Spunti e Appunti

710 anni di Sapienza
L’Università di Roma la Sapienza ha da poco festeggiato i suoi 710 anni. Un bel traguardo per l’Ateneo più grande d’Europa. Fu istituita da Papa Bonifacio VIII nell’aprile del 1303 attraverso la bolla In Supremae Praeminentia Dignitatis. All’epoca si chiamava Studium Urbis. Il nome Sapienza, ufficializzato attorno al 1600 deriva dalla sede dell’Ateneo che era il palazzo della Sapienza di Giacomo della Porta. È curioso che in un luogo fondato da un Papa e in cui si formano ricercatori esperti in molteplici settori, vi siano residui di superstizione. Tutti gli studenti della Sapienza sanno che guardare negli occhi la statua della dea Minerva che si trova al centro della Città Universitaria, porti sfortuna agli esami. Pochi però considerano l’origine di questa scaramanzia, ben più antica della stessa Università. Si tratta di una trasposizione moderna della hybris (ὕβρις) greca: la superbia umana e la mancanza di rispetto verso gli dei, che porta alcune persone a porsi al loro stesso livello. Alla hybris segue inevitabilmente la nemesis (νέμεσις), vendetta divina nei confronti dell’essere umano. Quindi, ancora oggi, Atena ristabilisce la giustizia, vendicandosi con una bocciatura chi le manca di rispetto per orgoglio o tracotanza. © Diego Funaro
“Borderline: Aloïse Corbaz in love a Ravenna”
Aloïse Corbaz è una artista svizzera che ha visto la sua arte venir pubblicamente riconosciuta non prima di aver compiuto 61 anni. Una donna che, a causa del suo non corrisposto amore per il kaiser tedesco Wilhelm II, sviluppò una potente forma di schizofrenia e venne quindi rinchiusa in un ospedale psichiatrico (nel 1918) all’età di 36 anni. In internamento trascorse tutto il resto della sua vita: 46 anni. A farle compagnia furono le sue opere, fogli bidimensionali nei quali spalmava le sue fantasie più colorate. Coppie di giovani nobili prigionieri delle sue brame romantiche affollano ogni centimetro quadrato di tutta la carta che Aloïse riusciva a recuperare. Analogamente, nei suoi pensieri non c’era spazio che per la sua grande illusione la quale, divenuta dis-illusione, venne da lei tramutata in schermo: un palcoscenico fantastico come riparo dal freddo mondo reale.
Borderline è un’esposizione temporanea del MAR – Museo Arte Ravenna (17 febbraio – 16 giugno 2013). Il sottotitolo è Artisti tra normalità e follia. Sono molte, infatti, le storie simili a quella di Aloïse: menti irrequiete che si scatenano in un’arte di sfogo personale e incognito successo. Meno sono le storie di già-consacrati-artisti che provano a liberare dall’ombra queste figure, portando alla luce la loro Arte e riconoscendogli la “A” maiuscola. Alcuni nomi esposti sono ghiottissimi: Bosh, Dalì, Basquiat, Debuffet (colui che riconobbe l’Arte proprio di Aloïse Corbaz e che coniò il termine “art brut”), Klee, Goya, Tancredi, Baj…. Ovviamente pochi di questi artisti compaiono con più di un’opera (eccetto Ligabue, la cui faccia ossessiona per una sala intera). Ma a pensarci bene questo risparmio gioca a favore della scoperta di altri meno celebri, come Zinelli e Tschirtner che con diversa eleganza reiterano i loro traumi post-bellici. Autori meglio comprensibili nella ripetitività dei loro segni.
Dopo questi 3 piani di percorso artistico e psicologico che si sbriglia sopra le bellissime logge che circondano il chiostro del MAR, si può scendere a visitare la collezione di mosaici contemporanei di quella che è la capitale occidentale del mosaico. Dinanzi all’opera Ritratto di Alessandro Guerriero di Luciana Notturni (Officina del Mosaico) è stata scattata la foto presentata in apertura: una doppia esposizione fatta riconoscere alla pellicola come una sola immagine, prendendola in giro e inscenando un’operazione di fantasia, un po’ come faceva Aloïse. © Luca Baldini

Corsie Parallele
Due corsie. Parallele.
Quella di chi crede ancora nei sogni, e quella di chi ha smesso di sognare.
Quella di chi affronta con coraggio la vita, e quella di chi dalla vita scappa.
Quella di chi pensa all’altro, e quella di chi l’altro nemmeno lo vede.
Quella di chi corre, e quella di chi una mattina si sveglia e decide di fare una strage.
Insensata, come tutte le stragi.
Violenta, in antitesi al senso stesso dello sport.
Oggi, e sempre, siamo con chi prende la corsia giusta.
Con chi va nella direzione giusta.
E oggi, specialmente, siamo con chi corre.
Attentato alla maratona di Boston, 15 Aprile 2013: Non smettiamo di correre
Chi fa la maratone o corre anche tratti più corti lo sa. Sa che il momento dell’arrivo è quello più emozionante. Quello dove sai di avercela fatta, dove la felicità prevale sulla stanchezza, l’adrenalina sulle gambe che quasi non ti reggono più, e il sorriso di chi è li ad aspettarti ti da la voglia di farne un’altra e un’altra ancora.
Ma l’arrivo a Boston non è stato così. Questa volta la morte e il dolore hanno prevalso sulla stanchezza, la paura ha fatto correre ancora più lontano, e alle prossime gare quel sorriso, quello del bambino che aspettava il padre, non ci sarà più.
Descrivere una foto non è sempre facile, ma in questo caso le parole sono uscite spontanee: due corsie parallele per ricordare quello che è successo e per ricordare che c’è sempre un’altra possibilità, un’altra strada da percorrere.
Dzhokhar, il ragazzo di 19 anni arrestato come presunto colpevole della strage, avrebbe potuto partecipare alla festa, invece di trasformarla in tragedia.
La direzione giusta, la corsia giusta e la possibilità di poterla riprendere nel corso della propria vita sono le strade lungo cui non dobbiamo mai smettere di correre. ©Flavia Camilleri – Nella foto: Cavalcaferrovia Ostiense, Roma.

LIBERATELI!
Spesso ho visto maiali nei recinti, raramente cinghiali in cattività. Centinaia di volte ho visto pappagalli e canarini nelle gabbie, tortore e colombe nelle voliere, pesci e tartarughe negli acquari, cani e gatti in appartamento. Una volta ho visto anche un lemming, un piccolo roditore artico molto simile al criceto. Quando chiesi al proprietario perché lo avesse acquistato e perché lo tenesse chiuso in una gabbietta, mi rispose con naturalezza: «Amo gli animali….sono pure vegetariano!». Ogni volta che vedo un animale rinchiuso immagino me costretto in una stanza, con una ruota su cui correre, una palla con cui giocare e qualcuno che viene una o due volte al giorno a portarmi da mangiare e a pulire i miei escrementi. Che siano animali domestici, selvatici o esotici, un essere vivente in uno spazio molto più stretto del suo habitat naturale, è sempre una tortura. Vuol dire farlo soffrire, privarlo della sua libertà, donandogli una vita di prigionia. Di solito questi animali vengono acquistati in negozi specializzati, alimentando così il commercio delle vite in cattività e, alla domanda «Perché non lo liberi?», la risposta è sempre la stessa: «sopravvivrebbe solo 2 minuti». Vero! Poi, però, guardo l’animale che mi fissa e so cosa sta pensando. «Ti prego aprite la gabbia, ridatemi la dignità, fatemi morire da animale libero!». ©Mario Fracasso
Colonia Claudia Ara Agrippinensium
Germania, 16-13 a.C.. Sulla sponda occidentale del Reno l’esercito Romano, guidato da Nerone Claudio Druso Germanico, fonda un accampamento che prende il nome di Ara Ubiorum o Oppidum Ubiorum. Nel 50 a.C. Giulia Agrippina Augusta, moglie dell’imperatore, ottiene che questo luogo, che le ha dato i natali, venga innalzato al grado di colonia dell’Impero Romano. Nasce Colonia Claudia Ara Agrippinensium.
Germania, 1942 d.C.. Sulla sponda occidentale del Reno l’esercito inglese inizia una serie di bombardamenti su Colonia, la città tedesca che si era sviluppata da quel accampamento. Il 90% del tessuto urbano viene ridotto in polvere, 1900 anni di storia perduti per sempre.
