L'Italia vista con gli occhi degli italiani

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Sulla strada appena fuori Roma

A volte è bello fare i turisti nella propria regione. È quello che è capitato a me quando un amico mi ha chiesto di accompagnarlo per un breve viaggio nelle vicinanze di Roma perché gli mostrassi posti che non conosce. Il nostro piccolo tour sarebbe stato in macchina, così ho pensato a luoghi che, oltre ad avere la possibilità di fare sport, avere arte, cultura e ricchezze enogastronomiche, fossero anche lungo strade belle paesaggisticamente.

Il nostro itinerario ha visto come punto di partenza l’aeroporto di Fiumicino, dove siamo atterrati arrivando a Roma. Qui abbiamo noleggiato l’automobile che ci ha poi portato tra borghi di montagna, un 4×4 fornito da Tinoleggio che ha reso ancora più agevole e divertente il percorso. [CONTINUA DOPO LE FOTO]

In poco più di un’ora, percorrendo un tratto di autostrada in direzione L’Aquila, per poi uscire sulla statale Tiburtina e svoltare sulla via Sublacense, eccoci arrivare alla prima tappa: Cervara di Roma, il centro abitato più alto dell’Area Metropolitana della Capitale, a 1.053 metri; secondo per altezza in tutto il Lazio. Ho scelto questo posto perché totalmente diverso da Roma, un borgo silenzioso, da cui ammirare la Valle dell’Aniene e prendere un caffè nel bar della piazzetta che è una terrazza sui monti, prima di passeggiare tra vicoli ricchi di sorprese: infatti Cervara di Roma è anche noto come borgo degli artisti, per i suoi numerosi murales e per le poesie dipinte sui muri del paese e sculture che spuntano improvvisamente dalle rocce della montagna a cui sono aggrappate le case. Qui per molti anni ha vissuto Ennio Morricone che ha anche composto delle musiche per questa cittadina. Cervara è anche nota per essere stata nominata “Borgo Ideale” per la qualità della vita, l’aria pulita, l’assenza di traffico nel centro e il rapporto tra edilizia e la natura circostante. Negli ultimi anni, il borgo è stato scelto come ambientazione per un film con Checco Zalone.

Dopo la nostra passeggiata abbiamo ripreso la macchina per continuare a salire sulla montagna, attraversando l’area faunistica del cervo percorrendo una ventina di chilometri e giungere a Monte Livata. Qui si possono trovare le aree più vicine a Roma per gli sport invernali oltre che paesaggi incantevoli e animali che pascolano liberamente. È facile imbattersi in cavalli che si aggirano tra le faggete e i boschi o in buoi e mucche che pascolano sulle praterie. Roma è a pochi chilometri, ma sembra davvero molto più lontana. Quest’area si trova nel Parco Naturale Regionale dei Monti Simbruini che si chiamano così per le abbondanti piogge che li bagnano. Il nome “Simbruini”, infatti, deriva dal latino “sub imbribus” e cioè “sotto le piogge”. Le precipitazioni contribuiscono a rendere rigogliosa la vegetazione e mutevole il paesaggio anche nell’arco della stessa giornata. Una nuvola passeggera che sfiora i rami degli alberi può rendere ancora più bianca la montagna innevata, dando l’impressione di camminare veramente su una nube. La magia del posto non ha colpito soltanto noi, Monte Livata, così come Cervara di Roma, è stata usata anche recentemente come location cinematografica; proprio tra i suoi alberi e tornanti è stato girato nel 2017 un film con Antonio Banderas, in cui i Simbruini rappresentano isolate montagne degli Stati Uniti.

Mentre il sole della prima giornata del nostro breve viaggio sta tramontando, ci spostiamo verso la nostra terza tappa: Subiaco che dista solamente mezz’ora dalle piste da sci, quindici chilometri di comodi tornanti con una vista sorprendente sulla Valle dell’Aniene.

