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Speciale Grecia – Sulle tracce di Pausania

Testi: Mario Fracasso; Immagini: MarioFracasso&DenisStrikner

DirezioneItalia inaugura, con l’articolo,  Il Peloponneso, dove nacque l’Occidente, uno Speciale sulla Grecia. Verranno descritti i luoghi della periegesi di Pausania, storico e geografo del II secolo d.C., Un viaggio tra siti archeologici, luoghi insoliti e  paesaggi affascinanti e, a volte, immutati da secoli.

La  Descrizione della Grecia  di Pausania, detto il “Periegeta” (in greco, colui che gira),  ha un’importanza che va anche oltre la ricerca storico-archeologica

L’autore viaggiò a lungo nella penisola ellenica e, vunque si recasse, descriveva ciò che vedeva. Parlava della storia dei luoghi, al limite tra realtà e mitologia, delle tradizioni, della cultura e delle persone incontrate, inserendo considerazioni personali e indicazioni per i futuri viaggiatori. In pratica, fu il primo a scrivere una vera guida di viaggio, antenata, se vogliamo, delle attuali Lonly Planet e Rough Guide o delle ottocentesche Beadeker.

In un certo senso Pausania fu anche il primo reporter di viaggio della storia. Nel II secolo d.C. la Grecia era parte dell’Impero Romano e stava vivendo una sorta di “autunno dorato”. Si costruivano nuove città e monumenti ma l’epoca della grande fioritura classica era finita e da secoli si viveva un periodo di lento declino. La popolazione diminuiva, le città venivano abbandonate e gli antichi edifici andavano in rovina. Pausania descrive esattamente ciò che vede: la bellezza ma anche la decadenza di questo periodo.

Peloponneso: dove nacque l’Occidente

Per chi arriva in Grecia dall’Italia attraversando il breve tratto di mare che ne separa le coste, la prima meta nel Peloponneso potrebbe essere Olimpia, dove si conserva uno dei siti archeologici più famosi  del mondo. Qui, nel 776 a.C., si svolsero i primi Giochi Olimpici della storia. La prima gara in assoluto fu lo stadion, corsa su una lunghezza di 192 metri, cioè uno stadio. Poi si aggiunsero il diaulos, corsa di andata e ritorno, l’hoplites dromos, corsa indossando le armi, e il doliacos, corsa su lunga distanza. Si gareggiava anche nella lotta: la pale era simile alla lotta greco-romana, nel pancrazio quasi nulla era proibito, il pugilato era sanguinoso ma molto apprezzato. Olimpia era anche il sito sacro più importante dell’Ellade. Ad esso Pausania dedica due libri sui dieci della sua periegesi. Oggi, turisti di ogni sorta la popolano quotidianamente: dai gruppi di crociere mediterranee, ai giapponesi muniti di fotocamere e ombrellini, dai collegiali statunitensi ai backpacker di tutto il mondo. Ma il visitatore privo di conoscenze archeologiche potrebbe rimanere deluso: gli edifici sono quasi tutti in rovine ed è difficile intuire come dovessero apparire in antichità.

Tutto ciò che è stato considerato interessante è custodito in uno dei musei del paese: nel museo dei Giochi Olimpici Antichi o in quello Archeologico. All’interno di quest’ultimo è esposta una delle collezioni di arte greca più importante del mondo. Tra le opere osservate da Pausania vi sono le statue, risalenti al V secolo a.C., che costituivano le decorazioni del tempio di Zeus. I due timpani, quasi perfettamente ricostruiti nella sala centrale del museo, rappresentavano una centauromachia  e una corsa di cavalli. «In Grecia tutti conosciamo Pausania» spiega Dora, maestra elementare mentre accompagna i suoi alunni, «la sua periegesi è parte della nostra storia, è fondamentale per la nostra archeologia. I bambini iniziano a sentirne parlare fin da piccoli». Gli alunni girano attorno alle statue, le fissano, ascoltano le spiegazioni dell’insegnante. Poi tirano fuori libri e quaderni e iniziano a studiare ciò che stanno osservando.

In una stanza a parte, nella penombra di colori caldi e tenue luci, è conservato il famosissimo Ermes di Prassitele. La sua espressione del volto muta al mutare della prospettiva da cui lo si osserva. Si tratta di una statua in marmo perfettamente conservata, scolpita nel V secolo a.C. e considerata una della massime espressioni dell’arte classica. Ritrae Ermes con in braccio Apollo fanciullo. Ad Olimpia, ai tempi di Pausania, si conservava anche una delle sette meraviglie del mondo antico, la grandiosa statua di Zeus. Era decorata di oro e avorio ed era posta all’interno dell’omonimo tempio. Non è mai stata rinvenuta né se ne esistono copie. Pausania ne fu talmente affascinato da farne una descrizione così dettagliata da essere utile oggi a ricostruire la statua quasi perfettamente.

