L'Italia vista con gli occhi degli italiani

Spunti e Appunti

Arezzo ponte della Gioconda

Il ponte più fotografato al mondo

Tra le campagne aretine, dove scorre calmo l’Arno, c’è un ponte apparentemente anonimo. Eppure tutti noi lo abbiamo visto innumerevoli volte: in pochi dal vivo, molti in fotografia, in migliaia ogni giorno a Parigi. Qui lo si vede pur senza volerlo. Si trova al Louvre “appeso a un muro”, disegnato nel paesaggio alle spalle della Gioconda.

Se si guarda sulla destra del quadro, infatti, si nota un ponte in stile romanico, che appare molto simile al Ponte Buriano.

Per molto tempo si è pensato che lo sfondo alle spalle di Monna Lisa fosse inventato, ma già dal 1992 lo storico dell’arte Carlo Starnazzi, aveva pubblicato la sua tesi, frutto di numerose ricerche, secondo la quale a fare da sfondo alla Gioconda fossero proprio le campagne nei pressi di Arezzo ed in particolare la zona in cui passa l’antica via Cassia, scavalcando l’Arno, viste dal castello di Quarata.

Leonardo da Vinci conosceva a fondo questi luoghi; lo mostra un suo disegno conservato alla Royal Library di Windsor, fatto tra il 1502 e il 1503 che rappresenta il bacino idrico della Val di Chiana in cui è visibile il ponte Buriano.

Lo studio dell’esperto ha convinto pressoché tutti. Recentemente però i membri di un’associazione culturale di Laterina, hanno ipotizzato che lo studio di Starnazzi sia impreciso. Secondo Massimo Gragnoli e il Dottor Anselmo Rondoni, l’area raffigurata è reale ed è molto vicina a quella teorizzata da Carlo Starnazzi, ma il ponte raffigurato sarebbe il Ponte Romito, di cui ora restano solamente alcuni ruderi. ©Diego Funaro

piaggio

Tanti auguri, Vespa!

La Vespa oggi compie 70 anni. Simbolo per eccellenza del made in Italy, fu un’invenzione rivoluzionaria. Il suo brevetto fu depositato il 23 aprile del 1946 e la sua complessa definizione era: “motocicletta a complesso razionale di organi ed elementi con telaio combinato con parafanghi e cofano ricoprenti tutta la parte meccanica”. Una motocicletta che doveva superare il concetto stesso di motociclo: doveva avere la popolarità di una bicicletta, ma anche la comodità e l’eleganza di un’automobile. Ironia degli eventi, il suo progettista, Corradino D’Ascanio, che concepì tra l’altro il primo elicottero manovrato direttamente da un uomo, fu scelto da Enrico Piaggio proprio perché odiava le moto e trovava scomodo dover “cavalcare” per guidare. Ideò per questo la guida da seduti e spostò il cambio sullo sterzo per aumentare il comfort. Nacque così il motorino più famoso del mondo e il suo successo portò la Piaggio, che fino a quel momento si era dedicata soprattutto all’aereonautica, a continuare sulla strada delle due ruote. La Vespa in breve divenne l’immagine più popolare della libertà di movimento, oltre che, insieme alla FIAT 500, della rinascita economica dell’Italia del dopoguerra. ©Mario Fracasso
Per celebrarla abbiamo creato un profilo instagram ad hoc con una piccola Vespa che ci porterà in giro per Roma.

Simbolo pasquale

La Colomba: un simbolo

La Pasqua, come festa religiosa, ma anche come periodo dell’anno, intesa quindi come primavera, è ricca di simboli. È tempo di rinascita e riconciliazione, dopo il periodo dei sacrifici (come ci ha raccontato l’antropologa Adriana Gandolfi). Infatti, la Pasqua cristiana celebra proprio la risurrezione di Cristo, successiva al sacrificio della sua stessa vita. Come periodo primaverile è il momento in cui le giornate tornano a farsi più lunghe dopo il buio invernale.

Dei tanti simboli legati a questo momento dell’anno, la colomba merita un’attenzione particolare. Nella cultura ebraica, così come in quella babilonese, questo uccello dalle piume candide, in volo alla fine del Diluvio Universale, torna all’arca tenendo nel becco un ramoscello di ulivo, in rappresentazione della riconciliazione divina e della ripresa della vita sulla Terra. Nel cristianesimo, la colomba è spesso allo stesso tempo testimone dell’azione divina e divinità essa stessa, poiché è la raffigurazione dello Spirito Santo. È presente quando l’arcangelo Gabriele annuncia a Maria la nascita di suo figlio Gesù ed è attraverso di lei, come Spirito Santo, che è fecondata la Vergine. In modo simile, quando Giovanni battezza il Cristo, la colomba scende dal cielo su di lui.

Non è da dimenticare che nella tradizione italiana, “la colomba” è anche un dolce che nella forma ricorda proprio l’uccello simbolo dello Spirito Santo e insieme all’uovo di cioccolato è il principale emblema della festa pasquale a tavola.

Come simbolo di Pasqua la colomba è il segno di rinascita e riconciliazione, il suo candore è quello dell’intera umanità, alleggerita dei peccati grazie al sacrificio divino. ©Diego Funaro

Civita_Case Kodra_Mario FracassoSguardi Umani

Hanno occhi, naso e bocca. Osservano il lento scorrere della vita e fissano chi si ferma a guardarle.
Le case Kodra di Civita, paese calabro annidato tra le cime del Pollino, sono state così battezzate in onore del pittore Albanese Ibrahim Kodra (1918-2006), che visse a Milano e le ritrasse durante una visita alla locale comunità Arbëreshë (vedi anche “E hënë e Pendikosti! (E’ lunedì di Pentecoste!)”, cioè di italiani discendenti dagli immigrati albanesi che nel Medioevo si stanziarono in diverse zone del centro-sud della Penisola.
Richiamano decisamente il Cubismo e a vederle sembra proprio abbiano un volto umano. Sono un ottimo esempio di come fantasia, inventiva e funzionalità possano convivere anche in un borgo così remoto. All’ingresso del pian terreno è sovrapposta una canna fumaria ai cui lati sono posizionate due finestre speculari. Lo sguardo sembra vacuo, ma le finestre sono in una posizione della facciata che consente a chi vi abita di scaldarsi, chiacchierare e osservare tutto ciò che accade all’esterno. Così, fissando quegli occhi, è facile immaginare anziane donne che scrutano i passanti mentre filano la lana. A volte, accade di vederle realmente.
Le abbiamo scoperte visitando Civita invitati ad assistere alle celebrazioni pasquali della comunità locale. Un’esperienza unica in cui tradizioni cattoliche e ortodosse, albanesi e italiane si confondono in una nuvola d’incenso mentre icone dorate osservano placide i fedeli che ballano e cantano melodie “pagane”. Un’esperienza che vi racconteremo a giorni, nella prossima storia di Direzione Italia. ©Mario Fracasso

Flaviano Pescara20 Novembre, viva Flaiano, abbasso l’ignoranza

«Pescara è una città per giovani che si vogliono divertire. Ma, essendosi sviluppata di recente, non ci sono molti monumenti o edifici storici da visitare». Mi capita di ripetere questa frase spesso agli amici che mi fanno visita. Fino al 2012, però, c’era un angolo della città che mostravo sempre e che suscitava l’ammirazione e la meraviglia di tutti. Dopo una passeggiata tra i locali delle due strade storiche, via delle Caserme e corso Manthonè, giunti a piazza Unione mostravo il busto rappresentante Ennio Flaiano, giornalista, sceneggiatore e scrittore nato proprio Pescara. Ma questo era solo l’antipasto per prepararli a ciò che seguiva girando l’angolo in largo dei Frentani. Alzando lo sguardo, tutti i miei ospiti rimanevano di stucco nel vedere il grande murale che campeggiava sulla facciata del palazzo del Fondo Pensioni della Banca di Roma e io potevo almeno in quei momenti pensare ai miei concittadini come persone che amano la cultura e rendono onore ai suoi artisti. L’illusione è durata poco: l’opera realizzata nel 2006 in smalto e acrilico dall’artista pescarese Christian Serafini è stata rimossa sei anni dopo. Flaiano morì il 20 Novembre del 1972, dopo una vita passata a fare il corrispondente per giornali come Oggi, Il Mondo, il Corriere della Sera e collaborando con registi come Federico Fellini, Eduardo De Filippo, Dino Risi, Roberto Rossellini, William Wyler e Michelangelo Antonioni. Così, oggi, ho sentito la necessità di ricordarlo e di evidenziare una sconfitta intellettuale della mia città, che ha perso un’opera che amavo definire strategica: bella e moderna, posta nel cuore della movida notturna, pronta a incuriosire e sensibilizzare chi la vedeva. ©Mario Fracasso

Basilica Loreto_Mario FracassoIl tempo è il presente

Una delle idee più diffuse in occidente è: il tempo è denaro. Per questo cerchiamo di infittire la nostra giornata di impegni. Sembra che il tempo non basti mai, che le lancette ci inseguano, rapide e affilate nemiche della nostra vita.

Il Dalai Lama ci descrive così: «Quello che mi ha sorpreso di più negli uomini dell’Occidente è che perdono la salute per fare i soldi e poi perdono i soldi per recuperare la salute. Pensano tanto al futuro che dimenticano di vivere il presente in tale maniera che non riescono a vivere né il presente, né il futuro. Vivono come se non dovessero morire mai e muoiono come se non avessero mai vissuto».

Tornando da una fiera, un giorno, mi sono accorto che non avevo incombenze, ho accantonato tutti i pensieri e ho guidato come se il tempo non contasse nulla: fermandomi dove volevo, tornando in dietro, guardando il panorama, parlando con le persone, scendendo e camminando. Assecondando per una mezza giornata le passioni e non i doveri.

È così che ho scattato questa immagine della basilica di Loreto, una foto che non mi ha portato guadagno materiale, ma che ogni volta mi regala un sorriso per il ricordo del bel pomeriggio passato a riempirmi l’animo, più che la pancia. ©Mario Fracasso

PIAZZA ANFITEATRO_MARIO FRACASSO

Riutilizzo o conservazione della Storia?

All’Università lessi che gli invasori, conquistata Pergamo, fusero statue e rilievi dell’acropoli per ricavarne materiale da costruzione. Fui scioccato. Era l’esame di Archeologia Greca e studiavo da un punto di vista moderno, quello della nostra civiltà che può prodursi materiale edile da zero quando, quanto e come vuole. Poi con l’esame di Archeologia Medievale imparai che, a causa della povertà diffusa, quell’epoca era piena di esempi di costruzioni edificate sulle fondamenta di altre più antiche e monumenti di tutti i tipi che tornavano a essere materiale da costruzione.

L’esempio più famoso è il Colosseo. Per centinaia di anni fu una vera cava a cielo aperto: marmo, metallo e laterizi erano costantemente asportati per costruire nuovi edifici, tra i quali anche Palazzo Barberini (famoso è il detto Quod non fecerunt barbari, fecerunt Barberini). A Lecce, invece, l’anfiteatro romano fu inglobato dal borgo medievale e se ne perse la memoria, tanto che Durante il XIX secolo fu riportato alla luce in parte (il resto si trova ancora oggi al disotto della meravigliosa chiesa di Santa Maria della Grazia, edificata alla fine del Cinquecento). Proprio come nella più famosa Arena di Verona, al suo interno si tengono spesso concerti. Esempi virtuosi di uso moderno di antiche opere. Monumenti conservati nel loro aspetto originale.

Tutt’altra storia, invece, è quella di Piazza dell’Anfiteatro a Lucca. Qui le case sono state edificate sfruttando l’anfiteatro romano, disposte affiancate proprio dove una volta dovevano essere le gradinate. Dall’alto, la forma ellittica non lascia dubbi.

Quella di Lucca è una delle più belle piazze d’Italia, un “monumento vivo” che deve bellezza e fama proprio al fatto che non è stato cristallizzato nel tempo per essere ammirato, ma modificato per essere vissuto. Così, dalla prima volta che l’ho visitata, ancora mi chiedo se riutilizzare sia sempre una scelta peggiore che “monumentalizzare”. ©Mario Fracasso

Premio Merck

Roma, le lettere, la scienza e la musica

Che cosa accomuna un panorama meraviglioso su Roma, la letteratura e la musica? È il premio Merck, giunto alla tredicesima edizione, che incorona ogni anno gli scrittori riusciti a raccontare la scienza, fondendo cultura umanistica e cultura scientifica. La cornice della premiazione è Villa Miani, sulle pendici di Monte Mario a Roma, da cui si gode di una vista incantevole sull’Urbe, abbastanza in alto per vedere lontano, ma abbastanza vicina ai monumenti da permettere di distinguere facilmente la cupola di San Pietro, il Palazzo della Civiltà del Lavoro all’EUR, il Gazometro, piazza di Spagna… Rendendo poetico il legame tra scienza e letteratura. Una fusione sempre esistita e rafforzatasi in epoca moderna, con l’influenza di fisica, chimica, medicina e astronomia sulla finzione letteraria, principalmente fantascienza e, a sua volta, di quest’ultima sul mondo scientifico, posto davanti a sfide sempre nuove. Per esempio, in “Ventimila Leghe Sotto I Mari” si parla di un battello che riesce a navigare nei fondali marini ben prima dell’invenzione del sommergibile, precorrendo i tempi in modo analogo a quanto hanno fatto e stanno facendo molti testi di Isaac Asimov rispetto a computer e robot. Ma dicevamo che anche la scienza è uno spunto per la letteratura; i vincitori del Premio Merck sono autori che ispirandosi particolarmente alla medicina, hanno contribuito a mantenere saldo questo ponte tra scienza e lettere, divulgando conoscenza in modo non accademico in senso stretto. Ad aggiudicarsi il premio sono stati Maylis De Kerangal, considerata la migliore scrittrice francese degli ultimi anni con “Riparare i Viventi” e l’americano David Quammen, noto come lo scienziato scrittore, autore di “Spillover”.
Il testo di Maylis De Kerangal è un romanzo che parla di un trapianto di cuore, dal momento in cui il donatore perde la vita, fino a quando un’altra persona può continuare a vivere proprio grazie al cuore. I sentimenti dei personaggi si fondono con un’estrema precisione medica nella terminologia e nella descrizione dei fatti. È contemporaneamente un racconto di morte e un racconto di vita.
Il libro di David Quammen, pur essendo un saggio, narra attraverso le emozioni e le esperienze, utilizzando quindi tecniche letterarie vicine a quelle dei romanzi. Spillover ci fa entrare nel mondo delle zoonosi, le malattie che fanno salti di specie, come l’influenza aviaria o l’ebola. L’autore, in ottica darwiniana, ci pone come una delle varie specie animali, anche per questo il suo testo porterà a domandarsi quale animale comune e pacifico potrebbe essere l’origine di una nuova pandemia, per farci capire che quando abbattiamo una foresta cacciandone tutti gli abitanti, «i germi del posto svolazzano in giro come polvere che si alza dalle macerie».
E la musica come si incastra con scienza, lettere e Roma? Grazie a Nicola Piovani, anche lui premiato per Epta, suite orchestrale in cui il protagonista è il numero sette. Sono infatti sette movimenti per sette musicisti, con sette interventi vocali sul numero sette. E sono proprio le note del Maestro a concludere la cerimonia di premiazione, prima di una cena con vista su Roma. ©Diego Funaro

Cristo nel Labirinto - Alatri

Alatri e la Salvezza dentro al labirinto

La simbologia del labirinto è stata rilevante fin dall’antichità. L’archetipo del labirinto è probabilmente quello del palazzo di Minosse a Creta, al centro del quale viveva il temibile Minotauro. Lontano dall’isola greca, in Ciociaria e precisamente ad Alatri, su una parete nell’ex convento di San Francesco, si trova la rappresentazione di un labirinto, al centro del quale non troviamo un mostro mitologico, ma la rassicurante figura di Cristo. Questo affresco, di autore ignoto, è probabilmente legato ai cavalieri templari. La struttura stessa del percorso tortuoso cela una croce patente, simbolo chiaramente visibile nell’aureola del Cristo Pantocratore. A rafforzare l’ipotesi che lega il dipinto alatrense ai templari è il percorso del labirinto. Benché non esista al mondo nessun’altra opera che ponga Gesù al centro di un dedalo, la struttura a undici spire è esattamente identica a quella di particolari di altri due edifici sacri: la cattedrale di Chartres e il duomo di San Martino a Lucca. Nella chiesa francese, vi è un enorme labirinto al centro della navata centrale, mentre in quella toscana tale simbolo è inciso su una pietra del porticato ed è molto più piccolo. In entrambi i casi, la presenza templare è attestata, così come il fatto di trovarsi su vie di pellegrinaggio verso Roma e verso la Terra Santa. Questi tre esemplari sono gli unici giunti fino ai nostri giorni, ma ce ne erano altri che riportavano lo stesso disegno. Il particolare affresco ciociaro sembrerebbe comunque essere il più antico tra tutti quello con percorso uguale.
Il significato, non troppo nascosto, è da ricercare nella struttura stessa di questi labirinti. Hanno, infatti, un solo percorso che permette l’entrata e l’uscita (nel caso di Alatri indicato dalla mano destra di Gesù, nell’atto di benedire questa strada). Il messaggio è quindi quello di percorrere il cammino indicato da Cristo, per evitare di smarrirsi nel labirinto della vita. Perdersi per strada potrebbe essere rischioso e, come per Dante Alighieri, condurre alle porte dell’Inferno: “Nel mezzo del cammin di nostra vita / mi ritrovai per una selva oscura, / ché la diritta via era smarrita”. Così come il Sommo Poeta trovò Virgilio che lo guidò, allo stesso modo il pellegrino o il templare, o il semplice fedele, possono essere guidati dalle indicazioni divine. Tutto questo peregrinare conduce infine al punto di partenza: il labirinto di Minosse. Accanto all’incisione sul duomo lucchese, vi è un’iscrizione che recita: “HIC QUEM CRETICUS EDIT DEDALUS EST – LABERINT – HUS DE Q(U)O NULLU – S VADER – E QUIVIT – QUI FUIT – INTUS – NI THESE US – GRAT – IS ADRIAN – E STAMIN – E IUTUS” ovvero: “Questo è il labirinto costruito dal cretese Dedalo, dal quale nessuno, tra coloro che vi entrarono, poté uscire, eccetto Teseo grazie all’aiuto del filo d’Arianna”. È fondamentale non perdere mai la via, ma quando succede, non occorre disperarsi, potrebbe esserci qualcuno pronto a soccorrerci. ©Diego Funaro

pantheon web

Pioggia di rose al Pantheon

Roma è traboccante di chiese, alcune anche molto famose. Uno dei monumenti più noti della capitale, il Pantheon, nato come tempio di tutti gli dei, è dal VII secolo una basilica cristiana: Santa Maria ad Martyres. Proprio in questo tempio si celebra uno dei riti più toccanti anche per i non credenti. La celebrazione della Messa di Pentecoste del mattino si conclude con una pioggia di petali di rose rosse dall’oculus, l’apertura di circa nove metri di diametro al centro della cupola. Nonostante la rosa sia un simbolo mariano e la basilica sia consacrata proprio alla Madonna, i petali delle rose che cadono sui fedeli dalla cupola hanno un altro significato: ricordano la discesa dello Spirito Santo, in forma di lingue di fuoco sugli apostoli. In questo rito, che si svolge al temine della Messa, le rose usate sono rosse, come il fuoco e non bianche come quelle che generalmente simboleggiano la Madonna. Secondo alcuni, il rosso dei petali starebbe a simboleggiare anche il sangue versato da Cristo per la salvezza dell’umanità.

L’uso dell’oculus come collegamento tra la divinità e i fedeli non nasce con questo emozionante rituale, ma ha radici molto più antiche. L’edificio consacrato in epoca romana a tutti gli dei, ha come unica fonte di illuminazione naturale proprio l’apertura nella cupola. Precisi calcoli nella progettazione hanno fatto in modo che a mezzogiorno del solstizio d’estate, il fascio di luce solare rischiari il portale del tempio. Questa luce rappresenta il collegamento diretto tra umanità e divinità. Vedere migliaia di petali rossi che cadono lentamente e attraversano l’imponente fascio di luce è indubbiamente un’esperienza da fare almeno una volta nella vita. ©Diego Funaro

Veduta di Modica nei pressi della casa natale di Salvatore Quasimodo
Vicolo: una croce di case
che si chiamano piano,
e non sanno ch’è paura
di restare sole nel buio. (Vicolo – S. Quasimodo)

Nei versi della sua poesia Salvatore Quasimodo (1901 – 1968) raccontava l’isola di Ortigia a Siracusa. Osservando, però, una veduta dall’alto di Modica, si può supporre che, in fondo, quei versi fossero inconsciamente ispirati anche dalla sua città natale. Quasimodo era modicano di nascita e passò l’infanzia viaggiando al seguito del padre, che capostazione, si spostava negli anni da un paese all’altro della Sicilia orientale. Nel 1908 si trasferì a Messina, dove il padre era stato chiamato per riorganizzare la stazione, e visse da sfollato nei vagoni dei treni. Un’esperienza che segnò l’animo di un poeta a cui nel 1959 fu assegnato il premio Nobel per la letteratura. Insieme a Eugenio Montale e Giuseppe Ungaretti, divenne infatti uno dei massimi esponenti dell’Ermetismo italiano. La loro poetica era “chiusa”, quasi criptica, con frasi brevi ma piene di significato. Sempre e comunque essenziale.

Leggendo i loro versi, spesso mi viene in mente una frase, less is more, pronunciata da Ludwig Mies van der Rohe, architetto tedesco morto appena un anno dopo il poeta siciliano. Era esponente del così detto Movimento Moderno e che voleva ridurre all’essenziale il modo di costruire. Mi torna in mente quasi come fosse uno slogan reazionario, una protesta proprio contro quella modernizzazione a cui l’architetto tedesco voleva tendere attraverso la semplificazione, ma che ha preso sempre di più la strada della complessità. Una realtà, quella di oggi, in cui tutto è sempre in eccesso, ma ci sembra sempre poco. Una realtà a cui siamo talmente abituati che anche la più piccola rinuncia, a volte, ci sembra il più grande dei sacrifici. Certo, vivere tra il vicoli decantati da Quasimodo, tra “croci di case e paura di restare al buio” potrebbe essere meno confortevole e decisamente antistorico. Ma cercare l’essenzialità nel nostro stile di vita in un mondo dove in pochi abbiamo tanto e in molti hanno molto meno della Modica del ‘900, potrebbe essere utile di certo al nostro pianeta e forse anche alla nostra economia. Di certo sarebbe molto poetico. ©Mario Fracasso

Mario Fracasso_CivitaPreparativi pasquali

Quest’anno ho deciso di trascorrere la Pasqua nel piccolo borgo di Civita che, incastonato tra le gole del Raganello, nella catena montuosa del Pollino, ospita una delle più importanti comunità Arbëreshë – circa 900 abitanti di etnia albanese. I loro antenati si insediarono qui nel tra il XIV e XV secolo, portandosi dietro tradizioni, lingua e religione del paese di origine. Ancora oggi il dialetto locale è effettivamente un’evoluzione in terra calabra dell’Albanese parlato nel Medioevo. La fede è quella cattolica, ma la messa viene celebrata secondo il rituale greco-bizantino. L’iconografia richiama in maniera chiara la tradizione ortodossa e nella chiesa madre sono presenti un’iconostasi e diversi affreschi. Mentre tutta la comunità è in fermento per l’imminente Pasqua e per le Vallje del martedì successivo, al suo interno regna il silenzio. Qui incontro Kosmin, un ragazzo rumeno chiamato per curare le decorazioni della chiesa. Assorto nel suo lavoro inizialmente non mi nota, ma poi si accorge della mia presenza e si presta a sovrapporre i nostri lavori. Mi spiega che non sta ristrutturando gli affreschi, ma sta apportando delle piccole migliorie in vista della celebrazione di domenica. Tutto deve essere perfetto per il giorno di Pasqua! ©MarioFracasso

sicilying ragusaSicilia: un viaggio inaspettato

Nell’Odissea leggiamo: «Allora incontro ti verran le belle spiagge della Trinacria isola, dove pasce il gregge del Sol, pasce l’armento». La Sicilia è un po’ come l’Isola di Lost, decide lei quando devi approdare o andare via, come un essere senziente e quasi soprannaturale. Sarebbero bastati questi due pensieri per accettare la proposta fatta dal Daily Slow di partecipare ad un blog tour in terra siciliana. Ma certamente non sono state le sole spinte a dare una risposta affermativa: la voglia di tornare in un posto ricco di storia e la curiosità di conoscerne angoli che ancora non ho visitato hanno fatto la loro parte. Ma a guidarmi è stato soprattutto il piacere di poter raccontare ancora questi luoghi così carichi di fascino.
In questo blog tour Sicilying e Slow Tourism faranno vivere a un gruppo di blogger l’esperienza di alcuni giorni nella zona iblea. Degusteremo il cioccolato di Modica e scopriremo le meraviglie barocche di questa città, ci immergeremo nella storia e nella natura di Ispica ed entreremo nelle atmosfere del commissario Montalbano a Scicli, magari assaporando un calice di Nero d’Avola.
Sicuramente tutta la squadra avrà tanto da raccontare, sia durante il viaggio, sia al ritorno. Per poterci accompagnare virtualmente, nei prossimi giorni cercate sui social l’hashtag #sicilying, in attesa che i nostri racconti si facciano più dettagliati con articoli e gallerie fotografiche. ©Diego Funaro

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Ezra Pound, incompreso?

Nato nel 1885 e morto nel 1970, Ezra Weston Loomis Pound è stato un poeta statunitense che si trasferì in Europa nel 1908 e, dopo aver vissuto a Londra e Parigi, si stabilì in Italia a Rapallo. Fu inizialmente ispirato dai Preraffaelliti e dalla letteratura medievale, ma frequentando personaggi come Yeats, Hemingway, Picasso, Cocteau, Joyce ed Eliot si spostò progressivamente verso il Modernismo, divenendo uno dei maggiori promotori del Vorticismo e dell’Imagismo.
A lui si sono ispirati i militanti dell’estrema destra quando nel 2003 hanno fondato il primo centro sociale di ispirazione fascista, denominandolo CasaPound, divenuto, poi, un vero movimento politico. Lo scorso Sabato 28 febbraio il CPI (CasaPound Italia) ha sfilato a Roma, in contemporanea con il corteo della Lega Nord. Cittadini e forze dell’ordine temevano scontri e disordini poiché in contrapposizione al movimento di estrema destra si attendevano anche manifestanti appartenenti ai centri sociali della sinistra anarchica.
Alla fine non ci sono state notizie di disordini, ma, seguendo i media, ho avuto una sensazione di déjà vu. Mi sono tornate alla mente le interviste fatte in occasione di un lavoro nel 2010 nel quartiere romano di Casal Bertone. Lì circoli culturali legati a CasaPuond e centri sociali anarchici convivono a poche centinaia di metri di distanza. Nessuno dei cittadini aveva voglia di parlare né dell’una né dell’altra fazione, mentre il parroco e il comandante dei Carabinieri riferivano di un contesto sociale molto teso.
Mi è tornato in mente anche un articolo letto proprio in quel periodo, Giù le mani da mio padre Ezra Pound (Mario Breda, 1 Aprile 2010, corriere.it) in cui Mary de Rachewiltz, figlia di Ezra Puond, prendeva le distanze dai militanti del CPI. Non rinnegava la vicinanza del padre al Fascismo, ma spiegava che il suo sostegno intellettuale al Regime arrivò in «un momento di frattura molto complesso». Il padre, infatti, inseguiva gli ideali di una nuova società alternativa a quella liberista come a quella comunista, ma vedeva intorno a sé il rischio dello sfacelo e si sentiva “formica solitaria tra le rovine d’Europa”. D’altra parte era troppo forte in lui il dovere morale di immaginare un’economia sensata, e “tentare di imporla facendo pensare la gente”. Di Mussolini, in particolare, disse che “avrebbe voluto educarlo e che era stato distrutto per non aver seguito i dettami di Confucio”.
La figlia del poeta non approva l’atteggiamento dei militanti di CasaPound che lo hanno inserito tra gli «antenati ideali», celebrandolo con slogan ispirati a sue invettive, ma scelte casualmente e decontestualizzate. Questo le sembra un nuovo modo di chiudere il padre ancora in una gabbia, dopo che gli Statunitensi lo avevano rinchiuso già per dieci anni in un manicomio militare, accusandolo di pazzia. Un modo secondo molti di mettere a tacere le sue parole anti-capitalistiche e dichiaratamente anti-americane.