Germania 2012 d.C.. Sulla sponda occidentale del Reno non ci sono più eserciti né campagne militari; non ci sono più né imperatori né bombardieri. Sulla sponda occidentale del Reno c’è la moderna Colonia, capitale economica, culturale e storica della Renania Settentrionale. È risorta dalle macerie lasciate dalla Seconda Guerra Mondiale, conflitto che risparmiò solo il Dom., l’imponente duomo “nero” che, dal suo completamento nel 1880, ha sovrastato dall’alto Colonia, fino a quando sono stati costruiti alcuni grattacieli. Nel 2004 l’Unesco lo ha inserito tra i beni da tutelare e la città di Colonia ha deciso di limitare l’altezza delle costruzioni intorno ad esso. All’ombra delle sue imponenti torri si trova ancora l’antico portale Nord di Colonia Claudia Ara Agrippinensium. Affiancati questi due monumenti sembrano riflettere l’attuale situazione economica e politica tra l’Italia, incapace di valorizzare il suo passato, in cui l’Impero Romano arrivò conquistare tutta l’Europa, e la Germania che la guarda dall’alto di quelle torri. © Valerio Pompilio
Divieto d’accesso alla speranza
«Quell’anno non solo molti di noi hanno perso case, amici, colleghi, famigliari, credo si sia spenta la vita che abbracciava la città». Sara studiava lingue all’Aquila nel 2009 e con queste parole ricorda il giorno del terremoto. Sono passati quattro anni dal sisma e nel capoluogo abruzzese la ricostruzione non c’è mai stata. Tra lo scarica barile delle istituzioni e dei governi, la burocrazia, le infiltrazioni mafiose e gli sciacalli che hanno approfittato della situazione per arricchirsi, solo il 10% delle abitazioni sono state ristrutturate. Il Sindaco Massimo Cialente ha spiegato che potrebbe chiedere ancora sacrifici ai suoi cittadini solo se ci fosse la speranza di «vedere parte del centro storico e le frazioni ricostruite entro il 2015». Altrimenti «andranno via tutti». La sua ipotesi è più che fondata. Stando ai dati, infatti, 3500 abitanti hanno lasciato l’Aquila solo nell’ultimo anno. Il problema maggiore è la disgregazione territoriale che ha portato alla completa disgregazione sociale. La maggior parte degli Aquilani vive ancora nei MAP (Moduli Abitativi Provvisori) e nelle CASE (Complessi Antisismici Sostenibili ed Ecocompatibili). Ad altri è stata assegnata un’abitazione grazie al fondo immobiliare e 140 persone vivono ancora negli hotel. In pratica è come se una specie di magia avesse reso la città incantata, immobile. Le transenne sono ancora tutte lì, insieme alle facciate puntellate, alle strade sbarrate, alle porte spalancate e alle mura crollate. Il divieto di entrare nel centro storico è assoluto. Prima L’Aquila era apprezzata per essere “a misura d’uomo”: tutto sembrava vicino e bastava uscire a piedi per raggiungere amici, bar, negozi, piazze, mercati, università e biblioteche. Era una città formata da un grande borgo medievale attorno al quale ruotavano piccole frazioni, ognuna con un proprio centro storico, ognuna animata di vita propria. Ora le frazioni sono ridotte a ruderi e sono state tutte sostituite dalle new town: quartieri residenziali composti di palazzi tutti uguali. Non ci sono attività commerciali, servizi o punti di aggregazione. Sono semplici dormitori da cui ci si può muovere solo in macchina e in alcuni casi bisogna guidare un quarto d’ora prima di raggiungere il primo tabacchi. I quartieri, che dovevano essere provvisori, ora, dopo quattro anni, nonostante molti siano già decadenti, sembrano sempre più definitivi. «Mi mancavano dei punti fissi, mi spostavo da un container all’altro, in macchina o con i pochi mezzi pubblici circolanti. Me ne sono andata via per questo», racconta ancora Sara, «Mi mancava l’abbraccio di una vera città». ©Mario Fracasso
VAI ALLE POESIE “POSTEMERGENCY PUNK” E “CON AMORE PER L’AQUILA” DI ISABELLA TOMASSI
Sacrificio Estremo
Nell’antica Roma era di moda bere una bibita a base di acqua e aceto, chiamata posca. Ne parla Apicio nel suo De Re Coquinaria. La bevanda, considerata estremamente dissetante e dalle proprietà disinfettanti, era assai diffusa tra i legionari. È noto che in punto di morte a Gesù venne offerta, da alcuni soldati romani, una spugna imbevuta d’aceto; il gesto considerato sprezzante, potrebbe aver avuto intenzioni benevole. La spugna, infilata in cima a una canna, potrebbe essere stata inzuppata con la posca: «Dopo questo, Gesù, sapendo che ogni cosa era stata ormai compiuta, disse per adempiere la Scrittura: “Ho sete”. Vi era lì un vaso pieno d’aceto; posero perciò una spugna imbevuta di aceto in cima a una canna e gliela accostarono alla bocca. E dopo aver ricevuto l’aceto, Gesù disse: “tutto è compiuto”! E, chinato il capo, spirò» (Giovanni 19, 28-30). La spugna, insieme ad altri oggetti, come la corona di spine o i chiodi usati per la crocifissione, è diventato simbolo della morte di Gesù, immolatosi per liberare l’uomo dai suoi peccati. Oggi l’emblema di questo sacrificio è l’agnello, un richiamo alle origini ebraiche della Pasqua, ma anche a tradizioni più antiche. L’uccisone rituale, infatti, è un elemento da sempre presente tra i riti religiosi di differenti culture ed epoche. Il prossimo reportage affronterà il tema del rito sacrificale di religioni presenti e passate. ©Diego Funaro – Vai al Reportage Sui Sacrifici
A tavola con San Giuseppe
Ci sono luoghi dove le ricorrenze hanno ancora il sapore originario della tradizione. A Borgetto, a pochi chilometri da Palermo, il 19 marzo è certamente la festa del papà, ma è soprattutto il giorno di San Giuseppe, il padre adottivo più noto della storia. All’interno delle case cioccolatini e cravatte lasciano il posto a un rito sacro e sociale al tempo stesso. Ogni famiglia che disponga di una stanza, cantina, garage o di un qualsiasi spazio che si apra sulla una strada, lo prepara per giorni. Ne adorna le pareti di stoffe ed effigi del Santo con Gesù e ne riempie i tavoli di abbondanti buffet in cui non possono mancare i Pani di San Giuseppe e le arance disposte a tre a tre insieme agli alimenti più disparati, per corrispondenza con le persone della Sacra Famiglia e della Trinità. Ogni passante è invitato ad entrare, per gustare le pietanze o semplicemente assaggiare qualcosa, e molto spesso gruppi di persone si riuniscono in queste sale per pregare insieme. In ciascuna delle Mense di San Giuseppe sono apparecchiati tre coperti che servono a saziare tre bambini, solitamente meno abbienti o in difficoltà. Così, solidarietà e tradizione rituale si conservano a Borgetto, dove è possibile ritrovare le radici del 19 marzo. © Diego Funaro
Francesco, il Papa tanos
Giovanni Angelo Bergoglio nacque a Bricco Marmorito di Portacomaro Stazione, frazione di Asti. Era il bisnonno del 266° Vescovo di Roma, il neo Pontefice, ed emigrò in Sud America, come tanti altri Italiani tra il XIX e il XX secolo. Il suo pronipote, Jorge Mario Bergoglio, il 19 Marzo si insedierà con il nome di Papa Francesco. Per eleggerlo il Conclave è stato riunito per appena due giorni. Ciò fa pensare che non ci fossero molti dubbi sulla sua nomina. Anche se il suo titolo richiama molto il Santo di Assisi, Mario Bergoglio fa parte della Compagnia di Gesù ed è il primo gesuita tra le colonne di piazza San Pietro. Se la sua figura sembra porre in primo piano il “Sud del Mondo Cattolico”, la sua origine ricorda il coraggio e le difficoltà affrontate da tanti nostri connazionali emigrati per mancanza di lavoro e in cerca di un futuro migliore. Nostri connazionali che a Buenos Aires sono definiti tanos e costituiscono la comunità italiana più popolosa del mondo. ©MarioFracasso
8 marzo: coscienti e coraggiose, non consumiste
San Valentino, Natale, Pasqua; la festa della mamma, del papà, della donna, ecc… Ogni scusa è buona per acquistare oggetti da regalare o spendere soldi in ristoranti, pub e discoteche. Un concetto quasi banale da esprimere perché tutti ormai conoscono bene la natura consumistica della nostra società. Questa presa di coscienza diventa mera accettazione quando ci fa dimenticare la ragione per cui furono create queste celebrazioni. Oggi, 8 marzo, è la Giornata Internazionale della Donna. Il Woman’s day nacque negli Sati Uniti il 3 Maggio del 1908. Fu istituito in opposizione allo sfruttamento delle operaie nelle fabbriche e alla mancanza di diritti sociali e civili delle donne. Le celebrazioni della giornata della donna non ebbero però una data fissa fino al 1921, quando in Russia la seconda Conferenza Internazionale delle Donne Comuniste decise che l’8 marzo doveva diventare la Giornata Internazionale dell’Operaia. La data non era casuale: ricordava la coraggiosa manifestazione delle donne di San Pietroburgo per fine della Prima Guerra Mondiale. Questo evento diede inizio alla Rivoluzione Russa contro lo zarismo. Dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale questa festa si diffuse in moltissimi paesi. In Italia dagli anni ‘20 fu grazie al partito Comunista e alla rivista Compagna che si scelse l’8 marzo come data della Giornata Internazionale della Donna: per celebrare il coraggio delle manifestanti russe e tutte le conquiste a livello sociale e civile fatte dalle donne e per ricordare discriminazioni e violenze a cui ancora sono soggette. ©MarioFracasso
Chiudo tutto e vado a fare in c***
*** (cina un negozio, perché questo lo chiudo davvero)
“Popolo di navigatori e trasmigratori”: così recita l’iscrizione monumentale sul Palazzo della Civiltà Italiana a Roma. Da tempi antichissimi gli italiani viaggiano, emigrano, fuggono. Giulio Cesare andò in Gallia per renderla parte di Roma. Era spinto da interessi economici e politici, ma anche da una curiosità evidente nelle minuziose analisi del “De Bello Gallico”. Cristoforo Colombo, nel tentativo di circumnavigare il globo, mise in contatto due continenti e ampliò la geografia del “nostro mondo”. Tra ’800 e ’900 molti hanno deciso di allontanarsi temporaneamente o definitivamente dallo Stivale, spinti dalla necessità. Poi si è parlato di “fuga dei cervelli”, perché ad andare altrove erano soprattutto ricercatori e specialisti in diverse discipline scientifiche. Negli ultimi anni, però, è nata una nuova ondata di emigranti, che a causa della disoccupazione e della scarsità di prospettive, ha raggiunto altri Paesi, nella speranza di trovare una sorte migliore e i recenti risultati elettorali hanno dimostrato il malcontento di chi tenta di rimanere. ©Diego Funaro
Love actually
In un angolo di Albania, a Lezha, ai margini di una riserva naturale marina, troviamo, riuniti in un solo luogo, i resti di due regimi: la residenza di caccia di Galeazzo Ciano – ministro della Cultura e degli Esteri durante il fascismo, oltre che genero di Benito Mussolini – trasformata in hotel dalla dittatura comunista. Oggi qui resta solo un’eco di totalitarismi opposti nell’ideologia, ma vicini nell’oppressione della gente: l’edificio abbandonato è stato avvolto dalla natura. Due innamorati hanno disegnato il loro sentimeto sul tronco di un albero dimostrando che l’amore spesso si nasconde nei luoghi più impensabili.