Da Olimpia, procedendo verso est, ci si inoltra nel Peloponneso. Il nord è decisamente montuoso. Non vi sono autostrade e le statali sono rallentate dalle condizioni non ottimali del’asfalto e dai numerosi valichi che bisogna affrontare. Alla ricerca di un nuovo luogo descritto da Pausania, ci si può dirigere verso l’antica Feneo. Da Olimpia sono 120 km circa, percorsi in un paio di ore, in direzione nord-est, passando per Lampia e procedendo verso Goura. Non vi sono grandi città ma solo piccoli paesi, villaggi e contrade. Molti greci possiedono un fuoristrada o un pickup, ma i più anziani si spostano spesso a piedi, senza molto riguardo per tempi e distanze. Non di rado è possibile incontrare asini “parcheggiati” lungo il ciglio delle strade, legati con una corda ad un alberello, in attesa del ritorno del loro proprietario.

Feneo, oggi, è un piccolo villaggio ai piedi del monte Cyllene, sul quale, secondo la mitologia, nacque Ermes. Della città antica restano poche pietre mal conservate. Pausania scrive che Eracle visse qui un periodo della sua vita, aiutando i feneati a scavare conche e voragini per far scorrere il fiume Olbio che spesso inondava la città. Gli abitanti riferirono al Periegeta che erano ancora visibili i segni delle inondazioni sulle montagne circostanti. Ricordo del passato leggendario di questa città è il lago Doxa. Un lago artificiale in cui confluiscono le acque di un canale costruito per evitare le inondazioni stagionali che distruggevano spesso i campi dei contadini della zona.

Direttamente sul lago si affaccia uno dei più antichi monasteri ortodossi greci, il monastero di San Giorgio. È scavato nella roccia e ha ampie terrazze  in legno colorato di azzurro. All’interno della chiesa, fulcro della vita nel monastero, vi sono diversi affreschi medievali e un’iconostasi (elemento decorato delle chiese ortodosse posto come divisione tra la navata e il presbiterio) in legno placcato in oro e decorato con scene tratte dal Vecchio Testamento. Nel 1821 il monastero fu coinvolto nella Guerra d’Indipendenza Greca, diventando un punto strategico per i ribelli greci: li riforniva e ospitava gli incontri segreti dei loro comandanti. Oggi pochi monaci vivono all’interno della struttura, offrendo marmellata di rose e biscotti ai visitatori che riescono a raggiungerla.

Nel 1900 James G. Frazer, autore del libro Il ramo d’oro, compì un viaggio in Grecia seguendo le tracce di Pausania. Da Feneo proseguì verso nord-ovest per raggiungere quella che Pausania definiva l’acqua di Stige, cioè la fonte del fiume Crati. “Il percorso da Solos alla cascata e viceversa è straordinariamente faticoso, e pochissimi sono quelli che lo completano; i più si accontentano di ammirare la cascata da una certa distanza con un cannocchiale”. Cosi raccontò la sua “impresa” nel raggiungere quel luogo, che poi definì “una roccia immensa, assolutamente verticale”. La cascata da cui nasce il fiume si trova tra montagne che salgono oltre i 2000 metri, tra pareti rocciose e nevi perenni. Frazer consigliava di munirsi di guide e di spingersi a cavallo fin quando si potesse.

La cascata dello Stige, oggi, è raggiungibile solo a piedi, attraverso un sentiero adatto a escursionisti esperti. Si può andare con un fuoristrada solo per la prima parte pianeggiante. Per i restanti 3 km bisogna percorrere a piedi stretti sentieri che fiancheggiano burroni profondi. Parlando della cascata Pausania afferma “…c’è un alto dirupo e io non ne conosco un altro che si elevi a una così grande altezza; dal dirupo stilla dell’acqua e i Greci la chiamano acqua di Stige”. Secondo Pausania quest’acqua, citata anche da Omero, era la stessa che si trovava nell’Ade (l’inferno della mitologia Greca) ed era mortale per gli uomini e tutti gli altri esseri viventi.  Poteva anche distruggere o rovinare ogni oggetto vi fosse posto a contatto. Solo lo zoccolo dei cavalli ne era completamente immune.

