L'Italia vista con gli occhi degli italiani

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Sulla strada appena fuori Roma

A volte è bello fare i turisti nella propria regione. È quello che è capitato a me quando un amico mi ha chiesto di accompagnarlo per un breve viaggio nelle vicinanze di Roma perché gli mostrassi posti che non conosce. Il nostro piccolo tour sarebbe stato in macchina, così ho pensato a luoghi che, oltre ad avere la possibilità di fare sport, avere arte, cultura e ricchezze enogastronomiche, fossero anche lungo strade belle paesaggisticamente.

Il nostro itinerario ha visto come punto di partenza l’aeroporto di Fiumicino, dove siamo atterrati arrivando a Roma. Qui abbiamo noleggiato l’automobile che ci ha poi portato tra borghi di montagna, un 4×4 fornito da Tinoleggio che ha reso ancora più agevole e divertente il percorso. [CONTINUA DOPO LE FOTO]

In poco più di un’ora, percorrendo un tratto di autostrada in direzione L’Aquila, per poi uscire sulla statale Tiburtina e svoltare sulla via Sublacense, eccoci arrivare alla prima tappa: Cervara di Roma, il centro abitato più alto dell’Area Metropolitana della Capitale, a 1.053 metri; secondo per altezza in tutto il Lazio. Ho scelto questo posto perché totalmente diverso da Roma, un borgo silenzioso, da cui ammirare la Valle dell’Aniene e prendere un caffè nel bar della piazzetta che è una terrazza sui monti, prima di passeggiare tra vicoli ricchi di sorprese: infatti Cervara di Roma è anche noto come borgo degli artisti, per i suoi numerosi murales e per le poesie dipinte sui muri del paese e sculture che spuntano improvvisamente dalle rocce della montagna a cui sono aggrappate le case. Qui per molti anni ha vissuto Ennio Morricone che ha anche composto delle musiche per questa cittadina. Cervara è anche nota per essere stata nominata “Borgo Ideale” per la qualità della vita, l’aria pulita, l’assenza di traffico nel centro e il rapporto tra edilizia e la natura circostante. Negli ultimi anni, il borgo è stato scelto come ambientazione per un film con Checco Zalone.

Dopo la nostra passeggiata abbiamo ripreso la macchina per continuare a salire sulla montagna, attraversando l’area faunistica del cervo percorrendo una ventina di chilometri e giungere a Monte Livata. Qui si possono trovare le aree più vicine a Roma per gli sport invernali oltre che paesaggi incantevoli e animali che pascolano liberamente. È facile imbattersi in cavalli che si aggirano tra le faggete e i boschi o in buoi e mucche che pascolano sulle praterie. Roma è a pochi chilometri, ma sembra davvero molto più lontana. Quest’area si trova nel Parco Naturale Regionale dei Monti Simbruini che si chiamano così per le abbondanti piogge che li bagnano. Il nome “Simbruini”, infatti, deriva dal latino “sub imbribus” e cioè “sotto le piogge”. Le precipitazioni contribuiscono a rendere rigogliosa la vegetazione e mutevole il paesaggio anche nell’arco della stessa giornata. Una nuvola passeggera che sfiora i rami degli alberi può rendere ancora più bianca la montagna innevata, dando l’impressione di camminare veramente su una nube. La magia del posto non ha colpito soltanto noi, Monte Livata, così come Cervara di Roma, è stata usata anche recentemente come location cinematografica; proprio tra i suoi alberi e tornanti è stato girato nel 2017 un film con Antonio Banderas, in cui i Simbruini rappresentano isolate montagne degli Stati Uniti.

Mentre il sole della prima giornata del nostro breve viaggio sta tramontando, ci spostiamo verso la nostra terza tappa: Subiaco che dista solamente mezz’ora dalle piste da sci, quindici chilometri di comodi tornanti con una vista sorprendente sulla Valle dell’Aniene.