Obiettivamente
Questa foto ci offre lo spunto per iniziare a parlare di obiettivi. Differenti tipi di lenti permettono di vedere diversamente una scena e quindi di scattare foto con caratteristiche ben distinte. Se si usa un grandangolo si deve tenere presente che dà l’illusione di piani più distanti di quanto non siano, enfatizzando le prospettive e distorcendo le linee soprattutto ai margini. Nel caso dell’immagine qui sopra, le peculiarità del grandangolare sono state usate per enfatizzare la lunghezza del corridoio e il vuoto degli spazi. Osservando a occhio nudo la corsia che mi si presentava davanti, ho immediatamente notato il fatto che trasmetteva l’impressione di non finire per la grande distanza che mi separava dal punto d’uscita. Volendo rendere questa sensazione nello spazio bidimensionale di una fotografia, la scelta dell’obiettivo è inevitabilmente caduta sul grandangolo, essendo il più adatto a riportare, in chi avrebbe osservato l’immagine, l’impressione di trovarsi sul posto, in un tunnel e con molta strada da percorrere per poterne uscire. Qualsiasi altro obiettivo avrebbe escluso dall’immagine una buona porzione ai suoi bordi, e avrebbe ridotto la differenza di dimensioni tra piani, tutto ciò avrebbe reso il corridoio apparentemente più breve, modificando il messaggio e le emozioni che avevo intenzione di suggerire. © diego funaro
Fantasmi cambogiani
«Tiziano [...] dice che i cambogiani sono capaci di terribile ferocia. Non fanno prigionieri, li ammazzano », con queste parole Angela Terzani Staude, moglie di Terzani, accenna nella prefazione a “Fantasmi” alla tragedia che negli anni ’70 ha insanguinato la Cambogia. Genocidi e massacri vicini nel tempo, forse lontani da noi nello spazio, ma che non devono essere dimenticati. Il regime dei khmer rossi aggiunge e amplifica il disastro già provocato fin dall’inizio della guerra in Vietnam. Nei primi otto mesi del 1973 «gli americani scaricano più di 250.000 tonnellate di bombe sulla Cambogia, una volta e mezza quelle che avevano buttato sul Giappone nella Seconda guerra mondiale, tutte quelle che non potevano più buttare sul Laos e il Vietnam». In questo contesto martoriato, la violenza dei khmer rossi arriva a ridurre del 20% la popolazione cambogiana, con stime che parlano di un minimo di 800.000 a un massimo di 3.300.000 vittime, pur restando al potere per soli quattro anni. A oltre trent’anni dalla fine della sanguinaria dittatura dei khmer rossi, il processo contro i loro leader, per crimini contro l’umanità, procede a rilento e nel disinteresse del cosiddetto mondo occidentale. «La Cambogia, “questo struggente paese”, mostra a Tiziano come gira il mondo. Dopo tanti morti, tanta, tanta distruzione, tanti ideali delusi, non resta che il consumismo». ©Diego Funaro
Spalle alla politica
“Est mihi libertas papalis et imperialis” recita il motto della città di Velletri, a sud di Roma. Nel VI secolo il comune ottenne l’indipendenza dall’imperatore Giustiniano e nell’VIII anche dal papato, restando autonomo fino al XVI secolo. La libertà conquistata da Velletri è simboleggiata, nello stemma comunale da un’aquila bicipite. Nella piazza del comune, davanti alla facciata del palazzo del sindaco, si ricorda l’origine veliterna della Gens Octavia con una statua dedicata a Cesare Ottaviano Augusto. L’imperatore romano è ritratto in una posa in cui dà le spalle al municipio e osserva il panorama. Alcuni abitanti sostengono che la scelta non sia casuale: «L’imperatore evita di guardare chi entra ed esce dal municipio » affermano ironicamente. Il confronto diventa impietoso se si paragona l’attuale politica Italiana con quella dei Romani, in cui i governanti dovevano essere i depositari della vis, guide ed esempi per tutto il popolo. La statua dell’Imperatore non è sola, a farle da contraltare vi è quella di un altro illustre veliterno: il cardinale Stefano Borgia. La sua scultura, in maniera opposta a quella di Ottaviano, osserva l’ingresso degli uffici comunali. ©Diego Funaro
Corsi e ricorsi, salite e discese
Leggendo a ritroso la storia, osservando l’ascesa e il declino delle società in vari periodi e luoghi, sembra che la vita sia una ruota che avanza ciclica lungo una linea retta finita, sulla quale l’evoluzione tecnologica, con l’aumento della ricchezza della società umana, è inversamente proporzionale alla quantità di risorse energetiche a alla salute del pianeta. Andando oltre la filosofia economica, sembra comunque innegabile che il progresso della società abbia da sempre implicato lo sfruttamento delle risorse naturali. L’economista francese Serge Latouche evidenzia questo problema già dagli anni ’70, periodo di notevole sviluppo economico in tutta Europa. La sua idea è quella di sostituire il modello economico attualmente predominante, basato sul benessere dovuto alla massimizzazione del profitto, con un nuovo modello basato sulla tutela delle risorse naturali e dell’ambiente e sulla produzione esclusiva dei beni necessari ad una vita semplicemente sana, scartando ogni superfluo eccesso del consumismo. Questa teoria nel tempo ha preso sempre più piede tra le persone che ricorrono per scelta conscia o inconscia a un modello economico basato sulla produzione artigianale di beni da consumarsi localmente. E in questi ultimi anni di forte crisi economica, sembra che il ritorno al “fatto in casa” e all’acquisto dello stretto necessario, stiano diventando una vera risorsa per molte persone, portando anche alla riscoperta di tradizioni che avevano perso appeal. ©MarioFracasso
Buone Feste!
Alla fine di un anno difficile per il Paese, Direzione Italia vuole augurare serene Feste a tutti i suoi lettori. Viviamo un momento di crisi economica e sociale e per questo motivo abbiamo scelto di farvi gli auguri con la foto di un piccolo albero di Natale di legno usando Instagram, lasciando da parte i viaggi, gli eventi e anche la reflex. Un modo per invitare tutti a concentrarsi sulle piccole cose, sugli amici e la famiglia, sostegni preziosi per tutti, anche e soprattutto per chi si trova ad affrontare difficoltà che possono apparire insormontabili. ©Diego Funaro
Belle soddisfazioni!
Il nostro corso autunnale di fotografia si è appena chiuso. Il lavoro è stato svolto in collaborazione con una delle realtà più innovative di Pescara: la piccola ma sorprendente libreria “K, libri & altre meraviglie”. Tra editori indipendenti e citazioni di Kafka, fumetti, arte moderna e giochi di ruolo le lezioni hanno spaziato dalle tecniche di base alla composizione di un reportage. L’entusiasmo e la curiosità degli allievi, hanno dato vita a lavori fotografici in grado di inquadrare Pescara da punti di vista differenti, cogliendone i dettagli e descrivendo la città nella sua complessità. Dal 16 Dicembre in libreria verrà inaugurata la mostra con le loro foto più significative. ©MarioFracasso
Sapori in Viaggio
È noto che la cucina italiana sia diffusa in tutto il mondo e che la pasta e la pizza possano essere gustate in tutti e cinque i continenti. In alcuni posti, però, la tradizione gastronomica italiana si è completamente fusa con quella autoctona: la cucina della foce del Rio de la Plata ne è la dimostrazione. A Buenos Aires e Montevideo le comunità migrate dal nostro paese sono molto numerose e così di fianco a piatti notoriamente autoctoni come asado e bistecche bovine, si trovano quelli importati dai marinai genovesi e trasformati dal tempo e dall’oceano che separa le nostre coste dalla foce del fiume sudamericano. Non si può dire di aver visitato queste città senza aver assaggiato la fugazzetta e la fainà. Il nome di queste pietanze è ligure, così come la loro origine. La fugazzetta altro non è che la focaccia di Recco con formaggio e cipolla; la fainà è la farinata di ceci, o cecina secondo la definizione toscana. Una leggenda vuole che quest’ultima sia nata su una galera genovese in balia della tempesta: il mare burrascoso aveva fatto mescolare farina di ceci ed olio all’interno della cambusa. I marinai per sfamarsi decisero di cucinare la mistura casuale e, avendola trovata prelibata, decisero di continuare a prepararla anche una volta sbarcati. L’origine storica di questa focaccia di ceci, invece, risale all’Antica Roma: le truppe romane occupavano Genova e la farina di grano era eccessivamente costosa, perciò, per mangiare rapidamente e con poca spesa si infornava un impasto fatto con acqua e farina di ceci. Mangiare in una delle numerose pizzerie di Buenos Aires o di Montevideo, perciò può rappresentare un viaggio nel viaggio, sia attraverso l’Atlantico per trovarsi improvvisamente in Liguria, sia attraverso i millenni, per sentire i sapori della Roma Antica. ©Diego Funaro
Dracula: sangue italiano
Nel 1862 la poetessa Elizabeth Siddal venne deposta nel cimitero di Highgate, a Londra. Era una donna avvenente e molto apprezzata come modella. Fu musa ispiratrice per suo marito, Dante Gabriel Rossetti, pittore e poeta britannico di chiare origini italiane: il padre, Gabriele Rossetti, era nato a Vasto, in Abruzzo. Al momento della sepoltura, l’artista volle deporre tra i rossi capelli della sua amata un libro di poesie. Sette anni dopo, riaprendo la bara per recuperare quel libro, trovò il corpo della donna in perfetto stato e con i capelli più lunghi di quando era morta. Il fatto fece scalpore ma fu pian piano dimenticato. Da quel momento, però, il cimitero iniziò ad essere avvolto da un fascino oscuro. L’atmosfera è resa decisamente più misteriosa dallo stile gotico utilizzato per lapidi, statue, mausolei e cripte. Passeggiando tra l’Egyptian Avenue e Lebanon Cyrcle sembra di essere all’interno di un romanzo di Mary Shelley e Bram Stoker ne trasse ispirazione per il suo Dracula: lo cita più volte e vi ambienta la caccia al vampiro di Lucy Westenra che appare tra le tombe con la sua vittima infante tra le braccia. Ma la fama del cimitero di Highgate è andata ben oltre la letteratura, si è intrecciata con la realtà e ha riempito le pagine dei quotidiani inglesi. Negli anni ’60 del secolo scorso, iniziarono una serie di strani avvistamenti, furono trovati animali con la testa tagliata e segni di riti satanici. La gente iniziò a credere al Vampiro di Highgate. Il fondatore della Briths Psychic and Occult Society, David Ferrant e il vescovo inglese Sèan Manchester iniziarono ad interessarsi alla questione e rapidamente si creò un movimento di fanatici cacciatori di vampiri: molti corpi furono riesumati, decapitati e trafitti con un paletto di frassino. Alla fine Ferrant fu condannato a 5 anni di prigione e il cimitero chiuso al pubblico. Dal 1975 l’associazione The Friends of Highgate Cemetery si occupa della sua gestione e delle visite guidate; il cimitero è rimasto un luogo di pellegrinaggi per appassionati del mondo goticoe dell’occulto. ©MarioFracasso – vai al reportage di halloween
