L'Italia vista con gli occhi degli italiani

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Déjà vu d’estate (base militare USAF, Monte Limbara, Sardegna)

FOTO E TESTO: MARIO FRACASSO

1100101; vero, vero, falso, falso, vero, falso, vero; acceso, acceso, spento, spento, acceso, spento, acceso: il sistema binario, una sequenza di due sole variabili associabili all’infinito, permea la nostra vita. È il linguaggio della tecnologia, ma si applica spesso anche al nostro modo di pensare.

Se noi siamo l’uno, per esempio, lo zero è qualcuno o qualcosa diverso da noi. È individuabile perché estraneo, ma è sconosciuto perché per conoscere la realtà ci sarebbe bisogno di una logica complessa che associ tra loro un numero infinito di elementi. Così, essendo impossibile solo immaginare di non essere dalla parte del bene e della ragione, l’altro, se contrapposto, sbaglia ed è cattivo. Una logica così elementare da sembrare quasi offensiva per l’intelligenza di chiunque. Ma nessuno ne è immune. Quest’idea fa parte della nostra natura, è direttamente collegata al primitivo istinto di sopravvivenza. Basta alimentare la paura, perché scattino meccanismi mentali inconsci per i quali sentiamo istintivamente il bisogno di difenderci o contrattaccare. (continua dopo le foto)

Lo sapevano bene gli Stati Uniti d’America e l’Unione Sovietica quando, per ampliare la loro influenza economica, entrarono in contrasto. La Guerra Fredda che ne scaturì rimane un esempio di come basti stimolare l’istinto di sopravvivenza perché un popolo approvi ogni azione del proprio governo se giustificata dalla necessità di sicurezza. Uno contro zero, Capitalismo contro Comunismo. In quegli anni il mondo si divise in due blocchi contrapposti e chiunque fosse nel mezzo o si alleava o era invaso. Ci fu una folle corsa agli armamenti, si costruirono basi militari in paesi strategici, portaerei e navi da guerra solcavano ogni mare, mentre i sottomarini nucleari cercavano di farle esplodere; aerei militari danzavano sulle nostre teste, affascinando i bambini con le loro scie bianche. Storia da scuole dell’obbligo per semplici vaneggiamenti da afa eccessiva. Questa estate, infatti, mi ha dato da pensare.

Il 15 di Agosto, per sfuggire alla canicola, mi sono diretto con alcuni amici al monte Limbara, in Sardegna, dove speravamo in un miracolo della Madonna della Neve. Ma la chiesetta dedicata alla Vergine si è rivelata un miraggio irraggiungibile oltre la ressa per il parcheggio.  «No, no, noi non ci fermiamo per la festa: proseguiamo per le “antenne”». Ripetendo questa frase a ogni vigile, abbiamo proseguito indisturbati verso la cima. Qui la sorpresa è stata enorme: parabole alte come palazzi sopra a imponenti basamenti di cemento; capannoni abbandonati, macchinari in disuso e lamiere lacerate; forati rotti, cavi tranciati e neon in frantumi; lana di vetro e vetri squarciati, vernice al piombo e amianto. Una base radio costruita dall’Aeronautica Militare americana (USAF) durante la Guerra Fredda e abbandonata da decenni. Deserta, decadente, pericolosa, ferma a guardare l’immenso paesaggio che scende fino al mare. Le sue parabole sembra che aspettino ancora di individuare o trasmettere qualche messaggio criptato.

E poi… 17 Agosto, attentato a Barcellona! Un furgone si getta tra la folla della Rambla e travolge indiscriminatamente chiunque. Un attacco che rivela come gli attentatori non mirassero ai Cristiani o agli Occidentali: la comunità nord africana è molto ampia a Barcellona e risiede, lì, a poche centinaia di metri; prostitute, spacciatori e venditori abusivi, molti dei quali immigrati, passeggiano quotidianamente tra la folla per vendere la loro merce ai turisti; tanti proprietari e dipendenti di chioschi e negozi provengono da paesi di fede islamica. Non è un caso che tra le nazionalità delle vittime fin ora accertate ci siano anche Egitto, Pakistan, Kuwait, Macedonia, Algeria, Marocco, Turchia e Mauritania. Non si poteva compiere un attentato simile, senza sapere che si sarebbero uccisi tanti Musulmani. I mass media, invece, continuano a presentare all’opinione pubblica due fazioni ben distinte: non più USA contro URSS, ma Musulmani contro Cristiani, Occidentali contro “Terroristi”, zero contro uno, buoni contro cattivi. Semplificare ciò che è troppo complesso ci illude di capire. Ciò unisce e rassicura, perché consente di individuare un’entità unica di cui avere paura e di giustificare qualsiasi azione volta alla difesa o al contrattacco.

1100101; vero, vero, falso, vero, falso; spento, acceso, acceso, spento: nessun’altra cifra, nessun altro valore o impulso, nessun notizia se non quelle che creano contrapposizione. E io, come Gregory Bateson, studioso famoso per aver criticato il pensiero dualistico di tipo aristotelico, spero ancora nel superamento di una logica basata esclusivamente sul contrasto. ©MarioFracasso

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Terre d’origine – Romania

Foto e testo di Mario Fracasso

Per conoscere a fondo un luogo è necessario rimanerci molto tempo e viverne la quotidianità. Ci sono luoghi, però, che conosciamo solo per sentito dire o per stereotipi. Luoghi dove basta una “passeggiata” per rendersi conto di quanto poco siamo informati e per smentire ogni conoscenza distorta. Albania, Marocco e Romania ne sono un esempio: Paesi geograficamente molto vicini all’Italia e terre d’origine della maggior parte degli immigrati nel nostro Paese. Nonostante ciò, ci sono quasi sconosciuti.

Per questo Direzione Italia ha deciso di raccontarli in un ciclo di brevi reportage. Vi mostreremo le terre lasciate dagli emigranti, per capire meglio da dove vengono e perché hanno abbandonato la loro patria. Ma anche semplicemente per “viaggiare” in quei luoghi, godere di nuovi paesaggi e perdersi tra le vie delle loro città.

Romania, Due passi in Transilvania

«Sei tu che vieni dall’Abruzzo? Piacere, io sono Dana» La domanda mi sorprende mentre studio l’itinerario del mio viaggio in Transilvania. Nella sala comune di un ostello sentire parlare Italiano non meraviglia. Le mie certezze, però, vengono meno in un batter di ciglia: alzando lo sguardo, incrocio quello di una ragazza rumena che, in un Italiano perfetto, inizia a raccontarmi la sua storia.

