a rendere fertile la terra arsa dal sole e della siccità. Ma erano anche i luoghi dove mordeva la tarantola, dove iniziava la “follia” di donne e uomini che sfogavano nel ballo i disagi repressi. Dove dolmen e menhir ricordavano riti pagani non del tutto sopiti e dove spiriti, folletti e fate danzano ancora oggi nelle notti d’estate. © Mario Fracasso