Il secondo giorno è totalmente dedicato a Subiaco, uno dei borghi più belli d’Italia. La scelta di questo luogo nel nostro itinerario è stata dettata dalle infinite possibilità che offre: dallo sport, alla storia e all’arte, senza tralasciare la spiritualità e il paesaggio naturalistico. Subiaco è attraversata dal fiume Aniene e proprio nei pressi di uno dei suoi quartieri più antichi è possibile fare rafting e andare in canoa, chi invece preferisce l’arrampicata non resterà deluso dalle pareti appena fuori dal centro abitato. Noi comunque abbiamo preferito dedicarci alla natura e alla cultura che qui sono strettamente legate. Andando alla ricerca delle origini del nome della cittadina, si scopre che ha radici latine; qui, infatti, l’imperatore Nerone aveva costruito una sua villa e parzialmente modificato il corso del fiume Aniene, creando tre piccoli laghi. Sono proprio questi laghi a dare origine al nome “Sub Lacum” ossia “presso il lago” del primo insediamento. Dei tre laghetti originari ne resta soltanto uno e la leggenda vuole che qui Nerone pescasse con una rete di fili d’oro. Attualmente questo piccolo lago è chiamato laghetto di San Benedetto, perché si trova in una gola ai piedi del Monte Taleo, luogo in cui il santo visse in eremitaggio, intraprendendo la vita monastica e dando vita all’ordine benedettino. Attorno alla grotta in cui il giovane Benedetto visse per tre anni, in preghiera e meditazione, è nato uno splendido monastero, in cui il legame tra la roccia e le costruzioni umane è pressoché indistinguibile. L’importanza di questo monastero non è solo nella sua bellezza, ma nel suo notevole rilievo storico. Tra gli innumerevoli affreschi al suo interno, a colpire particolarmente è quello che raffigura San Francesco. La sua unicità sta nell’essere il solo ritratto del Poverello di Assisi dipinto mentre era ancora in vita. Non mostra, infatti, né le stigmate, né l’aureola ed è particolarmente realistico, Francesco infatti è raffigurato con un occhio più grande dell’altro per le conseguenze di un’infezione che aveva contratto durante un viaggio in Terra Santa e con le orecchie molto grandi. Poche centinaia di metri più a valle sorge un altro monastero, quello di Santa Scolastica, l’unico superstite tra quelli che san Benedetto fondò a Subiaco. L’atmosfera qui è diversa da quella del Sacro Speco, il connubio con le montagne è meno evidente, ma ugualmente si respira un’aria suggestiva. Anche Umberto Eco restò impressionato da questo posto, in particolare dalla sua biblioteca in cui sono conservati testi antichissimi impreziositi da miniature e in cui, per la prima volta in Italia, fu stampato un libro utilizzando la tecnica a caratteri mobili di Gutenberg. La biblioteca colpì così profondamente Eco da fargli nascere l’idea per uno dei suoi romanzi più noti: il nome della rosa. Questi due luoghi sacri si trovano al centro del Cammino di San Benedetto, percorso di circa 300 chilometri che attraversa i luoghi principali della vita del patrono d’Europa e le cui tappe più importanti sono Norcia, luogo natale di Benedetto, Subiaco, luogo in cui visse e in cui scrisse la famosa Regola e Montecassino, città in cui morì e dove si trova uno dei monasteri più famosi.

Abbiamo concluso la giornata con l’esplorazione del centro storico di Subiaco, dedalo di vicoli sormontato dalla Rocca Abbaziale, nota anche come Rocca dei Borgia. È qui, infatti che visse Rodrigo Borgia, Papa Alessandro VI, ed è qui che nacquero Lucrezia e Cesare Borgia, suoi figli illegittimi. L’austerità esterna del palazzo è bilanciata dall’eleganza delle sue stanze, decorate con affreschi di diverso genere che celebrano le nobili famiglie che vi hanno abitato e i luoghi nei dintorni di Subiaco.

Questi primi due giorni ci hanno visti fare sport, ammirare la natura e saziare la nostra curiosità storica e artistica, ma un viaggio, per essere completo, deve passare anche attraverso il gusto. Per questo motivo, la terza e ultima giornata del nostro fine settimana è stata all’insegna dell’enogastronomia, percorrendo una parte della strada del vino Cesanese, allontanandoci da Subiaco, per dirigerci da Affile a Piglio, passando per gli Altipiani di Arcinazzo sempre guidando l’auto a noleggio.

Andando a conoscere questo vino DOCG, scopriamo che ha una storia molto antica e che nasce proprio dalle colline attorno ad Affile, piccolo borgo vicino a Subiaco. Queste colline erano ricoperte da boschi, ma i romani ne tagliarono gli alberi per coltivare la vite su quei terreni. Il nome “Cesanese” nasce dal verbo latino “caedere” che significa “tagliare”, e ricorda proprio l’abbattimento di questi boschi. Il legame tra borgo e territorio è così stretto che nello stemma della città è raffigurato un tralcio di vite. Da questo piccolo borgo, il Cesanese si è diffuso su un’area più vasta che giunge nel cuore della Ciociaria, fino ad Anagni e a Piglio, dove ne è prodotto uno tra i più famosi: il Cesanese del Piglio. Questa cittadina è stata la nostra ultima tappa e qui abbiamo degustato dell’ottimo vino accompagnato da tipiche ciambelline e abbiamo passeggiato alla scoperta della sua anima medievale. Come gli altri luoghi attraversati in questi tre giorni e come il vino che nasce da queste terre, anche Piglio ha un nome di origine latina. Una leggenda vuole che Quinto Fabio Massimo il Temporeggiatore si trovasse a passare di qui in una giornata molto ventosa e che proprio il vento gli fece volare dalla testa il copricapo che in latino era chiamato “pilleus”.

Durante questo fine settimana, pur essendoci allontanati di poco da Roma, abbiamo potuto viaggiare, percorrere strade e renderci conto di quanto ciò che beviamo, i paesaggi che osserviamo, i libri che leggiamo, i borghi in cui viviamo o decidiamo di passare qualche giorno, affondino le loro radici nell’antichità e abbiano mille modi per incuriosirci e stupirci.