Il secondo giorno è totalmente dedicato a Subiaco, uno dei borghi più belli d’Italia. La scelta di questo luogo nel nostro itinerario è stata dettata dalle infinite possibilità che offre: dallo sport, alla storia e all’arte, senza tralasciare la spiritualità e il paesaggio naturalistico. Subiaco è attraversata dal fiume Aniene e proprio nei pressi di uno dei suoi quartieri più antichi è possibile fare rafting e andare in canoa, chi invece preferisce l’arrampicata non resterà deluso dalle pareti appena fuori dal centro abitato. Noi comunque abbiamo preferito dedicarci alla natura e alla cultura che qui sono strettamente legate. Andando alla ricerca delle origini del nome della cittadina, si scopre che ha radici latine; qui, infatti, l’imperatore Nerone aveva costruito una sua villa e parzialmente modificato il corso del fiume Aniene, creando tre piccoli laghi. Sono proprio questi laghi a dare origine al nome “Sub Lacum” ossia “presso il lago” del primo insediamento. Dei tre laghetti originari ne resta soltanto uno e la leggenda vuole che qui Nerone pescasse con una rete di fili d’oro. Attualmente questo piccolo lago è chiamato laghetto di San Benedetto, perché si trova in una gola ai piedi del Monte Taleo, luogo in cui il santo visse in eremitaggio, intraprendendo la vita monastica e dando vita all’ordine benedettino. Attorno alla grotta in cui il giovane Benedetto visse per tre anni, in preghiera e meditazione, è nato uno splendido monastero, in cui il legame tra la roccia e le costruzioni umane è pressoché indistinguibile. L’importanza di questo monastero non è solo nella sua bellezza, ma nel suo notevole rilievo storico. Tra gli innumerevoli affreschi al suo interno, a colpire particolarmente è quello che raffigura San Francesco. La sua unicità sta nell’essere il solo ritratto del Poverello di Assisi dipinto mentre era ancora in vita. Non mostra, infatti, né le stigmate, né l’aureola ed è particolarmente realistico, Francesco infatti è raffigurato con un occhio più grande dell’altro per le conseguenze di un’infezione che aveva contratto durante un viaggio in Terra Santa e con le orecchie molto grandi. Poche centinaia di metri più a valle sorge un altro monastero, quello di Santa Scolastica, l’unico superstite tra quelli che san Benedetto fondò a Subiaco. L’atmosfera qui è diversa da quella del Sacro Speco, il connubio con le montagne è meno evidente, ma ugualmente si respira un’aria suggestiva. Anche Umberto Eco restò impressionato da questo posto, in particolare dalla sua biblioteca in cui sono conservati testi antichissimi impreziositi da miniature e in cui, per la prima volta in Italia, fu stampato un libro utilizzando la tecnica a caratteri mobili di Gutenberg. La biblioteca colpì così profondamente Eco da fargli nascere l’idea per uno dei suoi romanzi più noti: il nome della rosa. Questi due luoghi sacri si trovano al centro del Cammino di San Benedetto, percorso di circa 300 chilometri che attraversa i luoghi principali della vita del patrono d’Europa e le cui tappe più importanti sono Norcia, luogo natale di Benedetto, Subiaco, luogo in cui visse e in cui scrisse la famosa Regola e Montecassino, città in cui morì e dove si trova uno dei monasteri più famosi.

Abbiamo concluso la giornata con l’esplorazione del centro storico di Subiaco, dedalo di vicoli sormontato dalla Rocca Abbaziale, nota anche come Rocca dei Borgia. È qui, infatti che visse Rodrigo Borgia, Papa Alessandro VI, ed è qui che nacquero Lucrezia e Cesare Borgia, suoi figli illegittimi. L’austerità esterna del palazzo è bilanciata dall’eleganza delle sue stanze, decorate con affreschi di diverso genere che celebrano le nobili famiglie che vi hanno abitato e i luoghi nei dintorni di Subiaco.

Questi primi due giorni ci hanno visti fare sport, ammirare la natura e saziare la nostra curiosità storica e artistica, ma un viaggio, per essere completo, deve passare anche attraverso il gusto. Per questo motivo, la terza e ultima giornata del nostro fine settimana è stata all’insegna dell’enogastronomia, percorrendo una parte della strada del vino Cesanese, allontanandoci da Subiaco, per dirigerci da Affile a Piglio, passando per gli Altipiani di Arcinazzo sempre guidando l’auto a noleggio.

Andando a conoscere questo vino DOCG, scopriamo che ha una storia molto antica e che nasce proprio dalle colline attorno ad Affile, piccolo borgo vicino a Subiaco. Queste colline erano ricoperte da boschi, ma i romani ne tagliarono gli alberi per coltivare la vite su quei terreni. Il nome “Cesanese” nasce dal verbo latino “caedere” che significa “tagliare”, e ricorda proprio l’abbattimento di questi boschi. Il legame tra borgo e territorio è così stretto che nello stemma della città è raffigurato un tralcio di vite. Da questo piccolo borgo, il Cesanese si è diffuso su un’area più vasta che giunge nel cuore della Ciociaria, fino ad Anagni e a Piglio, dove ne è prodotto uno tra i più famosi: il Cesanese del Piglio. Questa cittadina è stata la nostra ultima tappa e qui abbiamo degustato dell’ottimo vino accompagnato da tipiche ciambelline e abbiamo passeggiato alla scoperta della sua anima medievale. Come gli altri luoghi attraversati in questi tre giorni e come il vino che nasce da queste terre, anche Piglio ha un nome di origine latina. Una leggenda vuole che Quinto Fabio Massimo il Temporeggiatore si trovasse a passare di qui in una giornata molto ventosa e che proprio il vento gli fece volare dalla testa il copricapo che in latino era chiamato “pilleus”.

Durante questo fine settimana, pur essendoci allontanati di poco da Roma, abbiamo potuto viaggiare, percorrere strade e renderci conto di quanto ciò che beviamo, i paesaggi che osserviamo, i libri che leggiamo, i borghi in cui viviamo o decidiamo di passare qualche giorno, affondino le loro radici nell’antichità e abbiano mille modi per incuriosirci e stupirci.

© Diego Funaro

 

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Benvenuti in Grecìa, Italia!

Al centro del Salento il ragno tesse il cuore della sua tela: fili invisibili avvolgono ulivi secolari e chiese bizantine, cattedrali barocche e campi di grano, processioni di santi e madonne nelle edicole; case a corte, muretti a secco e fichi d’india; pagghiare, carrubi e masserie. Avvolgono i contadini impegnati nei campi e i suonatori di tamburelli, le donne che cantano sotto una pianta di fico e quelle che ballano al ritmo della Pizzica. Avvolgono tradizioni e idiomi venuti da Oriente.

Un viaggio in Salento offre, oltre al mare e alla Taranta, anche la possibilità di scoprire la Grecìa Salentina: un’isola ellenofona formata da una serie di Comuni nel cuore della Provincia di Lecce. Una comunità con Storia e lingua che hanno antiche radici in Grecia.