Dalla Filosofia al Viaggio
Nel IV sec. d.C. Platone descrive un incontro tra tre grandi figure della filosofia greca: Socrate, Parmenide e il suo allievo, Zenone. I filosofi citati nel dialogo, insieme a Platone stesso e al suo discepolo Aristotele, sono considerati alla base del pensiero occidentale. Tra questi nomi il meno conosciuto è quello di Zenone di Elea. Questi, portando all’estremo le teorie del Panta Rei del suo maestro, creò tre paradossi con i quali teorizzava l’impossibilità del moto. Nel più famoso racconta di Achille piè veloce, che nonostante tutti i suoi sforzi non riesce a raggiungere la tartaruga. Prima di raggiungerla deve, infatti, percorrere la metà dello spazio da essa già percorso e prima di raggiungere questo punto intermedio deve percorrere la metà dello spazio che lo divide da esso. Ma prima ancora c’è da percorrere la metà di questa e metà e ancora prima la metà della nuova metà. E così via fino all’infinito. I suoi erano paradossi ed erano smentiti dalla realtà. Furono fondamentali, però, per i matematici e i fisici per dimostrare l’infinita divisibilità dello spazio. L’epoca dei grandi filosofi era finita da tempo quando, nel II secolo d.C., Pausania descriveva la Grecia durante la sua Periegesi. L’Ellade viveva una lentissima agonia e il nostro mentore racconta con oggettività tutto ciò che incontra durante il suo viaggio, evidenziando tutte le meraviglie da visitare ma sottolineando tutto ciò che era andato perso. Lo avevamo lasciato sullo stretto di Corinto e lì lo ritroveremo: ci guiderà verso Atene e ci farà percorrere l’Attica e la Beozia, portandoci fino a Delfi per consultare il suo oracolo. ©MarioFracasso – Sulle tracce di Pausania: Attica, Beozia e Focide
Armonia in viaggio
In generale, una differenza tra turista e viaggiatore può essere la loro diversa consapevolezza: il primo passa nei luoghi visitati, il secondo vi entra. Mentre il turista cerca emozioni nuove o relax, il viaggiatore cerca di conoscere la realtà in cui si immerge e di interagire creando uno scambio di culture. Questo modo di viaggiare si sta diffondendo in tutto il mondo anche grazie a Couch Surfing: uno dei social network maggiormente usati per avere una vacanza più consapevole. La finalità dei Couch Surfer è lo scambio di accoglienza: gratuitamente ogni membro può essere ospitato durante i suoi spostamenti o ospitare i viaggiatori in visita nella sua città. Il risparmio sull’alloggio è uno dei fattori che più attraggono. Ma la filosofia è tutt’altra: per accogliere o essere accolti da persone conosciute solo attraverso il profilo caricato sul sito, bisogna avere fiducia e apertura mentale, ma soprattutto voglia di fare nuove conoscenze, nuove esperienze e vivere il luogo in cui si viaggia attraverso la vita del proprio Host. Il maggior vantaggio del viaggiare con Couch Surfing è proprio quello di poter interagire con i luoghi dall’interno e non passarvi sulla superficie. Grazie a Sila, la mia Host di Atene, sono riuscito, così, a scattare un’immagine veramente inusuale dell’acropoli di Atene e grazie a CS sono riuscito a realizzare la foto storia che Direzione Italia vi proporrà nei prossimi giorni. ©Mario Fracasso – Sulle tracce di Pausania: Attica, Beozia e Focide
Cena in bianco sul ponte
I social network stanno inaridendo i rapporti diretti? Probabilmente. Le relazioni interpersonali sono filtrate da tasti e monitor e ci sono persone che vivono la socializzazione 2.0 troppo intensamente. Ma condividere in rete i propri stati d’animo o le proprie foto, rappresenta solamente un lato di un fenomeno complesso. Molti utilizzano il web come forma complementare per comunicare con i propri amici, altri per coinvolgere un numero maggiore di persone a eventi come mostre, feste e – sempre più spesso – flash mob. Queste manifestazioni a sorpresa sono utilizzate sia come forma alternativa di pubblicità, sia come protesta diversa dai soliti cortei o sit in. La maggior parte delle volte, però il solo scopo è divertirsi, conoscere persone e vivere gli spazi pubblici. Così ci si raduna in un posto dandosi appuntamento con catene di e-mail o sfruttando le potenzialità di facebook, twitter e altre piattaforme sociali. I luoghi intangibili della rete, riattivano luoghi fisici dimenticati. Le piazze, le stazioni e le strade smettono di essere non luoghi e tornano alla loro originaria funzione aggregante, in maniera plateale e divertente. Non è raro in qualsiasi città del mondo vedere folti gruppi che improvvisamente si bloccano come statue, o iniziano a ballare anche senza musica. Uno dei flash mob di maggior successo e replicato nei cinque continenti è “Le dîner en blanc”. Nato 1988 da un’idea del francese François Pasquier, che amava mangiare all’aria aperta negli angoli più belli di Parigi con gli amici, è arrivato a migliaia di partecipanti per ogni singolo pic nic. Anche Roma ha avuto la sua cena in bianco. Amici, conoscenti e sconosciuti si son organizzati per mangiare insieme, tutti rigorosamente vestiti di bianco, portando tavoli, sedie e tovaglie bianche. Il luogo, conosciuto solo dagli organizzatori fino a poche ore prima dell’appuntamento, è stato il Ponte della Musica, tra il Foro Italico e il MAXXI, a pochi passi dall’Auditorium Parco della Musica. Una location tranquilla e dominata dal bianco degli archi, che ha permesso di ritrovare il gusto della convivialità. ©Diego Funaro
La Razza Umana
Ed è ancora una volta lui, nuovamente sulla scena ad attirare gli sguardi di tutti, a stupire come ha sempre fatto, qualche volta nel bene e qualche volta nel male, ma a stupire e a generare quella curiosità che ti spinge ad andare a vedere, ad indagare e porti delle domande. Accusato di shockvertising, citato in giudizio più di una volta (anche dalla Corte di Francoforte e dallo stato del Missouri), divenuto famoso grazie alle sue campagne pubblicitarie, spesso contestate, per il marchio Benetton: Oliviero Toscani torna a farsi “vedere” nelle piazze d’Italia con il suo nuovo progetto “Razza Umana”. Questa volta niente foto provocatorie, dure o di accusa, ma solo ritratti. Ritratti di persone comuni. Il fotografo milanese in collaborazione con La Sterpaia, la bottega d’arte creata da lui stesso, ha girato, e sta girando, nell’Italia di oggi allestendo veri e propri set fotografici nelle piazze per ritrarre i volti che compongono e caratterizzano il nostro paese. L’iniziativa fa parte del progetto Nuovo Paesaggio Italiano che vorrebbe contribuire alla salvaguardia, e sviluppo, del paesaggio e del recupero di tutti gli scempi che tranquillamente restano sparsi in ogni dove sul nostro territorio. “Razza Umana è uno studio socio-politico, culturale e antropologico. Fotografiamo la morfologia degli esseri umani, per vedere come siamo fatti, che faccia abbiamo, per capire le differenze. Prendiamo impronte somatiche e catturiamo i volti dell’umanità” . Lo scopo di Toscani è quello dunque di studiare i volti di coloro che oggi vengono chiamati “popolo italiano”, per riunire nuovamente tutti in un unico status: esseri umani. E quale miglior luogo se non la piazza? Proprio la piazza, l’agorà greca, punto di ritrovo per semplici incontri o per importanti cambiamenti, dove il popolo torna ad essere una sola cosa. Ed è proprio in questi luoghi che Oliviero Toscani pone le sue gigantografie, realizzate grazie al contributo di semplici cittadini che si mettono in posa davanti l’obiettivo e si raccontano al resto del popolo, raccontando cosi il popolo stesso. L’arte ancora una volta si ritrova a svolgere un ruolo sociale, di forza unificatrice che rimette insieme i pezzi di un paese che sta andando alla deriva e che pian piano, come un grande bel puzzle mai finito, svanisce pezzo dopo pezzo. ©Valerio Pompilio
Lucifero ovvero l’inferno degli incendi estivi
Ondate di calore con nomi dell’antichità classica, da Minosse a Virgilio, fino ad arrivare a Lucifero che porta quella che i meteorologi preannunciano come la settimana più calda dell’anno. Ma a rendere davvero infernale questo periodo sono gli incendi che stanno colpendo tutta l’Italia, sia in città che nelle preziose riserve naturali. In molti casi i fuochi sono accesi da piromani e delinquenti, ma il danno più grande forse è dovuto all’inadeguatezza delle risorse per contrastare la piaga delle fiamme. I mezzi dei vigili del fuoco sono spesso pochi, obsoleti e privi della manutenzione di cui avrebbero bisogno. Sono gli stessi sindacati a lamentare tagli che rendono ancora più rischioso un mestiere eroico che assume frequentemente le proporzioni di una lotta di Don Chisciotte contro i mulini a vento. C’è chi chiede di ridurre le spese militari in favore di quelle per la prevenzione e la lotta agli incendi, chi vorrebbe una riduzione di sprechi in altri settori per destinare fondi a pompieri e corpo forestale (tra questi ultimi, tra l’altro si contano già due vittime). In periodi di crisi profonda, anche l’ambiente sta pagando un prezzo altissimo. In Sicilia è praticamente scomparsa la riserva naturale dello Zingaro, che ospitava una biodiversità ricchissima con numerose specie protette; in Ciociaria ha subito danni il parco naturale di Paliano; la Valle dell’Aniene – all’interno del parco regionale dei Monti Simbruini – ha visto nelle ultime settimane diversi incendi che sono stati domati a fatica con l’utilizzo di elicotteri; in Maremma la Marina di Grosseto e San Rossore hanno visto bruciare 120 ettari di pineta e la morte di 19 cavalli. Secondo Coldiretti e Forestale sono stati 5375 gli incendi boschivi dall’inizio dell’anno. Si diceva che la piromania e la criminalità sono tra le cause principali degli incendi, con quello che è stato definito “terrorismo ambientale”, anche le distrazioni e i gesti fatti sovrappensiero, però possono avere conseguenze fatali. Gettare mozziconi di sigaretta dai finestrini delle automobili, accendere fuochi per barbecue in aree boschive o di campagna, lasciare recipienti di vetro o sotto pressione al sole. Queste e altre disattenzioni sono potenzialmente pericolose e rischiano di rendere ulteriormente bollente la settimana di Lucifero e l’estate degli anticicloni dai nomi altisonanti. ©Diego Funaro