© Diego Funaro

 

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Il torciglione umbro, un gustoso viaggio nel tempo

torciglione di natale

Non solo panettone e pandoro – benché questi siano ormai ampiamente diffusi sulle tavole italiane da Nord a Sud, sono dolci tipici di Milano e Veronai dolci del periodo di Natale sono moltissimi e cambiano di regione in regione, di città in città.

torciglione di natale

In Umbria per esempio, particolarmente nella zona di Perugia e del lago Trasimeno, il dolce tipico della vigilia di Natale è il torciglione. Questo dessert è a base di mandorle e miele con la forma di un serpente attorcigliato su sé stesso; da questa conformazione particolare deriverebbe il nome, ma le origini sono incerte e affondano le radici nella Storia.

Alcuni sostengono che in tempi remoti, in quest’area, alcuni culti pagani adorassero il serpente, specialmente nel periodo del solstizio d’inverno. Il rettile con le sue mute stagionali rappresentava la fine e l’inizio in un ciclo infinito; come  le stagioni, l’anno e l’accorciarsi delle giornate, che dal 21 dicembre ricominciano ad avere più ore di luce. Il cerchio e la spirale hanno significati affini e il torciglione ne rappresenta la sintesi.

Secondo altri, il dolce avrebbe radici cristiane. In questo caso la forma del serpente sarebbe un simbolo diabolico; il maligno sarebbe sconfitto ogni volta che si fa a fette il dolce che lo rappresenta.

Una terza possibilità non vedrebbe in questa figura un serpente, ma un’anguilla di lago e sarebbe legata a una visita di alcuni vescovi e cardinali alle monache di Isola Maggiore del Trasimeno. Si dice che gli alti prelati giunsero sull’isola di venerdì e per questo avrebbero dovuto mangiare pesce. Sfortunatamente la dispensa del monastero non era fornita, perciò una monaca pensò di utilizzare alcuni ingredienti che aveva a disposizione per preparare un dolce che avesse le fattezze di un’anguilla, tradizionalmente pescata in quella zona.

Un’ultima probabile origine sulle radici di questo dolce natalizio porterebbero al martirio di santa Anatolia che nel 249 fu rinchiusa in un sacco con un serpente, ma riuscì a salvarsi miracolosamente. Tuttavia quest’ultima ipotesi ci appare meno probabile, soprattutto perché lontano dalla zona di diffusione del torciglione.

Come sempre non vi daremo la ricetta, perché il suggerimento è quello di gustare i cibi tradizionali durante un viaggio nella loro zona di origine. © Diego Funaro


Déjà vu d’estate (base militare USAF, Monte Limbara, Sardegna)

FOTO E TESTO: MARIO FRACASSO

1100101; vero, vero, falso, falso, vero, falso, vero; acceso, acceso, spento, spento, acceso, spento, acceso: il sistema binario, una sequenza di due sole variabili associabili all’infinito, permea la nostra vita. È il linguaggio della tecnologia, ma si applica spesso anche al nostro modo di pensare.

Se noi siamo l’uno, per esempio, lo zero è qualcuno o qualcosa diverso da noi. È individuabile perché estraneo, ma è sconosciuto perché per conoscere la realtà ci sarebbe bisogno di una logica complessa che associ tra loro un numero infinito di elementi. Così, essendo impossibile solo immaginare di non essere dalla parte del bene e della ragione, l’altro, se contrapposto, sbaglia ed è cattivo. Una logica così elementare da sembrare quasi offensiva per l’intelligenza di chiunque. Ma nessuno ne è immune. Quest’idea fa parte della nostra natura, è direttamente collegata al primitivo istinto di sopravvivenza. Basta alimentare la paura, perché scattino meccanismi mentali inconsci per i quali sentiamo istintivamente il bisogno di difenderci o contrattaccare. (continua dopo le foto)

Lo sapevano bene gli Stati Uniti d’America e l’Unione Sovietica quando, per ampliare la loro influenza economica, entrarono in contrasto. La Guerra Fredda che ne scaturì rimane un esempio di come basti stimolare l’istinto di sopravvivenza perché un popolo approvi ogni azione del proprio governo se giustificata dalla necessità di sicurezza. Uno contro zero, Capitalismo contro Comunismo. In quegli anni il mondo si divise in due blocchi contrapposti e chiunque fosse nel mezzo o si alleava o era invaso. Ci fu una folle corsa agli armamenti, si costruirono basi militari in paesi strategici, portaerei e navi da guerra solcavano ogni mare, mentre i sottomarini nucleari cercavano di farle esplodere; aerei militari danzavano sulle nostre teste, affascinando i bambini con le loro scie bianche. Storia da scuole dell’obbligo per semplici vaneggiamenti da afa eccessiva. Questa estate, infatti, mi ha dato da pensare.