In Salento, infatti, genti elleniche s’insediarono già dalla metà del secondo millennio a.C. e, nonostante Romani, Longobardi, Turchi, Normanni, Svevi, e Spagnoli, questo territorio rimase culturalmente greco anche per molto tempo dopo che i Bizantini andarono via nel XI sec d.C.. Lo testimoniano il culto di santi orientali, gli affreschi nelle cripte, le miniature dei codici in greco, le numerose chiese con pianta a croce inscritta. Lo si può assaggiare nei piatti tradizionali di origini egea (frise, cuddhure, cartellate, pittule….) e lo si può sentire nelle canzoni e le poesie. Lo conferma l’antico idioma grico, ancora oggi colloquialmente parlato nei paesini di quella che istituzionalmente è conosciuta come Unione dei Comuni della Grecìa Salentina.

Le persone che parlano il Grico si stima siano circa diecimila, quasi tutti anziani. «Il fatto», racconta Roberto Licci, musicista e fondatore del gruppo folk Ghetonìa (Vicinato in Grico), «è che da sempre questa era la lingua dei poveri, del popolo e, quando l’Italiano divenne lingua ufficiale, tutti iniziarono a vergognarsi e smisero di insegnarlo ai figli». Questa lingua, infatti, era tramandata solo oralmente già dal Seicento. Dopo la dominazione bizantina, i governanti che si susseguirono introdussero idiomi latini e con il tempo l’area grecofona si restrinse sempre di più, fin quando rimase esclusivamente la lingua del volgo di una ristretta fascia mediana della provincia di Lecce. Già nel XIX sec. d.C. i comuni dove si parlava il Grico erano ridotti a tredici. «In alternativa all’Italiano, era meglio parlare il dialetto salentino. Sembrava sicuramente più “cosmopolita”», aggiunge Vito Bergamo, studioso e curatore della Casa-museo della Civiltà Contadina e della Cultura Grica. «Per fortuna», continua, «nell’Ottocento la passione di alcuni studiosi come Vito Domenico Palumbo portò alla raccolta di innumerevoli termini e modi di dire che altrimenti sarebbero andati persi». Poi sentenzia: «Il Grico è una lingua morta!…..Non possiamo pretendere che le nuove generazioni riprendano a parlarla. Possiamo però impegnarci a studiarla e – sottolinea – dobbiamo fare in modo che la sua essenza continui a pervadere tutte le nostre tradizioni».

Molti dei parlanti, per questo, provano a resistere alla scomparsa del loro idioma: «Noi dellAssociazione italo-ellenica di Zollino» ci informa l’antropologa Manuela Pellegrino  «in collaborazione con le associazioni culturali dei paesi della Grecìa, organizziamo i kulusonta to Grico, incontri itineranti per parlanti e appassionati di Grico dove chi è interessato alla conoscenza di questa antica lingua, può assistere a dibattiti sul tema e piccole esibizioni e recitazioni in grico». Tra di loro c’ anche Giuseppe De Pascalis. Con pazienza e passione gestisce rizegrike.com, un sito in cui sono raccolti più di 150 brani registrati dal vivo in Grico, con relative traduzioni in Italiano. Nel sito si possono trovare anche un vocabolario Grico-Italiano e Italiano-Grico, indicazioni di grammatica e la raccolta completa di tutti i numeri di i Spitta un periodico interamente scritto in lingua grica e distribuito per diversi anni in maniera gratuita in tutti i comuni grecofoni. «Se le istituzioni ci fossero state più vicine, probabilmente i Spitta sarebbero diventate un punto di riferimento per la storia, la cultura e la lingua di questa terra», spiega lo studioso. Poi sorride e conclude: «Calòs ìrtato stin Grecìa! (Benvenuti in Grecìa!)». © Mario Fracasso

 


Destinazione Biella

Biella per chi non la conosce, probabilmente fa pensare a un’imprecisata zona industriale in Piemonte. Almeno questo e poco più è quello che a molti è stato insegnato a scuola. L’industria tessile, in effetti, è tutt’ora un importante forza trainante del biellese che, però, offre molto altro a chi voglia conoscerne l’atmosfera.

Per il blog tour #destinazionebiella la prima tappa è stata proprio una visita a Casa Zegna, a Trivero. Il museo sorge nelle immediate vicinanze del lanificio e ospita, oltre ad abiti di diverse epoche e lane di svariati tipi e in diversi stadi di lavorazione, l’archivio storico, laboratori e mostre temporanee. Abbiamo avuto modo di scoprire come accanto alla ricerca dell’eccellenza nel campo della lana, già più di un secolo fa, Ermenegildo Zegna avesse in mente il sogno di rendere migliore il territorio in cui vive l’azienda e migliorare così anche la vita di dipendenti e collaboratori. L’industriale concretizzò le sue idee, piantando oltre 400.000 conifere e innumerevoli rododendri nell’Oasi Zegna, ampia zona alpina aperta a tutti in cui godere del paesaggio, svolgendo diverse attività: dallo sci alle ciaspolate in inverno, alle escursioni e mountain bike nei mesi non innevati. Il fondatore del lanificio fu anche un uomo in grado di cogliere le opportunità nei momenti critici, non solo per sé, ma per tutti i suoi dipendenti. Infatti, durante la seconda guerra mondiale, per compensare i cali di produzione e la conseguente disoccupazione di molti operai, iniziò la costruzione della “Panoramica Zegna” una strada provinciale di quasi 45 chilometri che giunge da Biella fino in montagna, impiegando nei cantieri i suoi stessi operai tessili. [continua dopo le foto]

