L'Italia vista con gli occhi degli italiani

In viaggio col vampiro

Da Londra a Roma, dall’Highgate Cemetery al Verano, indagando sull’origine del principe dell’oltretomba.

Nel XVIII secolo Rousseau lamentava il fatto che, nonostante le numerose prove, la gente si ostinasse a non credere all’esistenza dei vampiri. Non poteva immaginare quello che sarebbe accaduto a Londra un paio di secoli dopo. Avvistamenti misteriosi, riti satanici, cadaveri riesumati, sgozzati e trafitti al cuore con un paletto di frassino: nel cimitero di Highgate, alla fine degli anni ’60 del Novecento, si scatenò una vera caccia al vampiro. La letteratura aveva attinto dalla leggenda e il mito del “non morto” si era trasformato in paura reale. Così il Conte Dracula di Bram Stoker divenne protagonista della vita degli abitanti di Highgate Hill. Fino a quando il cimitero, aperto nel 1862 e fonte di ispirazione per Stoker stesso, fu chiuso al pubblico e l’ordine fu ristabilito attraverso numerosi arresti.

La paura dei vampiri non è però nata nella capitale inglese. Leggende che narrano di esseri o spiriti che si nutrono di sangue umano sono diffuse in tutto il mondo fin dai tempi più antichi. Ne parlarono sia Sant’Agostino che San Clemente e la Bibbia cita l’aluka, un demone che succhia il sangue. Testimonianze archeologiche ne documentano la presenza nelle culture assira e babilonese e alcuni ideogrammi ne rivelano la presenza in quella greca, ebraica, sanscrita e cinese. Sembra che esista quasi un vampiro per ogni lettera dell’alfabeto: l’alung arabo, il  bajang malese, il civatateo azteco, il danag  filippino, l’estrie ebraica, il  gayal  indiano, il  kukudhi albanese, il  mullo tzigano. Continuando l’elenco, si trovano vampiri nelle leggende brasiliane, birmane e  giapponesi, irlandesi e italiane, slave e di quasi tutti i paesi del mondo, fino ad arrivare alla zeta dello zmeu: vampiro moldavo, che entra in casa sotto forma di fiamma e seduce giovani donne nelle sembianze di un uomo avvenente. Un atteggiamento molto simile a quello del Conte Dracula di Stoker. Ma l’autore inglese sembra essersi ispirato soprattutto alle tradizioni rumene, al priculis valacco. Questo “non morto” di giorno assume le fattezze di un giovane e di notte si trasforma in un enorme cane nero: esattamente come accade nel romanzo dello scrittore irlandese.

La figura letteraria del vampiro, però, non nasce dalla penna di Stoker nel 1897. Altri romanzi meno famosi lo hanno preceduto: già nel 1872 la scrittrice Sheridan Le Fanu aveva scritto Carmilla, creando la figura della vampira lesbica. Ma il primo in assoluto a trasformare il “non morto” da una figura del folklore a soggetto della letteratura fu John William Polidori, che nel 1819 pubblica il suo racconto Il Vampiro. Il racconto inizialmente venne attribuito a Lord Byron, di cui Polidori era il medico personale. La trama si sviluppa durante un Grand Tour attraverso l’Europa, verso la Grecia. Probabilmente non è un caso che uno dei momenti cruciali del racconto sia ambientato a Roma: le origini dell’autore sono chiaramente italiane. Suo padre, Gaetano Polidori, nato a Bientina, in provincia di Pisa, era il segretario personale del famoso scrittore Vittorio Alfieri. I protagonisti del racconto sono Aubrey, giovane aristocratico inglese, ingenuo e pieno di ideali e Lord Ruthven, uomo di oscuri natali, misterioso e seducente, brillante e stravagante. Entrambi sembrano i perfetti archetipi dei due personaggi maschili principali dell’opera di Stoker. Ma lo scrittore irlandese non copiò da nessuno per scrivere il suo romanzo. Si documentò a fondo e riunì tutte le sue conoscenze: dalle leggende, ai documenti storici, dal sentito dire ai fatti di cronaca, dai racconti, alla grande letteratura gotica che lo aveva preceduto. Con dovizia di dettagli creò un soggetto perfetto: Dracula il “principe dei non morti”, il conte che riassume in sé incubo e sensualità. Il personaggio dell’horror in cui tutto il mondo ritrova le sue paure. ©MarioFracasso

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