Il 15 di Agosto, per sfuggire alla canicola, mi sono diretto con alcuni amici al monte Limbara, in Sardegna, dove speravamo in un miracolo della Madonna della Neve. Ma la chiesetta dedicata alla Vergine si è rivelata un miraggio irraggiungibile oltre la ressa per il parcheggio.  «No, no, noi non ci fermiamo per la festa: proseguiamo per le “antenne”». Ripetendo questa frase a ogni vigile, abbiamo proseguito indisturbati verso la cima. Qui la sorpresa è stata enorme: parabole alte come palazzi sopra a imponenti basamenti di cemento; capannoni abbandonati, macchinari in disuso e lamiere lacerate; forati rotti, cavi tranciati e neon in frantumi; lana di vetro e vetri squarciati, vernice al piombo e amianto. Una base radio costruita dall’Aeronautica Militare americana (USAF) durante la Guerra Fredda e abbandonata da decenni. Deserta, decadente, pericolosa, ferma a guardare l’immenso paesaggio che scende fino al mare. Le sue parabole sembra che aspettino ancora di individuare o trasmettere qualche messaggio criptato.

E poi… 17 Agosto, attentato a Barcellona! Un furgone si getta tra la folla della Rambla e travolge indiscriminatamente chiunque. Un attacco che rivela come gli attentatori non mirassero ai Cristiani o agli Occidentali: la comunità nord africana è molto ampia a Barcellona e risiede, lì, a poche centinaia di metri; prostitute, spacciatori e venditori abusivi, molti dei quali immigrati, passeggiano quotidianamente tra la folla per vendere la loro merce ai turisti; tanti proprietari e dipendenti di chioschi e negozi provengono da paesi di fede islamica. Non è un caso che tra le nazionalità delle vittime fin ora accertate ci siano anche Egitto, Pakistan, Kuwait, Macedonia, Algeria, Marocco, Turchia e Mauritania. Non si poteva compiere un attentato simile, senza sapere che si sarebbero uccisi tanti Musulmani. I mass media, invece, continuano a presentare all’opinione pubblica due fazioni ben distinte: non più USA contro URSS, ma Musulmani contro Cristiani, Occidentali contro “Terroristi”, zero contro uno, buoni contro cattivi. Semplificare ciò che è troppo complesso ci illude di capire. Ciò unisce e rassicura, perché consente di individuare un’entità unica di cui avere paura e di giustificare qualsiasi azione volta alla difesa o al contrattacco.

1100101; vero, vero, falso, vero, falso; spento, acceso, acceso, spento: nessun’altra cifra, nessun altro valore o impulso, nessun notizia se non quelle che creano contrapposizione. E io, come Gregory Bateson, studioso famoso per aver criticato il pensiero dualistico di tipo aristotelico, spero ancora nel superamento di una logica basata esclusivamente sul contrasto. ©MarioFracasso


Bevagna, un borgo in cui rivive il Medioevo

In Italia le rievocazioni storiche e le feste a esse collegate sono innumerevoli, molte sono legate al Medioevo o al Rinascimento, soprattutto nelle città del Centro che nacquero o accrebbero la loro importanza proprio in queste epoche storiche. Tante tra queste rievocazioni sono semplici sfilate in costume, altre prevedono giostre o richiamano importanti celebrazioni antiche.

Una ci ha colpiti particolarmente, perché rende partecipi i visitatori di quella che era la vita quotidiana nel periodo tra il 1200 e il 1300: parliamo del “Mercato delle Gaite” che si svolge a Bevagna, uno dei borghi più belli d’Italia a pochi chilometri da Perugia, in Umbria, alla fine di giugno.

Che cosa sono le gaite? Sono i quattro quartieri che suddividono la città: San Giorgio, San Giovanni, Santa Maria e San Pietro. La parola “gaita” sembra derivare dal longobardo “watha” che significa “guardia”. [CONTINUA DOPO LE FOTO]

 

La particolarità di questa festa, che da trent’anni anima questa città, è che rende possibile assistere e partecipare a quelli che furono gli antichi mestieri diffusi in quella zona. Volontari in costume soffiano il vetro, tessono la seta, battono monete, fanno la carta o la pergamena oppure tingono tessuti, secondo le modalità medievali. C’è chi spiega in modo didascalico, chi attorno a un mestiere ha creato degli spettacoli teatrali, chi coinvolge lo spettatore e lo invita a provare. In ogni caso, si è catapultati indietro di oltre 600 anni, quasi come Benigni e Troisi nel film “Non ci resta che piangere”.

Questo viaggio nel tempo dà un’idea diversa da quella che hanno molti su questo periodo storico. Non era, infatti, un’epoca buia, grigia e ignorante poiché, sebbene la cultura alta non fosse alla portata di tutti, nei monasteri, per esempio, si conservava il sapere grazie agli amanuensi, ai miniatori, ai rilegatori e a tutti coloro che hanno permesso a libri ben più antichi del Medioevo stesso, di giungere ai giorni nostri. Inoltre ci si può rendere conto di quanto l’attenzione all’ambiente fosse paradossalmente maggiore all’epoca, che ai giorni nostri. Nella produzione di qualsiasi materiale e oggetto, si riutilizzava ogni cosa, nulla era gettato via, probabilmente per la consapevolezza del valore del tempo e della fatica che costava produrre anche solo un bicchiere, una pagina, una moneta.