Spostandoci verso sud, in direzione di Sparta, poco prima di arrivare nella città di Tripoli, si incontrano gli scavi di Mantinea. Dell’antica polis risalente al V secolo a.C. sono, però, visibili solo il basamento delle mura e i resti del teatro, del tracciato di alcune strade e del boulenterion (la sala del consiglio cittadino). Molto particolare è una costruzione moderna che si trova proprio di fronte agli scavi archeologici: si tratta della chiesa di Agìa Foteini, costruita negli anni ’70 da un eclettico architetto statunitense che utilizzò anche pietre da costruzione antiche. Disegnò la sua opera intrecciando lo stile bizantino con quello egizio e creando delle forme che lasciano lo spettatore perplesso. La chiesa è dedicata alla Vergine, alle muse e a Beethoven.

Con una deviazione verso Ovest, passando per la città di Megalopoli, si può raggiungere il Tempio di Apollo Epicureo a Basse, situato nei pressi del paese di Neda. Frazer  fu particolarmente colpito dal luogo in cui sorge questo monumento e scrisse: “Questo tempio, di gran lunga il meglio conservato di tutti i templi antichi del Peloponneso, sorge in un luogo straordinariamente selvaggio e isolato, a un’altezza di circa milleduecento metri sopra il livello del mare”. Un tempio dorico quasi totalmente conservato e  situato in un luogo così alto doveva risultare, infatti, particolarmente suggestivo. Almeno fino a quando non si è reso necessario rinforzarlo con dei tiranti, puntellarlo e chiuderlo in un ampio tendone bianco per preservarlo dal veloce deterioramento che stava subendo negli ultimi tempi.

“Le nostre frecce oscureranno il cielo”,“tanto meglio, così combatteremo all’ombra”. Queste non sono parole né di Pausania né di Frazer. Né tratte da un film d’azione. Appartengono allo storico greco Erodoto che nei suoi libri riporta un dialogo avvenuto nel 480 a.C. tra due soldati rivali durante la battaglia delle Termopili, l’epico scontro tra i 300 guerrieri spartani a seguito del Re Leonida e l’immenso esercito Persiano di Serse I. Questo evento, raccontato recentemente nel film 300, fu un esempio del coraggio e della forza per cui erano famosi gli spartani fin dall’antichità. Per molti storici la battaglia delle Termopili fu un episodio chiave nella storia del mondo che oggi definiamo “Occidentale”: la Grecia si trovava nel periodo di massimo sviluppo, costruiva grandiose opere in marmo e dava vita a pensieri filosofici. Leonida decise di non scendere a compromessi con Serse e lottò  fino all’ultimo uomo per la libertà dei greci.

La città di Sparta è situata nella zona meridionale del Peloponneso e la si raggiunge da Tripoli proseguendo verso sud. È permeata del ricordo del Re Leonida: tutto ciò che è antico ma non ha definizione precisa, nell’immaginario comune degli spartani moderni, è lega al ricordo di quel Re. A parte questo, Sparta è una città deludente dal punto di vista  archeologico. «Le potenzialità sono molte, sembra che ovunque si scavi possano uscire reperti. Ma sembra anche che alla gente interessi solo sapere di avere un passato mitologico e non conoscerlo veramente» spiega Dimitra Linardaki, una storica laureatasi in Italia e tornata a lavorare a Sparta. È delusa dallo stato di abbandono in cui è ridotto il sito archeologico: mai indagato completamente, lasciato al degrado e all’incuria.

Già nel II secolo d.C., quando Pausania descrisse la Sparta che vedeva, la polis più temuta e rispettata del mondo greco era scomparsa da tempo e i restauri fatti dai romani non la riportarono mai alla gloria avuta in passato. A ereditarne la fama nel Medioevo fu Mistrà, una piccola città fortificata che si trova a soli otto chilometri dalla moderna Sparti, salendo verso la catena del Taigeto. Durante il XIII sec. d.C. fu prima capitale del Principato latino di Acaia, creato dopo la conquista di Costantinopoli da parte dei Crociati, poi capitale del Despotato di Morea, a seguito della riconquista Bizantina. Tutti i suoi edifici, sia religiosi che civili, furono edificati in perfetto stile bizantino e oggi la città è divenuta monumento nazionale dichiarato patrimonio dell’umanità.