Nata a Cluj Napoca e trasferitasi da bambina a Ripattoni, piccolo abitato in provincia di Teramo, per seguire i genitori in cerca di lavoro, vi è tornata dopo aver finito le scuole superiori. Il padre aveva guadagnato abbastanza lavorando come trasportatore per poter costruire una nuova casa e assicurare ai figli un fu

turo. Il suo racconto sembra ricalcare il copione della maggior parte delle storie di emigranti in cerca di lavoro, specie di quelli che fino agli anni Sessanta-Settanta “fuggivano” dal nostro Paese verso Svizzera o Germania.

I Rumeni residenti in Italia, secondo l’ISTAT, sono più di un milione e mezzo, mentre in Germania, secondo Paese preferito, circa ottocentomila. Seguono Spagna e Stati Uniti con circa settecentocinquantamila immigrati. In tutti gli altri Paesi non si superano mai le duecentocinquantamila presenze. I dati statistici mettono in risalto come l’Italia sia di gran lunga la destinazione preferita, molto più di paesi come gli USA o la vicinissima Germania dove l’offerta lavorativa è decisamente superiore. Questo legame particolare viene spesso analizzato superficialmente o con argomentazioni razziste. Ha, invece, radici molto profonde, perché esiste fin dall’antichità. L’emigrazione rumena verso lo Stivale, iniziata dopo la caduta del Comunismo, ne rappresenta solo l’esplicitazione moderna.

Già i Romani, alla ricerca di nuovi territori da coltivare e sfruttare, avevano fatto della Romania una provincia dell’Impero. Durante il Medioevo e fino all’epoca moderna, lo spostamento era quasi esclusivamente a senso unico, dalla nostra penisola verso la Romania. Genovesi e Veneziani, interessati alle rotte commerciali del Mar Nero, fondarono diverse colonie sulle coste, mentre artisti e intellettuali trovarono per secoli accoglienza presso la nobiltà locale. Dall’Ottocento in poi si parla, addirittura, di una vera migrazione di massa: gli abitanti di Veneto, Friuli Venezia Giulia e Trentino Alto Adige si trasferivano stagionalmente, ma spesso anche definitivamente, per lavorare come agricoltori, taglia boschi, minatori o manovali.

Ancora oggi sono molti gli Italiani che si spostano in Romania: si tratta soprattutto di imprenditori di piccole e medie attività come bar e ristoranti, ma anche di vere e proprie aziende, specie del campo edile e industriale, attratti dalle favorevoli condizioni del mercato. La Transilvania, in particolare, gode della luce riflessa emanata dal mito letterario di Dracula e, per questo, sono molti anche i turisti che la visitano aspettandosi atmosfere da film horror. La figura del famoso conte, emigrato a Londra per avidità di sangue umano, è ispirata a quella storica del rumeno Vlad Tepes, detto l’Impalatore, che era un soggetto perfetto per un romanzo gotico: crudele, sanguinario (almeno per come lo descrivevano i suoi antagonisti), vissuto arroccato in un castello in una terra lontana e difficile da raggiungere.

Nonostante tutta la letteratura dell’Ottocento, però, la Transilvania è semplicemente, come la definirono i Romani, una terra oltre le selve: un ampio territorio fertile, che si raggiunge attraversando i boschi dei monti Carpazi. Una regione agricola, ondulata di verdi colline coltivate che si susseguono a perdita d’occhio e sono intervallate da piccoli villaggi, borghi antichi e moderne città. Esplorandola si comprende facilmente il perché oggi tanti emigranti rumeni considerino l’Italia come la meta ideale.

In questi paesaggi così simili ai nostri vive un popolo che ha sedimentato da secoli nella propria cultura il legame con il nostro Paese. La dominazione romana ne ha profondamente influenzato la Storia, realizzando strade e città, portando modernità e riscuotendo tributi. Creando un avamposto mediterraneo oltre l’Europa “Germanica”. Non a caso il popolo, chiamato Rumeno in Italiano, si definisce Román nella propria lingua. Un background che in maniera inconscia e latente ancora influenza comportamenti, modi di fare e pensare. Una “latinità” a cui nei secoli successivi si è sovrapposta l’identità cristiana, ortodossa in maggioranza, ma anche di rito cattolico latino e greco.

Tutto ciò è riflesso in maniera evidente nella lingua. Ascoltando i dialoghi tra le persone intorno, sembra di essere in Italia: la modulazione del suono, la cadenza e spesso le parole sembrano italiane, indiscutibilmente neolatine. Il Rumeno è una lingua romanza, con grammatica, sintassi e più dell’80% delle parole derivanti dall’idioma portato dalle legioni di Traiano. L’effetto che se ne ha è quello di ascoltare degli Italiani di cui non si riesce a cogliere l’argomento della discussione. Leggendo le insegne pubblicitarie, aprendo i menù dei ristoranti, i quotidiani, le riviste o sfogliando i libri, si rimane poi sorpresi dal riuscire quasi a comprendere ciò che si legge. Questa somiglianza doveva essere maggiore in passato, quando la lingua non aveva subito l’influenza del tempo. Tanto che, viaggiando in Transilvania, Moldavia e Valacchia (regioni storiche della Romania), Francesco Delle Valle nel 1532 scrisse chiaramente che «La lingua loro è poco diversa dalla nostra Italiana». Questo aspetto è spesso sottovalutato, quando non ignorato del tutto, parlando di emigrazione rumena. Sembra quasi banale dire che nella scelta del luogo dove integrarsi in una nuova società e crearsi una nuova vita, si tenda a scegliere un luogo dove la comprensione della lingua e la comunicazione con i locali sia più semplice, dove società e cultura siano abbastanza affini e magari il paesaggio e il territorio ricordino la madrepatria. Un’interpretazione così semplice che sembra quasi banale prenderla in considerazione, ma che risulta decisiva nel decodificare il fenomeno della migrazione rumena all’estero.

©MarioFracasso


Benvenuti in Grecìa, Italia!