 ©MarioFracasso

Barcaccia di BerniniBarcaccia: colpita, ma non affondata!

Foto: Diego Funaro
Testo: Francesca Nuvoli e Diego Funaro

Una leggenda popolare narra che la fontana della Barcaccia in Piazza di Spagna abbia questa particolare conformazione, per ricordare una barca in secca, portata fin lì dalla piena del Tevere del 1598. Ma esiste anche un’altra ipotesi che appare profetica dopo i fatti legati alla partita di Europa League tra la Roma e il Feyenoord, lo scorso 19 febbraio. Sembra che questo luogo fosse anticamente utilizzato come piccola naumachia. Il che spiegherebbe il nome “Barcaccia”, come riferimento a una vecchia imbarcazione prossima all’affondamento.
Da sempre Piazza di Spagna è il luogo in cui s’incontrano i supporter ospiti quando le loro squadre giocano nella Città Eterna. A volte le scalinate di Trinità dei Monti sono completamente coperte dai colori della squadra di turno, con i tifosi che le usano per sedersi, mentre cantano e chiacchierano in clima festoso. Così è stato per la finale di coppa Italia del 2011 tra Milan e Palermo, con i rosanero che hanno portato con loro il calore della Sicilia, così è stato per l’incontro della fase a gironi di Champions League nell’inverno scorso tra Roma e Bayern Monaco, quando la piazza è stata popolata dall’allegria bavarese. Così non è stato giovedì. La festa precedente la partita ha presto scavalcato i limiti della civiltà. A farne le spese è stata la Barcaccia di Pietro Bernini, un’opera famosa per essere stata la prima nella storia ad abbandonare le geometrie classiche delle vasche, lasciando il posto alla fantasia dello scultore. Uno degli esempi più pregiati dell’arte barocca, oltre che emblema del genio italiano, è stato preso d’assalto, usato come gabinetto, riempito di rifiuti, soprattutto bottiglie di birra. E a un certo punto sembrava veramente di essere di una battaglia navale. Più di una volta i tifosi ubriachi hanno lanciato petardi, bomboni e fumogeni, all’interno della fontana. Poi gli scontri con le forze dell’ordine. Così, nei due giorni successivi la partita di coppa, a colpire l’attenzione sono state le transenne poste a protezione e i fiori lasciati dai passanti in segno di lutto. «È morta la civiltà» è la frase sulla bocca di tutti quelli che la contemplano attoniti. «Un danno permanente e non recuperabile che lascia una ferita indelebile» è l’affermazione dell’assessore capitolino alla Cultura, Giovanna Marinelli, in seguito alla mappatura delle scheggiature subite dall’opera. Una ferita indelebile per il patrimonio artistico italiano.
Tra le altre teorie sull’origine della Barcaccia c’è anche quella secondo la quale la sua conformazione richiamerebbe il tipo d’imbarcazione anticamente usato per il trasporto fluviale di botti di vino. Un sarcastico parallelo, pensando che si è trovata ad essere piena di bottiglie, emblema di inciviltà imperante.

#thisisamuslim_Mario Fracasso_Direzione Italia#thisisamuslim

I fatti che stanno accadendo a Parigi hanno sconvolto il Mondo Occidentale. Capire cosa stia accadendo, quali fossero le intenzioni di attentatori e mandanti e quale il vero significato di questo gesto è molto difficile e il rischio è quello che l’opinione pubblica sia influenzata da un’onda di pareri espressi con superficialità. Le uniche frasi che mi appaiono inconfutabili sono quelle del fratello di Ahmed Marabut, l’agente musulmano ucciso dagli autori della strage a Charlie Hebdo: «Mio fratello era musulmano, si è fatto uccidere da dei falsi musulmani. Mi rivolgo a tutti i razzisti, islamofobi e antisemiti, non bisogna confondere gli estremisti e i musulmani. L’Islam è una religione di pace, condivisione e amore».
Per confermare queste parole potrei raccontare di Mohammed e Johed, lavoratori stagionali immigrati dal Marocco, del piacere nell’invitarmi nel loro paese di origine e nell’ospitarmi a casa della loro famiglia per due settimane. Oppure di Daif, capo operaio durante un campagna di scavo nel Fayyum, in Egitto, che solo per aver apprezzato la sua kefiah, si sia presentato il giorno seguente con una simile in regalo per me. O ancora di tutti i miei compagni di corso conosciuti al Melton College di York, provenienti dall’Arabia Saudita, dall’Oman, dalla Libia, della loro apertura mentale e della loro voglia di condivisione. Oppure del sorriso di Ehsan, il mio compagno di stanza iraniano a Roma. Tutte esperienze di “pace, condivisione e amore”.
Ma forse basta solo il ritratto dell’anziano che mi offre del tea dopo essere entrato nel suo giardino, intento a scattare qualche foto. Ogni volta che lo vedo mi chiedo cosa sarebbe accaduto se fossi entrato in un giardino negli Stati Uniti o in qualsiasi altro paese occidentale. ©MarioFracasso

Sotto_monumento_Dante_Verona_CapodannoBuon anno con un bacio sotto il monumento di Dante

Direzioneitalia vi augura un felice Capodanno. Vi abbiamo condotto con noi attraverso le immagini di un’Italia più viva che mai, da Roma a Venezia, da Santa Maria di Leuca alle vette più alte del Trentino; nei boschi incontaminati e selvaggi dell’Abruzzo, nella tradizione eclettica e sfaccettata di Palermo, tra i resti eloquenti dell’Aquila. Sentieri di arte, cultura e identità velate o più note: dall’Italia verso il Marocco, l’India, la Germania e la Cambogia, sempre seguendo le tracce di grandi maestri italiani come Pasolini e Terzani. Questo 2014 è stato un anno di ricerca, di sviluppo di nuovi itinerari geografici e mentali. Il più bell’augurio che possiamo farvi per una “buona fine e un buon principio” è quello di continuare a cercare insieme a noi: sperimentate, scoprite, guardate il mondo con gli occhi di un bambino e con quelli di un amante. Che le vostre guide siano i grandi uomini del passato, ma anche le vostre passioni e il desiderio di conoscere.

Con gli occhi sbarrati, una macchina fotografica e qualche libro in uno zaino, Direzioneitalia continuerà a viaggiare, con voi, anche in questo 2015.

Natale_Pescara_Direzione Italia_Mario FracassoMiracoli di Natale

Per fare un libro ci vuole la carta, per fare la carta ci vuole l’albero. Ma chi direbbe che per fare l’albero ci vogliono i libri? La Provincia e la Biblioteca provinciale di Pescara sono riusciti nel miracolo di riportare la carta all’albero. Per addobbare l’atrio del palazzo della Provincia, infatti, non hanno comprato l’ennesimo abete naturale, abbattuto in chissà quale bosco o fatto crescere in chissà quale vivaio solo per essere venduto, né l’ennesimo abete di plastica, ennesimo rifiuto di una festività “sprecona” per tradizione.
Hanno creato un Albero di Natale di quasi tre metri con 1000 libri. Un vero prodigio per una città in cui di cultura si parla veramente poco. Pescara è una città che offre divertimento, tanti centri commerciali e negozi, strade non eccessivamente trafficate e la possibilità, per ancora molti fortunati, di tornare a casa per la pausa pranzo. Una città considerata vivibile…da chi non è convinto che, per vivere bene, si debba nutrire anche l’anima e il cervello. E non solo con lo studio personale.
Su una targa attaccata all’albero c’è scritto: «Formare cittadini che abbiano un’adeguata cultura e coscienza di sé significa avere un maggiore senso civico, vivere una cittadinanza attiva e partecipe alla vita pubblica e, quindi, rendere migliore la comunità statuale nella quale si vive. Se l’Italia attraversa una fase così delicata della sua storia, è anche perché ai problemi di tipo economico si è aggiunto un degrado civile: L’Albero della Cultura vuole essere il simbolo della volontà di far mettere le radici ad un nuovo senso civico. Alla base dell’Albero, vi sono le radici della conoscenza che crescono se viene garantito a tutti il pieno accesso agli strumenti del sapere».
Un messaggio da condividere e promulgare, ma che andrebbe “urlato forte” e non essere relegato a un foglio A4 appeso nell’atrio di un ufficio. Un messaggio che si spera nutra le radici della cultura in questa città, non solo per questo Natale, trasformandola da una città “sopravvivibile” a una città da vivere. © Mario Fracasso

Faro punta palascia - Otranto (il punto piú a est!)I mari non si incrociano a Leuca

Le indicazioni turistiche spesso associano a determinati luoghi caratteristiche che non gli appartengono. Quando a queste indicazioni si sovrappongono insegnamenti scolastici superficiali, si rischia di creare attorno a un luogo un’aura di mito che spesso gli è estranea.

Dopo aver chiesto ad amici salentini di accompagnarmi a Santa Maria di Leuca per vedere cosa accadesse quando mar Adriatico e mar Ionio si incontrano, mi sono sentito rispondere: «Beh, va bene, ti portiamo a vedere l’incrocio dei mari, ma ci tocca andare ad Otranto»

Santa Maria di Leuca, conosciuta anche come De Finubus Terrae, è, infatti, uno spigolo di terra proteso in direzione sud, in una posizione perfetta per farne l’incrocio di due mari. E per questo con il tempo, essendo anche stato a lungo uno dei pochi punti della penisola salentina conosciuti al di fuori della provincia di Lecce, Leuca si è ritrovata anche l’erronea fama di luogo di incontro dei due mari.

Ma per trovare il punto dove realmente le correnti del mar Ionio e del Mar Adriatico si incrociano, bisogna risalire 45 km più a nord e raggiungere Punta Palascia. Questo promontorio è conosciuto anche come Capo D’Otranto e si trova a pochi chilometri dall’omonima cittadina. Qui uno dei cinque fari più importanti d’Europa (secondo la Comunità Europea) sorveglia i flussi e le maree. Da qui ogni giorno si può osservare la prima alba d’Italia. Siamo, infatti, nel punto più a est d’Italia. L’Albania è a 35 miglia: così vicina che nelle mattine di cielo terso è possibile vederne le vette più alte. Così vicina che tanti sono i salentini che ricordano come durante il periodo del regime comunista la marina albanese si esercitasse davanti ad Otranto quotidianamente. © Mario Fracasso

Mario Fracasso_TTG2014_TBDI2014Tre giorni di opportunità e incontri 

Per DirezioneItalia è tempo di riordinare le idee dopo tre giorni passati a Rimini per il Travel Blogger Destination Italy, ospitato dal TTG Incontri, la principale fiera di turismo d’Italia e probabilmente del Mediterraneo. IL TBDI è un grande evento che mette in comunicazione i migliori blogger e i principali operatori del settore turistico, con l’idea di creare collaborazioni e di mostrare l’importanza dei blog nel raccontare i luoghi e influenzare le scelte di viaggiatori e turisti. Non solo, ci sono state anche diverse conferenze utili a migliorarsi o a verificare la bontà del proprio lavoro. Soprattutto, però, abbiamo potuto rivedere altri colleghi e amici, conoscere finalmente di persona volti che prima erano immagini di profili sui social network. Ci sarebbe piaciuto poter parlare a lungo con tutti, ma i ritmi sono stati serrati e i blogger, di viaggi, cultura, cibo e moda, erano veramente numerosi. Siamo onorati di aver fatto parte di questo gruppo, significa che continuiamo a lavorare bene, proprio come fanno altri amici, che hanno la nostra stessa passione per il viaggio, per la cultura e per il nostro Paese e con i quali sarebbe bello impegnarsi in progetti comuni che permettano a tutti di crescere e migliorarsi. Come qualcuno ha già scritto, la maggior parte dei partecipanti a questo evento sono professionisti e scrivono, fotografano, girano video cercando sempre di mantenere alta la qualità e di seguire uno stile e una linea editoriale. È fondamentale continuare tutti su questa strada, impegnandoci a collaborare con gli operatori turistici attenti al nostro mondo. Per questo crediamo che il Travel Blogger Destination Italy sia necessario e siamo già impazienti di prendere parte all’edizione 2015. © Diego Funaro

Cervara di RomaIl villaggio ideale esiste!

Spesso non ci si pensa, ma l’Italia è un immenso mosaico formato da alcune grandi tessere, che sono le metropoli e tantissime tessere più piccole: borghi, paesini e villaggi, che definiscono meglio le innumerevoli sfumature del Paese. A uno di questi territori spetta il titolo di “Villaggio ideale d’Italia”. Nel 1991, infatti, la rivista Airone cercò di trovare un borgo che corrispondesse a specifiche caratteristiche: doveva avere meno di 1.000 abitanti, non essere abitato soltanto stagionalmente, ma tutto l’anno, fornire i servizi essenziali agli abitanti (scuola, ufficio postale, ecc.), essere accogliente per i turisti, avere scarso traffico automobilistico, una precisa identità culturale, avere armonia con l’ambiente circostante e il paesaggio. Questi criteri portarono alla scelta di Cervara di Roma, il comune più alto della provincia di Roma, a 1.053 metri, sviluppato pressoché in verticale tra 400 e 1.600 metri sui monti Simbruini.
Tratto distintivo di Cervara di Roma è la presenza di statue, sculture e pitture murali in tutto il centro abitato. Murales e rocce scolpite qui non deturpano, ma arricchiscono il paese, fondendosi perfettamente con il panorama e con i vicoli, invogliando a passeggiare per scoprire cosa si troverà su un muro dietro l’angolo successivo. Non mancano pareti con poesie e anche uno spartito di Ennio Morricone con musiche composte appositamente per il piccolo comune laziale. © Diego Funaro

Orlando Furioso-DirezioneItalia-Diego FunaroBuon compleanno, Ariosto!

Ludovico Ariosto, uno dei principali autori italiani, nasceva esattamente 540 anni fa. Oggi la pagina italiana del motore di ricerca Google gli dedica il doodle per celebrarne l’anniversario. Lo scrittore emiliano è noto principalmente per il poema cavalleresco “Orlando Furioso” che, basato sulle storie del ciclo bretone, è la continuazione dell’incompiuto “Orlando Innamorato di Matteo Maria Boiardo. Narra delle vicende dei paladini di Carlo Magno, in particolare di Orlando, degli scontri in battaglia con gli “infedeli” e dell’amore del cavaliere per Angelica. Quest’opera, che ha rivoluzionato i canoni letterari dell’epoca, vive ancora quotidianamente (insieme alla Gerusalemme Liberata e alla Chanson de Roland) attraverso i gesti e le voci dei pupari che in Sicilia portano avanti l’antica tradizione dell’Opera dei Pupi, entrata nel novero dei Patrimoni Orali e Immateriali dell’Umanità protetti dall’UNESCO, di cui vi parliamo QUI ©Diego Funaro

Labirinto de Horta - Domenico BaguttiPerdersi nel labirinto

Il labirinto e la sua rappresentazione grafica da sempre hanno un valore simbolico nell’immaginario umano. Raffigurano la complessità in generale, ma sono usati anche per rappresentare il caos primordiale a cui l’uomo impone il suo ordine o il viaggio all’interno dell’animo umano. Haruki Murakami, scrittore giapponese, afferma che quando ci si addentra nel labirinto che sta fuori di noi, si finisce sempre col penetrare anche nel proprio labirinto interiore.

A Barcellona, poco fuori dal centro e lontano dagli itinerari turistici, c’è il Parco del labirinto de Horta, un grande giardino, distribuito su tre livelli e realizzato tra il 1794 e il 1808 sulla base dei disegni dell’architetto italiano Domenico Bagutti. Al suo interno non sarà necessario un “Filo d’Arianna” per non perdersi e non si incontrerà nessun Minotauro. Nel dedalo di vie delimitate da siepi, però, ci si potrà abbandonare alla riflessione e ai propri pensieri, smarrendosi nella complessità del proprio animo. Le panchine al centro del labirinto sembrano fatte appositamente per fermasi e restare in contemplazione. © Mario Fracasso

carabinieriBuon compleanno, Benemerita

Era il 13 luglio 1814 e il re Vittorio Emanuele I di Savoia istituiva a Torino il Corpo dei Carabinieri Reali. 800 uomini che operavano in 113 stazioni. Oggi, giorno del bicentenario della fondazione, i carabinieri sono diventati Forza Armata, dopo essere stati per molto tempo Arma e le stazioni sono 4.590. Fin dall’inizio i compiti principali svolti dai carabinieri sono stati sia di polizia giudiziaria e ordine pubblico, sia militari. Questa “divisa” è cambiata insieme al Paese, rappresentando comunque da sempre nell’immaginario collettivo italiano l’autorità e l’integrità. Da Pinocchio in poi, i carabinieri sono stati presenti anche nella letteratura, nel cinema e nella televisione, rafforzando la loro immagine autorevole e, a volte, diventando comico bersaglio di derisioni; non dimentichiamo che marescialli e appuntati sono probabilmente i protagonisti più diffusi nelle barzellette italiane.
In ogni caso, che siano carabinieri eroici o buffi, vogliamo fare gli auguri a tutte le persone che indossano con amore e senso del dovere questa storica uniforme. @Diego Funaro

Sacrario Militare di Passo ResiaNo Man’s Land

Etnie e lingue diverse, confini e voglia d’indipendenza furono gli ingredienti principali dell’attentato che 100 anni fa un gruppo di studenti organizzò e attuò ai danni dell’arciduca Francesco Ferdinando. Era il 28 giugno 1914 e quell’attentato perpetrato da Gavrilo Princip, fu la scintilla che accese le polveri della prima Guerra Mondiale, facendo crollare i fragili equilibri politici e portando a 4 anni di conflitto e a milioni di morti.
Al termine della Grande Guerra, l’Europa era ridisegnata nelle frontiere nazionali. L’Italia entrò in battaglia dopo quasi un anno dallo scoppio delle ostilità, nel maggio del 1915, combattendo principalmente sulle Alpi, contro l’Austria in una terra che ancora oggi è zona di confine e che ancora oggi, dopo 100 anni, vede spinte separatiste: l’Alto Adige/Südtirol. Tra questi monti, su strade che mostrano panorami da favola, è facile imbattersi in sacrari militari, come quello del Passo Resia, a pochissimi chilometri da Austria e Svizzera. La loro funzione è ricordare il sacrificio di tanti giovani soldati. La morte di questi combattenti, di qualsiasi schieramento facessero parte, ha definito l’Alto Adige/Südtirol come uno dei luoghi culturalmente più ricchi d’Europa, grazie al secolo di fusione delle identità italiana, tedesca e ladina, all’avvicinamento di tradizioni diverse, ma conciliabili, che sarebbe sciocco dividere nuovamente. ©Diego Funaro

Colobraro_Mario Fracasso_Quel Paese“Andate a Quel paese”

«Per andare … Lì … gira a sinistra, qui, dietro al distributore. Poi vai dritto fino a quando trovi un incrocio. Ci dovrebbe essere l’insegna per … Quel Paese». Chiedendo indicazioni al ragazzo che lavora nell’impianto di rifornimento di metano, si palesa chiaramente il suo disagio pronunciare il nome del piccolo borgo di Colobraro.
Dopo aver girato all’incrocio, una lunga salita di curve e tornanti porta in paese. Siamo in Basilicata, 80 km a sud di Matera e dai ruderi restaurati del castello il paesaggio toglie il fiato: si possono vedere i monti dell’Appennino Lucano, i calanchi del materano, le colline tinte di grano e uliveti, la piana di Policoro e, oltre, il mar Ionio e il golfo di Taranto. Una specie di “balcone sul mondo”. Ma a rendere famoso questo paese non è il panorama. In tutta la Basilicata, infatti, Colobraro ha fama di paese innominabile: nel sentirlo i più superstiziosi toccano ferro o fanno le corna; gli altri sorridono e consigliano di non parlarne. I suoi abitanti scherzano, confermandone la fama e spiegando come il loro sia il paese più visitato del mondo, dato in ogni imprecazione c’è sempre qualcuno che è invitato a “visitarlo”.
Dietro la reputazione nefasta di Colobraro ci sono leggende che richiamano le masciare, streghe locali, ma soprattutto il racconto di un episodio che sembra sia veramente accaduto. Si narra che un notabile del luogo un giorno abbia inveito in pubblico dicendo che se lui stava mentendo sarebbe dovuto cadere il lampadario della sala in cui si trovava. Quel lampadario, a quanto pare, sarebbe caduto veramente, uccidendo diverse persone.
Le testimonianze della sfortuna che avvolge il paese sono molte e addirittura il famoso antropologo Ernesto De Martino ne fu vittima. Giuseppe Cosco, nel suo libro Jella e anti jella, racconta che lo studioso arrivò in paese per raccogliere testimonianze sul folklore locale. Durante il soggiorno però, un suo assistente cadde dalle scale, a un giornalista del gruppo si accesero d’improvviso dei cerini nella tasca della giacca, uno dei fotografi fu colpito da febbre alta e lo zampognaro che doveva essere filmato fu investito. Una missione piuttosto sfortunata.
Ma gli abitanti di Colobraro sono riusciti a fare delle dicerie una fortuna per il loro paese. Ogni martedì e venerdì di agosto, al tramonto del sole, il borgo si riveste di magia (o stregoneria, dipende dai punti di vista) e chiunque vi si rechi può vivere il Sogno di una notte….a Quel Paese, un evento che sta diventando un must nell’estate lucana. In un percorso teatrale, che si svolge tra i suggestivi vicoli e resti del castello, gli abitanti del paese si trasformano in attori e raccontano di monachicchi e masciare, maghi e fattucchiere, condendo tutto con i prodotti locali da degustare alla sagra. Nel 2013 durante tutto il mese di agosto più di diecimila persone hanno sfidato la sorte e partecipato all’evento: un successo importante per un piccolo borgo di 1300 abitanti. © Mario Fracasso

PovegliafotoCompra un’isola a Venezia!

Un’isola in vendita: accade a Poveglia nella laguna di Venezia, un patrimonio di inestimabile valore ambientale e storico-artistico. Poveglia è solo l’ultima delle decine di isole veneziane messe in vendita dal demanio e generalmente acquistate da grossi imprenditori, che ne hanno fatto sedi di alberghi moderni e di lusso, ma spesso di poco successo.
Questa volta, però, Poveglia può conoscere un destino diverso. L’Associazione Povegliapertutti si è composta con l’obbiettivo di prendere in concessione l’isola per 99 anni, valorizzandone il patrimonio a uso e beneficio di tutti. L’idea è che chiunque possa associarsi. Attraverso una donazione si acquisisce una quota dell’isola e, in caso di vittoria dell’asta, si può divenire parte attiva nel progetto di rivalutazione. La prima fase d’asta si è già battuta e l’Associazione Povegliapertutti è rimasta in gara assieme ad un altro concorrente. A partire dall’offerta più alta, 513000€, partirà l’asta al rialzo a colpi minimi di 1000€.
Direzioneitalia vuole dare il suo contributo diffondendo gli sforzi dell’Associazione e invitando tutti a visitare l’isola e cliccare i siti a essa dedicati: www.povegliapertutti.org e www.message-in-a-bottle.org

 gladiatore roma_diego funaroRitorno al passato…fino al Romae dies natalis

Anche questa’anno il nostro reporter Diego Funaro cammina impavido sulle strade selciate di Roma “antica”. Ha incontrato senatori e centurioni tra spade, lance e scudi, toghe, vessilli e tatuaggi che riportano in dietro di 2000 anni per raccontarci con le sue nuove foto la celebrazione del Romae dies natalis 2014. Dal suo reportage del 2013, invece, apprendiamo che il Natale di Roma è rimasto nell’immaginario di ogni romano come qualcosa di fondante la propria identità. Dagli anni ’20, per un breve periodo, è stato addirittura festa nazionale, per poi essere ridimensionato a festa comunale. A partire dal 2002 alla festività si sono aggiunte celebrazioni istituzionali come la deposizione di una corona di alloro sulla tomba del Milite Ignoto e il concerto della Fanfara dei Carabinieri. Sono anche iniziate le rievocazioni storiche. Il 21 aprile è l’occasione per molti di riscoprire le origini mitiche e le radici storiche di romani e italiani Continua a leggere il reportage

pesce aprile - diego funaroFotografiamo i pesci…d’aprile

Il 1° aprile è tradizionalmente il giorno degli scherzi. In Italia e in altri paesi questa data è chiamata pesce d’aprile, mentre nei paesi anglofoni è detta April’s fool. Si organizzano beffe ad amici e parenti e capita che i mezzi d’informazione più autorevoli diffondano una notizia palesemente falsa per scherzare con il pubblico. Noi non vogliamo prendervi in giro, né suggerire come prendervi gioco di qualcuno, ma cogliamo l’occasione per dare a chi non è esperto di fotografia alcuni piccoli accorgimenti utili a fotografare i pesci negli acquari. Sarà capitato a molti, fotografando un acquario, di notare la propria immagine riflessa; per evitare questo effetto sgradevole occorre avvicinare il più possibile l’obiettivo al vetro. Il flash dovrà essere disattivato per evitare di danneggiare sia i pesci che la foto. Quest’ultima presenterebbe un alone molto luminoso al centro, lasciando buio tutto il resto. Inoltre è consigliabile che l’ambiente in cui si trova l’acquario sia buio o in penombra. Considerando che di solito l’illuminazione all’interno degli acquari è fioca, si dovrà prestare attenzione alle impostazioni della macchina fotografica: la sensibilità ISO dovrà essere abbastanza elevata (attorno a 500) e il diaframma fra f2.8 e f4, in modo da avere una buona luminosità. Visto che i pesci solitamente sono rapidi, per poterli “catturare” in fotografia il tempo di scatto dovrà essere adeguato, quindi tendenzialmente non inferiore a 1/80 di secondo. Chiaramente questi suggerimenti non devono essere intesi in maniera rigida. Fotografando, basatevi di volta in volta sulla situazione che vi si pone davanti e sul risultato che intendete ottenere. Sperimentate, giocate e “scherzate” con la vostra fotocamera… ©Diego Funaro

roma la grande bellezzaRoma: la grande bellezza?

