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Business in maschera

Business in maschera

Qualunque sia la sua origine il Carnevale è considerato tradizionalmente un periodo di caos creativo, rinnovamento cosmico e rigenerazione. Un periodo in cui il malessere accumulato durante l’anno viene eliminato attraverso pratiche rituali e comportamenti collettivi volutamente licenziosi.

Attraverso i travestimenti, l’atmosfera diventa comica, trasgressiva, provocatoria. Così accade anche in uno dei carnevali più famosi del mondo, quello di Venezia. Ufficialmente le sue origini non sono da attribuire a un periodo ancestrale dai contorni discussi: il termine Carnevale riferito a divertimenti pubblici viene citato per la prima volta in un documento del Doge Falier nel 1094. L’uso del travestimento permetteva di abbattere le barriere sociali. Il ricco poteva permettersi comportamenti non concessigli nella vita quotidiana e il povero poteva accedere a luoghi di solito proibiti e avvicinare persone inaccessibili. Molti erano gli artigiani che fabbricavano e vendevano maschere. Nel 1436 la grande richiesta del mercato spinse alcuni di essi a fondare la professione dei mascareri, che si dividevano in targheri e dipintori, i primi creavano la maschera, i secondi la decoravano. Nel Settecento si diffuse la tradizionale maschera veneziana, la Baúta, composta da un mantello nero, il  tabarro, una maschera bianca, la larva, e un cappello nero tricorno. Al corteo partecipano anche altre maschere come la Gnaga, travestimento femminile per uomini, e la Moretta, maschera di velluto scuro per donne. Ma vi erano anche travestimenti da arabi, turchi, streghe, animali e demoni. In un quadro del 1776, Pietro Longhi dipinge due Baúte e una Moretta. L’opera è intitolata La venditrice di essenze: nella scena appare una donna che offre dei prodotti alle maschere. Alla festa partecipavano, infatti, venditori ambulanti e artigiani che vendevano ogni tipo di mercanzia: tessuti, cibi, spezie. Un grande business a cui partecipavano anche artisti di ogni genere: acrobati, danzatori, domatori, giocolieri e musicisti. 

Il Carnevale di Venezia fu interrotto per tutelare la sicurezza pubblica durante il periodo della dominazione Napoleonica (1797). In epoca moderna però la città ha voluto fortemente far rinascere questa tradizione. Dal 1979 gli investimenti fatti dal Comune, dal Teatro la Fenice, dalla Biennale e da molti enti turistici e l’attenzione dei media lo hanno reso una delle manifestazioni più importanti d’Europa, un evento che attira turisti da tutto il mondo. L’atmosfera Settecentesca ormai, però, sembra solo idealizzata. Le giornate si sono ben codificate in eventi precisi e nello spirito carnascialesco moderno vi è più l’aspetto comico che quello licenzioso, più la voglia di mondanità che di trasgressione. Quello che non è venuto meno è il business: vengono organizzati diversi eventi d’intrattenimento a pagamento e i commercianti e i ristoratori fanno affari d’oro. Solo i mascareri sembrano dover temere per il loro mercato. I negozi e le bancarelle di ambulanti che vendono souvenir e oggetti di ogni tipo, sono diffusi in ogni angolo della città. Vendono maschere prodotte in serie che non hanno nulla a che vedere con i costosi manufatti tradizionali. Offrono oggetti scadenti ma acquistabili da chiunque e vendibili tutto l’anno a tutti i turisti di passaggio. Una merce usa e getta per un evento di massa in una città sempre più mordi e fuggi.

©(immagini e testi) Mario Fracasso

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