Al centro del Salento il ragno tesse il cuore della sua tela: fili invisibili avvolgono ulivi secolari e chiese bizantine, cattedrali barocche e campi di grano, processioni di santi e madonne nelle edicole; case a corte, muretti a secco e fichi d’india; pagghiare, carrubi e masserie. Avvolgono i contadini impegnati nei campi e i suonatori di tamburelli, le donne che cantano sotto una pianta di fico e quelle che ballano al ritmo della Pizzica. Avvolgono tradizioni e idiomi venuti da Oriente.

Un viaggio in Salento offre, oltre al mare e alla Taranta, anche la possibilità di scoprire la Grecìa Salentina: un’isola ellenofona formata da una serie di Comuni nel cuore della Provincia di Lecce. Una comunità con Storia e lingua che hanno antiche radici in Grecia.

In Salento, infatti, genti elleniche s’insediarono già dalla metà del secondo millennio a.C. e, nonostante Romani, Longobardi, Turchi, Normanni, Svevi, e Spagnoli, questo territorio rimase culturalmente greco anche per molto tempo dopo che i Bizantini andarono via nel XI sec d.C.. Lo testimoniano il culto di santi orientali, gli affreschi nelle cripte, le miniature dei codici in greco, le numerose chiese con pianta a croce inscritta. Lo si può assaggiare nei piatti tradizionali di origini egea (frise, cuddhure, cartellate, pittule….) e lo si può sentire nelle canzoni e le poesie. Lo conferma l’antico idioma grico, ancora oggi colloquialmente parlato nei paesini di quella che istituzionalmente è conosciuta come Unione dei Comuni della Grecìa Salentina.

Le persone che parlano il Grico si stima siano circa diecimila, quasi tutti anziani. «Il fatto», racconta Roberto Licci, musicista e fondatore del gruppo folk Ghetonìa (Vicinato in Grico), «è che da sempre questa era la lingua dei poveri, del popolo e, quando l’Italiano divenne lingua ufficiale, tutti iniziarono a vergognarsi e smisero di insegnarlo ai figli». Questa lingua, infatti, era tramandata solo oralmente già dal Seicento. Dopo la dominazione bizantina, i governanti che si susseguirono introdussero idiomi latini e con il tempo l’area grecofona si restrinse sempre di più, fin quando rimase esclusivamente la lingua del volgo di una ristretta fascia mediana della provincia di Lecce. Già nel XIX sec. d.C. i comuni dove si parlava il Grico erano ridotti a tredici. «In alternativa all’Italiano, era meglio parlare il dialetto salentino. Sembrava sicuramente più “cosmopolita”», aggiunge Vito Bergamo, studioso e curatore della Casa-museo della Civiltà Contadina e della Cultura Grica. «Per fortuna», continua, «nell’Ottocento la passione di alcuni studiosi come Vito Domenico Palumbo portò alla raccolta di innumerevoli termini e modi di dire che altrimenti sarebbero andati persi». Poi sentenzia: «Il Grico è una lingua morta!…..Non possiamo pretendere che le nuove generazioni riprendano a parlarla. Possiamo però impegnarci a studiarla e – sottolinea – dobbiamo fare in modo che la sua essenza continui a pervadere tutte le nostre tradizioni».

Molti dei parlanti, per questo, provano a resistere alla scomparsa del loro idioma: «Noi dellAssociazione italo-ellenica di Zollino» ci informa l’antropologa Manuela Pellegrino  «in collaborazione con le associazioni culturali dei paesi della Grecìa, organizziamo i kulusonta to Grico, incontri itineranti per parlanti e appassionati di Grico dove chi è interessato alla conoscenza di questa antica lingua, può assistere a dibattiti sul tema e piccole esibizioni e recitazioni in grico». Tra di loro c’ anche Giuseppe De Pascalis. Con pazienza e passione gestisce rizegrike.com, un sito in cui sono raccolti più di 150 brani registrati dal vivo in Grico, con relative traduzioni in Italiano. Nel sito si possono trovare anche un vocabolario Grico-Italiano e Italiano-Grico, indicazioni di grammatica e la raccolta completa di tutti i numeri di i Spitta un periodico interamente scritto in lingua grica e distribuito per diversi anni in maniera gratuita in tutti i comuni grecofoni. «Se le istituzioni ci fossero state più vicine, probabilmente i Spitta sarebbero diventate un punto di riferimento per la storia, la cultura e la lingua di questa terra», spiega lo studioso. Poi sorride e conclude: «Calòs ìrtato stin Grecìa! (Benvenuti in Grecìa!)». © Mario Fracasso

 


Uno sfratto dolcissimo

Sfratto dei Goym - DIrezioneitalia - Diego Funaro
La storia degli ebrei è colma di episodi tristi con fughe, esili, deportazioni, ghettizzazioni e… sfratti!
Tra queste vicende ve n’è una che risale alla metà del XVI secolo nell’Italia centrale ed in particolare in Toscana. Il Granduca Cosimo II de’ Medici aveva ordinato di deportare nei ghetti di Siena, Roma, Firenze e Ancona tutti gli ebrei residenti nel Territorio del Granducato di Toscana. Molti di loro si rifugiarono in piccoli centri, abbastanza isolati e prossimi ai confini, nella speranza di non essere trovati. Tra le cittadine in cui si trasferirono c’erano Pitigliano e Sorano, nella bassa Maremma, attualmente parte dell’area metropolitana di Grosseto.
Tuttavia furono trovati e Cosimo II decise di allontanarli dalle loro abitazioni per confinarli in un unico quartiere. Lo sfratto era comunicato da un messo che bussava alla porta con un bastone.
Per resistere e per esorcizzare le proprie sventure, la cultura ebraica ha sviluppato una notevole ironia. Gli ebrei di Pitigliano hanno fatto di un episodio tragico un dolce e l’hanno chiamato “Sfratto dei Goym” ovvero “Sfratto dei Gentili, i non ebrei”. Un dolce a forma di bastone della lunghezza di circa trenta centimetri, proprio in ricordo dello strumento usato dai messi medicei nell’esecuzione degli sfratti. Un ripieno di miele, noci, scorza d’arancia e noce moscata, tipici della tradizione maremmana, avvolto in un involucro di pasta non lievitata, propria della tradizione ebraica. Un misto di sapori che racconta come l’incontro di culture crei sempre qualcosa di buono. A volte, anche negli episodi negativi.
Proprio per preservare questa tradizione e farla conoscere, lo sfratto dei Goym è anche un presidio Slow Food con due produttori nel quartiere della Piccola Gerusalemme a Pitigliano. ©Diego Funaro


