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Appennino Lucano, viaggio in fondo alla Basilicata

Testo di Mario Fracasso

Foto di Mario Fracasso e Denis Strikner (per la foto di Giulia Solomita)

In fondo alla Basilicata c’è un piccolo paradiso sospeso tra alte montagne e verdi pascoli, tra fitti boschi e una valle, quella del fiume Agri, punteggiata di piccoli borghi medievali. E’ il Parco Nazionale dell’Appennino Lucano, dove le parole chiave sono biodiversità e produzione di nicchia. Tante cose da scoprire, tutte piccole e preziose. Un angolo remoto per chi vuole allontanarsi dalle mete del turismo di massa, immergersi nella natura e nell’arte, tra tradizioni antiche e sapori locali. [CONTINUA DOPO LE FOTO]

Il bene, però, va spesso di pari passo con il male e, nel caso dell’Appennino Lucano, l’uomo si sta impegnando a proteggere l’ambiente per bilanciare i danni fatti in precedenza. Il Parco, che si estende per 69.000 ettari, è stato creato per tutelare un ecosistema messo a rischio dai pozzi per l’estrazione del petrolio. La polemica imperversa e, nonostante l’utilità di avere risorse strategiche all’interno del territorio nazionale, i soli 150 posti di lavoro creati dall’Eni per molti non sono sufficienti a giustificare il rischio ambientale.

Ma, poiché, come dice l’attore lucano Rocco Papaleo, «Quando Cristo s’è fermato a Eboli, anche senza protezione, la Basilicata si è rimboccata le maniche e con molta insistenza ne è venuta a capo», in Val d’Agri, 29 comuni, tra i quali spiccano Brienza, Grumento Nova, Marsico Nouvo, Moliterno, Montemurro, Sarconi, Satriano di Lucania e Viggiano, si sono associati all’interno del nuovo Parco Nazionale e hanno iniziato a tutelarne fauna e flora. Vi sono animali come il nibbio, il lupo appenninico, la cicogna, il grifone e la lontra. Tra le piante faggi e orchidee sono molto diffusi, ma sono presenti anche specie endemiche come lo sferracavallo glauco, il centograni perenne, il geranio cenerino e la veronica austriaca. Il Parco, disposto a macchia di leopardo attorno ai pozzi, è diventato un fondamentale corridoio ambientale tra il Parco del Cilento e quello della Sila.

A beneficiarne è stato l’intero territorio. Da quando gli attori locali hanno iniziato a fare sinergia, per esempio, il Canestrato di Moliterno, formaggio 70% pecorino e 30% caprino, il cui nome sul mercato veniva confuso con produzioni fatte in Sardegna, e i fagioli di Sarconi, coltivati in una ventina di qualità differenti, hanno ricevuto la certificazione I.g.p.; mentre il Vino Doc Terre dell’Alta Val d’Agri, i cui vigneti si trovano anche ad altezze di 800 m, si sta affermando sempre più sul mercato nazionale e internazionale. Gli alimenti legati a una produzione casalinga e quotidiana come gli strascinati, pasta fresca fatta a mano, e i peperoni cruschi di Senise , stanno invece diventando l’orgoglio degli chef locali.

Ma l’Appennino Lucano non è solo natura e cibo. I borghi attuali hanno tutti origine medievale e riportano ai tempi della discesa dei Longobardi nel sud Italia, mentre i resti della via Appia e dell’insediamento di Grumentum testimoniano la colonizzazione dei Romani in questa zona, ma anche la presenza di popoli autoctoni nei secoli precedenti.

Arte antica e moderna, invece, si fondono a Satriano di Lucania. Qui, il piccolo museo dedicato a Giovanni De Gregorio, pittore locale vissuto tra ‘500 e ‘600 e conosciuto come Petrafisianus (Pietrafesa era l’antico nome di Satriano), è circondato da oltre 130 murales sparsi tra le vie del paese. La street art è una prerogativa anche di Montemurro, dove si possono osservare dei veri e propri quadri, realizzati con la tecnica del graffito polistrato e istallati a cielo aperto.

Sullo sfondo di questo paradiso risuonano le melodie dell’arpa di Viggiano. In questo Comune, infatti, sin dal XVIII sec d.C. esiste una delle tradizioni musicali più importanti d’Italia. E anche Lord Byron racconta di essere stato impressionato dalle innumerevoli variazioni di tonalità di cui erano capaci le arpe viggianesi.

Questa fusione di arte, natura e tradizioni rende l’Appennino Lucano un luogo che, nonostante i pozzi di petrolio e le trivelle o, forse, a maggior ragione per la loro presenza, riesce a stupire il turista più interessato, quello che, come direbbe Domenico Totaro, presidente del Parco, «dove vuole riesce ad arrivare». Non è, infatti, una meta per un turismo di massa e non ci sono infrastrutture che riescano a convogliare i flussi della Campania e della Puglia: l’aeroporto più vicino è quello di Salerno e la rete stradale è carente. Ciò rende l’Appennino Lucano un luogo lontano in cui le distanze sembrano dilatarsi. Meglio così, perché i posti meravigliosi sono sempre ben nascosti e per raggiungerli bisogna camminare molto, così come per raccogliere le perle bisogna immergersi in fondo al mare. ©MarioFracasso

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