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Portocannone – Carrese

E hënë e Pendikosti! (E’ lunedì di Pentecoste!)

A Portocannone, come in altre comunità Arbëreshë del Basso Molise, il lunedì di Pentecoste è il giorno più atteso dell’anno: c’è la Carrese.

Testo di Mario Fracasso

Foto di Lorenzo Di Gregorio, Mario Fracasso, Giacomo Grifi e Mara Patricelli

«Piërni!» all’ordine di “girate!”, urlato dal Sindaco, i carri vengono ruotati e inizia la corsa. Nel primo chilometro la velocità è impressionate: i buoi arrivano a 70 km/h e alzano una nuvola di polvere che avvolge carri, cavalli, cavalieri e spettatori.

A Portocannone, in Molise, gli abitanti sono i discendenti degli Albanesi che nel XV secolo si insediarono in questa zona. Fino al secondo dopoguerra il paese rimase chiuso a ogni influsso esterno e oggi, parallelamente all’Italiano, viene parlato l’Arbëreshë, una specie di Albanese medievale. La Carrese, una corsa di carri dedicata alla Madonna di Costantinopoli, si svolge ogni lunedì di Pentecoste ed è l’evento più atteso dell’anno.

Il suo percorso ricalca parte dell’antico tratturo L’Aquila-Foggia, è lungo 3,2 km e si snoda tra dolci colline coltivate. Alzando lo sguardo si vede la costa di Termoli, più in là le isole Tremiti e il Gargano, ancora oltre si trovano i Balcani. Durante la competizione si sfidano i partiti, le associazioni in cui storicamente sono schierate le famiglie del paese. Attualmente ve ne sono tre: Giovani, Giovanotti e Xhuventjelvet (Giovanottelli). In palio c’è l’onore di ricevere il quadro su cui è dipinta la Vergine di Costantinopoli e di portarlo in processione insieme alla statua dell’omonima Madonna. Ma in gioco c’è anche l’orgoglio: i perdenti subiranno invettive e sfottò per il resto dell’anno. Per questo la domenica è il lunedì sono giorni in cui «svegliarsi ed essere mandati a quel paese è come sentirsi dire buongiorno». Così Adamantonio Flocco, cavaliere per il partito dei Giovani, scherza per alleggerire la tensione. Poi, mentre tutti sono a tavola per la tradizionale cipollata benaugurate, continua con serietà: «in paese tutto ruota intorno ai carri, ci prepariamo un anno intero e le famiglie del partito arrivano a spendere quasi 100.000 euro per preparare la gara. L’impegno è totale».

La corsa si svolge nel pomeriggio, ma le emozioni iniziano dalla mattina: dopo che il sindaco e una giuria formata da tre elementi per ogni partito hanno tracciato le linee di partenza e dopo la sfida dei carretti, che vede impegnati i bambini, avviene l’estrazione delle cartelle: le line di partenza sono tracciate parallele a una distanza di 25 metri per consentire a carristi e buoi di girarsi senza rischi e la squadra che parte per prima viene decisa a sorte. Quando viene proclamato il nome del carro che partirà per primo la piazza si divide in grida di esultanza e pianti di disperazione: se la squadra che inizia davanti non fa errori, la partenza può essere decisiva. Al passaggio dei carri la folla li incita e poi si affretta a salire su camion, furgoni e macchine per inseguirli e raggiungerli all’arrivo. «A Portocannone ci sta molta competizione» dice Mario, venuto per vedere la corsa, «ma mi piaceva di più quando ci stava la catena» racconta mentre guida l’auto risalendo il percorso della gara. Spiega che fino al 2004 una persona a cavallo precedeva i buoi e con una corda legata alle loro corna, la cosiddetta catena, ne guidava la corsa: «mo non si può fare, hanno fatto diventà i buoi troppo forti e alla partenza si purtasser pure lu cateniere».