 È il film che sta facendo discutere tanti italiani, dividendo sostanzialmente i cinefili in due fazioni: chi lo ama e chi lo odia. “La Grande Bellezza” caratterizza una certa Italia contemporanea, l’alta borghesia fatta di feste, eventi pseudo culturali e tanto, tantissimo vuoto. È un film fatto di simboli e richiami felliniani, ma che può ricordare anche il romanzo decadente “A Ritroso” di Huysmans o “L’Uomo Senza Qualità” di Musil. I motivi per apprezzarlo sono tanti, così come quelli per detestarlo, ma andando oltre la critica cinematografica, troviamo nella città di Roma una grande protagonista del film, così come è stato per altri grandi successi cinematografici recenti, da “To Rome with Love” di Woody Allen ad “Angeli e Demoni”, passando per “Ocean’s Twelve”. I Tour Operator spesso, seguendo il clamore di alcuni titoli, creano percorsi turistici ad hoc, ripercorrendo i luoghi delle riprese. Insomma, è facile comprendere come registi, pubblico e turisti siano attratti dalla Capitale, dai suoi monumenti e dalla sua storia. Purtroppo le attenzioni di Hollywood e i premi recentemente attribuiti a “La Grande Bellezza” di Sorrentino (Oscar, BAFTA, Nastri d’argento, Golden Globe…) stridono, come avevamo documentato tempo fa, con le sorti di Cinecittà che non naviga in acque sicure, molti dipendenti rischiano il posto di lavoro, mentre altri potrebbero essere spostati in un previsto parco di divertimenti a tema cinematografico alle porte di Roma. Tra riconoscimenti, decadenza morale e crisi economico-sociale, appare chiaro il fascino di Roma che forse meriterebbe più attenzioni concrete e meno fiction, ma che comunque ripaga chi sa amarla. ©Diego Funaro

carnevale backstage - diego funaroI “maestri” dietro il Carnevale

In questo periodo tante città italiane vedono sfilare per le vie principali i tradizionali cortei di carri allegorici carnevaleschi. Tra i più famosi Viareggio, Cento, Putignano, solo per citarne alcuni. Queste carovane colorate attirano sempre un pubblico vasto di locali e turisti e catturano l’attenzione dei media. Ma quello che rimane nascosto agli occhi di tutti è la creazione di questi carri, veri è propri prodotti di artigianato, pezzi unici che nascono dalle mani e dalla passione di “maestri” e “operai” della cartapesta.

Prima che il carro arrivi a sfilare lentamente tra coriandoli, maschere e stelle filanti, ci sono fasi differenti. All’inizio si crea un progetto, con i disegni approssimativi delle singole parti e dell’opera completa, poi si crea uno schema preciso con le giuste misure e proporzioni e in seguito inizia la costruzione. Si crea un’anima di metallo, flessibile e leggera che viene ricoperta di cartapesta, strato su strato, plasmata a dovere a mano e poi dipinta. Se le figure sono animate, si deve pensare anche ai meccanismi che regolano i movimenti, a come collocarli senza appesantire la struttura e al modo per coordinarne le mosse. Per la costruzione occorrono spazi ampi, considerando che i carri possono superare i dieci metri di altezza. Per questo motivo, spesso, prendono forma all’interno di hangar o capannoni che li ospitano, come gigantesche costruzioni inanimate, fino alla loro uscita in pubblico, quando, durante la festa, prenderanno vita per riempire le strade della città di scherzi, allusioni ironiche e allegorie ed esprimere il sentimento delle celebrazioni carnascialesche. @Diego Funaro

milluminodimeno direzioneitalia 1DirezioneItalia S’illumina di meno

Quando nel 1814 Stephenson costruiva la sua prima locomotiva, le nuove macchine a vapore dominavano da tempo il mondo occidentale. Erano i secoli della Rivoluzione Industriale ed era diffusa la convinzione che lo sviluppo passasse necessariamente dalla produzione e dal consumo energetico. L’economia cresceva insieme al benessere delle persone. L’unico a rimetterci era il pianeta Terra, sfruttato e inquinato senza riguardo. Nel febbraio di 10 anni fa, con l’adesione della Russia, è entrato in vigore il Protocollo di Kyoto con il quale i governi di quasi tutte le nazioni del mondo hanno iniziato a parlare di diminuzione delle emissioni nell’atmosfera e di Meccanismo di Sviluppo Pulito. Oggi, nonostante si sia capito che non può esistere vero progresso senza rispetto della natura, perché il continuo sfruttamento delle risorse energetiche porta all’impoverimento della Terra, in molti tendono ancora a essere legati a una mentalità vecchia di oltre 3 secoli. Quindi per cambiare radicalmente è importante che sia la coscienza comune a cambiare e che si capisca che il gesto di ogni singolo aiuta il pianeta, anche diffondendo e moltiplicando il messaggio grazie all’esempio. Per questo, domani, 14 febbraio, DirezioneItalia aderisce a M’illuminodimeno, la campagna di sensibilizzazione al risparmio energetico promossa dal programma radiofonico Caterpillar, in onda su RaiRadio2. Un’iniziativa che da dieci anni invita tutti, dalle pubbliche amministrazioni, ai musei, alle aziende ai privati cittadini alla riduzione degli sprechi di energia elettrica. Un gesto simbolico di un giorno – che possa essere lo spegnimento di un monumento, la riduzione al minimo dell’illuminazione cittadina, la rinuncia all’energia elettrica in casa propria o come, farà Direzione Italia, 24 ore di “silenzio energetico” (una giornata in cui non posteremo nulla, non risponderemo alle mail, non ne scriveremo di nuove, non movimenteremo in nessun modo i nostri profili sui social network e terremo spenti macchine fotografiche e computer) – per ricordare di risparmiare energia tutto l’anno. Un messaggio che possa portare a un cambio di mentalità e far capire che un nuovo tipo di progresso, in armonia con il nostro pianeta, non è un’utopia, ma un passo essenziale per creare nuovi posti di lavoro nella ricerca e nell’applicazione dello Sviluppo Pulito, che potrà creare benessere non solo alle generazioni attuali ma anche a quelle future, lasciando loro in eredità un mondo vivibile. E poi il 14 Febbraio è San Valentino, il giorno ideale per rimanere a lume di candela… © Mario Fracasso

Piena Tevere_Diego Funaro

Siamo noi i responsabili?

Età stimata del Pianeta Terra: anni 4,5 miliardi. Vita media umana: anni 67. Intervalli di tempo troppo differenti per essere comparati. I cambiamenti in ognuno di noi avvengono anno dopo anno. Quelli del nostro pianeta, era geologica dopo era geologica. Per questo c’è bisogno di studi particolari per comprendere quali mutamenti abbia subito il clima ed è impossibile prevederli con esattezza.
Sarebbe, però, interessante sapere che domande si facessero le persone del IX o X secolo d.C. quando il clima stava diventando sempre più torrido. Un periodo di surriscaldamento che durò fino al 1100-1200. Oppure cosa si chiedevano i nostri antenati vissuti nell’epoca che gli scienziati chiamano Piccola Era Glaciale: un periodo caratterizzato da temperature molto più rigide di quelle attuali, che durò circa 300 anni, terminando verso la metà del XIX secolo. Il Pianeta Terra, infatti, è sempre stato soggetto a cambiamenti climatici naturali che variano nel corso dei secoli e dei millenni.
Le alluvioni di questi ultimi mesi hanno riportato l’attenzione sul mutamento del clima in atto, spesso dimenticando che questi cambiamenti avvengono nel corso di secoli o millenni, e non possono essere giudicati con precisione. Le uniche certezze sono dovute al fatto che, dalla prima rivoluzione industriale in poi, l’uomo sta influendo sull’ambiente in proporzione molto più elevata che nei secoli precedenti. Per questo alluvioni e frane, oggi non sono dovute a un cambiamento climatico, ma alla nostra superficialità. Nel cercare di “migliorare” il proprio habitat, l’uomo ha dimenticato i propri limiti. Quando fu fondata Venezia, ad esempio, gli abitanti che, fuggendo dai barbari, si ritirarono nella laguna, sapevano di dover convivere con l’acqua alta e con inondazioni periodiche. Oggi, invece, costruendo nel letto di fiumi deviati, su faglie sismiche notoriamente attive, ai piedi di vulcani, disboscando, tagliando montagne e colline, cementificando e asfaltando ovunque, anche senza motivazioni ragionevoli, usiamo il mutamento del clima come capro espiatorio dell’incoscienza comune. ©Mario Fracasso

plaza de mayo

“Che fine hanno fatto?”

Dalle Alpi alle Ande non è un detto casuale: tra Italia e Argentina esiste un legame strettissimo, molto più profondo delle evidenze personificate in Maradona e Papa Francesco. Milioni di italiani dalla seconda metà del XIX secolo all’inizio del Fascismo hanno lasciato la nostra Penisola, sperando in una nuova vita nell’emisfero Australe. In Argentina hanno creato una grande comunità oriunda, plasmando la cultura del paese e dandole un marcato tocco di italianità. Oggi si stima che almeno il 40% degli Argentini abbia origini italiane.

In occasione della Giornata della Memoria, vogliamo ricordare che l’Argentina, insieme al Cile, è stata anche il Paese dei Desaparecidos. Durante la dittatura militare, tra il 1976 e il 1983, furono arrestati e “fatti sparire” tra le 9.000 e le 30.000 persone. Si trattava principalmente di avversari politici, o sospetti oppositori del regime, rapiti e condotti in campi di concentramento o abitazioni isolate, senza dare notizia dell’arresto ai familiari, né accuse precise. I detenuti erano torturati e molto raramente rimessi in libertà in seguito a processi sommari. Spesso erano condannati a morte e l’esecuzione consisteva nel gettarli da un aereo in volo nell’Oceano Atlantico o nel Rio de la Plata. Oltre a loro scomparvero un numero imprecisato di neonati, sottratti agli oppositori e affidati agli orfanotrofi o a famiglie di militari, che li registravano come figli propri. In questa maniera la dittatura privava di identità e di futuro chiunque non si allineasse alle sue posizioni. Al centro di Buenos Aires, tra la Casa Rosada (sede del Governo) e la Cattedrale, c’è la Plaza de Mayo: qui, durante la dittatura militare nacquero e si riunirono a rischio della loro stessa vita le “Madri di Plaza de Mayo” e le “Nonne di Plaza de Mayo”, associazioni di madri di desaparecidos che chiedevano e chiedono di rivedere i propri figli o di conoscerne la sorte. Il loro simbolo è un fazzoletto bianco, a ricordare il primo pannolino di tela usato per i figli e la piazza è diventata il centro per le manifestazioni i diritti degli argentini. ©Diego Funaro

Alessandra Gorgoni_Museo LondraUn’Italiana al Museo

Nel 1753 Sir Hans Sloane, medico e naturalista britannico, lasciò in eredità al Re di Gran Bretagna Giorgio II la sua collezione di vegetali, reperti e curiosità. Nacque così il Museo di Storia Naturale di Londra. Dal 1881 la collezione, arricchitasi rapidamente, fu spostata nell’attuale edificio in zona South Kensington. Questo, noto come Waterhouse, è un grandioso esempio di architettura Romanico-Germanica. E, mentre i turisti si perdono tra scheletri di dinosauri e milioni di reperti, uno staff di ricercatori rende questo Museo uno centri di studio per le Scienze Naturali più avanzati del mondo.
Tra loro c’è anche Silvia Bello, 42 anni, originaria di Cantalupa, un piccolo paese in Val di Noce, in provincia di Torino. Si occupa di Cut-markers, microscopiche tracce lasciate da utensili in pietra usati per la macellazione, che indicano presenza umana in un dato luogo, in un determinato tempo. «La mia specialità – afferma la studiosa – è diventata la ricerca di queste tracce su ossa umane, cosa che spesso racconta di episodi o pratiche di cannibalismo».
A Londra è arrivata grazie a una borsa di studio europea, dopo due master e un dottorato a Marsiglia. Racconta come non volesse fuggire dall’Italia, ma nel concorso per il dottorato in Antropologia a Firenze le chance di ottenere una borsa di studio retribuita erano minime. «Andare in Francia mi sembrava l’unica possibilità per continuare le mie ricerche ed essere pagata». Ha trovato, così, il coraggio partire: «avevo progetti di ricerca validi e, per fortuna, mi sono trovata al posto giusto al momento giusto. Ho potuto fare tutto con le mie forze».
Silvia vive a Londra da dodici anni ed è entusiasta: «Adoro stare all’estero, si impara per osmosi, basta entrare in un bar o in un negozio, basta parlare con gli amici per scoprire qualcosa di nuovo…e, poi, nel museo ci sentiamo tutti colleghi: grazie all’uso del “tu”, qui, nessuno si sente “Professore” o “Dottore” e condividiamo le idee senza paura che qualcuno ce le rubi».
L’Inghilterra investe molto nella ricerca e nel Museo ci sono apparecchiature molto sofisticate a disposizione dei ricercatori. La cosa che Silvia Bello, però, tiene a sottolineare è che i giovani hanno sempre una possibilità quando dimostrano i loro meriti: «Quest’anno ho vinto un’altra borsa di studio – conclude sorridendo – con cui potrò assumere una post-dottoranda su un nuovo progetto, e non vedo l’ora di cominciarlo!». © Mario Fracasso

Palla Natale 3Natale in Alto Adige, dove la tradizione italiana e tedesca si incontrano

Atmosfera magica in Tirolo: Bolzano, Vipiteno, Bressanone, Merano e Brunico, centri piccoli e grandi che si accendono nei mille colori degli addobbi natalizi e attirano turisti italiani e stranieri. I tradizionali Mercatini di Natale sono un appuntamento fisso tra le manifestazioni di questo periodo. Vin brulé, strudel, zelten, pane alla frutta, miele, grappe, speck, frutta, e formaggi tra le specialità da gustare, da regalare o da portare a casa per arricchire il pranzo di Natale e far incontrare le due diverse culture, quella austriaca e quella italiana. Non dimentichiamo il raffinato artigianato locale che comprende sculture in legno, palle di Natale in vetro disegnate a mano, figure del presepe intagliate e capolavori in ceramica. Il Tirolo del sud, infatti, annesso all’Italia dopo la I Guerra Mondiale con la caduta dell’Impero austroungarico, mantiene intatte le tradizioni della cultura germanica, compresa la lingua che qui è più parlata dell’italiano. In alcune zone solo il 22% dei residenti è di origine italiana, gli altri provengono da famiglie austriache che abitano qui da sempre. Ogni località spicca per le proprie peculiarità: Bressanone è la città dei Presepi, con il suo museo che ne ospita di differenti periodi storici, compreso quello realizzato per le stanze private del principe-vescovo Von Lodron all’inizio del 1800 con ben 5000 statuine. Vipiteno è la  ex città mineraria da scoprire. Da Brunico si sale in montagna per escursioni nella natura, Merano è la città del benessere. La musica dal vivo, tradizionale e natalizia, accompagna un po’ ovunque nelle piazze dei mercatini, scaldando l’atmosfera festosa insieme al gluehwein (vin brulé). Laboratori creativi per bambini, dimostrazioni di ricette tipiche con assaggio finale e attività legate all’Avvento attirano famiglie e persone di ogni età a prendere parte alla gioiosa vitalità che si crea intorno alle numerose casette degli artigiani che espongono. La Santa Messa, nelle cattedrali e nelle chiese minori, è celebrata più volte al giorno, in tedesco, in italiano ed anche nella versione gregoriana. Le quattro settimane dell’Avvento trasformano l’Alto Adige nel simbolo del Natale che vuole la tradizione. Una tradizione che lega due culture molto differenti. ©Laura Sestini

Luoghi, Viaggi, Italia

Cambiamo il momento

Trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato, non è sempre un errore.
Ogni anno, in primavera, Castelluccio di Norcia diventa meta di tanti fotografi innamorati delle emozioni che questo luogo suscita: una vallata di petali, geometrie di campi in fiore, policromia infinita. Basta digitare il nome del paese umbro per avere lo schermo dipinto da centinaia di immagini stupende.
Decidere di cambiare il momento, però, può aiutare a scoprire la bellezza di una visione alternativa.
In questa foto, scattata in pieno inverno, la rinomata vallata diventa quasi irriconoscibile e la prospettiva grandangolare, il ghiaccio in primo piano e i monti sullo sfondo donano all’immagine un’atmosfera surreale. In un’ipotetica didascalia si potrebbe scrivere Patagonia, Islanda o Norvegia, senza che nessuno possa contraddire concretamente. La prospettiva geografica è completamente annullata e un luogo forse fin troppo conosciuto diventa, così, luogo dell’immaginazione. © Mario Fracasso

mani, hands, mains, manos, backgammon, narguilè, cyprus, ciproCambiamo punto di vista

Camminando con la macchina fotografica, spesso le persone si limitano a portarla agli occhi e scattare. In questo modo ottengono semplicemente un’istantanea di un monumento, evento, o di qualsiasi cosa vorranno ricordare con un’immagine. Dal loro punto di vista. Però, perché una fotografia si faccia realmente ricordare, occorre sperimentare sempre. Non ci si deve fermare alla prima foto scattata, né continuare a scattare, stando fermi sul posto e cambiando soltanto impostazioni come l’apertura del diaframma o i tempi. È importante muoversi, entrare in contatto con le persone che si vogliono fotografare, avvicinarsi a loro. Questa vicinanza sarà visibile nella foto e la renderà certamente più interessante per chi la guarderà. L’ideale sarebbe fare in modo che l’osservatore non percepisca il fotografo, osservando l’immagine, ma si senta proiettato nel luogo in cui la foto è stata scattata, e viva il momento. Uno dei modi per ottenere questi risultati è far “scomparire” il fotografo, assumendo il più possibile il punto di vista del soggetto, o di un osservatore molto vicino. La scena ritratta in questa foto è comune a molte zone del Mediterraneo: una coppia di giocatori di backgammon seduti al tavolino di un caffè, magari con un capannello di spettatori. La prima immagine che si pensa a immortalare è la prima che si vede, quando si è a una certa distanza dal gioco. Poi, avvicinandosi, si diventa man mano parte del gruppo formato da spettatori e giocatori, il fotografo non è (quasi) più l’estraneo curioso e può assumere idealmente e fisicamente un punto di vista interno. ©Diego Funaro

Safe harbors – Porti sicuri

Si parte per trovare se stessi.
Si parte per inseguire un sogno,
per realizzare un obiettivo.
Si parte per conoscere,
per scoprire, per imparare.

Ma si parte anche per scappare.
Da una vita di dolore e di povertà.
Con la speranza nel cuore, e un figlio in braccio.
Negli occhi il riflesso di tragedie passate,
e nel corpo i segni di una vita di stenti.

Ci si affida, ad un estraneo,
e ammassati dentro un barcone si percorre un mare.
La distanza fisica tra la miseria e il benessere.
Tra noi che la tragedia la vediamo tramite lo schermo
e chi è la tragedia.

Si percorrono miglia, la sete non si sente,
gli occhi doloranti per una forzata visione notturna.
Le gambe schiacciate contro qualcosa o qualcuno.
Le urla di un neonato. Il pianto di una donna.
Il freddo e l’acqua gelida.

E poi si muore.

©Flavia Camilleri

direzione rimini

Direzione Rimini

DirezioneItalia è in partenza per Rimini. Insieme ad altri 150 blogger, provenienti da tutto il globo e riuniti da TBDI2013 (Travel Blogger Desination Italy), parteciperà al TTG Incontri, la principale fiera del turismo in Italia. Per tre giorni, dal 17 al 19 ottobre, incontreremo non soltanto altri blogger, ma anche 200 imprese del settore turistico. Parleremo con loro delle nostre idee di viaggio e del nostro modo di raccontare l’Italia, ascolteremo gli altri viaggiatori e le loro visioni del nostro paese e del mondo. Se è vero, come crediamo che viaggiare sia un continuo confronto con l’altrove e con sé stessi, questi tre giorni saranno di certo un piccolo, grande viaggio.

Sequoia Vajont - karin daberto. jpg

Vajont: l’albero della speranza

Una giovane sequoia viene portata dall’America all’Italia intorno al 1840 come dono a una famiglia nobile di Longarone. Attraversa l’oceano e viene messa a dimora in una radura erbosa, solitaria in mezzo a una distesa verdeggiante. Si adatta, cresce, diventa grande, molto grande.  Il 9 Ottobre del 1963 l’albero si trova in balia del disastro: un’onda lo travolge, lo urta, lo scorteccia; ma rimane in piedi. Vengono travolte, urtate, scortecciate e, purtroppo, estirpate molte vite. Sono passati 50 anni e si è già detto troppo  sulla vicenda del Vajont (o forse troppo poco), ma la piccola storia di questo grande albero rappresenta la speranza e la forza di resistere e rinascere. Forza che a Longarone si è vista, c’è stata e sempre ci sarà. © Karin Daberto

DSC_7537 copyDalla prima stampa…a oggi

Cambiare la storia era, forse, la sua ambizione. Di certo era cosciente dell’impatto sociale che la sua idea avrebbe avuto. Ma quando, quel 30 Settembre del 1452, Gutenberg stampò la prima bibbia, utilizzando i nuovi caratteri mobili, non avrebbe mai sognato di poterla rinchiudere in un “ninnolo” di pochi millimetri di spessore e pochi grammi di peso. C’erano voluti più di quattro millenni per inventare un sistema di stampa abbastanza funzionale e nessuno poteva immaginare che in soli 561 anni si sarebbero avuti a portata di mano, con il semplice gesto di un dito, miliardi e miliardi di libri. I caratteri mobili di stampa di Gutenberg e la sua prima Bibbia rappresentano una storia che quasi tutti conoscono. Quello che a molti sfugge è che il tedesco non fu il primo inventore di questo sistema, ma ebbe comunque il merito di migliorarlo, introducendo inchiostro a base oleosa e utilizzando una lega di antimonio, piombo e stagno che rendevano i caratteri stampati duraturi nel tempo. La tecnica dei caratteri mobili era già conosciuta in Cina e nel resto dell’Oriente almeno da quattro secoli. Ma le tecniche erano difettose e costose; scrivere a mano era ancora conveniente. L’innovazione di Gutenberg rese, invece, il processo tipografico un meccanismo funzionale perché la stampa si potesse diffondere su larga scala. Così la lettura divenne una possibilità per tutti e la cultura si diffuse anche nelle masse fin lì escluse da questo vantaggio. © Mario Fracasso

ANDREA'S HEADS

Un bambino può…

“Un bambino può insegnare tre cose a un adulto: a essere contento senza motivo, a essere occupato sempre con qualche cosa, e a pretendere con ogni forza quello che desidera”. Paolo Coelho lo scrive nel suo romanzo, Monte Cinque. Guardando questa foto, si potrebbe aggiungere che i bambini sanno anche trovare grandi mondi nelle piccole cose, immaginando con ingenuo ottimismo. Un bimbo non sa, per esempio, cosa siano crisi economica o recessione, né se i suoi genitori siano stati più fortunati di lui a nascere in anni migliori, né se fuori dall’Italia i giovani affrontino questo presente con animo diverso. Ha la vita davanti ed è pieno di gioia. Crescendo, conoscerà meglio la realtà, per fortuna… o purtroppo. Capirà che la “crisi” è un problema vero, ma che a peggiorarla è anche il sentire comune che ne amplifica l’eco. Intanto, i bambini continuano a dare lezioni d’ingenuo ottimismo agli adulti: gioire semplicemente per la possibilità di esserci; non restare con le mani in mano, assuefatti alla propria pigrizia, con l’alibi “che non possiamo farci nulla”; lottare per i propri sogni, cercando di ottenere quello che veramente si vuole. Insomma, saper vedere nel proprio difficile futuro, una grande vita, provando a immaginare anche senza avere le certezze alle quali l’ormai trapassato boom economico ci aveva abituati.  ©Mario Fracasso

Arte - PitturaFunambolo, il coraggio dell’artista

«La figura del funambolo mi ha sempre affascinato:sceglie di stare in equilibrio su una fune, contando solo su di sé e rischiando di schiantarsi al suolo, solo per ritagliarsi il privilegio di poter camminare sopra la città, lì dove nessuno dei milioni di sotto ha mai avuto il coraggio di stare. Capace di vedere da una prospettiva pericolosa ma differente». Stefania Coccia ha 34 anni e dopo un periodo di digiuno artistico, ha deciso di riprendere la sua carriera e dare sfogo alla sua piccola follia. Al primo concorso a cui ha partecipato ha presentato il dipinto di un equilibrista che cammina su una corda sospesa tra i grattacieli di una metropoli: «L’ho intitolato Autoritratto». Il funambolo, spiega Stefania mentre sorride nel rivedersi ancora in quel quadro, insegue la sua passione fino a sfidare la sorte, fino a divenire un’attrazione circense, un giullare, un pazzo per la gente comune che lo osserva. È un puntino lontano che può andare solo avanti, senza tornare sulla “strada” percorsa, sopra il grigiore e il conformismo che sono rimasti sotto di lui. Secondo Stefania, fare l’artista è un privilegio: «ti puoi permettere di vedere cose che gli altri non vedono, puoi manifestare la tua interiorità tramite le tue opere, senza bavagli o limitazioni». Mentre parla, è piena di grinta e sorrisi ma fa notare come la sua scelta abbia anche un rovescio della medaglia: non essere riconosciuti né come artisti “veri” dagli esperti nel settore, né come professionisti in un mestiere “reale”, considerati spesso degli scansafatiche. Stefania, invece, un lavoro “serio” lo ha. «Non se ne può fare a meno» ammette senza perdere l’entusiasmo e spiega come gli artisti non affermati riescano difficilmente a vendere le proprie opere e come, quasi sempre, fare esposizioni sia una spesa molto più che un guadagno. Così ogni giorno si sveglia alle cinque del mattino per prendere il treno e raggiungere il negozio di sali e tabacchi in cui lavora, quando stacca un po’ prima, va in accademia e ogni sera prova a dedicarsi sulle sue opere personali. Stefania è la testimonianza che essere artisti non è solo per “figli di papà” ma anche per chi ha passione e coraggio per camminare su una fune tesa e il suo quadro sembra dire “e dura, si, ma per riuscirci, bisogna crederci” ©Mario Fracasso

Valerio Pompilio_Elice

Torna il Medioevo

Sapete cosa è un quadrante astronomico? No? Potete cercare su Google, su un dizionario o in una biblioteca. Avrete informazioni teoriche in abbondanza. Ma certo non potrete toccarlo, vederlo, capirlo veramente. Dovreste cercarne uno. Potete provare in un museo, ma rischiereste di trovarlo nascosto e impolverato tra una mappa stellare e una riproduzione del sistema solare. L’unica soluzione plausibile è quella di tornare indietro nel tempo, quando questo strumento era ancora in uso. No, nessuno è impazzito, avete capito bene: recatevi direttamente da un astronomo medievale che, al lume di candela, vi racconterà la sua storia e di come fosse possibile studiare le stelle con i suoi mezzi. Non è impossibile, basta essere a Elice tra il 6 e il 13 Agosto. Per una settimana, infatti, in questo borgo tra le colline Abruzzesi succede qualcosa di speciale: quando il sole inizia la sua dolce discesa, il tempo inizia a scorrere più lento e poi, di colpo, torna indietro e ogni calda notte estiva diventa una speciale, un “Notte nell’Ilex”.

