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La Pasqua danzante degli Arbëreshë

FOTO E TESTO DI MARIO FRACASSO

L’ultima svolta prima di entrare a Civita è un tornante in salita che s’immette improvvisamente sul viale che entra in paese. Un rapace in pietra con ali spiegate ed enormi artigli appare all’improvviso. <<Questo è il mio nido>>, sembra dire. Cifti, nido d’Aquila, è infatti l’antico nome di questo piccolo borgo in provincia di Cosenza. Abbarbicato tra le vette del Parco Nazionale del Pollino, ma a pochi passi dal mare, fu scelto dai suoi primi abitanti proprio per la posizione strategica: collegato alla costa, ma nascosto agli sguardi di chi dal mare avrebbe potuto insidiarlo. Primi abitanti che dovevano provenire proprio dalla “Terra delle Aquile”, l’Albania. A Civita abita invero una comunità Arbëreshë: Italiani discendenti da Albanesi arrivati qui nel Medioevo. Oggi la parlata locale è una miscela di antico albanese e termini mutuati da Italiano e dialetti limitrofi, la religione è Cattolica nella sostanza, ma Ortodossa nella forma (storicamente agli Arbëreshë fu lasciata la possibilità di celebrare i riti secondo la tradizione ortodossa, nonostante fossero stati assorbiti dalla Chiesa cattolica) e le tradizioni popolari raccontano di genti venute a seguito di un eroico condottiero.

Durante la settimana santa, la processione e la messa domenicale sono permeate dal retaggio albanese-ortodosso. Il martedì successivo, Pashkët in dialetto locale, alle candele, all’incenso e alle icone dorate si sostituiscono danze e melodie “pagane”: vanno in scena le Vallje, una tradizione istituita dal 1467. Donne e uomini vestiti in abito tradizionale arbëreshë ballano e cantano in cerchio tenendosi per mano o impugnando lo stesso fazzoletto. Rievocano le gesta di Scanderberg, eroe nazionale albanese, che nel XV secolo resistette per anni all’invasione ottomana. In gruppi girano per le vie del paese, danzando fino a “imprigionare” all’interno del cerchio qualche cortese forestiero che offrirà loro da bere per ottenere la libertà

Tradizioni come queste sono venute da lontano, si sono sedimentate tra le cime del Pollino e hanno reso paesi come Civita paradisi per viaggiatori e turisti in cerca di mete inusuali. ©MarioFracasso

 

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Piccola Famiglia d’Albania: missione speciale per una vita normale

FOTO E TESTO: MARIO FRACASSO

«Per noi albanesi l’unica religione sono i soldi». Così Ervin, studente di archeologia, ospite nello scavo di Castelleone (AN), riassumeva il rapporto dei suoi connazionali con la religione. Era il 2002, erano passati 11 anni dalla caduta del regime comunista e soli tre anni dal crak delle banche e dal relativa guerra civile che sconvolse di nuovo il paese. Il motto più correttamente era ed è: “l’unica religione in Albania è l’Albania”. A prescindere dalla confessione, mussulmana, ortodossa o cattolica, la maggior parte della popolazione, infatti, vive la propria religione con indifferenza materialista. Il comunismo aveva fatto tabula rasa di ogni “Dio” – uccidendo i religiosi rimasti in patria durante la dittatura – e la guerra civile ha insegnato a tutti a sopravvivere con il proprio individualismo.

