L'Italia vista con gli occhi degli italiani

An Iron story

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Per essere un Ironman non basta essere ben allenati.

Il sole filtra tra le nuvole, si riflette tra le vetrine dei negozi e brucia sulla pelle. L’asfalto sembra liquido e la Nave di Cascella, scultura simbolo della città di Pescara, appare come un miraggio arenata tra la spiaggia e la strada. Da li inizia il tappeto blu, la via celeste che conduce verso il traguardo, verso il paradiso dell’affermazione della propria forza fisica e mentale. Verso la soddisfazione di divenire un Ironman. [CONTINUA DOPO LE FOTO]

Per il secondo anno di fila la World Triathlon Corporation ha scelto la città abruzzese come unica tappa italiana per il mezzo triathlon che si sviluppa su una distanza di 70.3 miglia complessive. Il fondale sabbioso, la spiaggia ampia, le strade spaziose e rettilinee e le colline dell’entroterra raggiungibili in pochi minuti, rendono il luogo ideale per sviluppare il percorso della gara: 1,9 km a nuoto, 90 in bicicletta, 21,1 di corsa. Hanno partecipato i professionisti di questo sport ma anche tantissimi amatori e Pescara, per tre giorni (8-9-10 Giugno), è stata invasa da più di 2000 triatleti provenienti da tutto il mondo. Erano in gioco i pass per accedere alla gara finale a Las Vegas. Il vincitore è stato il solito Daniel Fontana, che aveva conquistato l’Ironman 70.3 Italy anche nel 2011.

«L’anno scorso ammiravo i triatleti dare tutto fino allo stremo e ho deciso diventare uno di loro». Simone Taricani, 29 anni, largo sorriso e muscoli tesi, oggi è un Ironman: ha nuotato, pedalato e corso nella gara del 2012.

L’anno prima aveva lavorato nello staff organizzativo, occupandosi dei punti ristoro nel percorso ciclistico. Ci tiene a sottolineare che la vera difficoltà non è la gara in sé, quanto tutta la preparazione. Ha dovuto, infatti,  abbandonare la pesistica «era tutto un altro sport e avevo un fisico troppo pesante» per iscriversi alla squadra locale di triathlon. Ha perso massa muscolare, cambiato dieta e abitudini e si è allenato intensamente per un anno intero: tutti i giorni, anche più volte al giorno. “Costanza” è stata la parola chiave e il gruppo lo ha aiutato ad orientarsi in uno sport che conosceva poco. «Per diventare un Ironman ho avuto bisogno di indirizzare la mente verso quel tappeto blu ogni singolo giorno nei mesi che hanno preceduto la gara». Simone ha calcolato più volte le distanze da percorrere, in bici e a piedi, alternato pianura e salita, contato tempi e vasche in piscina e nuotato in mare, anche con il freddo, per allenarsi alla temperatura e all’attrito dell’acqua.

Gli amici lo hanno sempre supportato e qualcuno lo ha seguito da vicino anche nella preparazione atletica. Il lavoro come commesso, però, lo impegnava molto e spesso aveva anche bisogno di fare degli straordinari come cameriere: «I miei genitori mi hanno supportato molto, ma la spesa economica per l’attrezzatura e la preparazione atletica è enorme e non potevo gravare su di loro». Bicicletta da corsa completa, muta per il nuoto, tuta e scarpe per correre costano molto e a tutto ciò bisogna aggiungere l’abbonamento annuale alla piscina e alla palestra. Così, lo scoglio economico è divenuto un’altra prova difficile da affrontare. Simone lo ha fatto con passione e convinzione.

Il giorno prima della gara i triatleti devono confermare l’iscrizione e ricevere il kit necessario alla partecipazione. Un addetto timbra l’ampia spalla di Simone con il 455, il numero che lo identificherà durane la gara. Il centro logistico dell’evento, il Museo Cascella, è a pochi passi dalla spiaggia. Vagando al suo interno per “respirare l’aria da competizione”, Simone si trova faccia a faccia con il dj Pasquale Di Molfetta, in arte Linus. «Sembra mingherlino ma è un maratoneta da paura», spiega, «parteciperà sicuramente come corridore nella sezione staffetta». Appena fuori, una pacca sulla schiena e una voce divertita: «cosa è quel tatuaggio, il tuo posizionamento di domani?». Un collega lo saluta così. Simone lo guarda e scoppia in una risata: «Magari!Siamo più di duemila, ci metterei la firma».

La mattina della gara, per gli atleti, inizia presto: c’è da trovare la concentrazione giusta, rifinire gli ultimi dettagli tecnici, preparare le bici. Nulla è lasciato al caso e già dalle sette del mattino l’aria è tesa e si respira adrenalina. Le batterie di partenza sono diverse, fa classifica il tempo impiegato, non la posizione d’arrivo. Ore 8.30, start! Partono i professionisti. 8.35, start! Parte il primo gruppo degli amatori. 8.40, start! Parte il gruppo di Simone: «quando lo speaker ha annunciato “one minute to go”, eravamo in trecento alla linea di partenza, la folla scalpitava, la tensione era a mille». L’entrata in acqua è spettacolare e durissima: si corre in acqua tutti insieme, spalla a spalla tra gli schizzi; si lotta per guadagnare posizioni e poi ci si tuffa. «Pian piano ho trovato spazio e concentrazione e ho nuotato bene fino alla fine». Usciti dall’acqua bisogna togliersi la muta, sciacquarsi e trovare la propria bicicletta tra le 2000 posizionate. «Cercando la bici ho sentito il tifo dei mie amici: una carica pazzesca!». Anche la prestazione ciclistica dà soddisfazione a Simone: si era preparato molto affrontando anche lunghi percorsi in montagna e così ha recuperato molte posizioni. «Purtroppo, poi, la sezione di corsa mi ha dato problemi e ho perso tempo. Ma nello sport la volontà è tutto, non si molla mai e si continua!».

Al tappeto blu Simone arriva un po’ in ritardo rispetto a quanto programmato: nei suoi occhi, però, si legge la soddisfazione di aver coronato i suoi sforzi e, abbracciando i suoi amici,  trova ancora la forza per scherzare con loro.

Un Ironman non vince contro gli avversari ma contro la fatica e le difficoltà, arriva in fondo al traguardo ed è pronto a ripartire: «Sai cosa sarebbe bello» rivela alla fine Simone «andare a gareggiare all’estero, magari in Sud Africa». ©MarioFracasso

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