La Pasqua danzante degli Arbëreshë

FOTO E TESTO DI MARIO FRACASSO

L’ultima svolta prima di entrare a Civita è un tornante in salita che s’immette improvvisamente sul viale che entra in paese. Un rapace in pietra con ali spiegate ed enormi artigli appare all’improvviso. <<Questo è il mio nido>>, sembra dire. Cifti, nido d’Aquila, è infatti l’antico nome di questo piccolo borgo in provincia di Cosenza. Abbarbicato tra le vette del Parco Nazionale del Pollino, ma a pochi passi dal mare, fu scelto dai suoi primi abitanti proprio per la posizione strategica: collegato alla costa, ma nascosto agli sguardi di chi dal mare avrebbe potuto insidiarlo. Primi abitanti che dovevano provenire proprio dalla “Terra delle Aquile”, l’Albania. A Civita abita invero una comunità Arbëreshë: Italiani discendenti da Albanesi arrivati qui nel Medioevo. Oggi la parlata locale è una miscela di antico albanese e termini mutuati da Italiano e dialetti limitrofi, la religione è Cattolica nella sostanza, ma Ortodossa nella forma (storicamente agli Arbëreshë fu lasciata la possibilità di celebrare i riti secondo la tradizione ortodossa, nonostante fossero stati assorbiti dalla Chiesa cattolica) e le tradizioni popolari raccontano di genti venute a seguito di un eroico condottiero.

Durante la settimana santa, la processione e la messa domenicale sono permeate dal retaggio albanese-ortodosso. Il martedì successivo, Pashkët in dialetto locale, alle candele, all’incenso e alle icone dorate si sostituiscono danze e melodie “pagane”: vanno in scena le Vallje, una tradizione istituita dal 1467. Donne e uomini vestiti in abito tradizionale arbëreshë ballano e cantano in cerchio tenendosi per mano o impugnando lo stesso fazzoletto. Rievocano le gesta di Scanderberg, eroe nazionale albanese, che nel XV secolo resistette per anni all’invasione ottomana. In gruppi girano per le vie del paese, danzando fino a “imprigionare” all’interno del cerchio qualche cortese forestiero che offrirà loro da bere per ottenere la libertà

Tradizioni come queste sono venute da lontano, si sono sedimentate tra le cime del Pollino e hanno reso paesi come Civita paradisi per viaggiatori e turisti in cerca di mete inusuali. ©MarioFracasso

 


Praga Romantica:

Camminare mano nella mano sotto la luce tenue dei lampioni è solo un aspetto dell’essere romantici, quello più conosciuto perché tocca le corde dell’animo di tutti.
Ma Praga offre romanticismo nella sua interezza, molteplici sfaccettature di emotività, fantasia, immaginazione e spiritualità. È il Romanticismo con la “R” maiuscola, una città dove ognuno può esprimere la propria individualità con passione.
Praga è il Barocco, l’Art Nouveau, il Cubismo; il Gotico delle sue torri illuminate nella notte e dei suoi ponti che brillano all’alba. I cigni e le anatre che solcano placidi la Moldava, mentre un artista di strada suona il suo violino. È il riflesso della sensibilità artistica di Carlo IV, sovrano legato all’Italia, che elevò questa città a capitale del Sacro Romano Impero (1355).
Praga è un ghetto ebraico da immaginare, sulle soglie di un cimitero che ispirò anche Umberto Eco. È lo sguardo di John Lennon, che ti fissa da un muro colorato dal coraggio di ragazzi che hanno lottato per i propri sogni. È il Comunismo a cui si è ribellata dopo la Rivoluzione di velluto (1989), liberale nell’animo e non solo per reazione.
Praga è l’introspezione di Kafka che scrive un libro; è la concentrazione di Keplero che guarda le stelle e l’allegria di chi le cerca in una birra. I teatri e le gallerie d’arte, le chiese, i conventi, i pub e gli strip club. Praga è romantica perché insegue con passione il sogno della libertà, è una bolla di sapone con dentro i riflessi di magia.
Praga è una sinfonia di Mozart (che tanto l’amava), ma anche un’immagine di Jan Suadek: una composizione complessa, fatta di sensualità, erotismo, religione, contrasti e tensioni.
Una città dove ognuno può esprimersi liberamente e dove ogni visitatore può lasciarsi andare ai propri sentimenti. ©MarioFracasso


LENTAMENTE, ATTRAVERSO LA CIOCIARIA

Foto di Mario Fracasso e Diego Funaro
Testi di Mario Fracasso

La società moderna costringe a correre e mai camminare, a “saltare” da un luogo all’altro per vedere, vedere, vedere, senza darci la possibilità di osservare e riflettere. Ma una volta non era così! Una volta si viaggiava a piedi, in carro, a cavallo o a dorso di mulo, su tracciati che prevedevano soste nelle città, in monasteri o abbazie. “Costretti” alla lentezza, ma anche a riempirsi l’animo dei territori che si attraversavano. Delle emozioni e degli incontri, dello spettacolo della natura e dei popoli, dell’aria respirata, dei profumi e dei sapori. A due passi da Roma, ma lontanissima dal suo caos, c’è la Ciociaria. Corrisponde più o meno all’attuale provincia di Frosinone, anche se i suoi confini sono piuttosto discussi. Conosciuta anche come Terra di Lavoro, è un territorio spesso trascurato dai turisti che giungono per visitare la capitale. Nasconde, però, innumerevoli meraviglie: abbazie, monasteri e conventi, antiche città romane e pre-romane, borghi incantati e una natura mozzafiato che fanno di questa terra un luogo che ha bisogno di essere percorso lentamente, osservato, assimilato; perfetto sia per il viaggiatore che preferisca attraversare un territorio e non correre tra i monumenti, che per il turista che, dopo aver visitato le innumerevoli attrazioni dell’Urbe, voglia trovare pace e tranquillità. Perfetto per chiunque, passo dopo passo, voglia arricchire il proprio animo.


Integrazione possibile nel Fucino

Foto e testo: Mario Fracasso

La conca del Fucino, in Abruzzo, è una zona ad altissima densità di popolazione immigrata. I lavori stagionali legati alla realtà agricola richiamano Albanesi, Rumeni, ma soprattutto Magrebini.