Il Mercato delle Gaite non è soltanto una rievocazione con una sorta di laboratorio didattico e di spettacoli teatrali; ogni quartiere, rappresentando alcuni antichi mestieri, è in gara con gli altri e alla fine della settimana di feste è eletta la gaita vincitrice. Bevagna durante questa festa continua a scorrere nel presente, ma la magia dell’evento fa dimenticare la frenesia moderna e porta ad immergersi nelle emozioni di un passato lontano. ©Diego Funaro


Uno sfratto dolcissimo

Sfratto dei Goym - DIrezioneitalia - Diego Funaro
La storia degli ebrei è colma di episodi tristi con fughe, esili, deportazioni, ghettizzazioni e… sfratti!
Tra queste vicende ve n’è una che risale alla metà del XVI secolo nell’Italia centrale ed in particolare in Toscana. Il Granduca Cosimo II de’ Medici aveva ordinato di deportare nei ghetti di Siena, Roma, Firenze e Ancona tutti gli ebrei residenti nel Territorio del Granducato di Toscana. Molti di loro si rifugiarono in piccoli centri, abbastanza isolati e prossimi ai confini, nella speranza di non essere trovati. Tra le cittadine in cui si trasferirono c’erano Pitigliano e Sorano, nella bassa Maremma, attualmente parte dell’area metropolitana di Grosseto.
Tuttavia furono trovati e Cosimo II decise di allontanarli dalle loro abitazioni per confinarli in un unico quartiere. Lo sfratto era comunicato da un messo che bussava alla porta con un bastone.
Per resistere e per esorcizzare le proprie sventure, la cultura ebraica ha sviluppato una notevole ironia. Gli ebrei di Pitigliano hanno fatto di un episodio tragico un dolce e l’hanno chiamato “Sfratto dei Goym” ovvero “Sfratto dei Gentili, i non ebrei”. Un dolce a forma di bastone della lunghezza di circa trenta centimetri, proprio in ricordo dello strumento usato dai messi medicei nell’esecuzione degli sfratti. Un ripieno di miele, noci, scorza d’arancia e noce moscata, tipici della tradizione maremmana, avvolto in un involucro di pasta non lievitata, propria della tradizione ebraica. Un misto di sapori che racconta come l’incontro di culture crei sempre qualcosa di buono. A volte, anche negli episodi negativi.
Proprio per preservare questa tradizione e farla conoscere, lo sfratto dei Goym è anche un presidio Slow Food con due produttori nel quartiere della Piccola Gerusalemme a Pitigliano. ©Diego Funaro


Direzione: Italia “invasa”

L’amore per la nostra cultura e per le nostre radici è la benzina nel motore delle Invasioni Digitali; un’iniziativa arrivata al secondo anno e che intende mostrare come l’accessibilità e la condivisione dei luoghi d’arte siano fondamentali, perché musei e siti archeologici, non sono soltanto contenitori di un passato morto, ma devono essere vivi e vivibili.

Tra il 24 aprile e il 4 maggio, migliaia di invasori digitali, armati di smartphone, tablet, reflex e fotocamere compatte, hanno organizzato visite nei luoghi della cultura e passeggiate nei centri storici e parchi archeologici, scattando foto e condividendole sui social network con l’hashtag #invasionidigitali.

Se l’anno scorso le invasioni avevano riguardato soltanto il nostro territorio nazionale, quest’anno, pur essendo stati la maggior parte degli eventi in Italia, anche in Brasile, Stati Uniti, Germania, Danimarca e Australia si sono organizzati eventi da chi apprezza l’arte e vuole farla conoscere. Così più di 400 posti sono stati invasi e si sono fatti conoscere. Per facilitare il compito di chi avesse l’intenzione di invadere o di un luogo che avesse voluto farsi invadere, ogni regione ha avuto un suo “ambassador”; io lo sono stato per il Lazio. È stato meraviglioso scoprire e riscoprire luoghi fuori dai tradizionali circuiti turistici, come la Casina delle Civette – probabilmente l’edificio più eclettico di Roma a Villa Torlonia, uno dei più importanti parchi della città – oppure la Rocca Abbaziale di Subiaco, piccola cittadina al confine tra Lazioe Abruzzo, nella Valle dell’Aniene, circondata dai Monti Simbruini, un posto che vide nascere Lucrezia Borgia e fu la residenza di Papi, nobili e personaggi come Torquemada.

 

I confini regionali, però, mi andavano stretti e così oltre che ambassador del Lazio, sono andato in Sicilia e sono stato tra gli invasori digitali di Palermo al Museo internazionale delle marionette Antonio Pasqualino – facendo un giro del mondo partendo dai pupi siciliani, fino ad arrivare alle ombre thailandesi, passando per le maschere africane e le marionette della commedia dell’arte – e della collezione di arte etrusca del Museo Salinas, ospitata all’Albergo delle Povere.

Tanti sono i posti che avrei voluto invadere in questo periodo e che ho potuto ammirare dalle foto postate su instagram, facebook, twitter e altri social. Mi sarebbe piaciuto invadere anche altri luoghi che la burocrazia o assurde chiusure durante i ponti di 25 aprile e 1° maggio, hanno reso inaccessibili. A conclusione di questa serie di eventi, resta l’entusiasmo di invasori e invasi, e il piacere di aver invogliato persone che mi hanno contattato dopo aver visto le mie foto a visite e viaggi.