Più di 400 interpreti, tra attori e figuranti, animano il paese, riempiendone le vie di re, regine e vescovi, di cavalieri e dame, artigiani e frati, meretrici, musici, trampolieri, lebbrosi e mendicanti. «Il borgo ha mantenuto intatte le sue connotazioni medievali e così è bastato rievocare le tenebre, “simbolo mistico e patria di antiche credenze”, per creare un’atmosfera magica», spiega Dino, della giovane Associazione Culturale ElicEthnos. Curiosi? Bene, allora non vi resta che aspettare l’oscurità e guardarci attraverso. Vedrete il caldo bagliore di una candela, seguitela e inizierete a sentire il rullo dei tamburi, il fragore delle spade, gli inni, i canti, le preghiere, il brusio….l’improvviso urlo di una strega bruciata al rogo. ©ValerioPompilio

Salviamo le farfalle

Pronto soccorso farfalle

Colorate e gioiose, le farfalle svolazzano infaticabili di fiore in fiore, ognuna con il proprio stile, da nord a sud Italia, con i loro slanci leggiadri, rendendo inconfondibile la bella stagione. Macaone, podalirio (nella foto), icaro blu, vanessa sono solo alcuni nomi delle farfalle più comuni che popolano i nostri campi e impreziosiscono i nostri sogni con mille sfumature, facendoci immaginare mondi fantastici dove regnano pace e felicità. Ma questi delicati insetti, certo non possono esprimere altrettanti favorevoli aggettivi nei confronti dell’uomo che, con insetticidi, inquinamento e distruzione dell’habitat, li sta portando a rischio di estinzione, raggiungendo già oltre il 40% di esemplari in meno in tutta Europa. Un accorato monito arriva dall’Ue: salviamo le farfalle. Questi variopinti insetti non solo deliziano le giornate soleggiate ma sono importanti impollinatori, anello indispensabile per l’equilibrio degli ecosistemi naturali, per i cicli biologici mondiali e per la salute umana. Un progetto per salvaguardare la specie arriva da alcuni professori universitari e Civiltà Contadina di Milano – secondo solo all’esperimento di San Francisco degli anni ’80 – con l’obiettivo creare dei “corridoi verdi”, sperando nella collaborazione degli abitanti metropolitani, che con la semplice azione di ornare il proprio balcone con piante utili all’alimentazione dei simpatici insetti, aiuteranno il ripopolamento anche nelle aree urbane. Finocchio selvatico, ruta, carota, trifoglio sono le piante più indicate. Un piccolo gesto di aiuto alla natura che di certo non mancherà di avere un effetto positivo e consapevole sull’ambiente che ci circonda e anche sul nostro mondo interiore. ©Laura Sestini

Triathlete_Ironman Italy

Storie e sport: il triathlon secondo Direzione Italia

Dopo aver narrato la storia di un triatleta che aveva partecipato all’Ironman, è stata la rivista Triathlete, nel suo numero di Luglio-Agosto 2013, a voler raccontare la storia di Direzione Italia. Così è nato un articolo in cui, attraverso le immagini, Direzione Italia descriveva a suo modo la gara svoltasi a Pescara nel 2012 e, attraverso l’intervista di Silvana Lattanzio, la rivista Triathlete, parlava del nostro blog.

Didascalie alle foto:

Foto in basso a destra: I’m a finisher! – La gioia lascia il posto alla stanchezza: la preparazione è durata un anno ed è stata molto faticosa, ma alla fine Simone Taricani ha completato tutto il percorso dell’Ironman 70.3 di Pescara. «Gli avversari nell’Ironman non sono gli altri atleti, ma la fatica e le difficoltà. Un Ironman arriva al traguardo ed è pronto a ripartire». ©DirezioneItalia

Foto pagina doppia:  My baby is a finisher! – Il triathlon non è solo per adulti. Sulla spiaggia di Pescara oltre all’Ironman si tiene anche l’Ironkids, la competizione per i più piccoli. La gara si svolge su due fronti: da una parte i bambini che tentano di arrivare primi al traguardo, dall’altra i genitori che si dimenano e li incitano a perdifiato.

Foto in alto a destra: More than a finisher – Il triathlon è una gara contro sé stessi e contro i propri limiti, per questo motivo la determinazione e la concentrazione contano quanto la resistenza e la forza fisica, in alcuni casi di più. Essere un finisher per un atleta diversamente abile è la dimostrazione che volere è potere. ©DirezioneItalia

Estratto dall’intervista

Qual è il vostro scopo?

«La nostra missione è stimolare il lettore a una nuova e più attenta visione del nostro Paese, osservandolo come  ogni italiano potrebbe e dovrebbe farlo».

Come è nato il sodalizio?

Diego Funaro e Mario Fracasso iniziano il loro viaggio sinergico nel 2010, in una biblioteca di Roma, davanti a un vecchio mappamondo. Il primo laureato in Sociologia, il secondo in Archeologia, entrambi si trovano accomunati dalla passione per il reportage. La passione per il viaggio, per l’incontro e per il racconto li ha portati in Albania, Inghilterra, Germania, Marocco, India, Argentina ma, contemporaneamente, li ha convinti sempre più a descrivere l’Italia in tutte le sue possibili “direzioni”. ©Mario Fracasso

Mole CinemaRiflessioni creative

«Ma che sta facendo il tuo amico?». «Non so, quando fotografa lo trovo spesso in posizioni assurde». Rialzandomi dopo aver scattato questa foto della Mole Antonelliana, mi sono trovato circondato da curiosi: chi mi guardava perplesso, chi, capendo le mie intenzioni, cercava di imitare la mia inquadratura, chi chiedeva al mio amico perché fossi sdraiato sul marciapiede. Quando si fotografa un soggetto noto è consigliabile darne una visione particolare, cercare un punto di vista proprio che crei nuovo interesse nell’osservatore. Il riflesso era un’occasione interessante e, per creare una simmetria più perfetta possibile, è stato necessario stendersi a terra. Un sacrificio giustificato per ottenere una foto “diversa” del simbolo di Torino, che, con i suoi 167 m di altezza, per diverso tempo, fu l’edificio più alto d’Europa. Quest’anno compie 150 anni. Il suo cantiere iniziò, infatti, nel 1863 quando l’architetto Antonelli aveva in progetto una Sinagoga. Nel 1878 la struttura fu acquistata dal Comune per farne un monumento all’unità nazionale d’Italia. Oggi ospita il Museo Nazionale del Cinema. ©Mario Fracasso

solstizio stonehengeSolstizio d’estate tra i megaliti

A La Thuile (AO), a 2188 metri di altitudine, 46 menhir formano un circolo megalitico di 80 metri di diametro. È il Cromlech del Piccolo San Bernardo, un monumento che ricorda molto da vicino Stonehenge. A poco più di 100 km, a Cavaglià, in provincia di Biella, all’interno dell’area urbana, si trova un’altra opera molto simile. In Sardegna, a Sorgono (NU), vi è, invece, il sito di Biru ‘e Concas, dove pietre scolpite in forma antropomorfa creano diversi allineamenti sparsi tra i campi. A Mores (SS) si trova il dolmen di Sa Coveccada o S’Accoveccada: alto 2,70 m, occupa una superficie di 18 mq ed è formato da tre grandi lastre verticali e una quarta orizzontale poggiata come copertura. La datazione, le modalità di costruzione e la funzione delle opere megalitiche è molto discussa e miti e leggende ne hanno avvolto la storia. Inizialmente furono associati alle popolazioni celtiche, ma questa teoria è stata confutata poiché circoli di pietre, dolmen e menhir sono presenti un po’ ovunque in Italia e nel resto d’Europa. Oggi il più famoso è sicuramente Stonehenge. Qui ogni anno durante il solstizio d’estate avviene qualcosa di magico: il sole, allineandosi perfettamente con le pietre, crea un effetto di luce particolare e migliaia di persone vengono accolte nel circolo per assistere all’evento. L’ipotesi è che il sito fosse utilizzato per rituali legati al ciclo delle stagioni e alle forze naturali. Per questo, tra la folla di turisti e curiosi, si radunano anche migliaia di neopagani: compiono riti di generazione e rigenerazione e cercano il contatto con la Madre Terra, pregando, cantando e danzando fino all’estasi. ©Mario Fracasso

Salento_Fuochi Oltre la meraviglia

Nonostante le nuvole colme di pioggia e le temperature al di sotto delle medie stagionali, l’estate sta arrivando. Porta con sé sagre e feste patronali e riempie il cielo di splendidi fuochi d’artificio. Alcuni sono delle vere gare pirotecniche e, mentre i maestri focai si sfidano, gli spettatori fissano la meraviglia con il naso all’insù. Ma l’occhio di un fotografo va oltre: si guarda intorno, fa qualche passo indietro, si alza, si abbassa. Cerca l’inquadratura migliore, include soggetti e particolari e riflette fino a trovare la sua immagine. La foto racconta attraverso i suoi occhi, ma rende l’osservatore protagonista di quella visione. In questa immagine Alessandra Gorgoni non si è concentrata solo sui fuochi, che sarebbero potuti essere uguali se immortalati da qualsiasi altro fotografo, ma ha fatto un passo indietro, incluso l’albero, i campi e alcune figure umane. In questo modo ha dato il senso delle proporzioni e creato un’immagine reale e surreale allo stesso tempo, in cui chi osserva si sente coinvolto nella meraviglia di ciò che sta accadendo. ©Mario Fracasso

Diego Funaro_Pentecoste

Storie di santi, miracoli…e buoi

Nel periodo di Pentecoste si celebrano accadimenti e miracoli legati ai santi o alla Madonna; sempre, in qualche modo, derivati da culti pre-cristiani connessi con la rinascita primaverile. È il caso del Santuario della Santissima Trinità di Vallepietra, vicino Subiaco. La leggenda vuole che un contadino che passava con i suoi buoi sul monte Autore – in questa terra di transumanza tra Lazio e Abruzzo – assistette alla caduta degli animali in un precipizio. Affacciatosi, vide l’aratro conficcato nella parete rocciosa e i buoi inginocchiati dinnanzi a una grotta. All’interno vi era un misterioso affresco raffigurante tre uomini pressoché identici con un’aureola sulla testa e nell’atto di benedire: la Santissima Trinità. Il miracolo divenne presto celebre e in molti iniziarono a recarsi in pellegrinaggio alla grotta per osservare il dipinto miracoloso. La tradizione popolare sostiene che non sia stato creato da mani umane, ma che sia apparso improvvisamente per volontà divina alla caduta dei buoi. Secondo una versione differente due cristiani ravennati si rifugiarono nella grotta per sfuggire alle persecuzioni neroniane: qui degli angeli portarono loro cibo e fecero sgorgare una sorgente, l’indomani sulle pareti apparvero le tre figure. La Chiesa inizialmente non vide di buon occhio questa devozione perché legata ad una raffigurazione non calzante della Trinità, considerata al limite dell’eresia. Ma oggi, che nei pressi della grotta è stato costruito un santuario, la domenica successiva alla Pentecoste si celebra una festa dedicata alla Santissima Trinità: un pellegrinaggio che richiama migliaia di fedeli da tutta Italia. Non è un caso che questo miracolo veda come protagonisti dei buoi: sono loro che arano i campi su cui ogni primavera rinascono le messi, sono loro gli animali da lavoro e da traino più utilizzati in Europa. Per questo li ritroviamo in tantissimi riti primaverili, come accade, per esempio, anche a Portocannone, in Molise. Ma questa è tutta un’altra storia… che vi invitiamo a seguire nel prossimo reportage, online a breve.  © Diego Funaro – Clicca qui per leggere il reportage su Portocannone

Grotta dei Pescatori_Alessandra Gorgoni

Fragili Meraviglie

Durante l’inverno le mareggiate e i venti lambiscono le coste, le modellano e le modificano…spesso le distruggono. Così, con l’arrivo delle prime temperature “da mare”, il Salento si è risvegliato privo di una delle sue meraviglie: la Grotta dei Pescatori, nell’Insenatura Sant’Andrea (versante adriatico – Marina di Melendugno). Da sempre questo è un angolo dove fluiscono nuvole e pensieri, un luogo magico dove poter sognare, ammirando il sole sorgere o tramontare, rilassandosi sulla spiaggia sabbiosa o tra le rocce della scogliera. Ma la favola si sta sgretolando. Colpa dell’uomo o colpa della natura, difficile dirlo. Poche settimane fa la parte di falesia dove era stata ricavata la strada che conduceva alla grotta è crollata. Agli amanti, che vi si ritrovavano per godere del suono delle onde che qui portano canzoni provenienti da est, resta solo la tristezza per aver perso un luogo incantato….ma anche il sogno romantico di poter presto tornare nella grotta. © Alessandra Gorgoni

minerva-diego funaro

710 anni di Sapienza

L’Università di Roma la Sapienza ha da poco festeggiato i suoi 710 anni. Un bel traguardo per l’Ateneo più grande d’Europa! Fu istituita da Papa Bonifacio VIII nell’aprile del 1303 attraverso la bolla In Supremae Praeminentia Dignitatis. All’epoca si chiamava Studium Urbis. Il nome Sapienza, ufficializzato attorno al 1600, deriva dalla sede dell’Ateneo che era il palazzo della Sapienza di Giacomo della Porta. È curioso che in un luogo fondato da un Papa e in cui si formano ricercatori esperti in molteplici settori, vi siano residui di una particolare superstizione. Tutti gli studenti della Sapienza sanno che guardare negli occhi la statua della dea Minerva, che si trova al centro della Città Universitaria, porti sfortuna agli esami. Pochi però considerano l’origine di questa scaramanzia, ben più antica della stessa Università. Si tratta di una trasposizione moderna della hybris (ὕβρις) greca: la superbia umana e la mancanza di rispetto verso gli dei, che porta alcune persone a porsi al loro stesso livello. Alla hybris segue inevitabilmente la nemesis (νέμεσις), vendetta divina nei confronti dell’essere umano. Quindi, ancora oggi, Atena ristabilisce la giustizia, vendicandosi con una bocciatura chi le manca di rispetto per orgoglio o tracotanza. © Diego Funaro

Mostra MAR Ravenna_Luca BaldiniBorderline: Aloïse Corbaz in love a Ravenna”

Aloïse Corbaz è una artista svizzera che ha visto la sua arte venir pubblicamente riconosciuta non prima di aver compiuto 61 anni. Una donna che, a causa del suo non corrisposto amore per il kaiser tedesco Wilhelm II, sviluppò una potente forma di schizofrenia e venne quindi rinchiusa in un ospedale psichiatrico (nel 1918) all’età di 36 anni. In internamento trascorse tutto il resto della sua vita: 46 anni. A farle compagnia furono le sue opere, fogli bidimensionali nei quali spalmava le sue fantasie più colorate. Coppie di giovani nobili prigionieri delle sue brame romantiche affollano ogni centimetro quadrato di tutta la carta che Aloïse riusciva a recuperare. Analogamente, nei suoi pensieri non c’era spazio che per la sua grande illusione la quale, divenuta dis-illusione, venne da lei tramutata in schermo: un palcoscenico fantastico come riparo dal freddo mondo reale.

Borderline è un’esposizione temporanea del MARMuseo Arte Ravenna (17 febbraio – 16 giugno 2013). Il sottotitolo è Artisti tra normalità e follia. Sono molte, infatti, le storie simili a quella di Aloïse: menti irrequiete che si scatenano in un’arte di sfogo personale e incognito successo. Meno sono le storie di già-consacrati-artisti che provano a liberare dall’ombra queste figure, portando alla luce la loro Arte e riconoscendogli la “A” maiuscola. Alcuni nomi esposti sono ghiottissimi: Bosh, Dalì, Basquiat, Debuffet (colui che riconobbe l’Arte proprio di Aloïse Corbaz e che coniò il termine “art brut“), Klee, Goya, Tancredi, Baj…. Ovviamente pochi di questi artisti compaiono con più di un’opera (eccetto Ligabue, la cui faccia ossessiona per una sala intera). Ma a pensarci bene questo risparmio gioca a favore della scoperta di altri meno celebri, come Zinelli e Tschirtner che con diversa eleganza reiterano i loro traumi post-bellici. Autori meglio comprensibili nella ripetitività dei loro segni.

Dopo questi 3 piani di percorso artistico e psicologico che si sbriglia sopra le bellissime logge che circondano il chiostro del MAR, si può scendere a visitare la collezione di mosaici contemporanei di quella che è la capitale occidentale del mosaico. Dinanzi all’opera Ritratto di Alessandro Guerriero di Luciana Notturni (Officina del Mosaico) è stata scattata la foto presentata in apertura: una doppia esposizione fatta riconoscere alla pellicola come una sola immagine, prendendola in giro e inscenando un’operazione di fantasia, un po’ come faceva Aloïse. © Luca Baldini

ostiense - flavia camilleriCorsie Parallele

Due corsie. Parallele.

Quella di chi crede ancora nei sogni, e quella di chi ha smesso di sognare.

Quella di chi affronta con coraggio la vita, e quella di chi dalla vita scappa.

Quella di chi pensa all’altro, e quella di chi l’altro nemmeno lo vede.

Quella di chi corre, e quella di chi una mattina si sveglia e decide di fare una strage.

Insensata, come tutte le stragi.

Violenta, in antitesi al senso stesso dello sport.

Oggi, e sempre, siamo con chi prende la corsia giusta.

Con chi va nella direzione giusta.

E oggi, specialmente, siamo con chi corre.

Attentato alla maratona di Boston, 15 Aprile 2013: Non smettiamo di correre

Chi fa la maratone o corre anche tratti più corti lo sa. Sa che il momento dell’arrivo è quello più emozionante. Quello dove sai di avercela fatta, dove la felicità prevale sulla stanchezza, l’adrenalina sulle gambe che quasi non ti reggono più, e il sorriso di chi è li ad aspettarti ti da la voglia di farne un’altra e un’altra ancora.

Ma l’arrivo a Boston non è stato così. Questa volta la morte e il dolore hanno prevalso sulla stanchezza, la paura ha fatto correre ancora più lontano, e alle prossime gare quel sorriso, quello del bambino che aspettava il padre, non ci sarà più.

Descrivere una foto non è sempre facile, ma in questo caso le parole sono uscite spontanee: due corsie parallele per ricordare quello che è successo e per ricordare che c’è sempre un’altra possibilità, un’altra strada da percorrere.

Dzhokhar, il ragazzo di 19 anni arrestato come presunto colpevole della strage, avrebbe potuto partecipare alla festa, invece di trasformarla in tragedia.

La direzione giusta, la corsia giusta e la possibilità di poterla riprendere nel corso della propria vita sono le strade lungo cui non dobbiamo mai smettere di correre. ©Flavia Camilleri – Nella foto: Cavalcaferrovia Ostiense, Roma.

cinghiale - diego funaroLIBERATELI!

Spesso ho visto maiali nei recinti, raramente cinghiali in cattività. Centinaia di volte ho visto pappagalli e canarini nelle gabbie, tortore e colombe nelle voliere, pesci e tartarughe negli acquari, cani e gatti in appartamento. Una volta ho visto anche un lemming, un piccolo roditore artico molto simile al criceto. Quando chiesi al proprietario perché lo avesse acquistato e perché lo tenesse chiuso in una gabbietta, mi rispose con naturalezza: «Amo gli animali….sono pure vegetariano!». Ogni volta che vedo un animale rinchiuso immagino me costretto in una stanza,  con una ruota su cui correre, una palla con cui giocare e qualcuno che viene una o due volte al giorno a portarmi da mangiare e a pulire i miei escrementi.  Che siano animali domestici, selvatici o esotici, un essere vivente in uno spazio molto più stretto del suo habitat naturale, è sempre una tortura. Vuol dire farlo soffrire, privarlo della sua libertà, donandogli una vita di prigionia. Di solito questi animali vengono acquistati in negozi specializzati, alimentando così il commercio delle vite in cattività e, alla domanda «Perché non lo liberi?», la risposta è sempre la stessa: «sopravvivrebbe solo 2 minuti». Vero! Poi, però, guardo l’animale che mi  fissa e so cosa sta pensando.  «Ti prego aprite la gabbia, ridatemi la dignità, fatemi morire da animale libero!». ©Mario Fracasso

Valerio Pompilio_Colonia

Colonia Claudia Ara Agrippinensium

Germania, 16-13 a.C.. Sulla sponda occidentale del Reno l’esercito Romano, guidato da Nerone Claudio Druso Germanico, fonda un accampamento che prende il nome di Ara Ubiorum o Oppidum Ubiorum. Nel 50 a.C. Giulia Agrippina Augusta, moglie dell’imperatore, ottiene che questo luogo, che le ha dato i natali, venga innalzato al grado di colonia dell’Impero Romano. Nasce Colonia Claudia Ara Agrippinensium.

Germania, 1942 d.C.. Sulla sponda occidentale del Reno l’esercito inglese inizia una serie di bombardamenti su Colonia, la città tedesca che si era sviluppata da quel accampamento. Il 90% del tessuto urbano viene ridotto in polvere, 1900 anni di storia perduti per sempre.

Germania 2012 d.C.. Sulla sponda occidentale del Reno non ci sono più eserciti né campagne militari; non ci sono più né imperatori né bombardieri. Sulla sponda occidentale del Reno c’è la moderna Colonia, capitale economica, culturale e storica della Renania Settentrionale. È risorta dalle macerie lasciate dalla Seconda Guerra Mondiale, conflitto che risparmiò solo il Dom., l’imponente duomo “nero” che, dal suo completamento nel 1880, ha sovrastato dall’alto Colonia, fino a quando sono stati costruiti alcuni grattacieli. Nel 2004 l’Unesco lo ha inserito tra i beni da tutelare e la città di Colonia ha deciso di limitare l’altezza delle costruzioni intorno ad esso. All’ombra delle sue imponenti torri si trova ancora l’antico portale Nord di Colonia Claudia Ara Agrippinensium. Affiancati questi due monumenti sembrano riflettere l’attuale situazione economica e politica tra l’Italia, incapace di valorizzare il suo passato, in cui l’Impero Romano arrivò conquistare tutta l’Europa, e la Germania che la guarda dall’alto di quelle torri. © Valerio Pompilio

Mario Fracasso_Terremoto

Divieto d’accesso alla speranza

«Quell’anno non solo molti di noi hanno perso case, amici, colleghi, famigliari, credo si sia spenta la vita che abbracciava la città». Sara studiava lingue all’Aquila nel 2009 e con queste parole ricorda il giorno del terremoto. Sono passati quattro anni dal sisma e nel capoluogo abruzzese la ricostruzione non c’è mai stata. Tra lo scarica barile delle istituzioni e dei governi, la burocrazia, le infiltrazioni mafiose e gli sciacalli che hanno approfittato della situazione per arricchirsi, solo il 10% delle abitazioni sono state ristrutturate. Il Sindaco Massimo Cialente ha spiegato che potrebbe chiedere ancora sacrifici ai suoi cittadini solo se ci fosse la speranza di «vedere parte del centro storico e le frazioni ricostruite entro il 2015». Altrimenti «andranno via tutti». La sua ipotesi è più che fondata. Stando ai dati, infatti, 3500 abitanti hanno lasciato l’Aquila solo nell’ultimo anno. Il problema maggiore è la disgregazione territoriale che ha portato alla completa disgregazione sociale. La maggior parte degli Aquilani vive ancora nei MAP (Moduli Abitativi Provvisori) e nelle CASE (Complessi Antisismici Sostenibili ed Ecocompatibili). Ad altri è stata assegnata un’abitazione grazie al fondo immobiliare e 140 persone vivono ancora negli hotel. In pratica è come se una specie di magia avesse reso la città incantata, immobile. Le transenne sono ancora tutte lì, insieme alle facciate puntellate, alle strade sbarrate, alle porte spalancate e alle mura crollate. Il divieto di entrare nel centro storico è assoluto. Prima L’Aquila era apprezzata per essere “a misura d’uomo”: tutto sembrava vicino e bastava uscire a piedi per raggiungere amici, bar, negozi, piazze, mercati, università e biblioteche. Era una città formata da un grande borgo medievale attorno al quale ruotavano piccole frazioni, ognuna con un proprio centro storico, ognuna animata di vita propria. Ora le frazioni sono ridotte a ruderi e sono state tutte sostituite dalle new town: quartieri residenziali composti di palazzi tutti uguali. Non ci sono attività commerciali, servizi o punti di aggregazione. Sono semplici dormitori da cui ci si può muovere solo in macchina e in alcuni casi bisogna guidare un quarto d’ora prima di raggiungere il primo tabacchi. I quartieri, che dovevano essere provvisori, ora, dopo quattro anni, nonostante molti siano già decadenti, sembrano sempre più definitivi. «Mi mancavano dei punti fissi, mi spostavo da un container all’altro, in macchina o con i pochi mezzi pubblici circolanti. Me ne sono andata via per questo», racconta ancora Sara, «Mi mancava l’abbraccio di una vera città». ©Mario Fracasso
VAI ALLE POESIE “POSTEMERGENCY PUNK” E “CON AMORE PER L’AQUILA” DI ISABELLA TOMASSI

angelo - diego funaro

Sacrificio Estremo

Nell’antica Roma era di moda bere una bibita a base di acqua e aceto, chiamata posca. Ne parla Apicio nel suo De Re Coquinaria. La bevanda, considerata estremamente dissetante e dalle proprietà disinfettanti, era assai diffusa tra i legionari. È noto che in punto di morte a Gesù venne offerta, da alcuni soldati romani, una spugna imbevuta d’aceto; il gesto considerato sprezzante, potrebbe aver avuto intenzioni benevole. La spugna, infilata in cima a una canna, potrebbe essere stata inzuppata con la posca: «Dopo questo, Gesù, sapendo che ogni cosa era stata ormai compiuta, disse per adempiere la Scrittura: “Ho sete”. Vi era lì un vaso pieno d’aceto; posero perciò una spugna imbevuta di aceto in cima a una canna e gliela accostarono alla bocca. E dopo aver ricevuto l’aceto, Gesù disse: “tutto è compiuto”! E, chinato il capo, spirò» (Giovanni 19, 28-30). La spugna, insieme ad altri oggetti, come la corona di spine o i chiodi usati per la crocifissione, è diventato simbolo della morte di Gesù, immolatosi per liberare l’uomo dai suoi peccati. Oggi l’emblema di questo sacrificio è l’agnello, un richiamo alle origini ebraiche della Pasqua, ma anche a tradizioni più antiche. L’uccisone rituale, infatti, è un elemento da sempre presente tra i riti religiosi di differenti culture ed epoche. Il prossimo reportage affronterà il tema del rito sacrificale di religioni presenti e passate. ©Diego Funaro – Vai al Reportage Sui Sacrifici

mense s giuseppe1

A tavola con San Giuseppe

Ci sono luoghi dove le ricorrenze hanno ancora il sapore originario della tradizione. A Borgetto, a pochi chilometri da Palermo, il 19 marzo è certamente la festa del papà, ma è soprattutto il giorno di San Giuseppe, il padre adottivo più noto della storia. All’interno delle case cioccolatini e cravatte lasciano il posto a un rito sacro e sociale al tempo stesso. Ogni famiglia che disponga di una stanza, cantina, garage o di un qualsiasi spazio che si apra sulla una strada, lo prepara per giorni. Ne adorna le pareti di stoffe ed effigi del Santo con Gesù e ne riempie i tavoli di abbondanti buffet in cui non possono mancare i Pani di San Giuseppe e le arance disposte a tre a tre insieme agli alimenti più disparati, per corrispondenza con le persone della Sacra Famiglia e della Trinità. Ogni passante è invitato ad entrare, per gustare le pietanze o semplicemente assaggiare qualcosa, e molto spesso gruppi di persone si riuniscono in queste sale per pregare insieme. In ciascuna delle Mense di San Giuseppe sono apparecchiati tre coperti che servono a saziare tre bambini, solitamente meno abbienti o in difficoltà. Così, solidarietà e tradizione rituale si conservano a Borgetto, dove è possibile ritrovare le radici del 19 marzo. © Diego Funaro