«Senza il lavoro di sei milioni di immigrati non potremmo continuare a godere del benessere, chiuderebbero campi, ospedali, fabbriche e servizi aziendali per famiglie e città». Così, l’allora Cancelliere tedesco, Helmut Kohl, condannò l’attentato incendiario avvenuto contro la comunità turca della città di Mölln. Dopo venti anni l’idea della necessità dei lavoratori migranti è ormai accettata in tutta Europa e Nicola Cacace nel suo libro, L’informatico e la badante, spiega bene come l’Italia faccia parte dei paesi che più ne sono dipendenti. Il tasso di natalità è uno dei più bassi del mondo, il ricambio generazionale è sempre più lento e meno del 5% dei giovani sono disponibili a lavori di medio e basso profilo. Ciò ha trasformato l’Italia da paese di emigranti a paese in cui gli immigrati sostengono parte dell’economia. [continua dopo le foto]

Uno dei luoghi a più alta densità di stranieri è la conca del Fucino, in provincia dell’Aquila. Qui l’economia locale è basata sull’agricoltura e il lavoro stagionale nei campi attira molte persone dall’estero. A fianco alla patata, che per anni è stata la coltivazione principale, oggi si stanno sviluppando produzioni orticole come la bietola, la carota, il cavolo, il cavolfiore, il finocchio, l’indivia, il pomodoro e il radicchio. Si stanno sviluppando la floricoltura e l’industria di trasformazione alimentare. Ma i giovani italiani considerano l’operaio e l’agricoltore come mestieri da poveri e vi si dedicano sempre meno. Al contrario gli immigrati gradiscono questi posti di lavoro e dagli anni ottanta è iniziato un afflusso ininterrotto.
Nei paesi che circondano la conca le percentuali di residenti stranieri censiti arrivano al 15%, il doppio della media nazionale. Ad essi vanno aggiunti i migranti non residenti e quelli clandestini. Così, in certi momenti della giornata, nelle piazze, è difficile comprendere dove ci si trovi: il dialetto e le lingue si confondono e non si capisce quando i visi siano scuri per la carnagione o per l’effetto del sole che li ha modellati durante le giornate di lavoro nei campi.
«Io sono venuto dieci anni fa dal Marocco perché lì non c’era lavoro. Poi sono rimasto, perché qui quelli che hanno voglia di lavorare trovano da lavorare»
. Mohammed è un ragazzo di 30 anni, è autotrasportatore e vive a Celano con la figlia e la moglie.
Uno degli aspetti più positivi dell’integrazione nel Fucino è la presenza di comunità fatte di nuclei familiari e non solo di singoli individui. Rosa Cambise, titolare di un’azienda agricola di Trasacco, ha un’idea molto chiara a riguardo: «quando hanno una famiglia devono vivere in maniera più aperta e devono frequentare il tessuto sociale in cui risiedono. Non possono rimanere chiusi in un’abitazione improvvisata. E poi, diciamolo, la presenza di una donna al fianco di un uomo lo migliora tanto».
Nonostante la situazione sembri rosea rispetto ad altre realtà italiane colpite più intensamente da fenomeni come il caporalato e la delinquenza legata all’immigrazione clandestina, anche nel Fucino non mancano i problemi. A parte i fatti di cronaca, che dimostrano solo situazioni di estremo disagio, vi sono problemi strettamente quotidiani. Padre Daniel è il parroco ortodosso di Avezzano. Alcuni tratti delle mura esterne della chiesa lasciatagli in gestione dalla comunità cattolica locale sono tinteggiate di un bianco che stacca dal giallo del resto della struttura: «Cosa posso fare? Ogni volta che qualcuno imbratta i muri, io passo una mano di vernice». Racconta, inoltre, che spesso anche alcuni italiani gli rinfacciano di avere occupato uno spazio cattolico. «Sono diversi anni che vorremmo costruire una chiesa nostra, ma il Comune non ci vende il terreno. Mi preoccupa più questo che dover fare l’imbianchino a tempo perso».
A poche centinaia di metri dalla parrocchia c’è l’associazione Rindertimi, una Onlus che si occupa di integrazione e mediazione culturale. Il suo presidente, l’ex consigliere regionale Luigi Milano, spiega come la stanzialità degli stranieri che lavorano stagionalmente sia un fattore nuovo che sta accelerando l’integrazione, ma che sta creando anche alcuni disagi: «Da novembre a marzo qui è tutto fermo e molti rimangono senza lavoro per troppo tempo. Questo li porta a vivere di espedienti e spesso a cadere nella trappola dell’illegalità».
Ma l’ex consigliere lamenta soprattutto l’indifferenza delle istituzioni: «fino a quando ci sarà equilibrio tra domanda e offerta di lavoro non sia avranno problemi come quello, per esempio, di Rosarno, ma la situazione è in veloce cambiamento e noi dobbiamo curarci dei migranti, che sono una risorsa essenziale per il nostro territorio. C’è bisogno di un vero sentimento di prossimità con queste persone».
Un esempio di impegno civile è quello dell’Associazione Sportiva San Benedetto dei Marsi. Gianluca Rossi ne è il segretario e racconta di aver iniziato questa avventura per poter dare a bambini e adolescenti la possibilità di avere un luogo di incontro divertente e sicuro. «Nel settore giovanile abbiamo più di settanta ragazzi, di cui molti stranieri. La cosa che più ci dà soddisfazione è la costanza con cui partecipano». Nessuno straniero, però, è iscritto alla squadra maggiore. «La stagione passata ci avevamo provato con due magrebini – racconta Gianluca – ma la FIGC dopo sei mesi ancora non ci restituiva tutta la documentazione necessaria per tesserarli».
Quello che più lo preoccupa sono i problemi per far iscrivere i figli degli stranieri alle giovanili: «Ci chiedono carte che attestino che un bambino di sei-otto anni non abbia mai giocato in campionati di federazioni calcistiche di altri paesi e un attestato di frequentazione scolastica, documento non richiesto per gli italiani. Come se facesse la differenza, a quell’età e nell’ambito del dilettantismo, che un bambino che voglia divertirsi, allontanandosi dalla “strada”, sia iscritto in una squadra di un paese a migliaia di chilometri di distanza o frequenti una scuola locale o meno. A volte mi sembra proprio che il problema del Fucino siamo noi!».
Alle sue parole sembrano fare eco le pagine di cronaca locale che riportano le contestazioni per la centrale a biomasse che dovrebbe nascere dopo la recente approvazione del Governo. La maggior parte dei cittadini ha timore che la coltivazione delle pioppelle destinate a essere bruciate come biomassa possa ridurre notevolmente il terreno agricolo. Inoltre la centrale dovrebbe avere una potenza di 32MV, oltre il triplo di quelle riconosciute in Italia come a basso impatto ambientale. Tutto ciò rischia di avere un influsso notevole sul territorio, creando troppo poca occupazione rispetto a quella che verrebbe meno a causa dei danni alle coltivazioni. Le difficoltà economiche e sociali colpirebbero tutti i cittadini indistintamente dal paese d’origine. © Mario Fracasso