Missione compiuta e arrivederci alle prossime invasioni digitali!

@Diego Funaro


Abstraction Devices – photography beyond reality

Leggi in Italiano  Italy

Photographs and texts: Luca Baldini
Introduction: Luca Baldini and Mario Fracasso

Reality is not often what we imagine; sometimes it is not even what we perceive with our senses. Karl Raimund Popper, Austrian epistemologist who died in 1994, talking about Kantian philosophy in his work Conjectures and Refutations, explained that we should overcome the idea of a passive humanity lashed out by Nature forces. We should accept that the perception of phenomena has to be ordered and ruled by us, according to our cultural background. Starting from this idea, we present you with a photographic gallery which is real as well as subjective. The author, Luca Baldini, has disjointed the elements in order to recompose them following the reality he envisioned. Many philosophers define some of our certainties on external reality under the expression Naive Realism, and they consider that these beliefs that we take for granted obstruct our knowledge process. Luca Baldini has attempted to go beyond: he gave new meaning to certain places in Italy, resetting landscape elements in order to express some opinions or ideas he had. After all, Einstein himself was close to Kant’s theories when he said: «all concepts, even those which are closest to experience, are from the point of view of logic freely chosen conventions. Luca Baldini chose his own ones and showed, while describing his homeland, that even photography can help thinking. ©Mario Fracasso

Abstraction Devices

By adding an abstract cut to my compositions, I try to widen their communicative potential, to the point that they can represent something that is not pictured. Titles are thus very important, as these ideas don’t exist without the verbal component, being it solitary thinking or a solid conversation among observers. Multiple exposure, directly applied on the film, creates images which are more complex but still compact and intact in their correspondence to a mental reality, not overblown: the analog process preserves the indexical relationship between photo and existent, the combined presence of different points of view draws the composition closer to the world of ideas.

Fate-Path_Luca BaldiniFate/Path – Bologna

An open debate on life. Or better, a point of view on life. Fate makes assonance with faith and path rhymes with maths. Thanks to mathematical algorithms we can calculate the displacements of railway binaries, so that we can follow the right way to a desired destination. Anyway, this isn’t enough, because life has an “airy” component too, elusive and immortal, that can show itself in the unforeseen: this is represented here by the railway electric traction system, whose registration arms remind me of the puppet master’s arms, ruling from above. What’s more important, then, the path we choose or fate’s support? What’s the most effective tool we’re given, our will or our faith? I believe this picture gives us one sure answer: we can’t see farther than that bridge, it’s all blurred. Let’s just enjoy the journey.

20th Century20th Century – Italia

These ten exposures over the same film frame, shot in different places around Italy, are kind of a brainstorming on the last century. A diachronic representation, like a blast of memories in rapid fire imprinted on a mental snapshot. Main protagonist is the anthropization process of the existent: starting from a thatched roof with wooden beams and ending at cars and power stations.

Development In ArchitectureDevelopment In Architecture – Milano Marittima

Development In Architecture is a partial double exposure. The film portion interested by the union of the two shots measures 70×24 mm, but only on the central third the overlay happened: before rolling over my Fujica and shooting the second image, I rewound the film by half frame, instead of one. This resulted in an image that reminds me of a two-dimensional development of a three-dimensional half-sphere, thus a geometric shape. Here links my remark on contemporary architecture, whose development principles lay on notions of shape and design rather than substance and function. Subject of the photo: abandoned night club nearby Ravenna.

Do Not Feed The TreesDo Not Feed The Trees – Roma

“Do not feed the animals” is a typical line one can find written inside zoos, especially if referred to protected animal species. Instead, here we are in the beautiful park of Villa Torlonia in Rome. The fence and the security cameras deal with the idea of protection. There’s a museum behind the objective, but I addressed it to the park, which is here a metaphor of Nature that becomes, in a metropolitan civilization, the negative of the built; no more free to manifest itself in its variations. In vast areas of many cities, green is an endangered colour, dying out, boxed up in cages that we call flower-beds. So, Nature, as something to preserve from the march of the concrete. Nature as an element getting scarce, to protect but also to observe and admire.

Still Life With SkyscraperStill Life With Skyscraper – Frosinone

This is a composition of built objects, a urban landscape sadly typical of Italian suburban areas, characterized by the absence of attention towards the choice of materials, constructive technologies, social, spacial and visual solutions that made the luck, throughout the centuries, of our beautiful and harmonious city centers. The skyscraper emerges, blank, between the other buildings. No matters how many windows or balconies – two or two hundreds – our suburbs are going to remain lifeless.

Fortress EuropeFortress Europe – Bologna

The historical center of Bologna (Italy) is protected with security and traffic cameras, all around and inside it. In this image you can see combined the technique of analog photography with contemporary “big brother” techniques and, blurred and distant, the 1000 years old Asinelli tower and the rich buildings of via Rizzoli. Comes to my mind the analogy with Europe: an economic fortress being built up not to let intruders from less developed countries in – the Euro currency as a silent weapon. Join the banks’ way or keep out!