San Pietro_Vaticano

Francesco, il Papa tanos

Giovanni Angelo Bergoglio nacque a Bricco Marmorito di Portacomaro Stazione, frazione di Asti. Era il bisnonno del 266° Vescovo di Roma, il neo Pontefice, ed emigrò in Sud America, come tanti altri Italiani tra il XIX e il XX secolo. Il suo pronipote, Jorge Mario Bergoglio, il 19 Marzo si insedierà con il nome di Papa Francesco. Per eleggerlo il Conclave è stato riunito per appena due giorni. Ciò fa pensare che non ci fossero molti dubbi sulla sua nomina. Anche se il suo titolo richiama molto il Santo di Assisi, Mario Bergoglio fa parte della Compagnia di Gesù ed è il primo gesuita tra le colonne di piazza San Pietro. Se la sua figura sembra porre in primo piano il “Sud del Mondo Cattolico“, la sua origine ricorda il coraggio e le difficoltà affrontate da tanti nostri connazionali emigrati per mancanza di lavoro e in cerca di un futuro migliore. Nostri connazionali che a Buenos Aires sono definiti tanos e costituiscono la comunità italiana più popolosa del mondo. ©MarioFracasso

Donne: bellezza e coraggio

8 marzo: coscienti  e coraggiose, non consumiste

San Valentino, Natale, Pasqua; la festa della mamma, del papà, della donna, ecc… Ogni scusa è buona per acquistare oggetti da regalare o spendere soldi in ristoranti, pub e discoteche. Un concetto quasi banale da esprimere perché tutti ormai conoscono bene la natura consumistica della nostra società. Questa presa di coscienza diventa mera accettazione quando ci fa dimenticare la ragione per cui furono create queste celebrazioni. Oggi, 8 marzo, è la Giornata Internazionale della Donna. Il Woman’s day nacque negli Sati Uniti il 3 Maggio del 1908. Fu istituito in opposizione allo sfruttamento delle operaie nelle fabbriche e alla mancanza di diritti sociali e civili delle donne. Le celebrazioni della giornata della donna non ebbero però una data fissa fino al 1921, quando in Russia la seconda Conferenza Internazionale delle Donne Comuniste decise che l’8 marzo doveva diventare la Giornata Internazionale dell’Operaia. La data non era casuale:  ricordava  la coraggiosa manifestazione delle donne di San Pietroburgo per fine della Prima Guerra Mondiale. Questo evento diede inizio alla Rivoluzione Russa contro lo zarismo. Dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale questa festa si diffuse in moltissimi paesi. In Italia dagli anni ‘20 fu grazie al partito Comunista e alla rivista Compagna che si scelse l’8 marzo come data della Giornata Internazionale della Donna: per celebrare il coraggio delle manifestanti russe e tutte le conquiste a livello sociale e civile fatte dalle donne e per ricordare discriminazioni e violenze a cui ancora sono soggette. ©MarioFracasso

Mario Fracasso_in fuga

Chiudo tutto e vado a fare in c***

***  (cina un negozio, perché questo lo chiudo davvero)

Popolo di navigatori e trasmigratori”: così recita l’iscrizione monumentale sul Palazzo della Civiltà Italiana a Roma. Da tempi antichissimi gli italiani viaggiano, emigrano, fuggono. Giulio Cesare andò in Gallia per renderla parte di Roma. Era spinto da interessi economici e politici, ma anche da una curiosità evidente nelle minuziose analisi del “De Bello Gallico”. Cristoforo Colombo, nel tentativo di circumnavigare il globo, mise in contatto due continenti e ampliò la geografia del “nostro mondo”. Tra ‘800 e ‘900 molti hanno deciso di allontanarsi temporaneamente o definitivamente dallo Stivale, spinti dalla necessità. Poi si è parlato di “fuga dei cervelli”, perché ad andare altrove erano soprattutto ricercatori e specialisti in diverse discipline scientifiche. Negli ultimi anni, però, è nata una nuova ondata di emigranti, che a causa della disoccupazione e della scarsità di prospettive, ha raggiunto altri Paesi, nella speranza di trovare una sorte migliore e i recenti risultati elettorali hanno dimostrato il malcontento di chi tenta di rimanere. ©Diego Funaro

galeazzo ciano - lezha - mario fracasso

Love actually

In un angolo di Albania, a Lezha, ai margini di una riserva naturale marina, troviamo, riuniti in un solo luogo, i resti di due regimi: la residenza di caccia di Galeazzo Ciano – ministro della Cultura e degli Esteri durante il fascismo, oltre che genero di Benito Mussolini –  trasformata in hotel dalla dittatura comunista. Oggi qui resta solo un’eco di totalitarismi opposti nell’ideologia, ma vicini nell’oppressione della gente: l’edificio abbandonato è stato avvolto dalla natura. Due innamorati hanno disegnato il loro sentimeto sul tronco di un albero dimostrando che l’amore spesso si nasconde nei luoghi più impensabili.

grandangolo - diego funaroObiettivamente

Questa foto ci offre lo spunto per iniziare a parlare di obiettivi. Differenti tipi di lenti permettono di vedere diversamente una scena e quindi di scattare foto con caratteristiche ben distinte. Se si usa un grandangolo si deve tenere presente che dà l’illusione di piani più distanti di quanto non siano, enfatizzando le prospettive e distorcendo le linee soprattutto ai margini. Nel caso dell’immagine qui sopra, le peculiarità del grandangolare sono state usate per enfatizzare la lunghezza del corridoio e il vuoto degli spazi. Osservando a occhio nudo la corsia che mi si presentava davanti, ho immediatamente notato il fatto che trasmetteva l’impressione di non finire per la grande distanza che mi separava dal punto d’uscita. Volendo rendere questa sensazione nello spazio bidimensionale di una fotografia, la scelta dell’obiettivo è inevitabilmente caduta sul grandangolo, essendo il più adatto a riportare, in chi avrebbe osservato l’immagine, l’impressione di trovarsi sul posto, in un tunnel e con molta strada da percorrere per poterne uscire. Qualsiasi altro obiettivo avrebbe escluso dall’immagine una buona porzione ai suoi bordi, e avrebbe ridotto la differenza di dimensioni tra piani, tutto ciò avrebbe reso il corridoio apparentemente più breve, modificando il messaggio e le emozioni che avevo intenzione di suggerire. © diego funaro

cambogia

Fantasmi cambogiani

«Tiziano […] dice che i cambogiani sono capaci di terribile ferocia. Non fanno prigionieri, li ammazzano », con queste parole Angela Terzani Staude, moglie di Terzani, accenna nella prefazione a “Fantasmi” alla tragedia che negli anni ’70 ha insanguinato la Cambogia. Genocidi e massacri vicini nel tempo, forse lontani da noi nello spazio, ma che non devono essere dimenticati. Il regime dei khmer rossi aggiunge e amplifica il disastro già provocato fin dall’inizio della guerra in Vietnam. Nei primi otto mesi del 1973 «gli americani scaricano più di 250.000 tonnellate di bombe sulla Cambogia, una volta e mezza  quelle che avevano buttato sul Giappone nella Seconda guerra mondiale, tutte quelle che non potevano più buttare sul Laos e il Vietnam». In questo contesto martoriato, la violenza dei khmer rossi arriva a ridurre del 20% la popolazione cambogiana, con stime che parlano di un minimo di 800.000 a un massimo di 3.300.000 vittime, pur restando al potere per soli quattro anni. A oltre trent’anni dalla fine della sanguinaria dittatura dei khmer rossi, il processo contro i loro leader, per crimini contro l’umanità, procede a rilento e nel disinteresse del cosiddetto mondo occidentale. «La Cambogia, “questo struggente paese”, mostra a Tiziano come gira il mondo. Dopo tanti morti, tanta, tanta distruzione, tanti ideali delusi, non resta che il consumismo». ©Diego Funaro

Spalle alla politica

Spalle alla politica

Est mihi libertas papalis et imperialisrecita il motto della città di Velletri, a sud di Roma. Nel VI secolo il comune ottenne l’indipendenza dall’imperatore Giustiniano e nell’VIII anche dal papato, restando autonomo fino al XVI secolo.  La libertà conquistata da Velletri è simboleggiata, nello stemma comunale da un’aquila bicipite. Nella piazza del comune, davanti alla facciata del palazzo del sindaco, si ricorda l’origine veliterna della Gens Octavia con una statua dedicata a Cesare Ottaviano Augusto. L’imperatore romano è ritratto in una posa in cui dà le spalle al municipio e osserva il panorama. Alcuni abitanti sostengono che la scelta non sia casuale: «L’imperatore evita di guardare chi entra ed esce dal municipio » affermano ironicamente. Il confronto diventa impietoso se si paragona l’attuale politica Italiana con quella dei Romani, in cui i governanti dovevano essere i depositari della vis, guide ed esempi per tutto il popolo. La statua dell’Imperatore non è sola, a farle da contraltare vi è quella di un altro illustre veliterno: il cardinale Stefano Borgia. La sua scultura, in maniera opposta a quella di Ottaviano, osserva l’ingresso degli uffici comunali. ©Diego Funaro

decrescita - diego funaro

Corsi e ricorsi, salite e discese

Leggendo a ritroso la storia, osservando l’ascesa e il declino delle società in vari periodi e luoghi, sembra che la vita sia una ruota che avanza ciclica lungo una linea retta finita, sulla quale l’evoluzione tecnologica, con l’aumento della ricchezza della società umana, è inversamente proporzionale alla quantità di risorse energetiche a alla salute del pianeta. Andando oltre la filosofia economica, sembra comunque innegabile che il progresso della società abbia da sempre implicato lo sfruttamento delle risorse naturali. L’economista francese Serge Latouche evidenzia questo problema già dagli anni ’70, periodo di notevole sviluppo economico in tutta Europa. La sua idea è quella di sostituire il modello economico attualmente predominante, basato sul benessere dovuto alla massimizzazione del profitto, con un nuovo modello basato sulla tutela delle risorse naturali e dell’ambiente e sulla produzione esclusiva dei beni necessari ad una vita semplicemente sana, scartando ogni superfluo eccesso del consumismo. Questa teoria nel tempo ha preso sempre più piede tra le persone che ricorrono per scelta conscia o inconscia a un modello economico basato sulla produzione artigianale di beni da consumarsi localmente. E in questi ultimi anni di forte crisi economica, sembra che il ritorno al “fatto in casa” e all’acquisto dello stretto necessario, stiano diventando una vera risorsa per molte persone, portando anche alla riscoperta di tradizioni che avevano perso appeal. ©MarioFracasso

alberodinatale

Buone Feste!

Alla fine di un anno difficile per il Paese, Direzione Italia vuole augurare serene Feste a tutti i suoi lettori. Viviamo un momento di crisi economica e sociale e per questo motivo abbiamo scelto di farvi gli auguri con la foto di un piccolo albero di Natale di legno usando Instagram, lasciando da parte i viaggi, gli eventi e anche la reflex. Un modo per invitare tutti a concentrarsi sulle piccole cose, sugli amici e la famiglia, sostegni preziosi per tutti, anche e soprattutto per chi si trova ad affrontare difficoltà che possono apparire insormontabili. ©Diego Funaro

san cetteo, undergroundBelle soddisfazioni!

Il nostro corso autunnale di fotografia si è appena chiuso. Il lavoro è stato svolto in collaborazione con una delle realtà più innovative di Pescara: la piccola ma sorprendente libreria “K, libri & altre meraviglie”. Tra editori indipendenti e citazioni di Kafka, fumetti, arte moderna e giochi di ruolo le lezioni hanno spaziato dalle tecniche di base alla composizione di un reportage. L’entusiasmo e la curiosità degli allievi, hanno dato vita a lavori fotografici in grado di inquadrare Pescara da punti di vista differenti, cogliendone i dettagli e descrivendo la città nella sua complessità. Dal 16 Dicembre in libreria verrà inaugurata la mostra con le loro foto più significative. ©MarioFracasso

Tradizioni - Diego Funaro

Sapori in Viaggio

È noto che la cucina italiana sia diffusa in tutto il mondo e che la pasta e la pizza possano essere gustate in tutti e cinque i continenti. In alcuni posti, però, la tradizione gastronomica italiana si è completamente fusa con quella autoctona: la cucina della foce del Rio de la Plata ne è la dimostrazione. A Buenos Aires e Montevideo le comunità migrate dal nostro paese sono molto numerose e così di fianco a piatti notoriamente autoctoni come asado e bistecche bovine, si trovano quelli importati dai marinai genovesi e trasformati dal tempo e dall’oceano che separa le nostre coste dalla foce del fiume sudamericano. Non si può dire di aver visitato queste città senza aver assaggiato la fugazzetta e la fainà. Il nome di queste pietanze è ligure, così come la loro origine. La fugazzetta altro non è che la focaccia di Recco con formaggio e cipolla; la fainà è la farinata di ceci, o cecina secondo la definizione toscana. Una leggenda vuole che quest’ultima sia nata su una galera genovese in balia della tempesta: il mare burrascoso aveva fatto mescolare farina di ceci ed olio all’interno della cambusa. I marinai per sfamarsi decisero di cucinare la mistura casuale e, avendola trovata prelibata, decisero di continuare a prepararla anche una volta sbarcati. L’origine storica di questa focaccia di ceci, invece, risale all’Antica Roma: le truppe romane occupavano Genova e la farina di grano era eccessivamente costosa, perciò, per mangiare rapidamente e con poca spesa si infornava un impasto fatto con acqua e farina di ceci. Mangiare in una delle numerose pizzerie di Buenos Aires o di Montevideo, perciò può rappresentare un viaggio nel viaggio, sia attraverso l’Atlantico per trovarsi improvvisamente in Liguria, sia attraverso i millenni, per sentire i sapori della Roma Antica.  ©Diego Funaro

Vampiri - Mario Fracasso

Dracula: sangue italiano

Nel 1862 la poetessa Elizabeth Siddal venne deposta nel cimitero di Highgate, a Londra. Era una donna avvenente e molto apprezzata come modella. Fu musa ispiratrice per suo marito, Dante Gabriel Rossetti, pittore e poeta britannico di chiare origini italiane: il padre, Gabriele Rossetti, era nato a Vasto, in Abruzzo. Al momento della sepoltura, l’artista volle deporre tra i rossi capelli della sua amata un libro di poesie. Sette anni dopo, riaprendo la bara per recuperare quel libro, trovò il corpo della donna in perfetto stato e con i capelli più lunghi di quando era morta. Il fatto fece scalpore ma fu pian piano dimenticato. Da quel momento, però, il cimitero iniziò ad essere avvolto da un fascino oscuro. L’atmosfera è resa decisamente più misteriosa dallo stile gotico utilizzato per lapidi, statue, mausolei e cripte. Passeggiando tra l’Egyptian Avenue e Lebanon Cyrcle sembra di essere all’interno di un romanzo di Mary Shelley e Bram Stoker ne trasse ispirazione per il suo Dracula: lo cita più volte e vi ambienta la caccia al vampiro di Lucy Westenra che appare tra le tombe con la sua vittima infante tra le braccia. Ma la fama del cimitero di Highgate è andata ben oltre la letteratura, si è intrecciata con la realtà e ha riempito le pagine dei quotidiani inglesi. Negli anni ’60 del secolo scorso, iniziarono una serie di strani avvistamenti, furono trovati animali con la testa tagliata e segni di riti satanici. La gente iniziò a credere al Vampiro di Highgate. Il fondatore della Briths Psychic and Occult Society, David Ferrant e il vescovo inglese Sèan Manchester iniziarono ad interessarsi alla questione e rapidamente si creò un movimento di fanatici cacciatori di vampiri: molti corpi furono riesumati, decapitati e trafitti con un paletto di frassino. Alla fine Ferrant fu condannato a 5 anni di prigione e il cimitero chiuso al pubblico. Dal 1975 l’associazione The Friends of Highgate Cemetery si occupa della sua gestione e delle visite guidate; il cimitero è rimasto un luogo di pellegrinaggi per appassionati del mondo goticoe dell’occulto. ©MarioFracasso – vai al reportage di halloween

Dalla Filosofia al Viaggio

Nel IV sec. d.C. Platone descrive un incontro tra tre grandi figure della filosofia greca: Socrate, Parmenide e il suo allievo, Zenone. I filosofi citati nel dialogo, insieme a Platone stesso e al suo discepolo Aristotele, sono considerati alla base del pensiero occidentale. Tra questi nomi il meno conosciuto è quello di Zenone di Elea. Questi, portando all’estremo le teorie del Panta Rei del suo maestro, creò tre paradossi con i quali teorizzava l’impossibilità del moto. Nel più famoso racconta di Achille piè veloce, che nonostante tutti i suoi sforzi non riesce a raggiungere la tartaruga. Prima di raggiungerla deve, infatti, percorrere la metà dello spazio da essa già percorso e prima di raggiungere questo punto intermedio deve percorrere la metà dello spazio che lo divide da esso. Ma prima ancora c’è da percorrere la metà di questa e metà e ancora prima la metà della nuova metà. E così via fino all’infinito. I suoi erano paradossi ed erano smentiti dalla realtà. Furono fondamentali, però, per i matematici e i fisici per dimostrare l’infinita divisibilità dello spazio. L’epoca dei grandi filosofi era finita da tempo quando, nel II secolo d.C., Pausania descriveva la Grecia durante la sua Periegesi. L’Ellade viveva una lentissima agonia e il nostro mentore racconta con oggettività tutto ciò che incontra durante il suo viaggio, evidenziando tutte le meraviglie da visitare ma sottolineando tutto ciò che era andato perso. Lo avevamo lasciato sullo stretto di Corinto e lì lo ritroveremo: ci guiderà verso Atene e ci farà percorrere l’Attica e la Beozia, portandoci fino a Delfi per consultare il suo oracolo. ©MarioFracasso – Sulle tracce di Pausania: Attica, Beozia e Focide

Mario Fracasso - Violino

Armonia in viaggio

In generale, una differenza tra turista e viaggiatore può essere la loro diversa consapevolezza: il primo passa nei luoghi visitati, il secondo vi entra. Mentre il turista cerca emozioni nuove o relax, il viaggiatore cerca di conoscere la realtà in cui si immerge e di interagire creando uno scambio di culture. Questo modo di viaggiare si sta diffondendo in tutto il mondo anche grazie a Couch Surfing: uno dei social network maggiormente usati per avere una vacanza più consapevole. La finalità dei Couch Surfer è lo scambio di accoglienza: gratuitamente ogni membro può essere ospitato durante i suoi spostamenti o ospitare i viaggiatori in visita nella sua città. Il risparmio sull’alloggio è uno dei fattori che più attraggono. Ma la filosofia è tutt’altra: per accogliere o essere accolti da persone conosciute solo attraverso il profilo caricato sul sito, bisogna avere fiducia e apertura mentale, ma soprattutto voglia di fare nuove conoscenze, nuove esperienze e vivere il luogo in cui si viaggia attraverso la vita del proprio Host. Il maggior vantaggio del viaggiare con Couch Surfing è proprio quello di poter interagire con i luoghi dall’interno e non passarvi sulla superficie. Grazie a Sila, la mia Host di Atene, sono riuscito, così, a scattare un’immagine veramente inusuale dell’acropoli di Atene e grazie a CS sono riuscito a realizzare la foto storia che Direzione Italia vi proporrà nei prossimi giorni. ©Mario Fracasso – Sulle tracce di Pausania: Attica, Beozia e Focide

Cena in bianco sul ponte

I social network stanno inaridendo i rapporti diretti? Probabilmente. Le relazioni interpersonali sono filtrate da tasti e monitor e ci sono persone che vivono la socializzazione 2.0  troppo intensamente. Ma condividere in rete i propri stati d’animo o le proprie foto, rappresenta solamente un lato di un fenomeno complesso. Molti utilizzano il web come forma complementare per comunicare con i propri amici, altri per coinvolgere un numero maggiore di persone a eventi come mostre, feste e – sempre più spesso – flash mob. Queste manifestazioni a sorpresa sono utilizzate sia come forma alternativa di pubblicità, sia come protesta diversa dai soliti cortei o sit in. La maggior parte delle volte, però il solo scopo è divertirsi, conoscere persone e vivere gli spazi pubblici. Così ci si raduna in un posto dandosi appuntamento con catene di e-mail o sfruttando le potenzialità di facebook, twitter e altre piattaforme sociali. I luoghi intangibili della rete, riattivano luoghi fisici dimenticati.  Le piazze, le stazioni e le strade smettono di essere non luoghi e tornano alla loro originaria funzione aggregante, in maniera plateale e divertente. Non è raro in qualsiasi città del mondo vedere folti gruppi che improvvisamente si bloccano come statue, o iniziano a ballare anche senza musica. Uno dei flash mob di maggior successo e replicato nei cinque continenti è “Le dîner en blanc”. Nato 1988 da un’idea del francese François Pasquier, che amava mangiare all’aria aperta negli angoli più belli di Parigi con gli amici, è arrivato a migliaia di partecipanti per ogni singolo pic nic. Anche Roma ha avuto la sua cena in bianco. Amici, conoscenti e sconosciuti si son organizzati per mangiare insieme, tutti rigorosamente vestiti di bianco, portando tavoli, sedie e tovaglie bianche. Il luogo, conosciuto solo dagli organizzatori fino a poche ore prima dell’appuntamento, è stato il Ponte della Musica, tra il Foro Italico e il MAXXI, a pochi passi dall’Auditorium Parco della Musica. Una location tranquilla e dominata dal bianco degli archi, che ha permesso di ritrovare il gusto della convivialità. ©Diego Funaro

La Razza Umana

Ed è ancora una volta lui, nuovamente sulla scena ad attirare gli sguardi di tutti, a stupire come ha sempre fatto, qualche volta nel bene e qualche volta nel male, ma a stupire e a generare quella curiosità che ti spinge ad andare a vedere, ad indagare e porti delle domande. Accusato di shockvertising, citato in giudizio più di una volta (anche dalla Corte di Francoforte e dallo stato del Missouri), divenuto famoso grazie alle sue campagne pubblicitarie, spesso contestate, per il marchio Benetton: Oliviero Toscani torna a farsi “vedere” nelle piazze d’Italia con il suo nuovo progetto “Razza Umana“. Questa volta niente foto provocatorie, dure o di accusa, ma solo ritratti. Ritratti di persone comuni. Il fotografo milanese in collaborazione con La Sterpaia, la bottega d’arte creata da lui stesso, ha girato, e sta girando, nell’Italia di oggi allestendo veri e propri set fotografici nelle piazze per ritrarre i volti che compongono e caratterizzano il nostro paese. L’iniziativa fa parte del progetto Nuovo Paesaggio Italiano che vorrebbe contribuire alla salvaguardia, e sviluppo, del paesaggio e del recupero di tutti gli scempi che tranquillamente restano sparsi in ogni dove sul nostro territorio. “Razza Umana è uno studio socio-politico, culturale e antropologico. Fotografiamo la morfologia degli esseri umani, per vedere come siamo fatti, che faccia abbiamo, per capire le differenze. Prendiamo impronte somatiche e catturiamo i volti dell’umanità” . Lo scopo di Toscani è quello dunque di studiare i volti di coloro che oggi vengono chiamati “popolo italiano”, per riunire nuovamente tutti in un unico status: esseri umani. E quale miglior luogo se non la piazza? Proprio la piazza, l’agorà greca, punto di ritrovo per semplici incontri o per importanti cambiamenti, dove il popolo torna ad essere una sola cosa. Ed è proprio in questi luoghi che Oliviero Toscani pone le sue gigantografie, realizzate grazie al contributo di semplici cittadini che si mettono in posa davanti l’obiettivo e si raccontano al resto del popolo, raccontando cosi il popolo stesso. L’arte ancora una volta si ritrova a svolgere un ruolo sociale, di forza unificatrice che rimette insieme i pezzi di un paese che sta andando alla deriva e che pian piano, come un grande bel puzzle mai finito, svanisce pezzo dopo pezzo.  ©Valerio Pompilio

Lucifero ovvero l’inferno degli incendi estivi

Ondate di calore con nomi dell’antichità classica, da Minosse a Virgilio, fino ad arrivare a Lucifero che porta quella che i meteorologi preannunciano come la settimana più calda dell’anno. Ma a rendere davvero infernale questo periodo sono gli incendi che stanno colpendo tutta l’Italia, sia in città che nelle preziose riserve naturali. In molti casi i fuochi sono accesi da piromani e delinquenti, ma il danno più grande forse è dovuto all’inadeguatezza delle risorse per contrastare la piaga delle fiamme. I mezzi dei vigili del fuoco sono spesso pochi, obsoleti e privi della manutenzione di cui avrebbero bisogno. Sono gli stessi sindacati a lamentare tagli che rendono ancora più rischioso un mestiere eroico che assume frequentemente le proporzioni di una lotta di Don Chisciotte contro i mulini a vento. C’è chi chiede di ridurre le spese militari in favore di quelle per la prevenzione e la lotta agli incendi, chi vorrebbe una riduzione di sprechi in altri settori per destinare fondi a pompieri e corpo forestale (tra questi ultimi, tra l’altro si contano già due vittime).  In periodi di crisi profonda, anche l’ambiente sta pagando un prezzo altissimo. In Sicilia è praticamente scomparsa la riserva naturale dello Zingaro, che ospitava una biodiversità ricchissima con numerose specie protette; in Ciociaria ha subito danni il parco naturale di Paliano; la Valle dell’Aniene – all’interno del parco regionale dei Monti Simbruini – ha visto nelle ultime settimane diversi incendi che sono stati domati a fatica con l’utilizzo di elicotteri; in Maremma la Marina di Grosseto e San Rossore hanno visto bruciare 120 ettari di pineta e la morte di 19 cavalli. Secondo Coldiretti e Forestale sono stati 5375 gli incendi boschivi dall’inizio dell’anno. Si diceva che la piromania e la criminalità sono tra le cause principali degli incendi, con quello che è stato definito “terrorismo ambientale”, anche le distrazioni e i gesti fatti sovrappensiero, però  possono avere conseguenze fatali. Gettare mozziconi di sigaretta dai finestrini delle automobili, accendere fuochi per barbecue in aree boschive o di campagna, lasciare recipienti di vetro o sotto pressione al sole. Queste e altre disattenzioni sono potenzialmente pericolose e rischiano di rendere ulteriormente bollente la settimana di Lucifero e l’estate degli anticicloni dai nomi altisonanti. ©Diego Funaro