 

Gli edifici religiosi sono gestiti da alcune monache che si occupano anche dell’accoglienza dei numerosi turisti che accorrono per vedere la città medievale. Al loro interno sono conservati affreschi e mosaici antichi, icone bizantine e raffinati manoscritti miniati. Mistrà fu anche uno dei maggiori centri culturali dell’Impero Bizantino. Qui visse ed insegnò il filosofo neoplatonico Giorgio Gemisto Pletone, che, nel 1439, accompagnò l’imperatore Giovanni VIII Paleologo a Firenze ed ebbe un certo influsso anche sul Rinascimento italiano. I Turchi conquistarono Mistrà nel XV secolo e la tennero fino al 1832 quando Ottone I di Grecia decise di abbandonarla per costruire la Sparta odierna.

Il Taigeto, la catena montuosa che chiude Mistrà ad ovest, si estende verso sud a formare la penisola del Mani. Si tratta di una lingua di terra larga appena 20 km in cui vette alte fino a 1200 metri cadono a picco sul mare che la circonda.  Il Mani è diviso amministrativamente tra le prefetture della Laconia, di cui Sparti è capoluogo, e della Messenia. Frazer, nel 1900, la descrisse così: “L’aspetto della regione è aspro e inospitale; i villaggi, circondati da impenetrabili macchie di cacti, si abbarbicano come nidi d’aquila sui fianchi di rupi apparentemente inaccessibili, che si raggiungono solo per sentieri sassosi e ardui – unica parvenza d strade su queste montagne remote. Quasi ovunque il suolo non è che nuda roccia”. E ancor oggi sembra essere un territorio a parte, un mondo remoto e lontano dal resto del Peloponneso e della Grecia.

Lungo la costa del Mani vi sono piccole spiagge e villaggi di pescatori. All’interno, tra i cacti  e le rocce descritte da Frazer, si trovano i villaggi dei pastori. Le abitazioni sono costituite per lo più da case-torri, spesso circondate da mura. Costituiscono piccole fortezze all’interno delle quali, fino a tempi recenti, i capi clan erano costretti a vivere per difendersi dalle faide familiari che caratterizzavano questo territorio.  Gli abitanti di questa penisola sono, infatti, storicamente considerati bellicosi e imprevedibili. Affermano di essere i veri discendenti della stirpe Spartana e di aver conservato il paganesimo greco fino al IX secolo d.C. Neanche i Turchi riuscirono a sottometterli e proprio dal Mani partirono i movimenti di rivolta che, nel XIX secolo, portarono la Grecia alla liberazione dal giogo Ottomanno.

La penisola finisce a Capo Tenaro, il secondo luogo più a Sud dell’Europa continentale dopo Punta de Tarifa, nello stretto di Gibilterra. Pausania lo raggiunse in barca per vedere il famoso santuario di Poseidone, considerato nella mitologia uno degli accessi all’Ade. Pochi sono i resti oggi visibili ma, dal luogo in cui è posto il cosiddetto Hipno Oracolo, si dirama un sentiero che porta fino al punto più estremo della penisola. Qui, su delle rocce a picco sul mare, è posto un piccolo faro. «Lavorare qui è dura ma secondo me questo è un luogo magico». Pericles, un ragazzo alto e robusto, è il guardiano addetto al faro. Mentre consiglia di ritornare all’oracolo prima che faccia buio, racconta che qui ha trovato anche l’amore: una ragazza americana spintasi fino al faro attratta dalla solitudine di quel luogo e dal fascino di raggiungere un punto così estremo.

Un altro luogo del Peloponneso dove si incontrano mare e montagne è la piccola penisola di Metana, nel golfo Saronico. Dalla città principale ci si imbarca per raggiungere l’Isola di Egina, Pireo e Atene. Il resto dell’isola è quasi disabitata. «Una sangria, una cerveza e una tapas? Offre la casa: mi fa sempre piacere servire turisti che non passano solo per imbarcarsi». Maria è spagnola ma suo marito è greco. Si è trasferita ad Agios Georgios, un piccolo villaggio dalla parte opposta della penisola, ormai da venti anni. A pochi passi dal suo bar c’è la fonte naturale descritta da Pausania. Ancora oggi sgorga acqua termale proveniente dal sottosuolo vulcanico. Ma ciò che colpì di più il nostro cicerone a Metana fu il vento di Libeccio che seccava le viti. “Due uomini, dopo aver tagliato in due un gallo con le ali completamente bianche, corrono tutto in torno alle viti. Al punto di partenza ne seppelliscono i pezzi. Questo è il loro rimedio contro il Libeccio”.