I due volti del Bosco

Testo: Dario Febbo e Fabio D’Agostino

Foto: Diego Funaro e Mario Fracasso

Faggi, aceri e querce; ginepri, denti di leone e narcisi; scoiattoli, caprioli, civette e cinghiali….e lupi, con occhi color cielo, che d’incanto si trasformano in donne angeliche. Gli abitanti dei boschi si muovono nascosti tra la realtà e la nostra immaginazione, portando paura, stupore, meraviglia e gioia.

Per salutare l’autunno, vi invitiamo a fare una passeggiata in compagnia di due guide speciali, addentrandoci nel Bosco di Sant’Antonio. Calpesteremo le foglie secche del suo autunno e ci inebrieremo dell’odore di muschio e funghi. Ma ammireremo anche il verde della sua primavera, il volo dei suoi insetti e i raggi del sole che penetrano tra le sue fronde. Lo osserveremo con uno sguardo duplice, scientifico e immaginifico, grazie alle parole del Direttore del Parco Nazionale D’Abruzzo, Lazio e Molise, Dario Febbo, e al racconto del nostro amico scrittore, Fabio D’Agostiono. ©DirezioneItalia

La Riserva naturale del Bosco di Sant’Antonio si trova in Abruzzo, lungo la strada che collega i paesi di Cansano e Pescocostanzo. Passeggiando al suo interno si incontrano alberi secolari che raggiungono un’altezza di oltre 30 m. La storia di questo bosco è strettamente legata a quella degli abitanti del luogo: è nato e si è sviluppato per assecondare l’esigenza umana di far pascolare in un luogo riparato bovini e cavalli. Gli alberi venivano piantati a diversi metri di distanza e una particolare capitozzatura, che ha spinto le piante a svilupparsi in larghezza assumendo strane forme, assicurava protezione alle mandrie e agli uomini che vi si addentravano. ©DirezioneItalia

(continua dopo le foto)

IL LUPO E I FUNGHI
Com’è tradizione di Domenica mi diletto a raccogliere funghi. L’odore del terreno umido e delle foglie secche mi ricrea e solleva dalla fatica dell’essermi svegliato presto. La lunga passeggiata aiuta a rilassarmi e a sentire il contatto con la natura e i suoi colori. Gli unici suoni che odo sono i crepitii delle foglie calpestate e il mio respiro. Godo nel non sentire altre presenze umane, che mi desterebbero da questo stato meditativo.
All’ombra di due alberi, che riconosco per le incisioni dei nomi: Stefy, Marti e Cri. I miei bei funghi sono lì ad aspettare, grandi e sodi. M’inginocchio e li guardo da vicino, sento la loro fragranza che inebria i miei sensi.
La fame si fa sentire, non vedo l’ora di tornare alla mia rosea casetta, per cucinare e gustare un bel piatto di tagliatelle ai porcini, parmigiana ai funghi chiodini e come dessert un bel tartufo bianco.
Assorto dai miei pensieri, scorgo una pelliccia grigia tra gli alberi, è un lupo! Sta venendo da me. Sono terrorizzato e rimango immobile. L’animale è tranquillo, cammina lentamente e non sembra feroce. Si ferma nelle mie vicinanze e incomincia ad annusare il terreno, con una zampa lo scava. Dopo pochi secondi, fa dei passi indietro, come per dirmi: “vieni a vedere!” Con cautela mi avvicino, guardo nella buca e non posso crederci! C’è un tartufo bianco! Emozionato, finisco di scavare e lo tiro fuori. Mentre contemplo la sua bellezza, mi giro per ringraziare il lupo, ma non c’è più.
Con la felicità di un bambino per il fortunato incontro, torno a casa. Cucino il menu modificandolo con lo strepitoso ingrediente appena trovato.
Improvvisamente sento bussare alla porta. Apro. Il lupo è lì, davanti a me. Sento il cuore in gola. Mi annusa ma non ringhia. Vuole il suo premio e allora decido di fargli assaggiare le tagliatelle al tartufo, prendo un altro piatto e sull’uscio assieme al lupo mangiamo beati. La pietanza è spettacolare, con quel forte odore caratteristico, che si sparge sulla mia pelle.
Condividiamo tutto il pranzo. Mi sento estasiato e anche il lupo ha apprezzato, lo vedo scodinzolare e con lo sguardo basso mi si avvicina, ma ora non ne ho più paura, ormai siamo fratelli, così lo accarezzo sulla schiena.
Un poderoso ululato rompe il silenzio, mi giro di scatto e il lupo corre verso quel suono. Da dietro una roccia si materializzano altri due lupi, si annusano tra di loro per un po’ e i due appena arrivati scompaiono nuovamente nella boscaglia, mentre il lupo grigio si gira verso di me, il suo muso tramuta nel viso angelico di una donna, con lunghi capelli color porpora. Rimango attonito. Prima di sparire con i suoi compagni, mi sorride e quello sguardo di occhi azzurri come il mare, rimarrà scolpito per sempre nella mia memoria. ©FabioD’Agostino