Olimpiade macchina del tempo
Da Corebo di Elide, primo vincitore in una gara olimpica nel 776 a.C., a Usain Bolt, dal pugile Satyros di Elide alla polemica per la medaglia d’oro nella boxe pesi supermassimi tra l’italiano Cammarelle e il britannico Joshua, dalle polis greche alla multietnica Londra: l’Olimpiade è sempre stata una delle massime espressioni della società occidentale e ha dimostrato una volta di più la sua portata globale che trascende lo sport, in modo particolare con le atlete saudite, che partecipando con il velo hanno urlato al mondo la determinazione delle donne musulmane. L’Olimpiade rappresenta al tempo stesso l’unione tra i popoli e l’attaccamento al proprio paese con le sue tradizioni. I giochi del 2012 sono stati accostati a espressioni come “tecnologia avanzata” e “senza sbavature”. Hanno dimostrato, però, la naturale fallibilità dell’essere umano: negli sport in cui il punteggio veniva deciso da una giuria la soggettività degli arbitri ha lasciato l’amaro in bocca a diversi atleti. Ma il senso civico e sportivo che pervade questa manifestazione aiuta ad andare oltre ogni polemica. Direzione Italia dedica un reportage a Londra, invitando tutti a godere della bellezza e della vitalità di questa metropoli, mostrando come è ora e immaginando di ritrovarla ancora più bella nei prossimi anni. ©MarioFracasso – vai al reportage su Londra
Londra oltre le Olimpiadi
1908, 1948, 2012, Londra è l’unica città al mondo ad aver ospitato per tre volte le Olimpiadi. I nostalgici che vagabondavano tra le bancarelle di Portobello, alla ricerca di qualche articolo sportivo d’epoca realmente originale, possono abbandonare ogni malinconia: le Olimpiadi del 2012 sono iniziate. La capitale britannica è assediata da persone provenienti da tutto il mondo per assistere alle competizioni e approfittarne per visitare la metropoli. Arrivare e trovare un posto dove dormire è diventato difficilissimo e costosissimo. Molti italiani per questo hanno rinunciato e magari rinviato il proprio viaggio a data da destinarsi. Per loro e per tutti quelli che non l’abbiano ancora visitata Direzione Italia ha deciso di dedicare un reportage a Londra, freneticamente viva e considerata l’El Dorado dai giovani di tutto il mondo. ©MarioFracasso – vai al reportage su Londra
L’orgoglio contro la Mafia
Il 19 luglio 1992 il giudice Paolo Borsellino venne assassinato in Via D’Amelio a Palermo. Meno di due mesi prima era stato ucciso anche Giovanni Falcone, l’altro Pubblico Ministero che indagava sui rapporti tra Mafia e Governo. La criminalità organizzata siciliana fu esecutrice di quelle stragi ma chi furono i veri mandanti è un interrogativo ancora aperto. Pochi giorni fa si sono celebrati i 20 anni da quell’annata terribile che, insieme alle inchieste di Tangentopoli, spazzarono via la cosiddetta Prima Repubblica Italiana. Salvatore Borsellino, il fratello del giudice assassinato, ha fondato da quattro anni il Movimento delle Agende Rosse, che a gran voce chiede che sia fatta luce sulla fine della famosa agenda rossa di Borsellino. Si pensa che sia stata sottratta al giudice il giorno della strage e che possa essere considerata una sorta di “scatola nera” della Prima Repubblica, fatta scomparire per far si che ‹‹la Seconda Repubblica nascesse cambiando tutto senza cambiare nulla veramente››. Su di essa Borsellino usava trascrivere pensieri, riflessioni e affermazioni topiche degli interrogati e di personaggi importanti con cui aveva occasione di colloquiare; appunti coperti ancora da segreto istruttorio ma che non dovevano essere trascurati. In tutta Italia il Movimento organizza manifestazioni e convegni pubblici, scolastici ed universitari che iniziano e si concludono al grido di ‹‹Resistenza››, sempre innalzando al cielo le simboliche agende rosse fatte stampare da Salvatore Borsellino. Quest’ultimo, nonostante i suoi settant’anni, continua a viaggiare a sue spese in tutta la Penisola per far sentire l’appoggio del leader ai suoi giovani sostenitori. Ogni anno, il 19 luglio, le Agende Rosse manifestano in Via D’Amelio, presidiando l’albero piantato in onore di Paolo Borsellino, nell’esatto punto in cui avvenne l’esplosione che gli tolse la vita. Legalità, Cultura, Verità sono i valori di questi ragazzi che sventolano alto il loro orgoglio di essere italiani. Orgoglio sinonimo del nome Paolo Borsellino. ©Emanuele Mancinelli – Agende Rosse Abruzzo
Palermo, banchetti in festa
La cucina di strada di Palermo è una esperienza multisensoriale che segna il ricordo di chiunque la sperimenti. Il profumo dei cibi è avvolgente, il fumo riempie l’aria e i venditori ambulanti richiamano l’attenzione con le loro abbanniate (urla e gesti per promuovere la propria merce). Anche la vista è stuzzicata: il cibo viene esposto tra bancarelle colorate e ricche di disegni variopinti.
In diverse strade e nei mercati storici si può assistere a preparazione, esposizione, vendita e consumo direttamente sul posto. Questa pratica culinaria mette in moto una ritualità sociale che crea i binomi cucina di strada-maschio, cucina domestica-femmina. La prima non è dettata da nessuna regola, è proiettata nello spazio pubblico e il cibo si prende e si mangia in piedi, direttamente con le mani. La seconda si esercita all’interno della casa e ha leggi precise in cui l’ordine è governato dalla donna che prepara la tavola.
Durante ricorrenze come il Fistinu di Santa Rusulia, lungo il Foro Italico, si incontra ogni sorta di venditori ambulanti palermitani. Ci sono i banchetti degli stigghiulara, venditori di stigghiuòla (budella di vitello arrostiti e conditi con sale e limone); il banchetto del pani ca mièusa (panino con milza mista a polmone e altre parti callose, tutto condito con ricotta e caciocavallo); quello del pani panielli e cazzilli (pane con panelle, ovvero frittelle di farina di ceci, e crocchè, ovvero polpettine fritte a base di patate e uova o latte); quello ru’ sfinciunaru, il venditore di sfincione (alta focaccia condita con salsa di pomodoro, cipolle, pan grattato, olio, sale e pepe); i mulunari (venditori di grosse e succose angurie, conservate in capienti contenitori colmi d’acqua e ghiaccio); il banchetto du’ turrunaru, in cui si possono trovare i bummuluna (caramelle artigianali alla menta e vaniglia), quello della petrafennula o cubaita (una specie di duro torrone fatto con miele, mandorle, bucce di cedro e arance, confetti e cannella). Il banchetto più grande, più luminoso, più colorato e visitato è quello del siminzaru, il venditore di frutta secca. La merce esposta è veramente tanta: insieme a calia (ceci tostati) e simenza (semi di zucca rossi essiccati e salati) vengono venduti i luppini a bagno nell’acqua salata, i cruzziteddi (castagne sgusciate secche), le favi sicchi o atturrati (fave tostate), le noci, i pistacchi sicchi e salati e altra frutta secca. Il banchetto ha una struttura a più gradini e per prendere i prodotti che sono esposti in alto il venditore si serve di un’asta munita di coppino, ovvero di un contenitore. L’intero banco è, inoltre, tappezzato, come i tipici carretti siciliani, da pannelli illustrati con le storie dei Paladini di Francia e dei Santi, i cui elementi narrativi sono la tentazione e la resistenza del tentato. Tutto intorno una cornice di canzoni e musiche, urla dei venditori e risa dei passanti. Alla fine della serata i jochi di focu sono il momento più atteso dai palermitani e indicano che la fetsa sta per concludersi con gli applausi a risuonare davanti al mare del Foro Italico. ©Fabiola Zingales
Fiumara di Tusa, l’arte illumina la valle
In Sicilia settentrionale, tra Messina e Palermo, si trova la Fiumara di Tusa, il letto di un fiume secco tra i Nebrodi e le Madonie, che solo nel periodo invernale diventa un piccolo torrente. Lungo la valle si trova uno dei più grandi musei a cielo aperto d’Italia: la cosiddetta Fiumara d’Arte. La storia di questo parco è tutta in salita. L’ideatore e curatore di questo spazio culturale è Antonio Presti. Dopo la morte di suo padre nel 1982, decide di dedicargli un monumento e di donarlo alla collettività ponendolo alla foce della Fiumara. Si rivolge per ciò allo scultore Pietro Consagra. Di qui a immaginare un parco che ospiti opere d’arte contemporanea di artisti internazionali il passo fu breve. Nel 1986 all’inaugurazione della scultura di Consagra si annuncia la nascita del museo e i sindaci della zona sembrano entusiasti. Alcuni anni dopo la valle inizia ad essere colorata e popolata di sculture, ma il progetto si blocca. Opere come la celebre “Finestra sul Mare” sono poste sotto sequestro per abusivismo edilizio ed occupazione di demanio pubblico. Si ferma lo sviluppo della Fiumara d’Arte che avrebbe previsto anche creazioni di artisti del calibro di Arnaldo Pomodoro. Anche i sindaci si tirano indietro. Un’interrogazione parlamentare chiede al Ministro dei Beni Culturali e Ambientali di: «intervenire con la massima urgenza per fare cessare lo scempio e la persecuzione delle autorità locali nei confronti dell’iniziativa di Antonio Presti che ha costituito attorno alla Fiumara di Tusa un nuovo ed eccezionale comprensorio artistico, culturale e paesistico di rilievo internazionale». Nell’evolversi della vicenda si stabilisce ufficialmente che le creazioni artistiche non deturpano, ma valorizzano il paesaggio che anzi è stato per anni rovinato da un vero abusivismo edilizio. Nonostante ciò Comuni, Provincia e Regione non si fanno carico in alcun modo della sua tutela. Solo nel 2005, con un intervento decisivo del Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, il Parco di Fiumara d’Arte è ufficialmente riconosciuto e la Regione ne approva il percorso turistico.