Dal primo impatto con l’anima industriale dell’area, è solo apparentemente complesso il passaggio verso altre facce di questa zona ricca di tesori nascosti. La tradizione enogastronomica e i prodotti tipici sono stati una piacevole scoperta. I formaggi sono stati i protagonisti di ogni tavolata, come nella prima cena nell’hotel Bucaneve o nel pranzo alla Cascina la Noce. Toma, maccagno ed erborinati hanno accompagnato polenta e confetture o sono stati degustati con del buon vino come il Canavese Nebbiolo. Interessanti e confermate dai sapori sono state le informazioni sul metodo di produzione di questi prodotti, ad esempio sfruttando la naturale produzione di latte degli animali, senza stressarli e sfruttarli oltre le loro possibilità, come invece avviene con i metodi industriali. A conclusione del pranzo alla Cascina la Noce, oltre a dolci fatti in casa con prodotti biologici a km zero, ci è stata offerta una meravigliosa grappa. Quest’acquavite è prodotta sul posto con un distillatore di rame che sfrutta la complessa e delicata tecnica “a bagnomaria alla piemontese”.

Per passare dal profano al sacro, bastano pochi chilometri da Biella. Precisamente a Oropa, a 1.162 metri di altitudine, sorge un imponente santuario, patrimonio UNESCO, che architettonicamente rimanda ad atmosfere francesi, rievocando la grandeur settecentesca d’Oltralpe. Si tratta del Santuario della Madonna nera di Oropa, il principale complesso devozionale mariano delle Alpi. Alla monumentalità di questo luogo sacro hanno contribuito alcuni tra i più importanti architetti sabaudi come Arduzzi, Beltramo, Bonora, Galletti, Gallo, Guarini e Juvarra. La lunga evoluzione del Santuario scorre tra il IV secolo, quando Sant’Eusebio avrebbe portato qui dalla Palestina la statua della Vergine, e il 1960, anno della consacrazione della Basilica Superiore, che con la sua cupola domina tutto il complesso e la valle sottostante. Il cuore di tutto il complesso è la seicentesca Basilica Antica. Questa struttura di pietra scura, che contrasta con il chiarore dei successivi edifici del Santuario, sorge dove anticamente era la chiesa di Santa Maria e in modo simile alla Porziuncola di Assisi, valorizza e protegge una piccola chiesetta antica: il Sacello Eusebiano, che da sempre conserva la statua della Madonna. L’insieme degli edifici non è formato solamente da chiese, ma comprende anche un museo dei tesori che ospita preziosi oggetti devozionali ed ex voto, oltre a dipinti, gioielli e progetti architettonici. Tutti oggetti legati alla storia del luogo sacro. Nei corridoi del palazzo che accoglie il museo, è facile notare come molti sportivi testimonino la loro devozione a questo santuario. Troviamo, infatti, molte maglie di calciatori come Gilardino del Milan, che ringrazia per la vittoria della Champions League, oltre a maglie di atleti provenienti dagli sport più disparati.

Se non basta l’immersione nell’imprenditoria, nel mangiar bene e nella religione, attorno a Biella si può anche vivere il Medio Evo. Infatti a Candelo c’è il “ricetto” meglio conservato d’Italia. Per capire cosa sia un ricetto possiamo percorrere due vie: la prima è quella etimologica. La parola deriva dal latino receptum e sta a indicare un rifugio. La seconda via è per chi abbia familiarità con Tolkien e il Signore degli Anelli. Il ricetto, è una cittadella fortificata in cui erano conservati beni di prima necessità sia della popolazione, sia del signorotto. Le costruzioni che normalmente erano adibite a magazzino, durante gli attacchi nemici diventavano anche abitazione per gli abitanti di Candelo. Tornando a Tolkien, appare evidente l’analogia con il Fosso di Helm che offre riparo agli abitanti di Rohan. E in questa cittadella medievale, dietro le mura e tra le stradine di ciottoli chiamate rue (con chiara derivazione dal francese), si ha continuamente l’impressione di camminare in un romanzo fantasy o in un libro di storia. Un’ottima guida ci ha aiutato a immergerci ancora di più nel periodo in cui il ricetto è nato, spiegandoci come vivevano le persone dell’epoca: evitando l’acqua, senza calzature, con abiti di tela marrone (a parte i nobili e i signori) a cui si potevano cambiare le maniche e che indossavano sempre, cambiando solo le “braghe di tela” chiamate “mutante”.

Solo passando qualche giorno in un luogo ci si rende conto di come l’immagine che se ne ha prima del viaggio sia spesso lontana dalla realtà. Come diceva Sant’Agostino: “il mondo è un libro e chi non viaggia ne legge una pagina soltanto”. Di questo libro, l’Italia rappresenta un capitolo meraviglioso che solo viaggiando si può apprezzare a pieno. E di questo capitolo, il biellese è un paragrafo da non saltare assolutamente. ©Diego Funaro