Estratto del “Piano di assetto naturalistico della Riserva Naturale Guidata del Bosco di Sant’Antonio“
Il Bosco di Sant’Antonio è collocato precisamente a occidente delle ultime propaggini meridionali del massiccio montuoso della Majella, tra le pendici del monte Pizzalto (1969m.) e quelle del monte Rotella (2127m.), occupando parte del pianoro carsico tra i suddetti crinali. Sui materiali incoerenti fini di copertura del pianoro si trovano, appoggiati a complessi arenacei, calcareo-marnosi e conglomeratici del Miocene e Pleistocene, gli insediamenti boschivi di maggior pregio. Nella parte centrale del piano, scorrono le acque del fosso La Vera, con portata non rilevante e di carattere stagionale, ma che contribuiscono a favorire le condizioni climatiche ideali al bosco di faggio con preferenze igrofile. Le temperature presentano una escursione annua media di circa 17° C, con una media delle minime di 0,13° C in Gennaio e quella delle massime di 17,42° C nel mese di Agosto. I valori annui delle precipitazioni si aggirano intorno ai 1000mm, con un minimo di 50mm in Agosto e un massimo di 120mm in Novembre. Di particolare interesse è l’entità delle precipitazioni nevose (con una media di 23gg/anno e un massimo di 7gg nel mese di Gennaio) e delle relative permanenze (77 gg in media, con un massimo di 20gg in Gennaio). La zona fitoclimatica corrispondente è difatti, secondo la classificazione di Mayr-Pavari, quella del Fagetum.
Una considerazione importante è sicuramente quella relativa all’influenza del pascolo su tutto il pianoro che ospita il bosco, che è quindi circondato da ampie formazioni erbacee spontanee adibite proprio a pascolo del bestiame domestico, affiancate da colture sempre erbacee, per lo più di specie foraggiere. Di conseguenza anche la forma del bosco stesso è dovuta all’opera antropica che, probabilmente ha favorito ulteriormente il dominio del Faggio. Quindi circondati da verdi pascoli, in posizione centrale, alla sinistra del Fosso La Vera, spiccano tre cospicui nuclei di bosco. Quello denominato della Difesa, il più esteso con una superficie di circa 70 ettari, si trova a nord, mentre i due a sud di circa 30 ettari ciascuno sono denominati del Primo Colle, e Secondo Colle. La specie arborea predominante è chiaramente quella del Faggio che, come peculiarità di questo biotopo, è presente con alcuni esemplari maestosi. Al Faggio si associano l’Acero campestre, l’Acero di monte, anch’esso con numerosi esemplari di dimensioni ragguardevoli, il Ciliegio, l’Acero riccio, l’Acero opalo, il Cerro, che sovente, nella fascia appenninica, si affianca al Faggio, il Melo selvatico, il Carpino nero, il Tasso, e l’Agrifoglio.
Lo strato arbustivo si presenta ricco e diversificato al pari di quello arboreo. Citiamo quindi la presenza della Rosa selvatica, del Pruno selvatico, del Ribes rosso, dell’Uva spina, del Biancospino, del Berretto da prete, del Ginepro comune, del Sambuco, del Citiso spinoso e della Lianosa Vitalba.
Anche la composizione floristica dello strato erbaceo rivela una buona varietà . Sono stati rilevati: l’Elleboro puzzolente, il Piè di gallo, la Calta palustre, l’Anemone gialla, il Ranuncolo favagello, la Peonia selvatica, la Colombina cava, la Dentaria minore, la Cicerchia primaticcia, l’Euforbia mirsinite, l’Euforbia delle faggete, la Viola silvestre, il Ciclamino napoletano, la Genziana maggiore, il Dente di leone, il Giglio martagone, il Mughetto, l’Asfodelo montano, il Narciso selvatico.
Sono infine molto interessanti i dati relativi al rilevamento di macrolicheni epifitici, dato di enorme importanza perché la presenza di licheni è generalmente indice di positive condizioni ambientali con assenza di disturbi inquinanti. Tra le specie rinvenute, emerge per la sua rarità, la Lobaria pulmonaria v. meridionalis, legata a microhabitat a elevata umidità e in continua diminuzione a causa della scomparsa dei boschi maturi e dell’aumento dell’inquinamento atmosferico.
Considerando l’esigua estensione della Riserva del Bosco di Sant’Antonio (500 ettari circa) e la sua prossimità con le aree circostanti, non sarebbe corretto parlare di fauna appartenente al Bosco di Sant’Antonio, ma, piuttosto, di specie animali che la popolano. Alcune di queste trovano all’interno della Riserva condizioni di habitat idoneo sotto tutti i punti di vista, mentre molte altre la caratterizzano con la loro più o meno stabile presenza in considerazione della necessità di territori più vasti al fine della loro sopravvivenza. Di conseguenza, essendo il Bosco di Sant’Antonio in una zona a cavallo di due aree naturalistiche di enorme importanza, il Parco della Majella a nord-est e il Parco Nazionale d’Abruzzo a sud-ovest, appare possibile la fruizione del bosco ad opera di grandi mammiferi carnivori come l’Orso Marsicano e il Lupo Appenninico, ma anche di altri grandi mammiferi recentemente reintrodotti nel Parco Nazionale d’Abruzzo come il Cervo e il Capriolo. Altri mammiferi di cui è stata accertata la presenza sono il Riccio, il Ghiro, lo Scoiattolo, il Quercino, la Lepre, il Cinghiale, la Faina, il Moscardino, il Tasso, la Volpe e numerose specie di uccelli come la Poiana, il Gheppio, lo Sparviero, il Barbagianni, la Civetta, l’Allocco, il Picchio, il Merlo, il Fringuello e altri ancora. ©DarioFebbo


Piccola Famiglia d’Albania: missione speciale per una vita normale

FOTO E TESTO: MARIO FRACASSO

«Per noi albanesi l’unica religione sono i soldi». Così Ervin, studente di archeologia, ospite nello scavo di Castelleone (AN), riassumeva il rapporto dei suoi connazionali con la religione. Era il 2002, erano passati 11 anni dalla caduta del regime comunista e soli tre anni dal crak delle banche e dal relativa guerra civile che sconvolse di nuovo il paese. Il motto più correttamente era ed è: “l’unica religione in Albania è l’Albania”. A prescindere dalla confessione, mussulmana, ortodossa o cattolica, la maggior parte della popolazione, infatti, vive la propria religione con indifferenza materialista. Il comunismo aveva fatto tabula rasa di ogni “Dio” – uccidendo i religiosi rimasti in patria durante la dittatura – e la guerra civile ha insegnato a tutti a sopravvivere con il proprio individualismo.