L’ultima scultura – “Piramide 38° parallelo” di Mauro Staccioli – è del marzo 2010 ed è stata realizzata con il contribuo del comune di Motta d’Affermo(ME). È una piramide di ferro a base triangolare che domina dall’alto. Inaugurata nel giorno dell’equinozio di primavera è visitabile all’interno esclusivamente durante le giornate dei solstizi, quando si celebra l’emozionante “Rito della Luce”. I partecipanti invitati ad indossare abiti chiari, preferibilmente bianchi, restano in silenzio mentre la luce solare filtra attraverso una fessura e illumina le pietre poste a terra al centro della base del monumento. La luce della cultura e dell’arte penetra nell’oscurità della burocrazia e della politica. ©Diego Funaro
A ggirandola de Caster sant’Angelo
La sera del 29 giugno a Roma tutti col naso in aria e lo sguardo rivolto a Castel Sant’Angelo. La città festeggia i suoi santi patroni Pietro e Paolo con uno spettacolo pirotecnico che risale al 1481. La festa ricorda un miracolo del 29 agosto 590: Papa Gregorio Magno vide apparire l’arcangelo Michele circondato di luci abbaglianti proprio sopra il Castello. San Michele in quell’occasione rinfoderava la spada per segnare la fine della peste che aveva sconvolto Roma. Nelle prime edizioni l’evento detto “Maraviglia del Tempo” o “Girandola” celebrava le principali festività cattoliche. Con lo scorrere degli anni è rimasta legata alla giornata dedicata ai Patroni di Roma, fino alla fine del 1800, quando romani e viaggiatori di tutto il mondo hanno potuto goderne per l’ultima volta. La tradizione è ripresa nel 2008 con un attento studio storico per riproporre in età moderna e con tecniche attuali ciò che era un tempo la Girandola di Castel Sant’Angelo. Per i romani è molto di più di un semplice spettacolo di fuochi d’artificio, basti pensare che si attribuisce a Michelangelo Buonarroti la messa in opera delle prime edizioni, mentre è attestato storicamente che sia stato Bernini a perfezionarla. Nei secoli scorsi per accendere e sincronizzare i fuochi pirotecnici in diversi angoli della Mole Adriana, occorrevano almeno 100 operai, oggi bastano 18 tecnici e un progettista. ©Diego Funaro
«Quod natura munimento inviderat industria adiecit»
62 metri di profondità, la luce che diventa sempre più scarsa man mano che si scendono i 248 scalini: è il pozzo di San Patrizio a Orvieto, detto inizialmente “Pozzo della Rocca”. Prese il nome attuale nell’800, per la somiglianza con la cavità in cui il Santo, ritenendo che una profondità simile lo ponesse facilmente in contatto con l’Aldilà, pregava in Irlanda. Questa struttura affascinante e inquietante al tempo stesso fu voluta da Papa Clemente VII nel 1527, dopo la discesa dei Lanzichenecchi e il sacco di Roma. Il Pontefice temeva un assedio alla città umbra in cui si era ritirato ed il pozzo doveva fornire l’acqua necessaria a resistere. La progettazione fu affidata ad Antonio da Sangallo il giovane che ideò un metodo per rendere più agevole la discesa e la salita di chi si recava a prendere l’acqua. Le scale elicoidali sono due e sono sovrapposte: una permette di scendere, l’altra di salire. Questa doppia elica intrecciata ricorda graficamente la struttura del DNA. Inoltre, per fare in modo di portare un carico maggiore e quindi servirsi di muli o cavalli, i gradini sono stati progettati e costruiti in leggera pendenza e molto bassi. All’entrata, per sottolineare l’importanza dell’ingegno umano è stato inciso il motto «Quod natura munimento inviderat industria adiecit» e cioè «Quello che non ha dato la natura, lo ha procurato il lavoro». © Diego Funaro
Chiusura corso fotografico: bravi ragazzi!
Siamo alla settimana conclusiva del nostro corso di Fotografia di Base. Due mesi passati in compagnia dell’Archoclub Pescara e di studenti entusiasti e appassionati, fotografi al loro primi passi di cui abbiamo visto crescere l’abilità ad ogni lezione. Hanno appreso le tecnica di base ma anche alcuni concetti più avanzati, hanno approcciato la fotografia archeologica, studiato come realizzare un reportage di viaggio e creato una loro fotostoria. Ma soprattutto hanno scattato tanto e si sono messi alla prova, stimolati dal contest interno e sempre affiancati da noi fotografi più esperti. ‹‹Ricordate che gli strumenti più importanti non sono la macchina, gli obbiettivi o il flash, ma le vostre gambe… e i vostri occhi. Non dovete stare fermi in un posto e zoomare avanti e indietro, ma osservare la scena, scegliere l’inquadratura e poi decidere che focale utilizzare, avvicinarvi o allontanavi di conseguenza››. Alcuni di loro hanno anche voluto seguirci in giornate impegnative come quella dell’Ironman, svoltosi domenica scorsa per le strade di Pescara. Un compito arduo per la difficoltà tecnica della foto sportiva, il gran caldo estivo e la necessità di inseguire gli atleti su un vasto percorso. Ma i risultati si sono visti e qualcuna delle loro foto potrebbe finire tra la selezione per la nostra prossima fotostoria. ©MarioFracasso
«My baby is finisher!!!»
1,9 km di nuoto, 90 di bici, 21,1 di corsa; 70,3 miglia complessive di percorso; oltre 2000 gli atleti. Nello scorso weekend, a Pescara, si è svolta l’unica tappa italiana dell’Ironman, competizione mondiale di triathlon organizzata dalla World Triathlon Corporation. Partecipare a questa gara, che nel caso della tappa abruzzese, è un mezzo triathlon (70,3 miglia e non 104,6), richiede mesi di preparazione intensa. Serve essere atleti completi e avere più che un corpo di ferro una mente e una volontà indistruttibili. Lo spirito dell’Ironman è allenarsi con pazienza per poi sfidare i propri limiti più che gli avversari. In gara c’erano sia i professionisti, in lotta per il titolo, che gli amatori, vogliosi solo di sentire lo speaker annunciare “you are a finisher!” al loro arrivo al traguardo, al loro ultimo sforzo dopo ore di agonismo estremo. C’arano anche i figli degli atleti: bambini dai 6 ai 12 anni già condizionati a vedere nella sfida fisica la fonte di realizzazione propria e dei propri genitori in particolare. Nel pomeriggio precedente la gara degli adulti, si è tenuto, infatti, l’Ironkids, la competizione per i più piccoli. La gara si è svolta su due fronti: da una parte i bambini che tentavano di arrivare primi al traguardo dall’altra i genitori che si dimenavano e incitavano a perdifiato i propri figli. ©MarioFracasso
2 Giugno: angeli in bilico
Ridotte, sobrie, ristrette, moderate, dedicate alla tragedia del terremoto in Emilia: parole molto usate, quest’anno, parlando delle celebrazioni per la nascita della Repubblica. «Celebriamo il 2 Giugno per esprimere lo spirito di solidarietà e unità nazionale che ci guida e che costituisce la miglior garanzia in tempi così difficili e anche dolorosi». Nonostante le affermazioni del Capo dello Stato siano state decise ma concilianti, le polemiche non sono mancate. In molti hanno criticato la scelta di non rinunciare alle celebrazioni, spesso scadendo nella pura demagogia. Una voce forte e concreta è stata, invece, quella del Unione Sindacale di Base dei Vigili del Fuoco. Nel comunicato di mercoledì 30 maggio hanno affermato: «non serve “mostrare i muscoli” con una parata, quando il nostro Paese viene messo in ginocchio dai debiti ed il Corpo Nazionale dei Vigili del Fuoco subisce continui tagli lineari. Oggi, infatti, il soccorso tecnico urgente alla popolazione è assicurato solo ed esclusivamente con il raddoppio dei turni del personale VV.F. e con la certezza che i lavoratori non saranno retribuiti, perché il Dipartimento non ha fondi e si appresta a nuovi tagli lineari». Gli angeli del terremoto, così come sono stati definiti durante i soccorsi nel terremoto abruzzese del 2009, questa volta hanno alzato la voce e la festa della Repubblica è divenuta l’occasione per denunciare i continui tagli fatti dal Governo, che li ha privati del 32% delle risorse e li ha lasciati senza contratto da quattro anni. ©MrioFracasso
Plasmando le menti ( Leggendo Aldous Huxley 2)
“Reparto Infantile. Sale di condizionamento neo-pavloviano” annunciava un cartello. […] Fra i vasi di rose furono distribuiti in bell’ordine i libri ciascuno aperto su un’immagine gaiamente colorata di quadrupede, di pesce o di uccello. Appena voltati, i bambini tacquero immediatamente: poi cominciarono a strisciare verso quelle masse di colori brillanti, quelle forme così allegre e vivaci sulle pagine bianche. L’educazione nel “Mondo Nuovo” si basava sul condizionamento dei pensieri degli individui fin da neonati. La massima forza moralizzatrice era l’ipnopedia. “I bambini Alfa sono vestiti di grigio, lavorano molto più di noi, perché sono tanto tanto intelligenti. Sono veramente contento di essere un Beta perché non sono costretto a lavorare così duro. E poi, noi siamo superiori ai Gamma e ai Delta. I Gamma sono stupidi. Oh no, non voglio giocare coi bambini Delta. E gli Ipsilon sono ancora peggio”. […] «Se lo sentiranno ripetere ancora quaranta o cinquanta volte prima di svegliarsi. Centoventi volte, tre volte a settimana, per trenta mesi». L’etica era insegnata attraverso ripetizioni continue, educando i bambini a non pensare ciò che volevano ma ciò che veniva loro insegnato. Lotta alla fantasia e al pensiero individuale. Libertà di pensare solo ciò che è moralmente giusto pensare. “Gli abiti vecchi sono brutti” continuava il mormorio infaticabile “si buttano via i vestiti vecchi. È meglio buttar via che aggiustare, è meglio buttar via che aggiustare, più sono i rammendi e minore è il benessere”. I condizionamenti continuavano anche in età adulta e gli individui si condizionavano a vicenda: «Bisogna assolutamente che me ne procuri una uguale. È in condizioni vergognose, quella mia vecchia cartucciera. L’ho quasi da tre mesi». Nel futuro, secondo Huxley, l’etica sarebbe stata quella del consumismo, della massificazione e della stabilità sociale. Tutto ciò si sarebbe ottenuto abituando le menti dei fanciulli alla “giusta” morale. «La mente giudica e desidera e decide, costituita da queste cose suggerite». ©MarioFracasso