Pici con le briciole: un piatto povero e ricco di sapore

pici con le briciole

Pochissimi ingredienti, a volte, possono diventare un piatto gustoso e rappresentativo di un territorio. Accade così che quasi solo con acqua, farina e poco altro, sui colli attorno al lago Trasimeno, nell’area tra Perugia e Siena, nasca un piatto povero, ma ricco di tradizione: I pici con le briciole. È un tipo di pasta lunga, più grande degli spaghetti, della larghezza dei tagliolini, ma con uno spessore differente. Dev’essere preparata rigorosamente a mano. Nonostante la sua diffusione giunga fino a Viterbo, e siano molto apprezzati in tutta la zona nord dell’Umbria, i toscani affermano con fierezza di aver inventato questa pasta. In realtà i pici cambiano semplicemente nome in aree diverse e sono chiamati ad esempio “strangozzi”, “stringozzi” o “umbrichelli” fuori dalla Toscana. Comunque si vogliano chiamare, valgono un viaggio tra la Maremma e la Tuscia, come parte dell’esperienza di questi territori. ©Diego Funaro


Mastro Geppetto vive a Palermo

Nell’immaginario collettivo, quando si pensa alla Sicilia, immediatamente si affacciano alla mente cannoli, carretti variopinti e pupi: le marionette tipiche dell’isola e famose in tutto il mondo. Molti conoscono questi ultimi solo per averli visti a casa di qualche amico che li ha comprati come souvenir; molti meno sanno che queste marionette sono usate tuttora per spettacoli e rappresentazioni teatrali inseriti dall’UNESCO nella lista del Patrimonio Orale e Immateriale dell’Umanità.

A Palermo, soprattutto nelle zone popolari, non è difficile incontrare un puparo, ma bisogna sapere dove cercare. Salvatore Bumbello ha una bottega al Capo, uno dei quartieri mercato della città, come Ballarò e la Vucciria. Qui dà vita alle marionette e se ne prende cura.

«Negli anni ’20 c’era chi faceva le ossature, l’interno del pupo, chi faceva le armature, chi faceva l’oprante e chi faceva il maniante e ognuno aveva la sua mansione» racconta Salvatore con malinconia «Ma poi con il tempo… Ora quando ti dico “puparo”, significa fare tutto, dalla costruzione alla messa in scena, significa costruttore, manovratore e recitante. Proprio tutte cose». Poi spiega che l’oprante è chi manovra e fa recitare i pupi, mentre il maniante è il suo aiutante. In questo mondo ci si nasce e la strada di un puparo inizia da piccoli e prosegue soltanto se c’è una grande passione. La storia di Salvatore lo conferma: «Mio padre ha iniziato a sette anni, perché è rimasto orfano del padre. A quell’età non è che poteva fare granché, però c’era un puparo, Francesco Scrafani, che aveva ‘sto laboratorio e lo faceva stare lì. Montava anche i pupetti da souvenir – racconta commosso – prendeva le ossaturette piccole, gli metteva i piedini e li dipingeva. Con l’andar del tempo, la prima cosa che ha fatto sono state le ossature, poi le armature e nello stesso tempo manovrava. In vecchiaia Scrafani si ritirò e mio padre è rimasto nel laboratorio. Io a sette anni andavo nel suo laboratorio dopo la scuola e seguivo cosa faceva lui. Il mio primo pupo l’ho fatto di 35 cm a dieci anni».

Nell’Opera dei Pupi (questo è il nome corretto di tale particolare forma di teatro) gli spettacoli inscenati hanno origini lontane dalla Sicilia, ma ben radicate nella cultura di tutti gli italiani, che li conoscono principalmente attraverso Ariosto. «Trattiamo la storia dei Paladini di Francia. I personaggi principali sono: Orlando, Rinaldo, Carlo Magno, Bradamante e ogni personaggio ha una sua storia – racconta Salvatore – ognuno c’ha la sua armatura che cambia come stile e come fregi. Poi ogni personaggio c’ha il suo carattere: c’è il traditore, che è Gano, poi ci sono Orlando che è difensore della fede cristiana e primo paladino di Francia, il secondo è Rinaldo, poi c’è Ferraù, lo spagnolo, i pagani, ecc…».

 Il pubblico non si affolla più come un tempo, quando questo teatro era l’unico che il “popolino” potesse vedere. Ma non mancano gli aneddoti che, a volte, assumono contorni leggendari. Uno lo racconta Salvatore: «Gano è traditore, è il paladino che porta alla distruzione della Francia e fa morire tutti i paladini nella lotta di Roncisvallespiega – e per questo lo odiano tutti». Poi sorride e continua: «C’era uno spettatore in un paese che si stava vedendo l’opera dei pupi. Una sera andò dal puparo e gli dice: “me lo vende a Gano? Perché io a ‘stu tradituri unnu pozzu cchiù vidiri”. Il puparo, per recuperare soldi glielo ha venduto. Questo spettatore ha comprato Gano, l’ha messo in piazza e gli ha sparato, l’ha rotto tutto e la sera dopo è andato a vedere l’opera dei pupi. Non è che si poteva fermare lo spettacolo o nell’episodio non ci poteva essere Gano, il puparo ne usava uno uguale. Quando lo spettatore lo vide si mise a urlare: “io ne ‘stu teatro ‘un ci vengu cchiù! Ammazzavu ieri a Gano e già spuntò!”».