Durante la gara, in realtà, non sono i bovini a tirare i carri: «Se guardi i video delle gare» dice Gino Bucci, maestro d’ascia che ha realizzato il carro dei Giovani, «ti accorgi che per vincere bisogna tenere il più possibile il giogo sollevato dal collo dei buoi». Per fare questo i cavalieri devono riuscire a spingere il carro con l’intensità necessaria a far sì che durante il percorso il suo peso non gravi sul collo degli animali che possono correre liberamente. Questo è uno dei dettagli della polemica tra gli abitanti di Portocannone e gli animalisti. L’articolo 544 quinquies del codice penale vieta i combattimenti tra animali, ma anche le corse clandestine e le gare di tiro di pesi o zavorre. Ma la disciplina sul maltrattamento organizzato degli animali prevede anche che, dove non sussistano chiaramente prove di sevizie degli animali, le commissioni locali possano autorizzare gare svolte nell’ambito di manifestazioni religiose e tradizionali. «Ci dicono che maltrattiamo gli animali, ma non sono mai entrati nelle stalle. Noi teniamo agli animali più che alle persone!» affermano con fervore i carristi del partito dei Xhuventjelvet. «Quando compriamo i buoi, sono completamente selvatici, dopo qualche mese invece sembrano delle Miss.», scherza Mirko Cau, mentre prepara arrosticini per gli avventori della sua rosticceria. Il paragone sembra appropriato perché nelle stalle del paese gli animali vengono costantemente puliti, lavati e nutriti, coccolati, massaggiati e allenati.

Per tutti a Portocannone perdere la Carrese sembra una tragedia. Il timore è quello di restare privi di una tradizione che è l’essenza della comunità: «fa parte di noi…siamo noi» dice don Adamo, parroco in pensione, mentre tira fuori vecchie foto del suo carro. Secondo lui la maggior parte degli animalisti non sa bene ciò che accade durante la gara: «si lamentano del fatto che stimoliamo i buoi con le verghe, ma non si sono mai chiesti perché i due cavalieri che lo fanno si chiamano “toccatori” e non “pungitori”». Sull’argomento don Adamo si scalda e illustra come la punta delle verghe debba avere una lunghezza massima di 1,7 cm, pena la squalifica del carro. Questo limite serve per renderle innocue: «la loro pelle è bella spessa e i buoi sentono solo un pizzico» spiega Cosimino, pulendo gli animali dopo la gara. «Guarda, questi sono appena dei graffi per loro».

Secondo la leggenda, la Carrese celebra la fondazione del paese: durante gli anni dell’invasione ottomana nei Balcani, un gruppo di albanesi fuggiti nel Basso Molise affidarono a buoi legati a un carro che portava il quadro della Madonna di Costantinopoli la scelta del luogo dove stabilirsi. La veridicità di questa leggenda è molto discussa, così come l’origine stessa del paese. Adamo Acciaro, appassionato di storia locale ha lavorato a Tirana per tre anni e racconta: «In quel periodo ho iniziato a sentir dire che le persone che avevano fondato Portocannone erano dei soldati e non dei fuggitivi». Tornato in Italia, ha trovato alcune conferme negli archivi storici dove lettere di corrispondenza tra Scanderbeg, il comandate che guidò la resistenza albanese contro i turchi, e vari regnanti in Italia sembrerebbero attestare che in cambio dell’aiuto ricevuto dagli Aragonesi in Albania, il condottiero, abbia fornito uomini agli spagnoli per combattere gli Angioini. «Chiunque abbia fondato il Paese e comunque lo abbia fatto» afferma Don Adamo «la Carrese è certamente la continuazione di riti pagani legati alla Primavera e all’augurio di un buon raccolto, riti che si svolgevano fin dall’antichità in questa zona e di cui la Chiesa si è impossessata, legandoli a figure di Santi e Madonne». Questo potrebbe essere il motivo per cui la stessa tradizione si ritrova anche in paesi limitrofi come Chieuti (FG), Ururi (CB) e San Benedetto in Pensilis (CB); e se i primi due hanno origini Arbëreshë, il terzo ha origini latine e non è stato fondato da migranti.

Per gli abitati di Portocannone conoscere la genesi della Carrese non è vitale: «Per noi è comunque un evento fondamentale…qualsiasi sia la sua origine» dice Atonia Ebreo. Nel bar dove lavora i clienti appartengono a tutti e tre i partiti e, mentre discutono della corsa del giorno prima, lei serve caffè e guarda il cielo fuori dalla porta del bar: «vuoi vedere che diluvia durante la processione! Io comunque i tacchi li metto…la Madonna va onorata!». Le sue previsioni sul meteo sono esatte, ma nonostante la pioggia, coperta la statua della Vergine con un telo trasparente, la processione si svolge normalmente, seguita dai buoi con i carri e da una folla di paesani vestiti a festa. Il corteo chiude le celebrazioni ma tutti, a Portocannone, lo considerano, non una fine, ma una rinascita: il martedì dopo la corsa inizia la preparazione della Carrese dell’anno successivo. Per altri 365 giorni non si penserà altro che a buoi, cavalli e cavalieri: qui tutto ruota intorno ai carri! ©Mario Fracasso

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