L’incubo del Mondo Nuovo (Leggendo Aldous Huxley)
Un edificio grigio e pesante di soli trentaquattro piani. Sopra l’entrata principale le parole: “Centro di incubazione e di condizionamento di Londra Centrale” e in uno stemma il motto dello Stato Mondiale: “Comunità, Identità, Stabilità”. Così inizia il libro Brave New World (Il mondo nuovo) di Aldous Huxley, che, dopo alcune pagine, prosegue: Nelle quattromila stanze del Centro, i quattromila orologi elettrici suonarono contemporaneamente le quattro. Delle voci incorporee annunciarono dagli altoparlanti: “Termina il turno principale diurno. Comincia il secondo turno diurno. Termina il turno…”. Il libro dell’autore inglese è un’opera a metà strada tra un romanzo di fantascienza e un saggio di filosofia: è il tragico avverarsi di una distopia che lo scrittore vedeva come già in via di realizzazione. È la descrizione di un futuro prossimo in cui la società ha distrutto l’intelligenza individuale, annientato ogni forma di pensiero alternativo ed educato gli individui a sentirsi realizzati all’interno degli schemi preordinati della massificazione. Un mondo in cui la storia e la cultura sono messe da parte per evitare che la conoscenza possa aiutare il ragionamento, considerato una minaccia terribile ai pilastri della società: produrre per consumare, consumare per continuare a produrre. Un mondo in cui tutti sono sereni e produttivi perché incoscienti e condizionati, liberi all’interno delle recinzioni dello Stato Mondiale: «E questo,» aggiunse il Direttore sentenziosamente «questo è il segreto della felicità e della virtù: amare ciò che si deve amare…». ©MarioFracasso

Dalla rosa alla mamma
La tradizione greco-romana vuole che la rosa sia nata dal sangue di Afrodite e di Adone: lei dea dell’amore, lui simbolo della rinascita primaverile. Per questo è simbolo dell’amore che dà la vita. Nel corso dei millenni il fiore è stato associato a diverse divinità femminili legate ad affetto e creazione, fino ad arrivare a rappresentare la Vergine Maria alla quale è dedicato il mese di maggio. Anche per il periodo dell’anno, così come per la rosa, si è giunti alla Madonna passando per una lunga serie di dee differenti. A maggio, infatti, si sono celebrate per millenni le divinità femminili signore della vitalità, della rigenerazione e della maternità. Proprio per questo motivo la festa della mamma si celebra nella seconda domenica di maggio. In Italia fu Otello Migliosi, un sacerdote di Assisi a celebrare per primo questa data: era il 12 maggio 1957, seconda domenica del mese tradizionalmente consacrato alla Madre di Dio. © Diego Funaro
Dall’inizio del 2012 sono 73 le persone che si sono tolte la vita in Italia: il 24% in più rispetto al 2009, quando la crisi economica era agli inizi e sembrava doversi risolvere presto. Le vittime potrebbero essere molte di più, infatti sono innumerevoli coloro che tentano il suicidio e sono salvati in extremis o desistono, dopo essere stati convinti da mediatori delle forze dell’ordine, amici o parenti. È analoga la storia di un sessantaquattrenne che per nove ore ha ripetuto di volersi lanciare nel vuoto dopo essersi arrampicato su una ciminiera di uno stabilimento industriale di Parma. In momenti come questo, in cui un fatto così personale come il suicidio tocca un numero tanto elevato di individui, sembra tornare attuale lo studio svolto nel 1897 dal sociologo alsaziano Émile Durkheim. Secondo lo studioso francese anche nel momento di solitudine in cui ci si toglie la vita è la società che, in qualche modo, impone l’atto estremo. Durkheim descrisse l’esistenza del suicidio “anomico”, dovuto a carenza, assenza o sconvolgimento di regole, abitudini che danno ordine alla società; in una parola: “anomia”. Può sembrare quindi ovvio che il tasso di suicidi aumenti in periodi di grave crisi economica. Il sociologo scoprì un incremento anche nei momenti di prosperità. Durkheim arriva ad affermare «È dunque possibilissimo, e perfino verosimile, che il movimento ascensionale dei suicidi abbia la sua origine in uno stato patologico che accompagna attualmente il cammino della civiltà pur senza esserne la condizione necessaria.» Questo tipo di suicidio è caratteristico delle società moderne e ha tra le cause principali le condizioni di vita tipiche della modernità, in cui i legami individuali e di gruppo sono sempre più labili. Tuttavia le notizie degli ultimi tempi riportano alla mente pure Seneca: «Talvolta ci vuole coraggio anche a vivere». © diego funaro
A lezione dal Maestro
Il 30 Aprile si è chiusa una delle mostre fotografiche più importanti degli ultimi tempi. Al Museo Macro Testaccio di Roma, per 5 mesi, sono state esposte le fotografie di Steve Mc Curry, il fotografo della National Geographic Society, considerato uno dei più grandi al mondo. I suoi scatti raccontano storie uniche ed entrano nell’animo di tutti. Direzione Italia non ha mancato questo appuntamento. Accompagnando alcuni degli iscritti al Corso di Fotografia di Base (archeologica e di viaggio), organizzato in collaborazione con l’Archeoclub di Pescara, abbiamo dato vita a una sorta di lezione itinerante lungo il percorso espositivo. All’interno di ogni igloo, forma dell’istallazione scelta per dare più risalto a ogni singola immagine, abbiamo analizzato le foto, individuando le tecniche di ripresa, discutendo sul modo di lavorare del famoso fotografo e sul messaggio che volesse trasmettere con i suoi scatti. Grazie a ciò i ragazzi del corso hanno avuto l’opportunità di cimentarsi in un esercizio interessante e noi di condividere con loro la nostra passione per la fotografia e per il reportage. ©MarioFracasso
Comportiamoci bene, non soltanto oggi
La giornata mondiale della Terra si celebra ogni anno il 22 aprile. Sono 192 le nazioni che organizzano eventi per l’occasione. Lo scopo è di educare cittadini, istituzioni e governi a comportamenti ecologici e informarli sugli effetti negativi di alcune attività umane che provocano inquinamento, estinzioni di animali, deforestazioni, riscaldamento globale. Il principio base della giornata mondiale della Terra è legato al diritto morale di ciascuno – indipendentemente dalle appartenenze religiose o sociali, dal genere e dall’etnia – a vivere in un ambiente sano. L’Earth Day è stato organizzato per la prima volta nel 1970 come movimento universitario e nel tempo è divenuto una ricorrenza di portata mondiale. L’obiettivo dell’edizione 2012 è la capillarità degli interventi di chiunque voglia concretamente fare qualcosa di buono per la Terra: il tema scelto è, infatti, “Mobilitare il pianeta”. Se alcuni dati sono ormai difficili da migliorare (ad esempio le tigri sono quasi estinte, così come i panda e tanti tipi di rettili) altri possono farci ben sperare. Negli ultimi 20 anni il patrimonio boschivo italiano ha raggiunto un’estensione di 10,4 milioni di ettari, accrescendosi di 1,7 milioni di ettari. Queste cifre stanno a significare che un terzo del territorio italiano è coperto da alberi. Per poter migliorare le condizioni del pianeta, tuttavia, sarebbe opportuno che le lodevoli iniziative di privati cittadini, aziende, enti e istituzioni, non si limitassero solo alla giornata odierna, ma che fossero il segno di un cambiamento più profondo nei modi di pensare, prima che di agire.© Diego Funaro
Ora della Terra: monumenti spenti, coscienze accese
Sabato 31 marzo migliaia di monumenti in tutto il mondo sono stati lasciati al buio per un’ora. È stata l’ Earth Hour, un evento organizzato dal WWF e giunto alla sesta edizione. L’obiettivo è sensibilizzare l’opinione pubblica sul cambiamento climatico e sulla relativa necessità di ridurre i consumi energetici.Le luci hanno lasciato in ombra monumenti come il Cristo Redentore a Rio de Janeiro, l’Empire State Building a New York o l’Harbour Bridge a Sidney. Roma è stata scelta come capitale mondiale dell’evento. Jim Leape, il direttore del WWF Internazionale, ha presieduto, infatti, la cerimonia di spegnimento dell’illuminazione di Castel Sant’Angelo. Ai piedi della Mole Adriana, si è anche svolto un concerto ecologico che ha visto le esibizioni di Elisa e Niccolò Fabi. L’energia elettrica per alimentare luci e impianti acustici è stata totalmente ricavata dalla forza di 128 ciclisti che, per oltre un’ora, hanno pedalato sulle loro speciali biciclette.I comuni italiani che hanno aderito all’evento sono stati quasi 400. Direzione Italia ne ha scelti quattro. In rappresentanza dell’intero stivale, da sud a nord, dal Tirreno all’Adriatico, abbiamo raccolto immagini della Fontana Pretoria di Palermo, del Castello Sforzesco di Milano, della Basilica di San Pietro e di Castel Sant’Angelo a Roma e del Ponte del Mare a Pescara. ©Diego Funaro
«Ecco l’agnello di Dio, che toglie il peccato del mondo!»