Olimpiade Londra

Olimpiade macchina del tempo

Da Corebo di Elide, primo vincitore in una gara olimpica nel 776 a.C., a Usain Bolt, dal pugile Satyros di Elide alla polemica per la medaglia d’oro nella boxe pesi supermassimi tra l’italiano Cammarelle e il britannico Joshua, dalle polis greche alla multietnica Londra: l’Olimpiade è sempre stata una delle massime espressioni della società occidentale e ha dimostrato una volta di più la sua portata globale che trascende lo sport, in modo particolare con le atlete saudite, che partecipando con il velo hanno urlato al mondo la determinazione delle donne musulmane. L’Olimpiade rappresenta al tempo stesso l’unione tra i popoli e l’attaccamento al proprio paese con le sue tradizioni. I giochi del 2012 sono stati accostati a espressioni come “tecnologia avanzata” e “senza sbavature”. Hanno dimostrato, però, la naturale fallibilità dell’essere umano: negli sport in cui il punteggio veniva deciso da una giuria la soggettività degli arbitri ha lasciato l’amaro in bocca a diversi atleti. Ma il senso civico e sportivo che pervade questa manifestazione aiuta ad andare oltre ogni polemica. Direzione Italia dedica un reportage a Londra, invitando tutti a godere della bellezza e della vitalità di questa metropoli, mostrando come è ora e immaginando di ritrovarla ancora più bella nei prossimi anni. ©MarioFracasso – vai al reportage su Londra

Mario Fracasso - Portobello Road

Londra oltre le Olimpiadi

1908, 1948, 2012, Londra è l’unica città al mondo ad aver ospitato per tre volte le Olimpiadi. I nostalgici che vagabondavano tra le bancarelle di Portobello, alla ricerca di qualche articolo sportivo d’epoca realmente originale, possono abbandonare ogni malinconia: le Olimpiadi del 2012 sono iniziate. La capitale britannica è assediata da persone provenienti da tutto il mondo per assistere alle competizioni e approfittarne per visitare la metropoli. Arrivare e trovare un posto dove dormire è diventato difficilissimo e costosissimo. Molti italiani per questo hanno rinunciato e magari rinviato il proprio viaggio a data da destinarsi. Per loro e per tutti quelli che non l’abbiano ancora visitata Direzione Italia ha deciso di dedicare un reportage a Londra, freneticamente viva e considerata l’El Dorado dai giovani di tutto il mondo. ©MarioFracasso – vai al reportage su Londra

Italia - Aprite gli occhi

L’orgoglio contro la Mafia

Il 19 luglio 1992 il giudice Paolo Borsellino venne assassinato in Via D’Amelio a Palermo. Meno di due mesi prima era stato ucciso anche Giovanni Falcone, l’altro Pubblico Ministero che indagava sui rapporti tra Mafia e Governo. La criminalità organizzata siciliana fu esecutrice di quelle stragi ma chi furono i veri mandanti è un interrogativo ancora aperto. Pochi giorni fa si sono celebrati i 20 anni da quell’annata terribile che, insieme alle inchieste di Tangentopoli, spazzarono via la cosiddetta Prima Repubblica Italiana. Salvatore Borsellino, il fratello del giudice assassinato, ha fondato da quattro anni il Movimento delle Agende Rosse, che a gran voce chiede che sia fatta luce sulla fine della famosa agenda rossa di Borsellino. Si pensa che sia stata sottratta al giudice il giorno della strage e che possa essere considerata una sorta di “scatola nera” della Prima Repubblica, fatta scomparire per far si che ‹‹la Seconda Repubblica nascesse cambiando tutto senza cambiare nulla veramente››. Su di essa Borsellino usava trascrivere pensieri, riflessioni e affermazioni topiche degli interrogati e di personaggi importanti con cui aveva occasione di colloquiare; appunti coperti ancora da segreto istruttorio ma che non dovevano essere trascurati. In tutta Italia il Movimento organizza manifestazioni e convegni pubblici, scolastici ed universitari che iniziano e si concludono al grido di ‹‹Resistenza››, sempre innalzando al cielo le simboliche agende rosse fatte stampare da Salvatore Borsellino. Quest’ultimo, nonostante i suoi settant’anni, continua a viaggiare a sue spese in tutta la Penisola per far sentire l’appoggio del leader ai suoi giovani sostenitori. Ogni anno, il 19 luglio, le Agende Rosse manifestano in Via D’Amelio, presidiando l’albero piantato in onore di Paolo Borsellino, nell’esatto punto in cui avvenne l’esplosione che gli tolse la vita. Legalità, Cultura, Verità sono i valori di questi ragazzi che sventolano alto il loro orgoglio di essere italiani. Orgoglio sinonimo del nome Paolo Borsellino. ©Emanuele Mancinelli – Agende Rosse Abruzzo

Palermo, banchetti in festa

La cucina di strada di Palermo è una esperienza multisensoriale che segna il ricordo di chiunque la sperimenti. Il profumo dei cibi è avvolgente, il fumo riempie l’aria e i venditori ambulanti richiamano l’attenzione con le loro abbanniate (urla e gesti per promuovere la propria merce). Anche la vista è stuzzicata: il cibo viene esposto tra bancarelle colorate e ricche di disegni variopinti.
In diverse strade e nei mercati storici si può assistere a preparazione, esposizione, vendita e consumo direttamente sul posto. Questa pratica culinaria mette in moto una ritualità sociale che crea i binomi cucina di strada-maschio, cucina domestica-femmina. La prima non è dettata da nessuna regola, è proiettata nello spazio pubblico e il cibo si prende e si mangia in piedi, direttamente con le mani. La seconda si esercita all’interno    della casa e ha leggi precise in cui l’ordine è governato dalla donna che prepara la tavola.
Durante ricorrenze come il Fistinu di Santa Rusulia, lungo il Foro Italico, si incontra ogni sorta di venditori ambulanti palermitani. Ci sono i banchetti degli stigghiulara, venditori di stigghiuòla (budella di vitello arrostiti e conditi con sale e limone); il banchetto del pani ca mièusa (panino con milza mista a polmone e altre parti callose, tutto condito con ricotta e caciocavallo); quello del pani panielli e cazzilli (pane con panelle, ovvero frittelle di farina di ceci, e crocchè, ovvero polpettine fritte a base di patate e uova o latte); quello ru’ sfinciunaru, il venditore di sfincione (alta focaccia condita con salsa di pomodoro, cipolle, pan grattato, olio, sale e pepe); i mulunari (venditori di grosse e succose angurie, conservate in capienti contenitori colmi d’acqua e ghiaccio); il banchetto du’ turrunaru, in cui si possono trovare i bummuluna (caramelle artigianali alla menta e vaniglia), quello della petrafennula o cubaita (una specie di duro torrone fatto con miele, mandorle, bucce di cedro e arance, confetti e cannella). Il banchetto più grande, più luminoso, più colorato e visitato è quello del siminzaru, il venditore di frutta secca. La merce esposta è veramente tanta: insieme a calia (ceci tostati) e simenza (semi di zucca rossi essiccati e salati) vengono venduti i luppini a bagno nell’acqua salata, i cruzziteddi (castagne sgusciate secche), le favi sicchi o atturrati (fave tostate), le noci, i pistacchi sicchi e salati e altra frutta secca. Il banchetto ha una struttura a più gradini e per prendere i prodotti che sono esposti in alto il venditore si serve di un’asta munita di coppino, ovvero di un contenitore. L’intero banco è, inoltre, tappezzato, come i tipici carretti siciliani, da pannelli illustrati con le storie dei Paladini di Francia e dei Santi, i cui elementi narrativi sono la tentazione e la resistenza del tentato. Tutto intorno una cornice di canzoni e musiche, urla dei venditori e risa dei passanti. Alla fine della serata i jochi di focu sono il momento più atteso dai palermitani e indicano che la fetsa sta per concludersi con gli applausi a risuonare davanti al mare del Foro Italico. ©Fabiola Zingales

Fiumara di Tusa, l’arte illumina la valle

In Sicilia settentrionale, tra Messina e Palermo, si trova la Fiumara di Tusa, il letto di un fiume secco tra i Nebrodi e le Madonie, che solo nel periodo invernale diventa un piccolo torrente. Lungo la valle si trova uno dei più grandi musei a cielo aperto d’Italia: la cosiddetta Fiumara d’Arte. La storia di questo parco è tutta in salita. L’ideatore e curatore di questo spazio culturale è Antonio Presti. Dopo la morte di suo padre nel 1982, decide di dedicargli un monumento e di donarlo alla collettività ponendolo alla foce della Fiumara. Si rivolge per ciò allo scultore Pietro Consagra. Di qui a immaginare un parco che ospiti opere d’arte contemporanea di artisti internazionali il passo fu breve. Nel 1986 all’inaugurazione della scultura di Consagra si annuncia la nascita del museo e i sindaci della zona sembrano entusiasti. Alcuni anni dopo la valle inizia ad essere colorata e popolata di sculture, ma il progetto si blocca. Opere come la celebre “Finestra sul Mare” sono poste sotto sequestro per abusivismo edilizio ed occupazione di demanio pubblico. Si ferma lo sviluppo della Fiumara d’Arte che avrebbe previsto anche creazioni di artisti del calibro di Arnaldo Pomodoro. Anche i sindaci si tirano indietro. Un’interrogazione parlamentare chiede al Ministro dei Beni Culturali e Ambientali di: «intervenire con la massima urgenza per fare cessare lo scempio e la persecuzione delle autorità locali nei confronti dell’iniziativa di Antonio Presti che ha costituito attorno alla Fiumara di Tusa un nuovo ed eccezionale comprensorio artistico, culturale e paesistico di rilievo internazionale». Nell’evolversi della vicenda si stabilisce ufficialmente che le creazioni artistiche non deturpano, ma valorizzano il paesaggio che anzi è stato per anni rovinato da un vero abusivismo edilizio. Nonostante ciò Comuni, Provincia e Regione non si fanno carico in alcun modo della sua tutela. Solo nel 2005, con un intervento decisivo del Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, il Parco di Fiumara d’Arte è ufficialmente riconosciuto e la Regione ne approva il percorso turistico.
L’ultima scultura – “Piramide 38° parallelo” di Mauro Staccioli – è del marzo 2010 ed è stata realizzata con il contribuo del comune di Motta d’Affermo (ME). È una piramide di ferro a base triangolare che domina dall’alto. Inaugurata nel giorno dell’equinozio di primavera è visitabile all’interno esclusivamente durante le giornate dei solstizi, quando si celebra l’emozionante “Rito della Luce”. I partecipanti invitati ad indossare abiti chiari, preferibilmente bianchi, restano in silenzio mentre la luce solare filtra attraverso una fessura e illumina le pietre poste a terra al centro della base del monumento. La luce della cultura e dell’arte penetra nell’oscurità della burocrazia e della politica. ©Diego Funaro

Castel Sant'Angelo - Roma

A ggirandola de Caster sant’Angelo

La sera del 29 giugno a Roma tutti col naso in aria e lo sguardo rivolto a Castel Sant’Angelo. La città festeggia i suoi santi patroni Pietro e Paolo con uno spettacolo pirotecnico che risale al 1481. La festa ricorda un miracolo del 29 agosto 590: Papa  Gregorio Magno vide apparire l’arcangelo Michele circondato di luci abbaglianti proprio sopra il Castello. San Michele in quell’occasione rinfoderava la spada per segnare la fine della peste che aveva sconvolto Roma. Nelle prime edizioni l’evento detto “Maraviglia del Tempo” o “Girandola” celebrava le principali festività cattoliche. Con lo scorrere degli anni è rimasta legata alla giornata dedicata ai Patroni di Roma, fino alla fine del 1800, quando romani e viaggiatori di tutto il mondo hanno potuto goderne per l’ultima volta. La tradizione è ripresa nel 2008 con un attento studio storico per riproporre in età moderna e con tecniche attuali ciò che era un tempo la Girandola di Castel Sant’Angelo. Per i romani è molto di più di un semplice spettacolo di fuochi d’artificio, basti pensare che si attribuisce a Michelangelo Buonarroti la messa in opera delle prime edizioni, mentre è attestato storicamente che sia stato Bernini a perfezionarla. Nei secoli scorsi per accendere e sincronizzare i fuochi pirotecnici in diversi angoli della Mole Adriana, occorrevano almeno 100 operai, oggi bastano 18 tecnici e un progettista. ©Diego Funaro

«Quod natura munimento inviderat industria adiecit»

62 metri di profondità, la luce che diventa sempre più scarsa man mano che si scendono i 248 scalini: è il pozzo di San Patrizio a Orvieto, detto inizialmente “Pozzo della Rocca”. Prese il nome attuale  nell’800, per la somiglianza con la cavità in cui il Santo, ritenendo che una profondità simile lo ponesse facilmente in contatto con l’Aldilà, pregava in Irlanda. Questa struttura affascinante e inquietante al tempo stesso fu voluta da Papa Clemente VII nel 1527, dopo la discesa dei Lanzichenecchi e il sacco di Roma. Il Pontefice temeva un assedio alla città umbra in cui si era ritirato ed il pozzo doveva fornire l’acqua necessaria a resistere. La progettazione fu affidata ad Antonio da Sangallo il giovane che ideò un metodo per rendere più agevole la discesa e la salita di chi si recava a prendere l’acqua. Le scale elicoidali sono due e sono sovrapposte: una permette di scendere, l’altra di salire. Questa doppia elica intrecciata ricorda graficamente la struttura del DNA. Inoltre, per fare in modo di portare un carico maggiore e quindi servirsi di muli o cavalli, i gradini sono stati progettati e costruiti in leggera pendenza e molto bassi.  All’entrata, per sottolineare l’importanza dell’ingegno umano è stato inciso il motto «Quod natura munimento inviderat industria adiecit» e cioè «Quello che non ha dato la natura, lo ha procurato il lavoro». © Diego Funaro

Corso di Fotgrafia - Pescara

Chiusura corso fotografico: bravi ragazzi!

Siamo alla settimana conclusiva del nostro corso di Fotografia di Base. Due mesi passati in compagnia dell’Archoclub Pescara e di studenti entusiasti e appassionati, fotografi al loro primi passi di cui abbiamo visto crescere l’abilità ad ogni lezione. Hanno appreso le tecnica di base ma anche alcuni concetti più avanzati, hanno approcciato la fotografia archeologica, studiato come realizzare un reportage di viaggio e creato una loro fotostoria. Ma soprattutto hanno scattato tanto e si sono messi alla prova, stimolati dal contest interno e sempre affiancati da noi fotografi più esperti. ‹‹Ricordate che gli strumenti più importanti non sono la macchina, gli obbiettivi o il flash, ma le vostre gambe… e i vostri occhi.  Non dovete stare fermi in un posto e zoomare avanti e indietro, ma osservare la scena, scegliere l’inquadratura e poi decidere che focale utilizzare, avvicinarvi o allontanavi di conseguenza››. Alcuni di loro hanno anche voluto seguirci in giornate impegnative come quella dell’Ironman, svoltosi domenica scorsa per le strade di Pescara.  Un compito arduo per la difficoltà tecnica della foto sportiva, il gran caldo estivo e la necessità di inseguire gli atleti su un vasto percorso. Ma i risultati si sono visti e qualcuna delle loro foto potrebbe finire tra la selezione per la nostra prossima fotostoria. ©MarioFracasso

ironman 70.3 - pescara - Italia

«My baby is finisher!!!»

1,9 km di nuoto, 90 di bici, 21,1 di corsa; 70,3 miglia complessive di percorso; oltre 2000 gli atleti. Nello scorso weekend, a Pescara, si è svolta l’unica tappa italiana dell’Ironman, competizione mondiale di triathlon organizzata dalla World Triathlon Corporation. Partecipare a questa gara, che nel caso della tappa abruzzese, è un mezzo triathlon (70,3 miglia e non 104,6), richiede mesi di preparazione intensa. Serve essere atleti completi e avere più che un corpo di ferro una mente e una volontà indistruttibili. Lo spirito dell’Ironman è allenarsi con pazienza per poi sfidare i propri limiti più che gli avversari. In gara c’erano sia i professionisti, in lotta per il titolo, che gli amatori, vogliosi solo di sentire lo speaker annunciare “you are a finisher!” al loro arrivo al traguardo, al loro ultimo sforzo dopo ore di agonismo estremo. C’erano anche i figli degli atleti: bambini dai 6 ai 12 anni già condizionati a vedere nella sfida fisica la fonte di realizzazione propria e dei propri genitori in particolare. Nel pomeriggio precedente la gara degli adulti, si è tenuto, infatti, l’Ironkids, la competizione per i più piccoli. La gara si è svolta su due fronti: da una parte i bambini che tentavano di arrivare primi al traguardo dall’altra i genitori che si dimenavano e incitavano a perdifiato i propri figli. ©MarioFracasso2 Giugno - Repubblica2 Giugno: angeli in bilico

Ridotte, sobrie, ristrette, moderate, dedicate alla tragedia del terremoto in Emilia: parole molto usate, quest’anno, parlando delle celebrazioni per la nascita della Repubblica. «Celebriamo il 2 Giugno per esprimere lo spirito di solidarietà e unità nazionale che ci guida e che costituisce la miglior garanzia in tempi così difficili e anche dolorosi». Nonostante le affermazioni del Capo dello Stato siano state decise ma concilianti, le polemiche non sono mancate. In molti hanno criticato la scelta di non rinunciare alle celebrazioni, spesso scadendo nella pura demagogia. Una voce forte e concreta è stata, invece, quella del Unione Sindacale di Base dei Vigili del Fuoco. Nel comunicato di mercoledì 30 maggio hanno affermato: «non serve “mostrare i muscoli” con una parata, quando il nostro Paese viene messo in ginocchio dai debiti ed il Corpo Nazionale dei Vigili del Fuoco subisce continui tagli lineari. Oggi, infatti, il soccorso tecnico urgente alla popolazione è assicurato solo ed esclusivamente con il raddoppio dei turni del personale  VV.F. e con la certezza che i lavoratori non saranno retribuiti, perché il Dipartimento non ha fondi e si appresta a nuovi tagli lineari». Gli angeli del terremoto, così come sono stati definiti durante i soccorsi nel terremoto abruzzese del 2009, questa volta hanno alzato la voce e la festa della Repubblica è divenuta l’occasione per denunciare i continui tagli fatti dal Governo, che li ha privati del 32% delle risorse e li ha lasciati senza contratto da quattro anni. ©MrioFracasso

Plasmando le menti ( Leggendo Aldous Huxley 2)

“Reparto Infantile. Sale di condizionamento neo-pavloviano” annunciava un cartello. […] Fra i vasi di rose furono distribuiti in bell’ordine i libri ciascuno aperto su un’immagine gaiamente colorata di quadrupede, di pesce o di uccello. Appena voltati, i bambini tacquero immediatamente: poi cominciarono a strisciare verso quelle masse di colori brillanti, quelle forme così allegre e vivaci sulle pagine bianche. L’educazione nel “Mondo Nuovo” si basava sul condizionamento dei pensieri degli individui fin da neonati. La massima forza moralizzatrice era l’ipnopedia. “I bambini Alfa sono vestiti di grigio, lavorano molto più di noi, perché sono tanto tanto intelligenti. Sono veramente contento di essere un Beta perché non sono costretto a lavorare così duro. E poi, noi siamo superiori ai Gamma e ai Delta. I Gamma sono stupidi. Oh no, non voglio giocare coi bambini Delta. E gli Ipsilon sono ancora peggio”. […] «Se lo sentiranno ripetere ancora quaranta o cinquanta volte prima di svegliarsi. Centoventi volte, tre volte a settimana, per trenta mesi». L’etica era insegnata attraverso ripetizioni continue, educando i bambini a non pensare ciò che volevano ma ciò che veniva loro insegnato. Lotta alla fantasia e al pensiero individuale. Libertà di pensare solo ciò che è moralmente giusto pensare. “Gli abiti vecchi sono brutti” continuava il mormorio infaticabile “si buttano via i vestiti vecchi. È meglio buttar via che aggiustare, è meglio buttar via che aggiustare, più sono i rammendi e minore è il benessere”.  I condizionamenti continuavano anche in età adulta e gli individui si condizionavano a vicenda: «Bisogna assolutamente che me ne procuri una uguale. È in condizioni vergognose, quella mia vecchia cartucciera. L’ho quasi da tre mesi». Nel futuro, secondo Huxley, l’etica sarebbe stata quella del consumismo, della massificazione e della stabilità sociale. Tutto ciò si sarebbe ottenuto abituando le menti dei fanciulli alla “giusta” morale. «La mente giudica e desidera e decide, costituita da queste cose suggerite». ©MarioFracasso

Distopia - Mario Fracasso

L’incubo del Mondo Nuovo (Leggendo Aldous Huxley)

Un edificio grigio e pesante di soli trentaquattro piani. Sopra l’entrata principale le parole: “Centro di incubazione e di condizionamento di Londra Centrale” e in uno stemma il motto dello Stato Mondiale: “Comunità, Identità, Stabilità”. Così inizia il libro Brave New World (Il mondo nuovo) di Aldous Huxley, che, dopo alcune pagine, prosegue: Nelle quattromila stanze del Centro, i quattromila orologi elettrici suonarono contemporaneamente le quattro. Delle voci incorporee annunciarono dagli altoparlanti: “Termina il turno principale diurno. Comincia il secondo turno diurno. Termina il turno…”. Il libro dell’autore inglese è un’opera a metà strada tra un romanzo di fantascienza e un saggio di filosofia: è il tragico avverarsi di una distopia che lo scrittore vedeva come già in via di realizzazione. È la descrizione di un futuro prossimo in cui la società ha distrutto l’intelligenza individuale, annientato ogni forma di pensiero alternativo ed educato gli individui a sentirsi realizzati all’interno degli schemi preordinati della massificazione. Un mondo in cui la storia e la cultura sono messe da parte per evitare che la conoscenza possa aiutare il ragionamento, considerato una minaccia terribile ai pilastri della società: produrre per consumare, consumare per continuare a produrre. Un mondo in cui tutti sono sereni e produttivi perché incoscienti e condizionati, liberi all’interno delle recinzioni dello Stato Mondiale: «E questo,» aggiunse il Direttore sentenziosamente «questo è il segreto della felicità e della virtù: amare ciò che si deve amare…». ©MarioFracasso

Dalla rosa alla mamma

La tradizione greco-romana vuole che la rosa sia nata dal sangue di Afrodite e di Adone: lei dea dell’amore, lui simbolo della rinascita primaverile. Per questo è simbolo dell’amore che dà la vita. Nel corso dei millenni il fiore è stato associato a diverse divinità femminili legate ad affetto e creazione, fino ad arrivare a rappresentare la Vergine Maria alla quale è dedicato il mese di maggio. Anche per il periodo dell’anno, così come per la rosa, si è giunti alla Madonna passando per una lunga serie di dee differenti. A maggio, infatti, si sono celebrate per millenni le divinità femminili signore della vitalità, della rigenerazione e della maternità. Proprio per questo motivo la festa della mamma si celebra nella seconda domenica di maggio. In Italia fu Otello Migliosi, un sacerdote di Assisi a celebrare per primo questa data: era il 12 maggio 1957, seconda domenica del mese tradizionalmente consacrato alla Madre di Dio. © Diego Funaro

Non buttiamoci giù

Dall’inizio del 2012 sono 73 le persone che si sono tolte la vita in Italia: il 24% in più rispetto al 2009, quando la crisi economica era agli inizi e sembrava doversi risolvere presto. Le vittime potrebbero essere molte di più, infatti sono innumerevoli coloro che tentano il suicidio e sono salvati in extremis o desistono, dopo essere stati convinti da mediatori delle forze dell’ordine, amici o parenti. È analoga la storia di un sessantaquattrenne che per nove ore ha ripetuto di volersi lanciare nel vuoto dopo essersi arrampicato su una ciminiera di uno stabilimento industriale di Parma. In momenti come questo, in cui un fatto così personale come il suicidio tocca un numero tanto elevato di individui, sembra tornare attuale lo studio svolto nel 1897 dal sociologo alsaziano Émile Durkheim. Secondo lo studioso francese anche nel momento di solitudine in cui ci si toglie la vita è la società che, in qualche modo, impone l’atto estremo. Durkheim descrisse l’esistenza del suicidio “anomico”, dovuto a carenza, assenza o sconvolgimento di regole, abitudini che danno ordine alla società; in una parola: “anomia”. Può sembrare quindi ovvio che il tasso di suicidi aumenti in periodi di grave crisi economica. Il sociologo scoprì un incremento anche nei momenti di prosperità. Durkheim arriva ad affermare «È dunque possibilissimo, e perfino verosimile, che il movimento ascensionale dei suicidi abbia la sua origine in uno stato patologico che accompagna attualmente il cammino della civiltà pur senza esserne la condizione necessaria.» Questo tipo di suicidio è caratteristico delle società moderne e ha tra le cause principali le condizioni di vita tipiche della modernità, in cui i legami individuali e di gruppo sono sempre più labili. Tuttavia le notizie degli ultimi tempi riportano alla mente pure Seneca: «Talvolta ci vuole coraggio anche a vivere». © diego funaro

A lezione dal Maestro

Il 30 Aprile si è chiusa una delle mostre fotografiche più importanti degli ultimi tempi. Al Museo Macro Testaccio di Roma, per 5 mesi, sono state esposte le fotografie di Steve Mc Curry, il fotografo della National Geographic Society, considerato uno dei più grandi al mondo. I suoi scatti raccontano storie uniche ed entrano nell’animo di tutti. Direzione Italia non ha mancato questo appuntamento. Accompagnando alcuni degli iscritti al Corso di Fotografia di Base (archeologica e di viaggio), organizzato in collaborazione con l’Archeoclub di Pescara, abbiamo dato vita a una sorta di lezione itinerante lungo il percorso espositivo. All’interno di ogni igloo, forma dell’istallazione scelta per dare più risalto a ogni singola immagine, abbiamo analizzato le foto, individuando le tecniche di ripresa, discutendo sul modo di lavorare del famoso fotografo e sul messaggio che volesse trasmettere con i suoi scatti. Grazie a ciò i ragazzi del corso hanno avuto l’opportunità di cimentarsi in un esercizio interessante e noi di condividere con loro la nostra passione per la fotografia e per il reportage.  ©MarioFracasso

Comportiamoci bene, non soltanto oggi

La giornata mondiale della Terra si celebra ogni anno il 22 aprile. Sono 192 le nazioni che organizzano eventi per l’occasione. Lo scopo è di educare cittadini, istituzioni e governi a comportamenti ecologici e informarli sugli effetti negativi di alcune attività umane che provocano inquinamento, estinzioni di animali, deforestazioni, riscaldamento globale. Il principio base della giornata mondiale della Terra è legato al diritto morale di ciascuno – indipendentemente dalle appartenenze religiose o sociali, dal genere e dall’etnia – a vivere in un ambiente sano. L’Earth Day è stato organizzato per la prima volta nel 1970 come movimento universitario e nel tempo è divenuto una ricorrenza di portata mondiale. L’obiettivo dell’edizione 2012 è la capillarità degli interventi di chiunque voglia concretamente fare qualcosa di buono per la Terra: il tema scelto è, infatti, “Mobilitare il pianeta”. Se alcuni dati sono ormai difficili da migliorare (ad esempio le tigri sono quasi estinte, così come i panda e tanti tipi di rettili) altri possono farci ben sperare.  Negli ultimi 20 anni il patrimonio boschivo italiano ha raggiunto un’estensione di 10,4 milioni di ettari, accrescendosi di 1,7 milioni di ettari. Queste cifre stanno a significare che un terzo del territorio italiano è coperto da alberi. Per poter migliorare le condizioni del pianeta, tuttavia, sarebbe opportuno che le lodevoli iniziative di privati cittadini, aziende, enti e istituzioni, non si limitassero solo alla giornata odierna, ma che fossero il segno di un cambiamento più profondo nei modi di pensare, prima che di agire.© Diego Funaro

Ora della Terra: monumenti spenti, coscienze accese

Sabato 31 marzo migliaia di monumenti in tutto il mondo sono stati lasciati al buio per un’ora. È stata l’Earth Hour, un evento organizzato dal WWF e giunto alla sesta edizione. L’obiettivo è sensibilizzare l’opinione pubblica sul cambiamento climatico e sulla relativa necessità di ridurre i consumi energetici. Le luci hanno lasciato in ombra monumenti come il Cristo Redentore a Rio de Janeiro, l’Empire State Building a New York o l’Harbour Bridge a Sidney. Roma è stata scelta come capitale mondiale dell’evento. Jim Leape, il direttore del WWF Internazionale, ha  presieduto, infatti, la cerimonia di spegnimento dell’illuminazione di Castel Sant’Angelo. Ai piedi della Mole Adriana, si è anche svolto un concerto ecologico che ha visto le esibizioni di Elisa e Niccolò Fabi. L’energia elettrica per alimentare luci e impianti acustici è stata totalmente ricavata dalla forza di 128 ciclisti che, per oltre un’ora, hanno pedalato sulle loro speciali biciclette.I comuni italiani che hanno aderito all’evento sono stati quasi 400. Direzione Italia ne ha scelti quattro. In  rappresentanza dell’intero stivale, da sud a nord, dal Tirreno all’Adriatico, abbiamo raccolto immagini della Fontana Pretoria di Palermo, del Castello Sforzesco di Milano, della Basilica di San Pietro e di Castel Sant’Angelo a Roma e del Ponte del Mare a Pescara.  ©Diego Funaro

PAsqua - Tradizioni

«Ecco l’agnello di Dio, che toglie il peccato del mondo!»