Ora il pubblico è cambiato e sono soprattutto turisti e bambini ad assistere alle avventure di Carlo Magno e dei suoi paladini. «I bambini secondo me danno la forza per andare avanti in questo mestiere. Quando un bambino vede l’opera dei pupi, questo significa che, in mezzo a un pubblico di settanta, ottanta bambini, ci può essere anche il puparo, perché nasce proprio da piccoli questa passione» spiega Salvatore, e poi conclude: «Io faccio laboratori con i bambini, anche di costruzione, e li ho coinvolti. Ogni volta che davano un colpo di martello, che facevano un segno nel metallo, loro erano proprio nel mondo delle fantasie… ci piace tanto, ci piace».  ©Diego Funaro


Direzione: Italia “invasa”

L’amore per la nostra cultura e per le nostre radici è la benzina nel motore delle Invasioni Digitali; un’iniziativa arrivata al secondo anno e che intende mostrare come l’accessibilità e la condivisione dei luoghi d’arte siano fondamentali, perché musei e siti archeologici, non sono soltanto contenitori di un passato morto, ma devono essere vivi e vivibili.

Tra il 24 aprile e il 4 maggio, migliaia di invasori digitali, armati di smartphone, tablet, reflex e fotocamere compatte, hanno organizzato visite nei luoghi della cultura e passeggiate nei centri storici e parchi archeologici, scattando foto e condividendole sui social network con l’hashtag #invasionidigitali.

Se l’anno scorso le invasioni avevano riguardato soltanto il nostro territorio nazionale, quest’anno, pur essendo stati la maggior parte degli eventi in Italia, anche in Brasile, Stati Uniti, Germania, Danimarca e Australia si sono organizzati eventi da chi apprezza l’arte e vuole farla conoscere. Così più di 400 posti sono stati invasi e si sono fatti conoscere. Per facilitare il compito di chi avesse l’intenzione di invadere o di un luogo che avesse voluto farsi invadere, ogni regione ha avuto un suo “ambassador”; io lo sono stato per il Lazio. È stato meraviglioso scoprire e riscoprire luoghi fuori dai tradizionali circuiti turistici, come la Casina delle Civette – probabilmente l’edificio più eclettico di Roma a Villa Torlonia, uno dei più importanti parchi della città – oppure la Rocca Abbaziale di Subiaco, piccola cittadina al confine tra Lazioe Abruzzo, nella Valle dell’Aniene, circondata dai Monti Simbruini, un posto che vide nascere Lucrezia Borgia e fu la residenza di Papi, nobili e personaggi come Torquemada.

 

I confini regionali, però, mi andavano stretti e così oltre che ambassador del Lazio, sono andato in Sicilia e sono stato tra gli invasori digitali di Palermo al Museo internazionale delle marionette Antonio Pasqualino – facendo un giro del mondo partendo dai pupi siciliani, fino ad arrivare alle ombre thailandesi, passando per le maschere africane e le marionette della commedia dell’arte – e della collezione di arte etrusca del Museo Salinas, ospitata all’Albergo delle Povere.

Tanti sono i posti che avrei voluto invadere in questo periodo e che ho potuto ammirare dalle foto postate su instagram, facebook, twitter e altri social. Mi sarebbe piaciuto invadere anche altri luoghi che la burocrazia o assurde chiusure durante i ponti di 25 aprile e 1° maggio, hanno reso inaccessibili. A conclusione di questa serie di eventi, resta l’entusiasmo di invasori e invasi, e il piacere di aver invogliato persone che mi hanno contattato dopo aver visto le mie foto a visite e viaggi.

Missione compiuta e arrivederci alle prossime invasioni digitali!

@Diego Funaro


Palermo, bellezza per i 5 sensi

«L’Italia, senza la Sicilia, non lascia alcuna immagine nell’anima: qui è la chiave di tutto». Questa era l’interpretazione di Goethe:  la varietà complessa dell’Isola è sintetizzata oggi perfettamente dal suo capoluogo, città in perenne mutamento e che tuttavia mantiene vive le tracce della sua storia. [CONTINUA DOPO LE FOTO]