Propeller Mast DyePropeller Mast Dye – Cervia

Province of Ravenna, shipyard in the marina of Cervia, double exposure. This photo is illustrative of why my titles are usually thought in English: English is more flexible and indefinite than Italian; I would say it’s a potentially abstract language, since there isn’t always a one-to-one correspondence between signifier and meaning. For example, mast means (in Italian) “albero maestro”, but the pronunciation is almost the same as must (“dovere”), which can refer to different persons and tenses of the same verb. While dye means “tintura” or the verb “tingere” and is pronounced exactly like the verb to die (“morire”). The three words that make the title, thus, schematically describe the composition, but can also mislead to a tricky reading. The composition is tricky too: the worker is dying the mast and dyes himself with the colours of the boat’s hull, same boat he’s working on. The self-addressed operation reminds me of a mental introspection or one of those unconscious post-traumatic processes of memory correction or suppression.

EqualizationEqualization – Ravenna

While taking this long exposure shot in the natural park Oasi di Punte Alberete, I slowly turned the focus from 2 m to infinite. In this way I put on focus all the visible landscape, from the canes to the trees and the streetlights far away. Everything on focus but nothing neatly in detail. An equalization is the compensation of a phenomenon, but also recalls the idea of equality. In this composition all the elements are flattened on the same plane and acquire the same importance, from the big to the small one, from the natural to the artificial.

Open - ClosedOpen\Closed – Ravenna

Ravenna has a port canal dig in the sand, ending into the Adriatic sea. In order to ensure its accessibility to large draught ships, the excavation is protected from the water currents by two seawalls 2,8 km long. Two very long motionless piers creating like a huge vestibule. The photo is taken right where the canal opens into the vestibule, much alike a limbo that with the sunset’s colours gets an aura of mystery, at the edge of closure and infinite horizontality. Open\Closed is a reflection on the relativity of the horizon and on the lability of limits. For me It’s peace. For me it’s motion.

Nightmare Of A Tree At The Edge Of TownNightmare Of A Tree At The Edge Of Town – Ravenna

This photo is a double exposure, shot in the Natural Oasis of Punte Alberete, a natural park whose richness in flora and fauna is threatened by the march of urbanization and, most of all, by the toxic smoke from the chemical-industrial plant. In the picture one can see a tree and a dreamlike shape of the same tree cut down.

Fairy Tale Gone To BedFairy Tale Gone To Bed – Bologna

Walking back home at night, I once came across this vision of the stairwell that takes to Parco Della Montagnola, a little mystic, like populated by a procession of street-lights in tension between quietness and motion. Between reality and fiction, as characters of a fairy tale. So I tried to create a picture that could suggest many possible plots but nothing precisely, quite like fairy tales, which don’t necessarily end with an explicit moral (unlike the fables). Also the title is open to interpretation: one can think of a bedtime story or of a love affair just ended up, for the night or forever. What remains is nothing but a stage.

©Luca Baldini


Poesie di Isabella Tomassi per L’Aquila

POSTEMERGENCY PUNK (I. Tomassi)

Emigrante in fuga da itaca distrutta
all’avventura ero partita
alla conquista della conoscenza
eterna praticante dell’arte del bagaglio
diventato fagotto, diventato ricordo
minuzioso
preso a casaccio, selezionato
dalla mente presente
in punta di piedi
tra il prima e il dopo
portato dalla magnifica
schiuma di una parola ritrovata,
pesca fruttuosa.

L’hanno presa i porci
la mia aquila e i suoi
castelli intorno,
i campi di fagioli, le terre montagnose;
i crolli hanno mostrato
le sue vergogne:
i tribali accoppiamenti con
il Signore, quello che salva
con miracoli inauditi
e quello che da sempre
educa ad accettare le
paure sconvolte di una
società che non ragiona
sul fare comune.
L’analisi ferma alla propaganda,
la complessità reducta ad
unam ovvero la grettezza
al potere! I soliti vecchi
a promettere un futuro
che non vedranno.
Contraffare la realtà come fosse la somma delle necessità
così, fare la propria casa
è la sfida di chi osa
il semplice coltivare
di chi finora ha imparato
ad accumulare, senza
dissipare le voci
cantanti dei cinesi,
la révolution dei francesi
di tutto un po’, mattoni
d’ogni genere sfidando il cantico egocentrico
delle sirene e la loro
voglia di trattenerci
irretiti nel sogno
fuori misura di una
pace persi
in altura.
Al rientro Penelope aveva
finito la sua tela
Argo perso la sua fede
tutti gli odissei dispersi,
allora, hanno cambiato
il logos del loro viaggio
che non è più un attracco

una locuzione ma una
ricostruzione.

