L'Italia vista con gli occhi degli italiani

Poesie di Isabella Tomassi per L’Aquila

POSTEMERGENCY PUNK (I. Tomassi)

Emigrante in fuga da itaca distrutta
all’avventura ero partita
alla conquista della conoscenza
eterna praticante dell’arte del bagaglio
diventato fagotto, diventato ricordo
minuzioso
preso a casaccio, selezionato
dalla mente presente
in punta di piedi
tra il prima e il dopo
portato dalla magnifica
schiuma di una parola ritrovata,
pesca fruttuosa.

L’hanno presa i porci
la mia aquila e i suoi
castelli intorno,
i campi di fagioli, le terre montagnose;
i crolli hanno mostrato
le sue vergogne:
i tribali accoppiamenti con
il Signore, quello che salva
con miracoli inauditi
e quello che da sempre
educa ad accettare le
paure sconvolte di una
società che non ragiona
sul fare comune.
L’analisi ferma alla propaganda,
la complessità reducta ad
unam ovvero la grettezza
al potere! I soliti vecchi
a promettere un futuro
che non vedranno.
Contraffare la realtà come fosse la somma delle necessità
così, fare la propria casa
è la sfida di chi osa
il semplice coltivare
di chi finora ha imparato
ad accumulare, senza
dissipare le voci
cantanti dei cinesi,
la révolution dei francesi
di tutto un po’, mattoni
d’ogni genere sfidando il cantico egocentrico
delle sirene e la loro
voglia di trattenerci
irretiti nel sogno
fuori misura di una
pace persi
in altura.
Al rientro Penelope aveva
finito la sua tela
Argo perso la sua fede
tutti gli odissei dispersi,
allora, hanno cambiato
il logos del loro viaggio
che non è più un attracco

una locuzione ma una
ricostruzione.

L’angoscia dell’impossibile
ritorno, del silenzio profondo
e proprio in quel baccano
far rinascere il grano
col pane che gli gonfia il petto
i crochi a tingere le prime gelate
senza contrattazione con i sassi
a parte il ripararsi in tholos
messi in vendita da miopi
sciacalli di spazi,
le radici nelle unghie
le rosee aurore tra le braccia
non ascoltare più alcuna minaccia

ma con qualunque corteccia fare breccia nella feccia
e da lì in poi ritrovare le grotte strofinare la sorte
sul culo del generale la mano morta, di nuovo seri
senza varietà senza clown senza città.
In quest’isola termica il valore non è la rendita
in quest’isola elettromagnetica il valore non è la tecnica
in quest’isola geometrica il valore non è la mimica
in quest’isola panica il valore è la mantica
in quest’isola segnica dò valore alla logica
in quest’isola agricola dò valore alla ritmica
ma su quest’isola già presa dalla camorra ce la prenderemo con il primo che corra tra le braccia di quei porci per le c.a.s.e. senza pronunciare una frase, sin dalla prima fase, occultando a sé stessi che quelli non avrebbero comprato ciò che non fosse stato messo al mercato: i direttori d’accademia i paesani possidenti i cavatori conniventi i dirigenti ammaestrati da sindaci rimbambiti giù nella valle la tensione spezza i fili non regge più i contesti s’insinua sotto le vesti e le porteresti con te sotto gli ulivi nei tuoi ritiri
e chi dell’isola guardava i destini e ha creduto ugualmente ha lasciato fare ciecamente? Ritorno ad una domanda essenziale che aveva spinto col maestrale come me e te sul banale come te e me insieme sul mare.

CON AMORE PER L’AQUILA (I. Tomassi)

non avere paura dell’alto del micro del normale

dell’ombra del gioco di tutto soprattutto! non
avere paura della povertà la fame il freddo la libertà
di come comportarti con ludo quando lo vedrai
tra cinque dieci minuti, un’ora e di dormire
sul divano perché la tua bocca non avrà più accesso
ai suoi baci. Non avere paura di tornare dove
non vuoi più vivere, soprattutto non avere paura di denunciare pubblicamente
che l’esperimento umano
iniziato con la punizione
finisce con la paura assoluta. Soprattutto
non avere paura che duri la paura,
la paura sboccia piano, spacca le zolle con pazienza
nel giorno che si festeggiano gli umani che non hanno paura.
non avere paura soprattutto! non avere paura
non avere paura non avere paura non avere
paura soprattutto,
soprattutto non avere paura, del sole alla finestra
sull’orto, del vento, del silenzio della solitudine non
avere paura delle tesi da terminare, di non
riuscire a farla prima di morire di paura
non devi avere paura di soffrire soprattutto
non devi avere paura del pane, del pane, delle capre, della penna
e le sue parole, non avere paura di sorelle cugine nonne
mamme, soprattutto non avere paura dei pensieri
freddi, del letto vuoto della televisione ogni giorno,
non avere paura non avere paura delle siepi
dei pioppi, del dente di leone che cresce, del picchio verde non avere paura soprattutto
delle macerie, delle pietre alle quali vorresti rendere la loro vita, della città buia e vuota
della burocrazia, delle bugie ben dette, del cemento della costa e dei forzati del divertimento
no, non avere paura, soprattutto non avere paura che tutti intorno lasceranno che l’ingiustizia si compia senza il coraggio di fermare i buldozzer che spazzeranno via la tua assenza di paura, le bifore i cortili i ciottoli le fontane, il gelato in piazza, la storia del tuo primo bacio e la piazza del vino rosso con gli amici, soprattutto non avere paura dei qualunquisti e dei buonisti che sembrano non avere il corpo martoriato, è il corpo il solo che non ha paura che la trasforma nei cori
nei cortei i girotondi con le mani-corpo che si salutano, questo corpo sopravvissuto
parla
ma soprattutto esiste non si elimina con caschi e i manganelli, non si elimina con il g8, non si elimina con l’indifferenza, né con il sarcasmo, la superficialità né con il fascismo delle menti

collegare congiungere connettere considerare comprendere condividere continuare
con – tutti
con – amore

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