Palermo colpisce già prima di raggiungerla, appena si intravede Punta Raisi dall’oblò dell’aereo. Questo masso imponente sul mare profumato appare all’improvviso e lascia con il fiato sospeso. Una volta arrivati in città, si è avvolti da un’atmosfera calda, sia nei giorni afosi o tersi, che in quelli freddi o grigi. L’ambiente sembra mediorientale, tipicamente mediterraneo. I mercati del Capo, della Vucciria e di Ballarò stupiscono immediatamente per la varietà di colori e luci e per le diversità di cibi e spezie profumate. Le lampadine sono accese anche di giorno sotto le tende dei banchi e i suoni avvolgono i passanti, immergendoli in un’atmosfera da suk maghrebino. Quasi tutti i commercianti richiamano l’attenzione dei clienti sbracciandosi e urlando – o come dicono a Palermo abbanniando. Grida e gesti accompagnano anche i venditori ambulanti di cibo di strada che distribuiscono veri tesori.  Sfincioni¸ pani ca’ meusa, stigghiola, pane e panelle, infatti, raccontano la storia di questa città. Il pani ca’ meusa , per esempio, parla dell’influenza ebraica nella cultura palermitana. Nel Medioevo, a causa delle prescrizioni religiose, i macellai giudaici, non potevano guadagnare denaro direttamente dalla macellazione. Così tenevano per sé le interiora, per poi rivenderle fritte come farcitura di panini. Per le vie della città le combinazioni culturali del passato sono evidenti. Si notano nell’architettura, tra le crepe di palazzi storici, teatri e chiese, ma anche nella lingua, che porta alla memoria il passaggio di popoli differenti. Il suono musicale del dialetto palermitano ne è testimonianza diretta, così come le insegne che in alcuni quartieri indicano i nomi di  vie e piazze in italiano, ebraico e arabo. Ovunque a Palermo il presente si fonde con la storia. Non è difficile imbattersi in uno dei numerosi chioschi in stile liberty che spuntano come torrette nelle piazze centrali o vedere, tra i banchi bagnati di macellai e pescivendoli, la facciata elegante di un forno, anch’esso art nouveau. Anche in spiaggia a Mondello si trovano tracce di quel periodo: il monumentale Charleston è uno stabilimento balneare che sembra sospeso tra il fragore delle onde e le carezze del vento. Ma la città, miscuglio culturale, mescola in maniera gradevolmente disordinata anche i periodi storici e gli stili architettonici, così in una delle via principali ci si trova, quasi senza accorgersene a fiancheggiare la facciata in stile razionalista italiano delle poste centrali. Se la storia ha mescolato suoni, sapori, lingue, tradizioni e architetture, i carretti siciliani sembrano essere rimasti sospesi nel tempo. Rappresentano l’icona variopinta dell’intera Sicilia, sebbene attualmente siano usati sempre meno. Mentre questi diventano rari, aumenta il numero di carrozzelle per turisti e di cavalli che trottano, a volte preparando gare clandestine. Sospese nel tempo sono anche le mummie delle umide Catacombe dei Cappuccini, corpi rinsecchiti e scheletri vestiti di tutto punto che da secoli osservano i visitatori di quei corridoi umidi, ascoltando l’eco dei loro passi. Religiosità strettamente legata alla morte e al dolore, come per i riti della Settimana Santa, con le luttuose processioni di Madonne Addolorate e Cristi Morti. Una sacralità che trova il suo apice nell’adorazione di Santa Rosalia, che salvò la città dalla peste e a cui sono dedicate ben due feste nel corso dell’anno. I devoti più affezionati fanno l’acchianata, cioè salgono a piedi sulla cima del Monte Pellegrino, dove sorge il santuario per rendere omaggio alla Santuzza. Molti di loro non sanno che i Fenici percorrevano lo stesso sentiero per omaggiare una divinità che risiedeva proprio dove ora sorge il santuario. L’impronta dell’idolatria arcaica sopravvive insieme al Cristianesimo: Palermo non è protetta solo da Santa Rosalia, ma anche da un Genio di epoca preromana, di cui si possono trovare statue, fontane e dipinti in sette diversi luoghi della città. Religiosità popolari che si intrecciano, così come si intrecciano diversi livelli e forme d’arte. Dai teatri più famosi, come il Politeama e il Massimo, dalle scene dai colori accesi di Guttuso, fino ai murales e ai colori altrettanto accesi di Uwe Jaentsch. L’artista austriaco, stabilitosi qui da tempo, ha fatto della Vucciria la sua tela, contribuendo alla rinascita del quartiere che si stava spegnendo e spopolando. Arte popolare e nuova che affianca quella popolare e tradizionale dei pupi siciliani. I pochi pupari rimasti creano le celebri marionette nei loro laboratori, ma gli spettacoli sui Paladini di Francia e sui miti di Palermo stanno diventando sempre più rari. Memoria che si assottiglia, che perde pezzi, ma che rimane sempre affascinante. Così accade anche per la chiesa della Madonna dello Spasimo alla Kalsa, che priva del tetto dal Settecento, è un tesoro abbandonato, silenzioso, non segnalato e che in pochi conoscono. Ingredienti di storia che formano l’identità, segni che non devono essere cancellati, così come suggerisce a visitatori e palermitani la scritta su un muro scrostato: «Non dimenticare Palermo». ©Diego Funaro


Buon compleanno, Roma!

La fondazione di Roma era il momento dal quale si contavano gli anni. In età romana era in uso la sigla “A.U.C.” ovvero Ab Urbe Condita, dalla fondazione dell’Urbe. Successivamente fu sostituita con l’anno zero della nascita di Cristo. Il Romae dies natalis, o natale di Roma, è comunque rimasto nell’immaginario di ogni romano come qualcosa di fondante la propria identità. Dagli anni ’20, per un breve periodo, è stata addirittura festa nazionale, per poi essere ridimensionato a festa comunale. A partire dal 2002 alla festività si sono aggiunte celebrazioni istituzionali come la deposizione di una corona di alloro sulla tomba del Milite Ignoto e il concerto della Fanfara dei Carabinieri. Sono anche iniziate le rievocazioni storiche. Il 21 aprile è l’occasione per molti di riscoprire le origini mitiche e le radici storiche di romani ed italiani.