In questo contesto alcune suore della Confraternita della Piccola Famiglia dell’Assunta di Rimini, nel 2005, hanno deciso di accettare la chiamata: «La chiesa di Uznova era rimasta senza parroco e chiesero a noi di trasferirci lì per mantenere la presenza cristiana nella zona» spiega Suor Micaela, mentre guida il pulmino della missione verso il supermaket. Nei prossimi giorni ci sara’ una settimana di campeggio per i nuovi battezzati e c’è bisogno di fare spesa per molte persone. «Di solito non arriviamo fino a Berat, ma facciamo spesa nelle botteghe locali» racconta sorridendo. Questo evidentemente serve per aiutare le persone della comunita’ locale. Uznova, infatti, è un piccolo villaggio nella periferia di Berat, la cosiddetta città delle mille finestre, posta nel cuore del Paese. È l’ultimo centro abitato prima dell’inizio della lunga strada statale che si infila nella valle ai piedi del monte Tomor e raggiunge i remoti villaggi della regione di Skrapar. Quest’anno, tra giovani e adulti, a Uznova sono state battezzate 18 persone e ormai la piccola chiesa originaria non puo’ accogliere più tutti i fedeli. Durante la messa del sabato sera ci si trasferisce nel salone principale del centro pastorale, costruito nell’ultimo anno e destinato ad accogliere tutte le attività della missione. «La porta della salvezza è aperta per tutti, ma è stretta, bisogna impegnarsi per entrare». Don Giuseppe, un giovane parroco dai modi gentili e il viso espressivo, è arrivato due anni fa da Savignano sul Rubicone per officiare nella parrocchia. Durante la predica, esorta tutti i fedeli, sia cattolici di lunga data sia nuovi battezzati, a non sentirsi arrivati solo per aver aderito al Vangelo, ma a praticarlo quotidianamente.
La sfida più grande le sorelle della Piccola Famiglia di Uznova l’hanno accettata riproponendo in Albania lo stesso modello della loro confraternita italiana, dove la missione principale è quella di assistere i disabili. Suor Michela accarezza Renata, una ragazza di 18 anni affetta da sindrome malformativa di Charge, e spiega: «Ogni Sorella assisteva personalmente un disabile, io mi occupavo di lei, Suor Micaela di Nicola, che ha ventinove anni ed è affetto da microcefalia. Quando ci siamo trasferite, li abbiamo portati con noi». A loro si è subito aggiunto Mario, il primo albanese, un ragazzone di diciotto anni, affetto da sindrome di down. È stato affidato a suor Monica. Con il tempo sono poi entrate nella Piccola famiglia anche Cristiana, sorella minore di Renata ed Eroina. La prima ha quindici anni e presenta un semplice ritardo nell’apprendimento, la seconda ne ha 18 ed è affetta in manirea molto lieve da sindrome di Charge. Entrambe si sono rivelate un validissimo aiuto nella missione e nel giugno 2013 il tribunale albanese per i minori ha riconosciuto alle sorelle la tutela legale delle due ragazze.
L’integrazione nella comunità è stata molto dura, ricordano Micaela e Michela. In Albania il diversamente abile è considerato ancora un taboo, le famiglie tentano di tenerli quanto piu’ nascosti tra le mura di casa e non hanno né strutture adeguate ad accoglierli, né le conoscenze adatte per accudirli al meglio. «Quando giravamo con loro ci sentivamo molto in imbarazzo, tutti ci osservavano in maniera strana» racconta Suli, nel suo italiano fluente. Fin dall’inizio il suo aiuto, come quello di altri giovani albanesi, è stato fondamentale per le sorelle. I ragazzi prestavano volontariato nella parrocchia, imparavano l’italiano e fungevano da anello di congiunzione tra la missione e il resto del villaggio. Ma la gente era molto diffidente del loro operato. I disabili non avevano mai passeggiato per le vie di Uznova e Berat e nessuno era abituato a vedere la loro diversità. Ad alcuni sembrò che Suli e gli altri giovani della parrocchia accompagnassero degli alieni.
Poi è successo qualcosa di speciale. Da un incontro è scoccata la scintilla. Non lontano dalla chiesa di Uznova viveva la signora Xhuli con suo figlio disabile Redi. Il ragazzo passava le sue giornate tra le mura di casa e il balcone. Un giorno per caso però Micaela l’ha trovato sotto casa e non ha perso l’occasione per avvicinarlo e fargli conoscere Nicola. La madre, accorsa per vedere cosa stesse succedendo, ha raccontato alla suora della malattia del figlio e del fatto che soffrisse di insonnia e non la lasciasse dormire la notte. Subito le sorelle della Piccola Famiglia si sono attivate per aiutarla e la loro gentilezza ha convinto la signora Xhuli dell’importanza della loro presenza nel territorio. Per questo ha convinto tutte le altre madri di disabili a incontrare le sorelle per conoscerle e le suore hanno così potuto accedere anche al cosiddetto ospedalino – una specie di ricovero dove i disabili erano raccolti più che accolti. «La situazione è deprimente» spiega suor Michela fissando il terreno mentre cammina: «i disabili sono abbandonati a se stessi dentro il ricovero». A Berat esistono due centri di accoglienza, ma entrambi sono sprovvisti di sufficiente personale. Spesso anche una singola persona deve occuparsi di una decina di disabili, tanto che dopo anni, nonostante le sofferenze e le difficoltà motorie e psichiche, i meno disagiati hanno imparato ad aiutare loro quelli non in grado di muoversi. Per questo la missione delle Sorelle di Uznova è diventata anche quella di dare una vita più serena possibile ai disabili che non frequentano la parrocchia. Hanno deciso di recarsi almeno una volta al mese all’ospedalino di Berat per passare la giornata proponendo attività ludiche per farli socializzare. Inoltre hanno aperto un loro centro diurno ad Uznova. Un centro dove i disabili possono stare in loro compagnia e con altri ragazzi “piu’ fortunati” che frequentano il cortile della parrocchia per giocare, chiacchierare e, seguendo l’esempio dei piu’ anziani come Suli, fare volontariato per aiutare le sorelle nella loro missione. «Io sono qui da poco» spiega Luana, una giovane novizia, venuta a rinforzare la missione, «dare gioia ai disabili è una missione speciale». Le sue parole hanno ancor più significato in un paese culturalmente chiuso come l’Albania. Per questo la funzione della Piccola Famiglia di Uznova nei confronti della comunità albanese locale non è solo quella di riavvicinare i pochi credenti della zona, ma anche quella di assistere i diversamente abili e, soprattutto, riuscire a scardinare il pregiudizio del senso comune, perché la comunità inizi a considerarli come persone con una dignità e in grado di vivere la loro vita. @Mario Fracasso