L'Italia vista con gli occhi degli italiani

Palermo, bellezza per i 5 sensi

«L’Italia, senza la Sicilia, non lascia alcuna immagine nell’anima: qui è la chiave di tutto». Questa era l’interpretazione di Goethe:  la varietà complessa dell’Isola è sintetizzata oggi perfettamente dal suo capoluogo, città in perenne mutamento e che tuttavia mantiene vive le tracce della sua storia. [CONTINUA DOPO LE FOTO]

Palermo colpisce già prima di raggiungerla, appena si intravede Punta Raisi dall’oblò dell’aereo. Questo masso imponente sul mare profumato appare all’improvviso e lascia con il fiato sospeso. Una volta arrivati in città, si è avvolti da un’atmosfera calda, sia nei giorni afosi o tersi, che in quelli freddi o grigi. L’ambiente sembra mediorientale, tipicamente mediterraneo. I mercati del Capo, della Vucciria e di Ballarò stupiscono immediatamente per la varietà di colori e luci e per le diversità di cibi e spezie profumate. Le lampadine sono accese anche di giorno sotto le tende dei banchi e i suoni avvolgono i passanti, immergendoli in un’atmosfera da suk maghrebino. Quasi tutti i commercianti richiamano l’attenzione dei clienti sbracciandosi e urlando – o come dicono a Palermo abbanniando. Grida e gesti accompagnano anche i venditori ambulanti di cibo di strada che distribuiscono veri tesori.  Sfincioni¸ pani ca’ meusa, stigghiola, pane e panelle, infatti, raccontano la storia di questa città. Il pani ca’ meusa , per esempio, parla dell’influenza ebraica nella cultura palermitana. Nel Medioevo, a causa delle prescrizioni religiose, i macellai giudaici, non potevano guadagnare denaro direttamente dalla macellazione. Così tenevano per sé le interiora, per poi rivenderle fritte come farcitura di panini. Per le vie della città le combinazioni culturali del passato sono evidenti. Si notano nell’architettura, tra le crepe di palazzi storici, teatri e chiese, ma anche nella lingua, che porta alla memoria il passaggio di popoli differenti. Il suono musicale del dialetto palermitano ne è testimonianza diretta, così come le insegne che in alcuni quartieri indicano i nomi di  vie e piazze in italiano, ebraico e arabo. Ovunque a Palermo il presente si fonde con la storia. Non è difficile imbattersi in uno dei numerosi chioschi in stile liberty che spuntano come torrette nelle piazze centrali o vedere, tra i banchi bagnati di macellai e pescivendoli, la facciata elegante di un forno, anch’esso art nouveau. Anche in spiaggia a Mondello si trovano tracce di quel periodo: il monumentale Charleston è uno stabilimento balneare che sembra sospeso tra il fragore delle onde e le carezze del vento. Ma la città, miscuglio culturale, mescola in maniera gradevolmente disordinata anche i periodi storici e gli stili architettonici, così in una delle via principali ci si trova, quasi senza accorgersene a fiancheggiare la facciata in stile razionalista italiano delle poste centrali. Se la storia ha mescolato suoni, sapori, lingue, tradizioni e architetture, i carretti siciliani sembrano essere rimasti sospesi nel tempo. Rappresentano l’icona variopinta dell’intera Sicilia, sebbene attualmente siano usati sempre meno. Mentre questi diventano rari, aumenta il numero di carrozzelle per turisti e di cavalli che trottano, a volte preparando gare clandestine. Sospese nel tempo sono anche le mummie delle umide Catacombe dei Cappuccini, corpi rinsecchiti e scheletri vestiti di tutto punto che da secoli osservano i visitatori di quei corridoi umidi, ascoltando l’eco dei loro passi. Religiosità strettamente legata alla morte e al dolore, come per i riti della Settimana Santa, con le luttuose processioni di Madonne Addolorate e Cristi Morti. Una sacralità che trova il suo apice nell’adorazione di Santa Rosalia, che salvò la città dalla peste e a cui sono dedicate ben due feste nel corso dell’anno. I devoti più affezionati fanno l’acchianata, cioè salgono a piedi sulla cima del Monte Pellegrino, dove sorge il santuario per rendere omaggio alla Santuzza. Molti di loro non sanno che i Fenici percorrevano lo stesso sentiero per omaggiare una divinità che risiedeva proprio dove ora sorge il santuario. L’impronta dell’idolatria arcaica sopravvive insieme al Cristianesimo: Palermo non è protetta solo da Santa Rosalia, ma anche da un Genio di epoca preromana, di cui si possono trovare statue, fontane e dipinti in sette diversi luoghi della città. Religiosità popolari che si intrecciano, così come si intrecciano diversi livelli e forme d’arte. Dai teatri più famosi, come il Politeama e il Massimo, dalle scene dai colori accesi di Guttuso, fino ai murales e ai colori altrettanto accesi di Uwe Jaentsch. L’artista austriaco, stabilitosi qui da tempo, ha fatto della Vucciria la sua tela, contribuendo alla rinascita del quartiere che si stava spegnendo e spopolando. Arte popolare e nuova che affianca quella popolare e tradizionale dei pupi siciliani. I pochi pupari rimasti creano le celebri marionette nei loro laboratori, ma gli spettacoli sui Paladini di Francia e sui miti di Palermo stanno diventando sempre più rari. Memoria che si assottiglia, che perde pezzi, ma che rimane sempre affascinante. Così accade anche per la chiesa della Madonna dello Spasimo alla Kalsa, che priva del tetto dal Settecento, è un tesoro abbandonato, silenzioso, non segnalato e che in pochi conoscono. Ingredienti di storia che formano l’identità, segni che non devono essere cancellati, così come suggerisce a visitatori e palermitani la scritta su un muro scrostato: «Non dimenticare Palermo». ©Diego Funaro

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