«La storia di un villaggio divenuto impero deve farci gioire, perché noi italiani siamo gli eredi di tutto questo – ricorda lo scrittore Massimiliano Colombo ai visitatori – a Roma siete circondati da meraviglie che, tuttavia, sono solamente un’immagine sbiadita di quello che fu. Per vedere Roma com’era in età imperiale serve una buona dose di immaginazione». Ad aiutare la fantasia ci pensano i numerosi gruppi di rievocazione storica, mostrando usi e costumi dell’antica Roma, principalmente attraverso la ricostruzione di situazioni della quotidianità dell’epoca. Nulla è lasciato al caso o all’approssimazione. L’abbigliamento, le acconciature, le armi di soldati e gladiatori, sono rifacimenti fedeli, così come il pane e gli strumenti musicali e chirurgici. La passione e lo studio di testi e documenti, fanno di alcuni gruppi come “LegioX Gemina PFD” e “Legio XI” una vera macchina del tempo. L’obiettivo dichiarato è la trasmissione di questa passione per la storia, l’archeologia e l’antropologia. «Lo scopo non è “famo a spadate” come si dice a Roma, ma far appassionare alla storia – afferma Barbara Milioni,  responsabile eventi dell’Associazione Culturale SPQR, nonché ottima gladiatrice  – Se un bambino che assiste a una nostra rievocazione o a uno dei nostri incontri letterari ha voglia, tornando a casa, di leggere un libro, per noi è la vittoria più grande». Molte di queste associazioni, riunite nel consorzio “Pactum”, sono attive tutto l’anno ma durante le celebrazioni del natale di Roma attirano molto più interesse: gli eventi sono tutti concentrati in un arco di tempo ristretto e in uno spazio circoscritto al centro della capitale. Quest’anno nell’area verde di Villa Celimontana, nelle vicinanze del Colosseo e del Circo Massimo, si poteva camminare insieme a centurioni, legionari e pretoriani tra le tende di un castrum, un accampamento militare romano. Qui i soldati hanno mostrato con orgoglio armi e armature, pronti a combattere e a rispondere alle domande dei tanti curiosi. Anche i gladiatori hanno manifestano lo stesso entusiasmo, contribuendo al tuffo nell’antichità grazie a combattimenti (incruenti) davvero realistici. Ma oltre a loro, abbiamo avuto modo di avere una guida particolare: Alberto Angela, invitato dall’Associazione cuturale SPQR. Il noto paleoantropologo ha apprezzato il lavoro svolto: «Quelli di SPQR sono molto bravi! Collaborano anche alle ricostruzioni per i nostri programmi TV, come Ulisse, perché  le rievocazioni sono molto fedeli ed accurate. Ad esempio, gli scudi li fanno come all’epoca, cioè intrecciati all’interno per resistere maggiormente ai colpi che sono violenti anche nelle finzioni. Addirittura nell’ultima rievocazione ne hanno sfasciati quattro». Il divulgatore scientifico si dice colpito positivamente dalla passione e dalla cura degli appartenenti alla Legio X: «Quando entri nel ruolo inizi ad essere pignolo in tutto, dall’anello al tatuaggio. Loro sono veri e propri archeologi sperimentali, non scavano per scoprire il passato, lo indossano. Per questo riescono a capire, per esempio, cosa significhi marciare sulle “caligae”, i sandali che sotto le suole erano chiodati. Siamo abituati ad immaginare i soldati marciare su strade lastricate o acciottolate ma in realtà marciavano sulla terra. Sul lastricato, che non esisteva fuori dalle città, rischiavano solo di scivolare». Angela ci fa notare anche come la “lorica segmentata”, la particolare corazza degli eserciti romani, al pari delle calzature, sebbene in taglia unica, si adattasse a uomini di corporature differenti semplicemente stringendo o allentando dei lacci che permettevano alle strisce di cuoio, come ai segmenti metallici, di aderire ai piedi e al torace. Poi conclude evidenziando l’utilità dei rievocatori storici: «Poter vedere con i propri occhi come si viveva nell’antica Roma è molto più efficace che sentirne solo parlare e questo è utile anche per il mio lavoro. Due persone che vedono la stessa puntata di una mia trasmissione notano molti particolari di cui io non parlo e uno vedrà cose che all’altro sfuggiranno».

Chiamarli “comparse” è riduttivo: sono i personaggi principali del compleanno di Roma e quanti siano lo si capisce solo nel corteo che attraversa alcune tra le più famose aree della Roma imperiale e repubblicana, dal Circo Massimo al Colosseo, passando per via dei Fori Imperiali. Nell’edizione 2012 sono stati 1800, non solo romani, non solo italiani. Numerosi sono stati i gruppi di “Galli”, “Germani” ,“Britanni”, “Daci” e altri “barbari” provenienti da Francia, Belgio, Regno Unito, Germania, Repubblica Ceca, Romania, Polonia, Bulgaria, Georgia, Olanda e altri paesi europei. Ognuno di essi con gli abiti di un determinato momento e di una precisa regione della Roma antica. Il corteo, aperto da Minerva, non si è limitato a sfilare, ma ha proposto danze, funerali, lotte e diverse rievocazioni della Roma che fu.  Suggestivo è stato il passaggio delle Vestali, che hanno profumato la grande arteria stradale con fumo d’incenso, e delle formazioni a testuggine dei reparti armati, che obbedivano ai comandi in latino e marciavano all’urlo ritmico “gradu, gradu”! Nessuno dei rievocatori ama confrontarsi con i figuranti che quotidianamente si fanno fotografare con i viaggiatori ai piedi dell’Anfiteatro Flavio, per sbarcare il lunario. “Loro sono un richiamo per i turisti – afferma un centurione della Legio XI – noi gli abbiamo proposto dei corsi per imparare il latino, la storia e l’inglese, in modo da poter dare spiegazioni ai turisti ed essere in qualche modo regolarizzati”. Dal canto loro questi ultimi, alla luce delle recenti polemiche sulla propria attività abusiva, si dicono fiduciosi di una soluzione positiva, ma non mostrano interesse per le lingue, vive o morte che siano, né per l’accuratezza storica. “Mo la situazione si tranquillizza, già oggi i vigili ci stanno lasciando in pace – ci dice uno di loro con un improbabile costume da soldato romano – vedrai che tra qualche giorno non si parla più di noi”.   © Diego Funaro