In questo contesto alcune suore della Confraternita della Piccola Famiglia dell’Assunta di Rimini, nel 2005, hanno deciso di accettare la chiamata: «La chiesa di Uznova era rimasta senza parroco e chiesero a noi di trasferirci lì per mantenere la presenza cristiana nella zona» spiega Suor Micaela, mentre guida il pulmino della missione verso il supermaket. Nei prossimi giorni ci sara’ una settimana di campeggio per i nuovi battezzati e c’è bisogno di fare spesa per molte persone. «Di solito non arriviamo fino a Berat, ma facciamo spesa nelle botteghe locali» racconta sorridendo. Questo evidentemente serve per aiutare le persone della comunita’ locale. Uznova, infatti, è un piccolo villaggio nella periferia di Berat, la cosiddetta città delle mille finestre, posta nel cuore del Paese. È l’ultimo centro abitato prima dell’inizio della lunga strada statale che si infila nella valle ai piedi del monte Tomor e raggiunge i remoti villaggi della regione di Skrapar. Quest’anno, tra giovani e adulti, a Uznova sono state battezzate 18 persone e ormai la piccola chiesa originaria non puo’ accogliere più tutti i fedeli. Durante la messa del sabato sera ci si trasferisce nel salone principale del centro pastorale, costruito nell’ultimo anno e destinato ad accogliere tutte le attività della missione. «La porta della salvezza è aperta per tutti, ma è stretta, bisogna impegnarsi per entrare». Don Giuseppe, un giovane parroco dai modi gentili e il viso espressivo, è arrivato due anni fa da Savignano sul Rubicone per officiare nella parrocchia. Durante la predica, esorta tutti i fedeli, sia cattolici di lunga data sia nuovi battezzati, a non sentirsi arrivati solo per aver aderito al Vangelo, ma a praticarlo quotidianamente.
La sfida più grande le sorelle della Piccola Famiglia di Uznova l’hanno accettata riproponendo in Albania lo stesso modello della loro confraternita italiana, dove la missione principale è quella di assistere i disabili. Suor Michela accarezza Renata, una ragazza di 18 anni affetta da sindrome malformativa di Charge, e spiega: «Ogni Sorella assisteva personalmente un disabile, io mi occupavo di lei, Suor Micaela di Nicola, che ha ventinove anni ed è affetto da microcefalia. Quando ci siamo trasferite, li abbiamo portati con noi». A loro si è subito aggiunto Mario, il primo albanese, un ragazzone di diciotto anni, affetto da sindrome di down. È stato affidato a suor Monica. Con il tempo sono poi entrate nella Piccola famiglia anche Cristiana, sorella minore di Renata ed Eroina. La prima ha quindici anni e presenta un semplice ritardo nell’apprendimento, la seconda ne ha 18 ed è affetta in manirea molto lieve da sindrome di Charge. Entrambe si sono rivelate un validissimo aiuto nella missione e nel giugno 2013 il tribunale albanese per i minori ha riconosciuto alle sorelle la tutela legale delle due ragazze.
L’integrazione nella comunità è stata molto dura, ricordano Micaela e Michela. In Albania il diversamente abile è considerato ancora un taboo, le famiglie tentano di tenerli quanto piu’ nascosti tra le mura di casa e non hanno né strutture adeguate ad accoglierli, né le conoscenze adatte per accudirli al meglio. «Quando giravamo con loro ci sentivamo molto in imbarazzo, tutti ci osservavano in maniera strana» racconta Suli, nel suo italiano fluente. Fin dall’inizio il suo aiuto, come quello di altri giovani albanesi, è stato fondamentale per le sorelle. I ragazzi prestavano volontariato nella parrocchia, imparavano l’italiano e fungevano da anello di congiunzione tra la missione e il resto del villaggio. Ma la gente era molto diffidente del loro operato. I disabili non avevano mai passeggiato per le vie di Uznova e Berat e nessuno era abituato a vedere la loro diversità. Ad alcuni sembrò che Suli e gli altri giovani della parrocchia accompagnassero degli alieni.
Poi è successo qualcosa di speciale. Da un incontro è scoccata la scintilla. Non lontano dalla chiesa di Uznova viveva la signora Xhuli con suo figlio disabile Redi. Il ragazzo passava le sue giornate tra le mura di casa e il balcone. Un giorno per caso però Micaela l’ha trovato sotto casa e non ha perso l’occasione per avvicinarlo e fargli conoscere Nicola. La madre, accorsa per vedere cosa stesse succedendo, ha raccontato alla suora della malattia del figlio e del fatto che soffrisse di insonnia e non la lasciasse dormire la notte. Subito le sorelle della Piccola Famiglia si sono attivate per aiutarla e la loro gentilezza ha convinto la signora Xhuli dell’importanza della loro presenza nel territorio. Per questo ha convinto tutte le altre madri di disabili a incontrare le sorelle per conoscerle e le suore hanno così potuto accedere anche al cosiddetto ospedalino – una specie di ricovero dove i disabili erano raccolti più che accolti. «La situazione è deprimente» spiega suor Michela fissando il terreno mentre cammina: «i disabili sono abbandonati a se stessi dentro il ricovero». A Berat esistono due centri di accoglienza, ma entrambi sono sprovvisti di sufficiente personale. Spesso anche una singola persona deve occuparsi di una decina di disabili, tanto che dopo anni, nonostante le sofferenze e le difficoltà motorie e psichiche, i meno disagiati hanno imparato ad aiutare loro quelli non in grado di muoversi. Per questo la missione delle Sorelle di Uznova è diventata anche quella di dare una vita più serena possibile ai disabili che non frequentano la parrocchia. Hanno deciso di recarsi almeno una volta al mese all’ospedalino di Berat per passare la giornata proponendo attività ludiche per farli socializzare. Inoltre hanno aperto un loro centro diurno ad Uznova. Un centro dove i disabili possono stare in loro compagnia e con altri ragazzi “piu’ fortunati” che frequentano il cortile della parrocchia per giocare, chiacchierare e, seguendo l’esempio dei piu’ anziani come Suli, fare volontariato per aiutare le sorelle nella loro missione. «Io sono qui da poco» spiega Luana, una giovane novizia, venuta a rinforzare la missione, «dare gioia ai disabili è una missione speciale». Le sue parole hanno ancor più significato in un paese culturalmente chiuso come l’Albania. Per questo la funzione della Piccola Famiglia di Uznova nei confronti della comunità albanese locale non è solo quella di riavvicinare i pochi credenti della zona, ma anche quella di assistere i diversamente abili e, soprattutto, riuscire a scardinare il pregiudizio del senso comune, perché la comunità inizi a considerarli come persone con una dignità e in grado di vivere la loro vita. @Mario Fracasso