«Come agnello condotto al mattatoio, pecora muta davanti a chi la tosa, egli non aprì la bocca». (Isaia, 53,7). Già nel Vecchio testamento, secondo la teologia cristiana, il profeta Isaia aveva associato all’agnello la figura di Cristo. Nel Vangelo di Giovanni il legame tra l’agnello e Cristo è stretto definitivamente: Ecco l’agnello di Dio, che toglie il peccato del mondo!». (Vangelo di Giovanni 1, 29-34). Il rito pasquale fin dal tempo degli ebrei prevede il sacrificio dell’agnello alla divinità. La tradizione è entrata anche nel culto cristiano nonostante il gesto rivoluzionario fatto da Gesù stesso: scacciò tutti fuori del tempio, con le pecore e i buoi; gettò a terra il denaro dei cambiamonete e ne rovesciò i banchi». (Vangelo di Giovanni 2,13-22). Mangiare determinati animali per onorare le festività religiose è un’usanza presente in tutto il mondo occidentale e si aggiunge all’abuso di carne diffuso in queste zone. Agnelli, tacchini, polli, maiali, mucche, una moltitudine di capi di bestiame di ogni genere viene allevato in maniera forzata e in condizioni terribili per poi essere ucciso. E sono numerosi i casi in cui le bestie muoiono di stenti prima della macellazione. Un violento mattatoio globale che distrugge risorse naturali, inquina e affama i popoli più poveri, ufficialmente in nome della tradizione, di fatto in nome del profitto e di una visione eccessivamente industrializzata dell’allevamento. Idea assai lontana da quella di sacrificio e meditazione che le festività dovrebbero portare con sé.  ©MarioFracasso

Enologia - Verona

Vinitaly, ebbra ricchezza

«Scusa, dove si trova la Puglia?» «Vicino ad Abruzzo, Liguria e Valle d’Aosta». «La Sicilia, invece? Credo sia nel padiglione due». «Si, ma è dalla parte opposta. Di fianco all’Emilia Romagna». «Allora passiamo per Campania e Lazio, così dopo la Toscana dovremmo arrivare in Puglia». Il 28 Marzo si è concluso il Vinitaly 2012, come ogni anno, un concentrato alcolico di geografia italiana. Anche se i visitatori rischiano di sentirsi ubriachi già prima di aver bevuto, la fiera di Verona ha un suo ordine preciso. È organizzata per assegnare al meglio ogni singolo spazio. 4.164 espositori occupano 94.966 mq di superficie. Ma ci sono soprattutto migliaia di giornalisti, hostess, promoter, magazzinieri, glass collector, addetti alle pulizie e alla sicurezza. Un vero esercito laborioso a disposizione di quella che è la maggiore fiera del vino italiana e una tra le più importanti al mondo. Il Vinitaly è un non luogo in cui gli addetti ai lavori discutono, assaggiano, contrattano, acquistano, vendono. Più che il vino, si godono la ricchezza da esso derivata. Un baccanale dell’economia dove solo i curiosi possono permettersi di essere veramente ebbri.  ©MarioFracasso

Mario Fracasso - Mistero

Misteri al Duomo

«Come si arriva al duomo?» chiedo guardando dal basso il centro storico che si sviluppa sulla collina. «Devi prendere il tiramisù» rispondono due ragazzi in attesa alla fermata. Così gli abitanti del luogo chiamano la funicolare che sale verso la parte medievale della città. Questo simpatico doppio senso mi fa sorridere e, percorrendo le strade del centro, non immagino quanti misteri possa celare questa Osimo. Gli abitanti sono definiti i Senza Testa, per la presenza di statue acefale nel cortile del palazzo municipale. Sotto le case e i palazzi si trova un vero e proprio labirinto ipogeo, lungo almeno 9 km. Archeologi e storici non riescono a chiarirne la funzione. Sulle sue pareti sono incisi simboli cristiani e pagani, allegorici, magici e alchemici. Sulla piazza del Comune una finestra del palazzo Balleani Baldeschi rimane sempre aperta. Fa parte di un vano chiuso dall’interno in cui fu trovato uno scheletro. Molti ritengono che una donna vi fu murata viva. Nel duomo, oltre ai simboli religiosi, tra gli elementi decorativi sono presenti croci di Malta, animali mostruosi e figure umane grottesche. Entrandovi, nella prima cappella sulla destra, si trova il crocifisso ligneo del XII sec d.C. scolpito da Guido Reni. Illuminato da luce frontale il Cristo appare in chiara figura maschile, con la luce obliqua proveniente dall’esterno, assume una vaga forma femminile. Come se non bastasse il gioco d’ombre inciso nel legno, il 2 luglio del 1796 il Cristo aprì gli occhi e la bocca, per richiuderli alcuni mesi dopo. Le stranezze di Osimo creano dubbi e fantasie e riscendendo verso l’autobus più che sorridere il tiramisù ora mi fa riflettere e immaginare.  ©MarioFracasso

Aranella - Diego Funaro

A vampa ri San Giusieppe

Il passaggio da una stagione all’altra è sempre stato, per l’uomo, un momento fondamentale. Fin dalla preistoria, equinozi e solstizi hanno visto la nascita di cerimonie e rituali in ogni angolo del mondo. A  Palermo, l’arrivo della primavera e la fine dell’inverno, è celebrato con un antico rito di rinnovo: la “vampa di San Giuseppe”. Risale a un passato in cui i cicli stagionali scandivano il tempo e le comunità erano fondate su agricoltura, pastorizia e pesca. Gruppi di bambini in molte zone della città – principalmente le più popolari – accatastano, per diversi giorni, pezzi di legno ricavati da vecchi mobili. Spesso, in cima a questi grandi cumuli, mettono un fantoccio fatto di abiti usati, che simboleggia il diavolo. Nelle ore precedenti il rito della vampa, i bambini del quartiere Arenella cantano a voce alta per le strade: «Stasiera a i siette a vampa ri San Giusieppe!». In questa borgata marinara, da alcuni anni, per accendere le pire si aspetta il passaggio del traghetto per Napoli (il cui comandante proviene dalla stessa Arenella). Mentre l’aria fresca tipica delle ultime sere invernali diventa calda come in estate e l’odore del mare è sostituito da quello penetrante di bruciato, la spiaggia si affolla e gli abitanti del quartiere partecipano in diverse maniere. Gettano gli ultimi oggetti nel fuoco,  offrono da bere ai vicini o semplicemente osservano. Tutti parlano in gruppi più o meno grandi, la comunità è coesa nella cerimonia. La purificazione è evidente anche in senso etimologico: “πῦρ” (pyr) in greco antico significa fuoco. Chiaramente bruciare un feticcio del demonio è beneaugurante perché simboleggia la sconfitta del male, tanto più che quando i falò iniziano a perdere forza, sono bersagliati da lanci di pietre. Distruggere ciò che non serve più, perché vecchio o inutilizzabile, è un chiaro segno di rinnovamento. Come se dalle ceneri dei falò possano risorgere – a mo’ di araba fenice – le suppellettili rinvigorite. La scelta della data non è casuale, la notte della vigilia di San Giuseppe precede di tre giorni l’arrivo della primavera e le pire, come i fuochi d’artificio di capodanno, sono un modo per scacciare il vecchio e salutare il nuovo. ©Diego Funaro

Città Sant'Angelo - Sant'Emidio

Santi potenti patroni

Città, paesi e borghi d’Italia hanno tutti un Santo protettore, un patrono che veglia dall’alto e che gli abitanti festeggiano una volta l’anno. Storicamente la diffusione dei santi è stata una scelta strategica dalla Chiesa. Fino al IV secolo d.C., infatti, la nuova religione monoteista era considerata una semplice eresia del Giudaismo e tra i romani era diffusa l’intolleranza. Le persecuzioni di Nerone, nel 64 d.C., e Diocleziano, nel 303, sono solo quelle più conosciute: ritorsioni ed esecuzioni erano frequenti e i martiri erano considerati dei fanatici che vaneggiavano contro la consuetudine della religio romana. L’impegno civico era la base della virtus e il disinteresse che i Cristiani mostravano era considerato folle dal resto del popolo. Nel corso di un secolo, però, le cose si ribaltarono. Prima l’imperatore Costantino proclamò, nel 313, un editto di tolleranza a favore del Cristianesimo, poi Teodosio, nel 391, lo rese religione di stato. Nel corso del secolo le conversioni erano aumentate e il vecchio sistema amministrativo si era dimostrato sempre più inefficace. Un nuovo tipo di controllo della popolazione si era reso necessario e la religione cristiana sembrava perfetta: tutti i credenti dimostravano adorazione incondizionata e la figura del Vescovo era una istituzione indiscussa. La cattedrale, residenza vescovile attorno alla quale ruotava la vita della comunità, divenne un mezzo di controllo territoriale indispensabile. Le chiese sostituirono i templi, le feste religiose quelle civiche, i santi gli dei. Ogni comunità scelse il suo punto di riferimento, il patrono a cui votarsi. Ascoli Piceno scelse Sant’Emidio, dedicandogli anche il Duomo cittadino. L’iconografia lo rappresenta come un vescovo che regge tra le mani la sua città. Il riferimento è alla sua attitudine alla protezione dai terremoti, ma l’immagine tradisce un messaggio di potere sulla città.     ©MarioFracasso

Duomo - Italia

Edificio simbolo

Passando nelle vicinanze di Orvieto, sia in autostrada, sia percorrendo le altre vie più paesaggistiche, è impossibile non notare l’abitato della cittadina umbra. La posizione sopraelevata attrae lo sguardo, soprattutto nelle ore pomeridiane e nei momenti precedenti il tramonto, quando i mosaici della facciata del Duomo riflettono i raggi solari. La storia dell’edificio religioso – icona di Orvieto – può ricordare quella della cattedrale di Kingsbridge uscita dalla penna di Ken Follett. Le due chiese sono un insieme di stili differenti, in particolare romanico e gotico e com’era normale all’epoca, necessitarono di diverse generazioni di costruttori. In particolare i lavori per la costruzione del Duomo orvietano iniziarono nel 1290 e terminarono nel 1591. Fu il papa Niccolò IV a volere l’edificio, per dare una collocazione al corporale che si macchiò del sangue fuoriuscito dall’ostia consacrata durante il “Miracolo di Bolsena”. I lavori furono diretti inizialmente da Bevignate da Perugia, poi da Giovanni di Uguccione sostituito da Lorenzo Maitani. Dopo la morte di quest’ultimo furono molti a susseguirsi nel ruolo di capomastro fino al termine della costruzione. La facciata che al tramonto splende rende davvero unico il Duomo, vi lavorarono più di venti artisti, tra mastri vetrai, mosaicisti e pittori. I mosaici sono la vera caratteristica, infatti rappresentano un’anomalia rispetto ad altre architetture dell’epoca e probabilmente sono un riferimento alla cultura romana paleocristiana. ©DiegoFunaro

Dianae Nemus

«[…] Minuscolo lago di Nemi […] Specchio di Diana lo chiamavano gli antichi. Chi ha visto quelle acque tranquille, incastonate nella verde conca dei colli Albani, non potrà mai dimenticarle.» L’antropologo James Frazer, parte da Nemi e dai culti Nemorensi per tracciare una storia magica e religiosa dell’umanità con la sua opera più celebre “Il Ramo d’oro”. Nei boschi attorno al lago –  prima ancora dello splendore dell’antica Roma – i sacerdoti silvani, conosciuti come Rex Nemorensis, vivevano e morivano, tramandando riti e tradizioni. Che questo paesino dei Parco Regionale dei Castelli Romani abbia qualcosa di magico è evidente ancora oggi, per i numerosi segni del passato ricco di divinità antichissime. Diana, dea della fertilità e dei boschi è presente in modo particolare nello stemma della città, sul quale è apposto il nome “Dianae Nemus”, ovvero “Bosco di Diana”, ma anche in statue e fontane moderne dei diversi angoli del borgo. Allontanandosi di poco dal centro, scendendo verso il lago, compare il volto bronzeo di Medusa. Il suo sguardo severo sta di guardia ad una fontana da cui sgorga acqua effervescente. Alcune rune incise sotto la maschera rendono ancora più affascinante e misterioso il luogo. Poco distante si trova piazza Frazer, intitolata all’etnologo britannico, che concluse il suo viaggio sulla magia e sulla religione proprio qui dov’era iniziato. «Riprendiamo la strada che s’inombra lungo il fianco della montagna fino a raggiungere Nemi; volgiamo lo sguardo nella conca profonda del lago che si fonde e scompare rapidamente nell’ombra della sera. Ben poco è cambiato questo luogo da quando Diana riceveva l’omaggio dei suoi fedeli nel bosco sacro.»   © Diego Funaro

 

Il carnem arvale

Nell’opinione comune la tradizione del Carnevale affonda le sue radici nei culti pagani, anche se la teoria più diffusa sembra trascurare il concetto stesso di paganesimo. Si parla di carnem levare con chiaro riferimento alla Quaresima cristiana. Nel libro Carnival king of Europe, Giovanni Kezich e Antonella Mott coordinano il lavoro di diversi ricercatori, tentando di individuare con precisione quali siano le radici pre-cristiane di questa festività e l’etimologia del suo nome. È noto come il Cristianesimo, filtrando nell’Impero Romano, abbia cercato di assorbire i culti legati alla religione politeista, rivisitandoli e dandone una giustificazione accettabile dal suo punto di vista. Fu definito pagano, con chiara accezione dispregiativa, tutto ciò che non fosse riconducibile alla nuova religione. Tra le varie confraternite dell’antica Roma vi era anche quella degli Arvali. Era una congregazione posta a guardia del patto sancito tra gli uomini e gli Déi a cui si chiedeva di preservare la fertilità dei campi e l’abbondanza delle messi. Il Carmen Arvale era l’invocazione ai Lari, a Marte e a Saturno che i sacerdoti la pronunciavano durante il rito primaverile. In un mosaico conservato presso la Galleria Borghese, sono rappresentati intenti a percuotere una pelle di animale e con indosso un copricapo dalla forma conica molto simile a quello ancora in uso in molte tradizioni locali. Sul fondo bianco del copricapo stesso vi è una serie di bande parallele di colore giallo, verde, rosso e azzurro: i colori del carnevale, i colori del vestito di Arlecchino. Secondo Kezich e Mott, l’origine pagana del Carnevale risiede proprio in queste particolari cerimonie diffuse già dalle origini di Roma. Grazie alla danza e l’abbigliamento rituale si cercava di propiziare l’abbondanza per i mesi successivi. Questa idea è ancora alla base di molte tradizioni carnascialesche, soprattutto quelle di ambito rurale. ©MarioFracasso

Tradizioni - maschere

Carnevale ad Personam

Per caso una volpe aveva visto una maschera tragica: «Oh quanta bellezza – disse – ma  non ha cervello». Ciò è stato detto per coloro ai quali la sorte ha concesso onore e gloria
ma ha tolto la comune intelligenza.(Personam tragicam forte vulpes viderat: «O quanta species, inquit, cerebrum  non habet!». Hoc illis dictum est, quibus honorem et gloriam fortuna tribuit, sensum communem abstulit.) – Fedro.

Questa favola è molto conosciuta poiché la sua morale è rimasta sempre attuale nei secoli. Meno nota è, invece, l’origine della parola persona. In latino aveva un significato completamente opposto: persōna persōnam derivava dal greco prósōpon e indicava la maschera dell’attore e, per estensione, il personaggio rappresentato nella tragedia. Nell’evoluzione dell’italiano moderno il significato è stato traslato. Oggi la parola persona indica un essere dotato di coscienza di sé e di identità propria. Nonostante ciò, sembra che nei rapporti sociali tutti indossino una maschera senza volerlo ammettere. L’unico periodo riconosciuto come adatto a travestirsi è il Carnevale. Il Carnevale che incombe in questa settimana, il Carnevale che è forse l’unico giorno in cui, giustificati dall’evento, si possa essere veramente se stessi.  ©MarioFracasso

storia - SiciliaL’importanza di essere sale 

Il sale è storicamente uno dei prodotti più preziosi. È noto che il termine “salario” derivi dalla paga data ai soldati e magistrati che, nell’antica Roma ricevevano compensi in sale oltre che in denaro. L’importanza del sale è legata ai suoi molteplici utilizzi, il più antico dei quali è quello della conservazione dei cibi. Il sale ha la caratteristica di “eliminare” i liquidi dai cibi che ricopre, disidratandoli e mantenendoli buoni a lungo. È proprio da questo antico metodo di conservazione che nasce l’abitudine consolidata a nutrirci con cibi sapidi. Nei giorni scorsi l’Italia ha constatato come il sale sia fondamentale per affrontare inverni rigidi. Per evitare che sulle strade si formino lastre di ghiaccio a causa di neve o pioggia e temperature che scendono sotto lo 0°. Questa preziosa sostanza deve essere gettata in abbondanza sul manto stradale perché l’acqua salata ghiaccia a -21,3° invece che a 0°. L’estrazione del sale può avvenire da giacimenti minerari un cui si trova simile a pietre e prende il nome di “salgemma” o da saline che sfruttano l’acqua marina, il sole e il vento che la fanno evaporare lasciando a terra preziosi cristalli. Il clima mediterraneo è ideale per la produzione e infatti le saline più grandi d’Europa si trovano a Barletta, ma se ne trovano numerose anche in Sicilia, principalmente tra Marsala e Trapani. Alcune di queste utilizzano ancora metodi tradizionali di estrazione manuale e mulini a vento. Le saline dello Stagnone, anche per la particolare ecosostenibilità, ospitano un’oasi del WWF. L’armonia tra una sostanza preziosa e il rispetto per l’ambiente in cui sorge, dovrebbe far riflettere – soprattutto in momenti di crisi economica – su eventuali svolte ecocompatibili anche di grandi industrie.  ©DiegoFunaro

Mario Fracasso_Giorni della Merla

Trappola di ghiaccio

Febbraio prestami due giorni, così che possa gettare neve e gelo affinché il pastore muoia di freddo. Nella tradizione Sarda sas dies imprestadas sono i giorni più freddi dell’inverno e deriverebbero da questo “prestito” fatto a Gennaio, un mese malvagio in tutte le tradizioni popolari italiane. Gli ultimi tre giorni di questo mese sono conosciuti anche come i Giorni della Merla. L’origine di questa terminologia non è chiara e diverse sono le leggende che ne parlano. Una di queste racconta che, per tormentare una merla che aveva tentato d’ingannarlo, Gennaio si fece prestare dei giorni da Febbraio e rese quei giorni i più freddi della stagione. L’idea dei due giorni in più assegnati a Gennaio ha origine dalle tradizioni dell’antica Roma, dove Gennaio aveva soli 29 giorni. In questo 2012, però, sembra che sas dies imprestadas siano diventati molti di più di due e che i Giorni della Merla si siano spostati a queste prime settimane di Febbraio. Tutta l’Europa è nella morsa del gelo. Gli esperti parlano di una vera autostrada del freddo che ha consentito all’aria proveniente dal polo nord di spostarsi dalla Siberia, attraverso l’Ucraina e l’Europa centrale, fino al Mediterraneo e al Maghreb. Tunisi si è ritrovata completamente imbiancata dalla neve. Questa situazione era stata prevista fin da metà Gennaio, quando è stato rilevato un “sussulto” del vortice di aria fredda che circolava normalmente sulle regioni artiche. Ciò ha spezzato il vortice, indirizzando i venti siberiani verso sud-ovest e impedendo all’anticiclone di mitigare la temperatura. L’Italia sembrava essersi preparata con piani neve pronti ad essere attuati. Nella maggior parte dei casi, però, si sono rivelati insufficienti. L’intero centro-sud, dall’Emilia Romagna alla Basilicata, dall’Adriatico al Tirreno, è ricoperto da neve e ghiaccio. Domenica 5 Febbraio alle 23.30, il televideo scriveva: «esercito in campo con 530 uomini e 90 mezzi per contribuire a fronteggiare l’ emergenza maltempo. I militari sono intervenuti in comuni delle province più colpite, in Lazio, Abruzzo, Molise, Toscana, Emilia Romagna e Marche». Aeroporti chiusi, autostrade e ferrovie bloccate con passeggeri e automobilisti intrappolati nelle vetture, traghetti bloccati nei porti con viaggiatori, mezzi e merci che non possono sbarcare, paesi e città isolati, più di 100.000 persone rimaste senza elettricità, migliaia senza casa. Una ventina di morti accertati. L’Italia in ginocchio, tenta di rialzarsi e spera che la trappola di ghiaccio di queste settimane allenti la sua presa: in tutta Europa le vittime sono almeno 260.  ©MarioFracasso

7 Gennaio: Giornata della Memoria

A Bolzano, in piena zona industriale, restano ancora i binari che durante la II Guerra Mondiale erano usati per far viaggiare i treni dei deportati dal Nazifascismo. Accanto, un piccolo monumento di marmo ricorda le destinazioni di quei treni e pochi oggetti personali di chi era costretto a salirvi. Questo 27 Gennaio, in occasione della Giornata della Memoria, Direzione Italia vuole ricordare tutti i genocidi e stermini  nel mondo. Ne citiamo solo alcuni con il numero approssimativo delle vittime:
Shoah: 5.200.000; Gulag: 10.000.000; Foibe: 15.000; Armenia: 1.400.000; Bosnia: 120.000; Bangladesh: 3.000.000; Burundi: 150.000; Cambogia: 1.800.000; Darfur: 300.000; Guatemala: 200.000; Holodomor: 7.000.000; Indonesia: 800.000; Rwanda: 1.000.000; Timor Est: 150.000 Zanzibar: 9.000; Americhe: impossibile calcolare.
Questi i gruppi etnici, politici, religiosi e sociali perseguitati: Armeni, Ottomani, Rom, Sinti, Testimoni di Geova, Comunisti, Omosessuali, Disabili, Polacchi, Russi, Ucraini, Kulaki, Serbi,  Cree, Chippewa, Nootka, Waallawalla, Arapaho, Comanche, Sioux, Cheyenne, Cherokee, Navaho, Apache, Indios, Yoruba, Carabalì, Desaparecidos, Pakistani, Hutu, Fur, Zaghawa, Masalit, Arabi, Cristiani, Musulmani…  ©DiegoFunaro

antica roma - diego funaro

Roma, bellezze di periferia

Il turista che giunge a Roma si concentra di solito nelle zone del centro storico. Monumenti come il Colosseo, il Phanteon, la Basilica di San Pietro e Castel Sant’Angelo sono attrazioni di fama mondiale. Fuori da queste “rotte irrinunciabili”, però, ci si può immergere in ambienti unici, intrisi di storia, bellezza monumentale e realtà romana antica e modera. Nella periferia a sud-est dell’Urbe, a due passi da Cinecittà, dai suoi studios e dal caos frenetico della via Tuscolana, si trova il Parco degli Acquedotti. Un luogo che non ha nulla da invidiare alle altre attrattive della Capitale. In questa macchia di campagna urbana estesa 250 ettari,  si è circondati da acquedotti di età romana che sono per tutto l’anno testimoni di partite a pallone improvvisate tra amici, passeggiate romantiche, grigliate e passaggi di greggi. Tra le pietre degli antichi archi trova spazio anche lo sport d’élite. Il parco ospita, infatti, un campo da golf. Chi vive a Roma si concede volentieri una giornata qui e vi giunge senza dover affrontare il traffico automobilistico, grazie alla linea A della metropolitana. Per chi viene da fuori, invece, questa potrebbe essere una vera esperienza di “romanità”.  ©MarioFracasso-Diego Funaro

viterbo - diego funaro

Il giorno di Sant’Antonio

Il 17 gennaio, giorno dedicato a Sant’Antonio Abate, in molte città e cittadine italiane si svolgono celebrazioni in onore del Santo. L’iconografia lo raffigura come un vecchio appoggiato ad un bastone, circondato da animali domestici in un ambiente agreste. In effetti è il protettore degli animali domestici; allevatori e contadini gli sono particolarmente devoti. La mattina del 17 gennaio a Sutri – nei pressi di Viterbo – le due confraternite della “Cavalleria Vecchia” e della “Cavalleria Nuova” sfilano a cavallo per i vicoli gridando «Evviva Sant’Antonio!». Le celebrazioni prevedono che due “festaroli” appartenenti alle diverse “cavallerie” portino un palio ciascuno con la raffigurazione del Santo. La festa termina nella piazza del Comune dove il parroco benedice cavalli e cavalieri. In questa città di origine etrusca la celebrazione che ha avuto origine nell’800 è particolarmente sentita per le profonde radici contadine della popolazione. La protezione degli animali da lavoro ha reso Sant’Antonio fondamentale per la stabilità di una società che ha avuto per secoli proprio negli animali e nei campi in cui lavoravano la base della propria sussistenza.  ©DiegoFunaro