L’angoscia dell’impossibile
ritorno, del silenzio profondo
e proprio in quel baccano
far rinascere il grano
col pane che gli gonfia il petto
i crochi a tingere le prime gelate
senza contrattazione con i sassi
a parte il ripararsi in tholos
messi in vendita da miopi
sciacalli di spazi,
le radici nelle unghie
le rosee aurore tra le braccia
non ascoltare più alcuna minaccia

ma con qualunque corteccia fare breccia nella feccia
e da lì in poi ritrovare le grotte strofinare la sorte
sul culo del generale la mano morta, di nuovo seri
senza varietà senza clown senza città.
In quest’isola termica il valore non è la rendita
in quest’isola elettromagnetica il valore non è la tecnica
in quest’isola geometrica il valore non è la mimica
in quest’isola panica il valore è la mantica
in quest’isola segnica dò valore alla logica
in quest’isola agricola dò valore alla ritmica
ma su quest’isola già presa dalla camorra ce la prenderemo con il primo che corra tra le braccia di quei porci per le c.a.s.e. senza pronunciare una frase, sin dalla prima fase, occultando a sé stessi che quelli non avrebbero comprato ciò che non fosse stato messo al mercato: i direttori d’accademia i paesani possidenti i cavatori conniventi i dirigenti ammaestrati da sindaci rimbambiti giù nella valle la tensione spezza i fili non regge più i contesti s’insinua sotto le vesti e le porteresti con te sotto gli ulivi nei tuoi ritiri
e chi dell’isola guardava i destini e ha creduto ugualmente ha lasciato fare ciecamente? Ritorno ad una domanda essenziale che aveva spinto col maestrale come me e te sul banale come te e me insieme sul mare.

CON AMORE PER L’AQUILA (I. Tomassi)

non avere paura dell’alto del micro del normale

dell’ombra del gioco di tutto soprattutto! non
avere paura della povertà la fame il freddo la libertà
di come comportarti con ludo quando lo vedrai
tra cinque dieci minuti, un’ora e di dormire
sul divano perché la tua bocca non avrà più accesso
ai suoi baci. Non avere paura di tornare dove
non vuoi più vivere, soprattutto non avere paura di denunciare pubblicamente
che l’esperimento umano
iniziato con la punizione
finisce con la paura assoluta. Soprattutto
non avere paura che duri la paura,
la paura sboccia piano, spacca le zolle con pazienza
nel giorno che si festeggiano gli umani che non hanno paura.
non avere paura soprattutto! non avere paura
non avere paura non avere paura non avere
paura soprattutto,
soprattutto non avere paura, del sole alla finestra
sull’orto, del vento, del silenzio della solitudine non
avere paura delle tesi da terminare, di non
riuscire a farla prima di morire di paura
non devi avere paura di soffrire soprattutto
non devi avere paura del pane, del pane, delle capre, della penna
e le sue parole, non avere paura di sorelle cugine nonne
mamme, soprattutto non avere paura dei pensieri
freddi, del letto vuoto della televisione ogni giorno,
non avere paura non avere paura delle siepi
dei pioppi, del dente di leone che cresce, del picchio verde non avere paura soprattutto
delle macerie, delle pietre alle quali vorresti rendere la loro vita, della città buia e vuota
della burocrazia, delle bugie ben dette, del cemento della costa e dei forzati del divertimento
no, non avere paura, soprattutto non avere paura che tutti intorno lasceranno che l’ingiustizia si compia senza il coraggio di fermare i buldozzer che spazzeranno via la tua assenza di paura, le bifore i cortili i ciottoli le fontane, il gelato in piazza, la storia del tuo primo bacio e la piazza del vino rosso con gli amici, soprattutto non avere paura dei qualunquisti e dei buonisti che sembrano non avere il corpo martoriato, è il corpo il solo che non ha paura che la trasforma nei cori
nei cortei i girotondi con le mani-corpo che si salutano, questo corpo sopravvissuto
parla
ma soprattutto esiste non si elimina con caschi e i manganelli, non si elimina con il g8, non si elimina con l’indifferenza, né con il sarcasmo, la superficialità né con il fascismo delle menti

collegare congiungere connettere considerare comprendere condividere continuare
con – tutti
con – amore


Sant’Antonio e le Farchie: il fuoco che salvò una città

In Abruzzo, nella provincia di Chieti, si rievoca un miracolo che attraverso un incendio salvò una piccola città.

Sant’ Antonio ha come attributo ricorrente il fuoco, tanto che in molte città e paesi, il 17 gennaio, giorno a Lui dedicato, si accendono grandi falò, alla fine dei rituali più diversi. A Fara Filiorum Petri, nei pressi di Chieti, ogni anno si festeggia il Santo, celebrando un miracolo col quale Egli salvò la cittadina dal tentativo di un’invasione alla fine del 1700. Il salvataggio avvenne grazie alla trasformazione degli alberi attorno a Fara, in fiamme alte e fitte, che impedirono il passaggio agli invasori. Per ricordare il prodigio le contrade del paese, stringono fasci di canne alti fino a 8 metri e larghi oltre un metro, detti farchie. Li annodano con rami di salice rosso, e al calar della sera li bruciano, ricreando l’atmosfera che salvò Fara. Osservando i volti di chi prepara la festa e vi prende parte attiva, si notano orgoglio, devozione, fatica e gioia, emozioni che si mescolano per dare vita a una celebrazione dell’identità e della cultura del posto.

Foto: Francesco D’Alonzo