A pochi chilometri dalla penisola di Metana si trova uno dei monumenti greci più famosi e meglio conservati: il teatro di Epidauro. Si trova nel santuario dell’omonima città antica ed è considerato dagli archeologi l’esempio di architettura greca per eccellenza. È lodato, in particolare, per la sua acustica sorprendente: dall’orchestra circolare, posta in fondo all’immensa cavea, il suono è perfettamente amplificato fino ai gradini più alti. Anche il rumore di un foglio strappato può essere perfettamente udito. Fu parzialmente restaurato nel 1954 e nel 1960 fu utilizzato per la prima volta per la rappresentazione di un’opera lirica moderna: la Norma  di Vincenzo Bellini, che aveva come protagonista Maria Callas.

Procedendo verso ovest si arriva al capoluogo della prefettura dell’Agololide, Nauplia. Quando il Periegeta vi passò la trovò disabitata: dell’antica polis erano visibili solo i resti del porto, delle mura e del santuario. Oggi Nauplia è, invece, una delle cittadine più belle e moderne del Peloponneso. Tra il 1829 e il 1834 fu la prima capitale della Grecia moderna. La città vecchia si estende sul mare tra due promontori su cui sorgono le due fortezze di Palamìdhi e Akronafplia. Nell’ampio porto vi è l’isola Boùrtzi, in cui sorge un castello edificato dai veneziani nel 1473. Il suo carattere pittoresco, le sue spiagge e i numerosi locali notturni hanno reso Nauplia una delle mete preferite del turismo interno greco, oltre che una città molto amata dai giovani.

Da Nauplia una tappa obbligata è quella alle rovine di una delle più antiche città della Grecia, la leggendaria Micene, capitale del popolo Miceneo che si instaurò nel Peloponneso già dal XVII secolo a.C. Omero cantò le origini mitologiche di questa polis e le imprese del suo Re Agamennone. Pausania stesso ne fu affascinato. Nei volumi di Guida alla Grecia, traduzione in italiano e commento dei 10 libri scritti da Pausania, edito a cura della Fondazione Lorenzo Valla, gli archeologi Mario Torelli e Domenico Musti spiegano come l’autore della periegesi descrivesse alla perfezione le rovine di Micene: dalla porta dei Leoni alle mura ciclopiche, dalla fonte Perseia alle tombe a tholos. Questa descrizione fu fondamentale quando nel 1879 l’archeologo tedesco Heinrich Schliemann decise di scavare nel sito seguendo alla lettera i testi di Pausania ed Omero.

All’estremità nord-est del Peloponneso si trova la città di Corinto. La sua posizione strategica la rese una delle più ricche e importanti polis elleniche. Era situata sulla stretta fascia di terra che univa il Peloponneso con il resto della Grecia. Un istmo di appena 6,345 km al centro delle rotte mediterranee tra il Medio Oriente e l’Italia. Passare da Corinto consentiva ai naviganti di accorciare di molto il tragitto. Per questo le navi venivano fatte scorrere su tronchi disposti lungo una via lastricata, il dialkos (passaggio)¸ di cui oggi si  conserva solo un tratto: il resto è stato distrutto dal taglio dell’istmo che nel 1881 aprì un varco di 25 metri tra il Peloponneso e il continente, per consentire alle navi di transitare più agevolmente dal golfo Saronico a quello di Corinto.

I siti archeologici di Corinto sono diversi. A Isthmia vi sono i resti del porto, sulla vetta dell’Acrocorinto sta l’acropoli greca che nel Medioevo divenne una delle fortezze più potenti, ai suoi piedi si estendono gli scavi dell’agorà romana e del resto della città antica. Qui lavorano gli archeologi della Scuola Americana di Studi Classici di Atene. «Fin dal 1896, quando la scuola ebbe il permesso di scavare a Corinto, il testo di Pausania ci è stato fondamentale. Le sue descrizioni sono minuziose e quasi sempre affidabili» spiega il professor G.D.R. Sanders, direttore degli scavi all’interno del teatro romano. Spiega anche che molti studiosi hanno provato a ricostruire l’itinerario preciso della periegesi ma è certo solo e che la successione dei luoghi all’interno dei libri non è quella in cui Pausania li vide. Il professore per ciò invita a continuare a seguire le sue tracce verso l’Attica e si conceda citando le parole di Pausania «in realtà molte altre cose mirabili si potrebbero vedere e udire in Grecia».

 
 © (immagini) MarioFracasso&DenisStrikner, (testo) Mario Fracasso
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3 Risposte

  1. Fabiano

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