L’Aquila: la Befana, la fiera e la città che ha traslocato

Il 6 gennaio arriva la Befana, porta cenere, carbone e caramelle. All’Aquila, però, l’Epifania non è solo il giorno in cui i bambini aspettano le calze appese piene di regali. È la festa di un’intera comunità. Il 5 gennaio la città si riempie di bancarelle e di venditori ambulanti. Accorrono per la tradizionale Fiera dell’Epifania che quest’anno è arrivata alla sessantaquattresima edizione. Nel gennaio del 2009, anno del sisma del 6 aprile, i venditori avevano raggiunto il numero record di 700 stalli. Nonostante la tragedia la comunità non ha voluto rinunciare alla sua tradizione e nel 2010 la fiera si è tenuta con 190 espositori disposti lungo le strade periferiche. Quest’anno le bancarelle erano quasi 300 e hanno occupato anche parte del centro storico. In una di queste gli addetti della Croce Bianca  offrivano informazioni a tutti gli interessati al mondo del volontariato, mentre la “loro” Befana offriva dolci e omaggi ai bambini che passavano. Più un là, due ambulanze prestavano servizio di primo soccorso. La Fiera dell’Epifania è tornata ad essere la più grande d’Abruzzo e gli aquilani sembrano aver ripreso il piacere di passeggiare, curiosare  e incontrarsi nella folla. Nonostante ciò sono ben coscienti che la magia della Befana arriva una volta all’anno. «Oggi c’è movimento perché è giorno di festa ma la quotidianità è tutta un’altra cosa» spiega Mario, proprietario di un bar su Corso Vittorio Emanuele II, «quello che più ci spaventa è l’immobilità dei cantieri, non si muove una foglia, tutto è fermo e ormai abbiamo smesso anche di parlare di ricostruzione del centro storico». Appena si volta l’angolo e ci si allontana dal flusso della gente e dalle bancarelle, infatti, la sensazione è molto differente: il vociare scompare dopo poche decine di metri e il silenzio avvolge le mura crepate delle case abbandonate. Sembra di passeggiare in un cimitero, passando da una tomba all’altra, tornando indietro tra i ricordi e la malinconia, magari lasciando un fiore o una candela accesa. «Ti ricordi questa casa? Ho abitato qui per un paio di anni. È medievale ed è sopravvissuta anche ai terremoti del Settecento». «Ti ricordi quest’altra? Quante serate in compagnia ci abbiamo passato! All’esterno sembra integra, ma guarda nella finestra, dentro è completamente puntellata per non far crollare le pareti». «Li, invece, c’è il palazzo dove abitavi tu il primo anno di università e dove, poi, ho abitato io fino al terremoto. Ero lì dentro quella notte. Ora lo stanno demolendo…». Così come ogni 5 gennaio anche quest’anno l’Aquila ha avuto la sua tradizionale fiera: un segno di vitalità di una città che ormai ha traslocato nella sua periferia e torna in centro solo nei giorni di festa. ©MarioFracasso

Natale in Aereoporto

L’ Aeroporto Franz Josef Strauss di Monaco di Baviera è uno dei più grandi Business Centre d’Europa ma anche un esempio perfetto di non-luogo: la gente di fretta attraversa le porte scorrevoli, passa tra negozi, banconi, check in e controlli di sicurezza. Un caffè, uno sguardo al monitor per controllare il numero del gate e poi via verso la prossima destinazione: non c’è tempo per visitare la città né i sui famosi mercatini di Natale. Da qualche anno, però, si è trovata la soluzione. È stato aperto un mercatino direttamente in aeroporto. Il grande piazzale coperto si è riempito di abeti addobbati e bancarelle in legno, dove è possibile acquistare articoli di artigianato etnico, oggetti in legno intagliato, vin brulè, Schweinswurstln (salcicce di maiale arrostite) e  Dampfnudeln (grandi gnocchi cotti a vapore ripieni di marmellata e accompagnati da crema di vaniglia calda). È stata anche allestita una pista per il pattinaggio sul ghiaccio. Così, in questo mondo dove il tempo sembra sempre non essere sufficiente, le feste natalizie hanno portato in dono un luogo vero, dove i viaggiatori possono assaggiare dell’essenza della città bavarese, almeno per i dieci minuti che mancano prima dell’imbarco. ©DenisStrickner

Natale, tradizioni e Unità d’Italia

Sfincione, pasta con le sarde, cardi in pastella, agnello al forno, mostaccioli e cuscus dolce in Sicilia; minestra di cardi, bollito di manzo, agnello arrosto, caggionetti, sfogliatelle e parrozzo in Abruzzo; spaghetti alle vongole, baccalà fritto, frittelle di cavolfiori e broccoli, pangiallo e tozzetti nel Lazio; risotto con tastasale, lesso di faraona con pearà e cren, cotechino con verza e pandoro in Veneto; spaetzle, canederli, schatz krapfen, bauernschinken,  stinco di maiale, strudel e keisersmahl in Alto Adige: durante le feste natalizie le tavole apparecchiate nelle case degli italiani, rivelano  tutta la ricchezza gastronomica del nostro Paese. Ogni regione ha le sue tradizioni e spesso le differenze si notano anche a distanza di pochi chilometri. Questa infinita varietà rivela, però, anche tutte le singole peculiarità e spesso differenze su cui si fonda l’unità della nostra nazione. Il 2011 è stato l’anno delle celebrazioni per i 150 anni dell’Unità d’Italia, un’operazione politico-militare che, nel 1861, con l’annessione del Sud al Regno Sabaudo, creò il nuovo Stato italiano. Fortunatamente, dopo un secolo e mezzo, tutte le tradizioni locali sono sopravvissute all’omologazione. Purtroppo, però, sono sopravvissute  anche le differenze sociali ed economiche dei vari territori.  Ancora oggi il gap tra le regioni del sud e quelle del nord sembra non essere stato colmato e in molti discutono sull’opportunità di una secessione. Una situazione molto diversa da quella tedesca dove, in meno di venti anni, Germania Ovest ed Est, pur divise da una diversa visione del futuro, dalla Guerra fredda e da un muro, sono riuscite a tornare una nazione veramente unita. Dopo il 1989 la parte occidentale investì nei territori orientali una cifra cinque volte superiore a quella spesa in Italia in 50 anni per la Cassa del Mezzogiorno. Nessuno ha mai accusato le regioni più povere di aver rubato a quelle più ricche e già al 2009 il divario economico-sociale era fortemente assottigliato. Entro il 2019, si prevede, potrà essere completamente azzerato.  ©MarioFracasso

Natale Narni e Greccio

Natale al “centro d’Italia”

Dall’inizio di dicembre l’Italia si riempie di mercatini natalizi. Sono numerose le vie e le piazze con banchetti, banconi e bancarelle, spesso a imitazione dei mercatini di Natale tedeschi, austriaci o svizzeri. Alcuni luoghi, però hanno mantenuto o riscoperto la propria identità legata alle tradizioni delle festività. Questo mese vi porteremo nel luogo natale del presepe vivente e nel paese considerato “centro d’Italia”. ©DiegoFunaro
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Verona, eclettica bellezza

Verona romana, medievale, Verona rinascimentale e barocca ma anche austriaca nel suo impianto di fortificazioni. Abbracciata dalle anse dell’Adige la città sorse attorno al I a.C. e tutt’oggi conserva un fascino antico che va intrecciarsi alla modernità che scorre tra le sue vie. Verona è città storica ma anche uno dei principali centri economici del paese, tra i più ricchi d’Italia; qui l’anima contadina dei suoi abitanti resta un’ombra che rincorre figure di avvocati, banchieri, imprenditori golosi di progresso. Verona città ambivalente che ama e va fiera del suo passato ma non può fare a meno di correre dietro al futuro rappresentato da metropoli vicine. Verona dalla bellezza seducente ed evocatrice, l’atmosfera richiama alla magia shakespeariana di “Giulietta e Romeo”; un incanto che diviene realtà di fronte alla Casa di Giulietta, in via Cappello, luogo di pellegrinaggio per tutti gli innamorati. Una dopo l’altra si susseguono tracce di antichità romana, a partire dall’Arena, celebre anfiteatro divenuto palcoscenico di opere liriche e concerti; il Teatro Romano, costruito sulle rive dell’Adige, e ora divenuto suggestiva scenografia di opere teatrali e musicali; Porta Leoni e Porta Borsari, accessi alle due direttrici storiche della città che si incrociano in Piazza Erbe, l’antico foro romano. La piazza è ancora oggi uno dei luoghi simbolo di Verona, centro civile, politico e religioso, da secoli si colora grazie al caratteristico mercato della frutta e della verdura. Su di essa si affacciano palazzi rinascimentali come la Torre dei Lamberti, il barocco palazzo Maffei, adornato da statue di divinità greche, e la Domus mercatorum, edificio medievale che ospitava la corporazione delle arti e dei mestieri. Nei pressi di piazza Erbe, poco oltre la Fontana di Madonna Verona, si trova Piazza dei Signori dove compaiono la Loggia del Consiglio e la statua del grande poeta Dante Alighieri, per anni ospite degli Scaligeri durante l’esilio.  ©DanieleSbampato

Edificio leggendario

Il Pantheon è uno degli edifici più visitati e ammirati di Roma. Stendhal lo definì “il più bel resto dell’antichità romana”. Differenti leggende riguardano il tempio. Si dice che per costruirne la cupola ci si avvalse di un’impalcatura di terra mescolata con monete d’oro, attorno alla quale fu edificato il Pantheon. Chiunque si fosse adoperato per svuotare l’edificio sacro avrebbe potuto  tenere il denaro che vi avesse trovato. Un paio di racconti tradizionali popolari romani, vedono il Pantheon in qualche maniera legato al diavolo. Una di queste sostiene che il leggendario mago Pietro Bailardo, scelse questo edificio per confessare pentito i suoi peccati. Durante la confessione fu atteso da un diavolo che camminò attorno all’edificio così a lungo da scavare il fossato che lo circonda. L’altra vuole che l’occhio al centro della cupola fu creato da un diavolo costretto alla fuga dopo essere entrato nel luogo sacro. L’oculus è però anche il simbolo del Pantheon come “tempio solare”.  Parrebbe che a mezzogiorno del solstizio d’estate un raggio di sole penetri dal occhio all’interno illuminando il portale d’accesso.  ©DiegoFunaro

Fucino, storie di cambiamenti

Nella Marsica, nel cuore dell’Appenino abruzzese, fino al XIX sec. esisteva il terzo lago d’Italia per estensione: il Fucino. Dal suo prosciugamento, nel 1857, emersero più di 16.000 ettari di pianura da coltivare.  Fu necessaria una manodopera agricola che i marsicani non potevano fornire e accorsero più di 50.000 persone dal resto d’Abruzzo e da altre regioni d’Italia. Oggi il Fucino è uno dei maggiori centri agricoli italiani: il 30% della produzione di carote, per esempio, proviene da qui. La disponibilità di occupazione stagionale nei campi è rilevante. Ma i giovani italiani non gradiscono i lavori più “umili” e i pochi che rimangono preferiscono magari trovare un ruolo all’interno del Telespazio, un’azienda che opera nella comunicazione e nella gestione satellitare, divenuta anche sede del centro di controllo di Galileo, il maggior sistema per la navigazione e il posizionamento satellitare europeo. Per questo molti lavoratori immigrati affluiscono nel fucino già dagli anni ’80. Vengono principalmente dal Marocco, dalla Romania e dall’Albania. Attualmente le percentuali di stranieri residenti arrivano al 15%, il doppio della media nazionale. «Io sono venuto 10 anni fa. Poi non me ne sono più andato perché chi ha voglia di lavorare, qui trova lavoro». Mohammed El Mazhoudy è un ragazzo magrebino di 30 anni e vive con la figlia e la moglie. Uno degli aspetti più positivi dell’integrazione nel Fucino è la presenza di comunità fatte da nuclei familiari e non solo da singoli individui. Rosa Cambise, titolare di un’azienda agricola, ha un’idea molto chiara a riguardo: «Quando hanno una famiglia devono frequentare il tessuto sociale in cui risiedono, non possono rimanere chiusi in un’abitazione improvvisata. E poi, diciamolo, la presenza di una donna al fianco di un uomo lo migliora indubbiamente».  ©MarioFracasso

La Republica de la Boca

C’è un pezzo d’Italia nella capitale Argentina, dove un tempo sorgeva il porto e si congiungono il Rio Riachuelo e il Rio de la Plata. È il quartiere della Boca, abitato soprattutto alla fine del 1800 da marinai provenienti da Genova. Il nome deriva dal quartiere genovese Boca d’Azë. Anche oggi gli abitanti della zona si chiamano xeneizes, dal termine ligure zeneize che significa “genovese”. Qui gli immigrati italiani fondarono un movimento separatista per ottenere l’autonomia sulla gestione del porto e del quartiere. Nel 1882 gli abitanti della Boca autoproclamarono la Repùblica de la Boca, territorio indipendente dall’Argentina con bandiera di Genova. Inviarono un atto formale al Re d’Italia Umberto I di Savoia, informandolo della costituzione della República Independiente de La Boca . Già all’inizio del ‘900 la passione per il calcio univa italiani ed argentini. Esteban Baglietto, Alfredo Scarpatti, Santiago Pedro Sana e i fratelli Juan e Teodoro Farenga, giovani di origine italiana, fondarono nel 1905 il Club Atletico Boca Juniors. Il nome della squadra deriva da quello del quartiere, si aggiunse “Juniors” per dare un’impronta britannica come era di moda all’epoca in Argentina. I fondatori si affidarono al caso per scegliere i colori sociali, scegliendo quelli della bandiera svedese battente sulla prima nave che videro entrare in porto. In Italia sono numerosi i simpatizzanti boquensi. A Genova il Boca Juniors è sentito come una squadra della città e la maglia blu con una banda orizzontale ricorda un po’ quella della Sampdoria. Inoltre sullo stemma sociale del CABJ è scritto “La gloriosa squadra Xeneize”. A Napoli la simpatia è legata a Diego Armando Maradona giocatore del Boca Juniors e della squadra partenopea. Anche la squadra di calcio antagonista del River Plate fu fondata nella Boca nel 1901 da emigranti Genovesi, ma in seguito si trasferì dalla zona portuale.  ©DiegoFunaro

Fissati nel tempo

Le catacombe dei Cappuccini di Palermo rappresentano uno dei risvolti più riusciti ed impressionanti della lotta tra l’uomo e il tempo. Scavate alla fine del 500, le gallerie furono realizzate come luogo di riposo dei Cappuccini e solo in seguito cominciarono ad ospitare i notabili palermitani, i loro parenti o chiunque potesse permettersi l’efficace processo di mummificazione dato dalle particolari condizioni climatiche di questa caverna. Le salme venivano svuotate dagli organi interni, essiccate e successivamente esposte nelle gallerie con i vestiti dell’epoca. In questo modo le catacombe divennero un luogo sospeso tra la vita e la morte, dove la connessione tra vivente e trapassato si fa talmente sottile da incrinare qualsiasi certezza. ©DanieleSbampato

Speciale Grecia – Sulle tracce di Pausania

La  Descrizione della Grecia  di Pausania, detto il “Periegeta” (in greco, colui che gira), scritta nel II secolo d.C., ha un’importanza che va anche oltre la ricerca storico-archeologica. Pausania viaggiò a lungo nella penisola ellenica. Ovunque si recasse, descriveva ciò che vedeva. Parlava della storia dei luoghi, al limite tra realtà e mitologia, delle tradizioni, della cultura e delle persone incontrate, inserendo considerazioni personali e indicazioni per i futuri viaggiatori. In pratica, fu il primo a scrivere una vera guida di viaggio, antenata, se vogliamo, delle attuali Lonly Planet e Rough Guide o delle ottocentesche Beadeker. In un certo senso Pausania fu anche il primo reporter di viaggio della storia. Nel II secolo d.C. la Grecia era parte dell’Impero Romano e stava vivendo una sorta di “autunno dorato”. Si costruivano nuove città e monumenti ma l’epoca della grande fioritura classica era finita e da secoli si viveva un periodo di lento declino. La popolazione diminuiva, le città venivano abbandonate e gli antichi edifici andavano in rovina. Pausania descrive esattamente ciò che vede: la bellezza ma anche la decadenza di questo periodo. Nel 1900 James G. Frazer, autore del libro Il ramo d’oro, compì un viaggio in Grecia seguendo le tracce di Pausania, e recandosi nei luoghi da lui descritti. Prendendo spunto da questo autore, DirezioneItalia inaugura, con l’articolo,  Il Peloponneso, lì dove nacque l’Occidenteuno Speciale sulla Grecia. Verranno descritti i luoghi della periegesi, tra siti archeologici, luoghi insoliti e  paesaggi affascinanti e, a volte, immutati da come li vide il nostro cicerone.  ©MarioFracasso

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Il campanile sull’acqua

Il lago di Resia o Reschensee – al confine tra Italia, Svizzera e Austria – è il lago più grande dell’Alto AdigeSüdtirol. È uno specchio d’acqua artificiale creato nel 1950 con la costruzione di una diga per lo sfruttamento dell’energia idroelettrica che ha unito due preesistenti laghi: il lago di Curon detto lago di Mezzo e il lago di Resia. L’unione dei due laghi sommerse l’intero paese di Curon Venosta – Graun im Vinschgau, un insieme di 163 case ricostruite poco lontano dal bacino e oltre 500 ettari di terreno agricolo. Il campanile della chiesa di Santa Caterina –  risalente al 1300 –  emerge ancora dalle acque del lago artificiale. Si dice che sia possibile udire il suono delle sue campane nonostante queste siano state rimosse durante i lavori. Gli abitanti di Curon Venosta, sapendo di dover abbandonare le loro case e i loro campi, protestarono vivacemente per la creazione del bacino artificiale. Una delegazione guidata dal parroco del paese andò a Roma per chiedere addirittura l’intercessione del Papa. Il viaggiatore che giunge al lago di Resia lo considera un luogo quasi fiabesco con la torre campanaria che emerge dalle acque, per molti autoctoni – al contrario – il campanile è un monumento a ricordo dei dolori di chi ha perso la propria casa.  ©DiegoFunaro

Torino-Istanbul Coffee Time

«Qaunte ore ci metti da Torino?» «Ore?….Giorni!!!….Tre giorni e mezzo». Il primo giorno serve per arrivare a Bari, il secondo per attraversare il mare con il traghetto fino ad Igoumenitsa, il terzo per attraversare la Grecia. Poi in mezza giornata si arriva a Istanbul. Il viaggio sembra infinito ma Mattis, camionista turco di 58 anni, sorride nonostante la nottata passata a dormire sul sedile del suo Türker. « Ora che lavoro con l’Italia è tutto più semplice. Prima partivo dalla Danimarca per arrivare fino in Turchia». Oggi trasporta cioccolata e dolci da Torino ad Istanbul e, mentre il traghetto costeggia Corfù, si riunisce per colazione con i suoi colleghi.  E quando si avvicina uno sconosciuto con una macchina fotografica in mano, lo guarda, sorride e prepara un altro caffee.  ©MarioFracasso

Due facce di una manifestazione

Sabato 15 ottobre 2011, in più di 900 città di oltre 80 paesi, si sono svolti cortei e manifestazioni di per rivendicare diritti e chiedere una democrazia più autentica. Il movimento “15october – United for Global Change” – evoluzione degli “Indignados” di Madrid e dei “We are the 99%” di New York – aveva come scopo una protesta non violenta su scala mondiale. L’Italia non è rimasta fuori da questo movimento internazionale e Roma ha accolto oltre duecentomila persone che intendevano mostrare a governanti e banche il proprio malcontento con bandiere, striscioni e discussioni in piazza San Giovanni. I movimenti erano numerosi, ciascuno con le proprie richieste. Questa è stata sia la forza che la debolezza dell’evento. Tante bandiere e idee diverse hanno frammentato in parte quello che doveva essere un gruppo compatto. La comunione di intenti anche con le altre città manifestanti nel resto del mondo era comunque palese. Il simbolo della manifestazione – come avviene da qualche tempo – è stata la maschera di Guy Fawkes resa celebre da “V per Vendetta”  fumetto scritto e disegnato da Alan Moore e David Lloyd, trasposto su pellicola dai fratelli Wachowski . Molte persone indossavano la maschera del cospiratore o avevano stendardi o striscioni che riportavano citazioni o semplicemente la “V” cerchiata identificativa del personaggio. Purtroppo il corteo non è riuscito a raggiungere la piazza a causa di un gruppo di violenti che ha incendiato auto, assaltato negozi e banche e messo in difficoltà gli uomini delle forze di polizia. A tentare di arginare i teppisti in alcuni casi sono stati manifestanti stessi, perché gli uomini delle forze dell’ordine erano troppo pochi e troppo distanti –  in alcuni casi – per poter intervenire tempestivamente. E così Roma è stata la sola, tra le 951 città coinvolte, a veder trasformata la manifestazione pacifica in guerriglia urbana.  ©DiegoFunaro

Il mondo in un acquario

Inaugurato nel 1992, l’acquario di Genova è il secondo per grandezza in Europa dopo quello di Valencia. Nonostante la sua struttura sia mutata più e più volte nel corso degli anni, rimane simbolo di Genova e si sviluppa presso il porto antico della città. Il turismo europeo lo apprezza, quello italiano lo ama, l’acquario di Genova è una delle mete più ambite dai bambini e quindi dalle famiglie. Una giornata all’acquario, tra i giochi di luce, il buio dei corridoi e le vasche dei pesci, restituisce l’impressione di entrare in un un mondo parallelo. Lo sguardo ricerca pesci, foche, pinguini, rettili, per poi accorgersi che gli animali stessi lo stanno fissando. La nostra vita e quella nella vasca si incontrano nei riflessi sui vetri, il loro mondo diventa il nostro. Questa sensazione aumenta col passare del tempo, mentre il corteo di visitatori avanza da una stanza ad un’altra, fino all’uscita. Rigorosamente assieme, forse per sentirsi più sicuri, forse per abitudine, simili a quel banco di pesci che osserva la fila e si chiede come sia vivere dall’altra parte.  ©DanieleSbampato

Pescara: Stella Maris, simbolo di un paese in disuso

La Stella Maris di Montesilvano, affacciata sulla costa pescarese, è un edificio fatto costruire dal Partito Nazionale Fascista nel 1936. Ha pianta a forma di aeroplano e doveva celebrare la grandiosità del Regime. Fu colonia marina per bambini e poi casa di riposo per anziani. Dall’inizio degli anni ’80 la struttura è stata abbandonata e il suo utilizzo è stato ostacolato da controversie burocratiche e politiche. All’interno, tra muri crollati, pavimenti sfondati e scale pericolanti, oggi trovano rifugio extracomunitari e senza tetto. La zona è frequentata da tossicodipendenti e prostitute e gli abitanti del quartiere lamentano la mancata riqualificazione dell’area. La spesa necessaria sarebbe elevata e i diversi progetti proposti negli anni sono tutti falliti prima di iniziare. A giugno 2011 è scaduto senza offerte anche l’ultimo bando europeo che offriva 6 milioni di euro per un progetto di ristrutturazione. Stella Maris più che simbolo di un epoca storica italiana è divenuta simbolo dell’ennesima storia “all’italiana”. ©MarioFracasso

Civita di Bagnoregio: Gli Ultimi giocatori della “Città che muore”.

A Civita di Bagnoregio davanti alla chiesa di San Donato un gruppetto di bambini gioca a calcio. È una scena sempre più rara perché il borgo della provincia di Viterbo è ormai abitato da poco più di dieci persone. Vi si incontrano soprattutto turisti e lavoratori provenienti dal capoluogo o dai paesi vicini. E’ una frazione della vicina Bagnoregio ma l’unico collegamento con questo paese e con il resto del territorio lo ha attraverso un ponte stretto e lungo costruito negli anni ’60. La causa dello spopolamento è da rintracciarsi nella struttura fisica del borgo che sorge su un colle di tufo, le cui pareti stanno franando lentamente per l’erosione dovuta ai ruscelli, il rio Chiaro e il rio Torbido, al vento e alla pioggia. Tutto ciò è valso a Civita di Bagnoregio l’appellativo di “Città che muore”.  ©DiegoFunaro

8 Risposte

  1. armando magagna

    nonostante il tempo ridotto, non ho potuto fare a meno di proseguire e di arrivare fino all’ultima delle immagini; scelte con cura e anke le didascalie, appropriate e precise. very, very good.

    06/09/2012 alle 8:46 pm

  2. mariofracasso

    Grazie mille Armando, ci fa molto piacere il tuo apprezzamento. Continua a seguirci daremo sempre il massimo per non deludervi. Mario Fracasso

    26/09/2012 alle 11:05 pm

  3. Anonimo

    belle foto, tagli sempre esaustivi, visione fotografica un po scolastica, cmq degne di una mostra

    25/10/2012 alle 1:22 pm

  4. sciurulus

    Grazie per il tuo apprezzamento!In effetti cerchiamo spesso di non uscire troppo da certi canoni, seppur tentando di mantenere una visione, se possibile, particolare.
    Continua a seguirci, daremo sempre il massimo!

    02/11/2012 alle 12:11 am

  5. Marica

    Fantastico….non riuscivo a smettere di leggere e di scorrere le didascalie…proprio un bel lavoro!!!!

    27/05/2013 alle 3:58 pm

  6. Mi permetto di contraddirla per quanto riguarda sant’Emidio: la città che tiene tra le braccia non è un suo attributo distintivo e non ha a che fare (se non secondariamente) con le attribuzioni antisismiche del santo (peraltro relativamente recenti).
    La città tenuta tra le mani è un semplicissimo artificio motivo che serve a indicare: «questo/a qui è il/la patrono/a della città»Tutti i santi patroni di città sono raffigurati in quel modo



    etc.

    12/03/2014 alle 11:46 am

  7. diegofunaro

    Salve, mi permetto di contraddirla a mia volta. Non è assolutamente vero che tutti i santi patroni di città sono raffigurati come Sant’Emidio. San Pietro e San Paolo, patroni di Roma, non tengono la città tra le mani, così come non lo fanno Sant’Ambrogio con Milano, San Gennaro con Napoli o Santa Rosalia con Palermo, o Santa Genoveffa di Parigi. L’elenco potrebbe essere lunghissimo, in sintesi, Sant’Emidio rappresenta in questo senso una curiosa eccezione.

    22/09/2014 alle 10:11 am

  8. Mi perdone ma non è come pensa lei (guardi un qualsiasi buon manuale di iconografia). E’ ovvio che quando il santo ha un attributo ben riconoscibile con cui lo si identifica, come nel caso dei ss. Pietro e Paolo (le chiavi, la spada), o s. Giorgio col drago o s, Nicola con le palle d’oro o s. Giacomo Maggiore col bordone e il cappello non c’è bisogno di mettergli tra le mani la città di cui sono rispettivamente patroni. Ma quando il protattore cittadino è noto praticamente solo come protettore cittadino, allora sì che la città tra le braccia diventa una discriminante. Grazie però per l’entusiasmo con cui tratta questi argomenti. Le segnalo altre “curiose eccezioni” 🙂

    S. Gimignano o Geminiano (a S. Gimignano ma anche a Modena)

    S. Venanzio (a Camerino)
    http://www.artericerca.com/Arte%20Documento/1.%20%20Carlo%20Crivelli,%20Trittico%20di%20San%20Domenico.htm

    Il beato Ambrogio Sansedoni (a Siena)
    http://mail.sienafree.it/siena/142-siena/59656-la-ricorrenza-del-beato-ambrogio

    S. Petronio a Bologna
    http://www.storiaeinformatica.it/nume/italiano/nicon1.html

    S. Vincenzo a Vicenza
    http://ariannadisegnadipingecrea.blogspot.it/2013/09/ritorna-il-gioiello-di-vicenza.html

    eccetera
    etc. etc.

    23/09/2014 alle 9:07 am

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