L'Italia vista con gli occhi degli italiani

Terre d’origine – Romania

Foto e testo di Mario Fracasso

Per conoscere a fondo un luogo è necessario rimanerci molto tempo e viverne la quotidianità. Ci sono luoghi, però, che conosciamo solo per sentito dire o per stereotipi. Luoghi dove basta una “passeggiata” per rendersi conto di quanto poco siamo informati e per smentire ogni conoscenza distorta. Albania, Marocco e Romania ne sono un esempio: Paesi geograficamente molto vicini all’Italia e terre d’origine della maggior parte degli immigrati nel nostro Paese. Nonostante ciò, ci sono quasi sconosciuti.

Per questo Direzione Italia ha deciso di raccontarli in un ciclo di brevi reportage. Vi mostreremo le terre lasciate dagli emigranti, per capire meglio da dove vengono e perché hanno abbandonato la loro patria. Ma anche semplicemente per “viaggiare” in quei luoghi, godere di nuovi paesaggi e perdersi tra le vie delle loro città.

Romania, Due passi in Transilvania

«Sei tu che vieni dall’Abruzzo? Piacere, io sono Dana» La domanda mi sorprende mentre studio l’itinerario del mio viaggio in Transilvania. Nella sala comune di un ostello sentire parlare Italiano non meraviglia. Le mie certezze, però, vengono meno in un batter di ciglia: alzando lo sguardo, incrocio quello di una ragazza rumena che, in un Italiano perfetto, inizia a raccontarmi la sua storia.

Nata a Cluj Napoca e trasferitasi da bambina a Ripattoni, piccolo abitato in provincia di Teramo, per seguire i genitori in cerca di lavoro, vi è tornata dopo aver finito le scuole superiori. Il padre aveva guadagnato abbastanza lavorando come trasportatore per poter costruire una nuova casa e assicurare ai figli un fu

turo. Il suo racconto sembra ricalcare il copione della maggior parte delle storie di emigranti in cerca di lavoro, specie di quelli che fino agli anni Sessanta-Settanta “fuggivano” dal nostro Paese verso Svizzera o Germania.

I Rumeni residenti in Italia, secondo l’ISTAT, sono più di un milione e mezzo, mentre in Germania, secondo Paese preferito, circa ottocentomila. Seguono Spagna e Stati Uniti con circa settecentocinquantamila immigrati. In tutti gli altri Paesi non si superano mai le duecentocinquantamila presenze. I dati statistici mettono in risalto come l’Italia sia di gran lunga la destinazione preferita, molto più di paesi come gli USA o la vicinissima Germania dove l’offerta lavorativa è decisamente superiore. Questo legame particolare viene spesso analizzato superficialmente o con argomentazioni razziste. Ha, invece, radici molto profonde, perché esiste fin dall’antichità. L’emigrazione rumena verso lo Stivale, iniziata dopo la caduta del Comunismo, ne rappresenta solo l’esplicitazione moderna.

Già i Romani, alla ricerca di nuovi territori da coltivare e sfruttare, avevano fatto della Romania una provincia dell’Impero. Durante il Medioevo e fino all’epoca moderna, lo spostamento era quasi esclusivamente a senso unico, dalla nostra penisola verso la Romania. Genovesi e Veneziani, interessati alle rotte commerciali del Mar Nero, fondarono diverse colonie sulle coste, mentre artisti e intellettuali trovarono per secoli accoglienza presso la nobiltà locale. Dall’Ottocento in poi si parla, addirittura, di una vera migrazione di massa: gli abitanti di Veneto, Friuli Venezia Giulia e Trentino Alto Adige si trasferivano stagionalmente, ma spesso anche definitivamente, per lavorare come agricoltori, taglia boschi, minatori o manovali.

Ancora oggi sono molti gli Italiani che si spostano in Romania: si tratta soprattutto di imprenditori di piccole e medie attività come bar e ristoranti, ma anche di vere e proprie aziende, specie del campo edile e industriale, attratti dalle favorevoli condizioni del mercato. La Transilvania, in particolare, gode della luce riflessa emanata dal mito letterario di Dracula e, per questo, sono molti anche i turisti che la visitano aspettandosi atmosfere da film horror. La figura del famoso conte, emigrato a Londra per avidità di sangue umano, è ispirata a quella storica del rumeno Vlad Tepes, detto l’Impalatore, che era un soggetto perfetto per un romanzo gotico: crudele, sanguinario (almeno per come lo descrivevano i suoi antagonisti), vissuto arroccato in un castello in una terra lontana e difficile da raggiungere.

Nonostante tutta la letteratura dell’Ottocento, però, la Transilvania è semplicemente, come la definirono i Romani, una terra oltre le selve: un ampio territorio fertile, che si raggiunge attraversando i boschi dei monti Carpazi. Una regione agricola, ondulata di verdi colline coltivate che si susseguono a perdita d’occhio e sono intervallate da piccoli villaggi, borghi antichi e moderne città. Esplorandola si comprende facilmente il perché oggi tanti emigranti rumeni considerino l’Italia come la meta ideale.

In questi paesaggi così simili ai nostri vive un popolo che ha sedimentato da secoli nella propria cultura il legame con il nostro Paese. La dominazione romana ne ha profondamente influenzato la Storia, realizzando strade e città, portando modernità e riscuotendo tributi. Creando un avamposto mediterraneo oltre l’Europa “Germanica”. Non a caso il popolo, chiamato Rumeno in Italiano, si definisce Román nella propria lingua. Un background che in maniera inconscia e latente ancora influenza comportamenti, modi di fare e pensare. Una “latinità” a cui nei secoli successivi si è sovrapposta l’identità cristiana, ortodossa in maggioranza, ma anche di rito cattolico latino e greco.

Tutto ciò è riflesso in maniera evidente nella lingua. Ascoltando i dialoghi tra le persone intorno, sembra di essere in Italia: la modulazione del suono, la cadenza e spesso le parole sembrano italiane, indiscutibilmente neolatine. Il Rumeno è una lingua romanza, con grammatica, sintassi e più dell’80% delle parole derivanti dall’idioma portato dalle legioni di Traiano. L’effetto che se ne ha è quello di ascoltare degli Italiani di cui non si riesce a cogliere l’argomento della discussione. Leggendo le insegne pubblicitarie, aprendo i menù dei ristoranti, i quotidiani, le riviste o sfogliando i libri, si rimane poi sorpresi dal riuscire quasi a comprendere ciò che si legge. Questa somiglianza doveva essere maggiore in passato, quando la lingua non aveva subito l’influenza del tempo. Tanto che, viaggiando in Transilvania, Moldavia e Valacchia (regioni storiche della Romania), Francesco Delle Valle nel 1532 scrisse chiaramente che «La lingua loro è poco diversa dalla nostra Italiana». Questo aspetto è spesso sottovalutato, quando non ignorato del tutto, parlando di emigrazione rumena. Sembra quasi banale dire che nella scelta del luogo dove integrarsi in una nuova società e crearsi una nuova vita, si tenda a scegliere un luogo dove la comprensione della lingua e la comunicazione con i locali sia più semplice, dove società e cultura siano abbastanza affini e magari il paesaggio e il territorio ricordino la madrepatria. Un’interpretazione così semplice che sembra quasi banale prenderla in considerazione, ma che risulta decisiva nel decodificare il fenomeno della migrazione rumena all’estero.

©MarioFracasso

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