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Benvenuti in Grecìa, Italia!

Al centro del Salento il ragno tesse il cuore della sua tela: fili invisibili avvolgono ulivi secolari e chiese bizantine, cattedrali barocche e campi di grano, processioni di santi e madonne nelle edicole; case a corte, muretti a secco e fichi d’india; pagghiare, carrubi e masserie. Avvolgono i contadini impegnati nei campi e i suonatori di tamburelli, le donne che cantano sotto una pianta di fico e quelle che ballano al ritmo della Pizzica. Avvolgono tradizioni e idiomi venuti da Oriente.

Un viaggio in Salento offre, oltre al mare e alla Taranta, anche la possibilità di scoprire la Grecìa Salentina: un’isola ellenofona formata da una serie di Comuni nel cuore della Provincia di Lecce. Una comunità con Storia e lingua che hanno antiche radici in Grecia.

In Salento, infatti, genti elleniche s’insediarono già dalla metà del secondo millennio a.C. e, nonostante Romani, Longobardi, Turchi, Normanni, Svevi, e Spagnoli, questo territorio rimase culturalmente greco anche per molto tempo dopo che i Bizantini andarono via nel XI sec d.C.. Lo testimoniano il culto di santi orientali, gli affreschi nelle cripte, le miniature dei codici in greco, le numerose chiese con pianta a croce inscritta. Lo si può assaggiare nei piatti tradizionali di origini egea (frise, cuddhure, cartellate, pittule….) e lo si può sentire nelle canzoni e le poesie. Lo conferma l’antico idioma grico, ancora oggi colloquialmente parlato nei paesini di quella che istituzionalmente è conosciuta come Unione dei Comuni della Grecìa Salentina.

Le persone che parlano il Grico si stima siano circa diecimila, quasi tutti anziani. «Il fatto», racconta Roberto Licci, musicista e fondatore del gruppo folk Ghetonìa (Vicinato in Grico), «è che da sempre questa era la lingua dei poveri, del popolo e, quando l’Italiano divenne lingua ufficiale, tutti iniziarono a vergognarsi e smisero di insegnarlo ai figli». Questa lingua, infatti, era tramandata solo oralmente già dal Seicento. Dopo la dominazione bizantina, i governanti che si susseguirono introdussero idiomi latini e con il tempo l’area grecofona si restrinse sempre di più, fin quando rimase esclusivamente la lingua del volgo di una ristretta fascia mediana della provincia di Lecce. Già nel XIX sec. d.C. i comuni dove si parlava il Grico erano ridotti a tredici. «In alternativa all’Italiano, era meglio parlare il dialetto salentino. Sembrava sicuramente più “cosmopolita”», aggiunge Vito Bergamo, studioso e curatore della Casa-museo della Civiltà Contadina e della Cultura Grica. «Per fortuna», continua, «nell’Ottocento la passione di alcuni studiosi come Vito Domenico Palumbo portò alla raccolta di innumerevoli termini e modi di dire che altrimenti sarebbero andati persi». Poi sentenzia: «Il Grico è una lingua morta!…..Non possiamo pretendere che le nuove generazioni riprendano a parlarla. Possiamo però impegnarci a studiarla e – sottolinea – dobbiamo fare in modo che la sua essenza continui a pervadere tutte le nostre tradizioni».

Molti dei parlanti, per questo, provano a resistere alla scomparsa del loro idioma: «Noi dellAssociazione italo-ellenica di Zollino» ci informa l’antropologa Manuela Pellegrino  «in collaborazione con le associazioni culturali dei paesi della Grecìa, organizziamo i kulusonta to Grico, incontri itineranti per parlanti e appassionati di Grico dove chi è interessato alla conoscenza di questa antica lingua, può assistere a dibattiti sul tema e piccole esibizioni e recitazioni in grico». Tra di loro c’ anche Giuseppe De Pascalis. Con pazienza e passione gestisce rizegrike.com, un sito in cui sono raccolti più di 150 brani registrati dal vivo in Grico, con relative traduzioni in Italiano. Nel sito si possono trovare anche un vocabolario Grico-Italiano e Italiano-Grico, indicazioni di grammatica e la raccolta completa di tutti i numeri di i Spitta un periodico interamente scritto in lingua grica e distribuito per diversi anni in maniera gratuita in tutti i comuni grecofoni. «Se le istituzioni ci fossero state più vicine, probabilmente i Spitta sarebbero diventate un punto di riferimento per la storia, la cultura e la lingua di questa terra», spiega lo studioso. Poi sorride e conclude: «Calòs ìrtato stin Grecìa! (Benvenuti in Grecìa!)». © Mario Fracasso

 

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