«Come agnello condotto al mattatoio, pecora muta davanti a chi la tosa, egli non aprì la bocca». (Isaia, 53,7). Già nel Vecchio testamento, secondo la teologia cristiana, il profeta Isaia aveva associato all’agnello la figura di Cristo. Nel Vangelo di Giovanni il legame tra l’agnello e Cristo è stretto definitivamente: Ecco l’agnello di Dio, che toglie il peccato del mondo!». (Vangelo di Giovanni 1, 29-34). Il rito pasquale fin dal tempo degli ebrei prevede il sacrificio dell’agnello alla divinità. La tradizione è entrata anche nel culto cristiano nonostante il gesto rivoluzionario fatto da Gesù stesso: scacciò tutti fuori del tempio, con le pecore e i buoi; gettò a terra il denaro dei cambiamonete e ne rovesciò i banchi». (Vangelo di Giovanni 2,13-22). Mangiare determinati animali per onorare le festività religiose è un’usanza presente in tutto il mondo occidentale e si aggiunge all’abuso di carne diffuso in queste zone. Agnelli, tacchini, polli, maiali, mucche, una moltitudine di capi di bestiame di ogni genere viene allevato in maniera forzata e in condizioni terribili per poi essere ucciso. E sono numerosi i casi in cui le bestie muoiono di stenti prima della macellazione. Un violento mattatoio globale che distrugge risorse naturali, inquina e affama i popoli più poveri, ufficialmente in nome della tradizione, di fatto in nome del profitto e di una visione eccessivamente industrializzata dell’allevamento. Idea assai lontana da quella di sacrificio e meditazione che le festività dovrebbero portare con sé. ©MarioFracasso
«Scusa, dove si trova la Puglia?» «Vicino ad Abruzzo, Liguria e Valle d’Aosta». «La Sicilia, invece? Credo sia nel padiglione due». «Si, ma è dalla parte opposta. Di fianco all’Emilia Romagna». «Allora passiamo per Campania e Lazio, così dopo la Toscana dovremmo arrivare in Puglia». Il 28 Marzo si è concluso il Vinitaly 2012, come ogni anno, un concentrato alcolico di geografia italiana. Anche se i visitatori rischiano di sentirsi ubriachi già prima di aver bevuto, la fiera di Verona ha un suo ordine preciso. È organizzata per assegnare al meglio ogni singolo spazio. 4.164 espositori occupano 94.966 mq di superficie. Ma ci sono soprattutto migliaia di giornalisti, hostess, promoter, magazzinieri, glass collector, addetti alle pulizie e alla sicurezza. Un vero esercito laborioso a disposizione di quella che è la maggiore fiera del vino italiana e una tra le più importanti al mondo. Il Vinitaly è un non luogo in cui gli addetti ai lavori discutono, assaggiano, contrattano, acquistano, vendono. Più che il vino, si godono la ricchezza da esso derivata. Un baccanale dell’economia dove solo i curiosi possono permettersi di essere veramente ebbri. ©MarioFracasso
«Come si arriva al duomo?» chiedo guardando dal basso il centro storico che si sviluppa sulla collina. «Devi prendere il tiramisù» rispondono due ragazzi in attesa alla fermata. Così gli abitanti del luogo chiamano la funicolare che sale verso la parte medievale della città. Questo simpatico doppio senso mi fa sorridere e, percorrendo le strade del centro, non immagino quanti misteri possa celare questa Osimo. Gli abitanti sono definiti i Senza Testa, per la presenza di statue acefale nel cortile del palazzo municipale. Sotto le case e i palazzi si trova un vero e proprio labirinto ipogeo, lungo almeno 9 km. Archeologi e storici non riescono a chiarirne la funzione. Sulle sue pareti sono incisi simboli cristiani e pagani, allegorici, magici e alchemici. Sulla piazza del Comune una finestra del palazzo Balleani Baldeschi rimane sempre aperta. Fa parte di un vano chiuso dall’interno in cui fu trovato uno scheletro. Molti ritengono che una donna vi fu murata viva. Nel duomo, oltre ai simboli religiosi, tra gli elementi decorativi sono presenti croci di Malta, animali mostruosi e figure umane grottesche. Entrandovi, nella prima cappella sulla destra, si trova il crocifisso ligneo del XII sec d.C. scolpito da Guido Reni. Illuminato da luce frontale il Cristo appare in chiara figura maschile, con la luce obliqua proveniente dall’esterno, assume una vaga forma femminile. Come se non bastasse il gioco d’ombre inciso nel legno, il 2 luglio del 1796 il Cristo aprì gli occhi e la bocca, per richiuderli alcuni mesi dopo. Le stranezze di Osimo creano dubbi e fantasie e riscendendo verso l’autobus più che sorridere il tiramisù ora mi fa riflettere e immaginare. ©MarioFracasso
Il passaggio da una stagione all’altra è sempre stato, per l’uomo, un momento fondamentale. Fin dalla preistoria, equinozi e solstizi hanno visto la nascita di cerimonie e rituali in ogni angolo del mondo. A Palermo, l’arrivo della primavera e la fine dell’inverno, è celebrato con un antico rito di rinnovo: la “vampa di San Giuseppe”. Risale a un passato in cui i cicli stagionali scandivano il tempo e le comunità erano fondate su agricoltura, pastorizia e pesca. Gruppi di bambini in molte zone della città – principalmente le più popolari – accatastano, per diversi giorni, pezzi di legno ricavati da vecchi mobili. Spesso, in cima a questi grandi cumuli, mettono un fantoccio fatto di abiti usati, che simboleggia il diavolo. Nelle ore precedenti il rito della vampa, i bambini del quartiere Arenella cantano a voce alta per le strade: «Stasiera a i siette a vampa ri San Giusieppe!». In questa borgata marinara, da alcuni anni, per accendere le pire si aspetta il passaggio del traghetto per Napoli (il cui comandante proviene dalla stessa Arenella). Mentre l’aria fresca tipica delle ultime sere invernali diventa calda come in estate e l’odore del mare è sostituito da quello penetrante di bruciato, la spiaggia si affolla e gli abitanti del quartiere partecipano in diverse maniere. Gettano gli ultimi oggetti nel fuoco, offrono da bere ai vicini o semplicemente osservano. Tutti parlano in gruppi più o meno grandi, la comunità è coesa nella cerimonia. La purificazione è evidente anche in senso etimologico: “πῦρ” (pyr) in greco antico significa fuoco. Chiaramente bruciare un feticcio del demonio è beneaugurante perché simboleggia la sconfitta del male, tanto più che quando i falò iniziano a perdere forza, sono bersagliati da lanci di pietre. Distruggere ciò che non serve più, perché vecchio o inutilizzabile, è un chiaro segno di rinnovamento. Come se dalle ceneri dei falò possano risorgere – a mo’ di araba fenice – le suppellettili rinvigorite. La scelta della data non è casuale, la notte della vigilia di San Giuseppe precede di tre giorni l’arrivo della primavera e le pire, come i fuochi d’artificio di capodanno, sono un modo per scacciare il vecchio e salutare il nuovo. ©Diego Funaro
Città, paesi e borghi d’Italia hanno tutti un Santo protettore, un patrono che veglia dall’alto e che gli abitanti festeggiano una volta l’anno. Storicamente la diffusione dei santi è stata una scelta strategica dalla Chiesa. Fino al IV secolo d.C., infatti, la nuova religione monoteista era considerata una semplice eresia del Giudaismo e tra i romani era diffusa l’intolleranza. Le persecuzioni di Nerone, nel 64 d.C., e Diocleziano, nel 303, sono solo quelle più conosciute: ritorsioni ed esecuzioni erano frequenti e i martiri erano considerati dei fanatici che vaneggiavano contro la consuetudine della religio romana. L’impegno civico era la base della virtus e il disinteresse che i Cristiani mostravano era considerato folle dal resto del popolo. Nel corso di un secolo, però, le cose si ribaltarono. Prima l’imperatore Costantino proclamò, nel 313, un editto di tolleranza a favore del Cristianesimo, poi Teodosio, nel 391, lo rese religione di stato. Nel corso del secolo le conversioni erano aumentate e il vecchio sistema amministrativo si era dimostrato sempre più inefficace. Un nuovo tipo di controllo della popolazione si era reso necessario e la religione cristiana sembrava perfetta: tutti i credenti dimostravano adorazione incondizionata e la figura del Vescovo era una istituzione indiscussa. La cattedrale, residenza vescovile attorno alla quale ruotava la vita della comunità, divenne un mezzo di controllo territoriale indispensabile. Le chiese sostituirono i templi, le feste religiose quelle civiche, i santi gli dei. Ogni comunità scelse il suo punto di riferimento, il patrono a cui votarsi. Ascoli Piceno scelse Sant’Emidio, dedicandogli anche il Duomo cittadino. L’iconografia lo rappresenta come un vescovo che regge tra le mani la sua città. Il riferimento è alla sua attitudine alla protezione dai terremoti, ma l’immagine tradisce un messaggio di potere sulla città. ©MarioFracasso
Passando nelle vicinanze di Orvieto, sia in autostrada, sia percorrendo le altre vie più paesaggistiche, è impossibile non notare l’abitato della cittadina umbra. La posizione sopraelevata attrae lo sguardo, soprattutto nelle ore pomeridiane e nei momenti precedenti il tramonto, quando i mosaici della facciata del Duomo riflettono i raggi solari. La storia dell’edificio religioso – icona di Orvieto – può ricordare quella della cattedrale di Kingsbridge uscita dalla penna di Ken Follett. Le due chiese sono un insieme di stili differenti, in particolare romanico e gotico e com’era normale all’epoca, necessitarono di diverse generazioni di costruttori. In particolare i lavori per la costruzione del Duomo orvietano iniziarono nel 1290 e terminarono nel 1591. Fu il papa Niccolò IV a volere l’edificio, per dare una collocazione al corporale che si macchiò del sangue fuoriuscito dall’ostia consacrata durante il “Miracolo di Bolsena”. I lavori furono diretti inizialmente da Bevignate da Perugia, poi da Giovanni di Uguccione sostituito da Lorenzo Maitani. Dopo la morte di quest’ultimo furono molti a susseguirsi nel ruolo di capomastro fino al termine della costruzione. La facciata che al tramonto splende rende davvero unico il Duomo, vi lavorarono più di venti artisti, tra mastri vetrai, mosaicisti e pittori. I mosaici sono la vera caratteristica, infatti rappresentano un’anomalia rispetto ad altre architetture dell’epoca e probabilmente sono un riferimento alla cultura romana paleocristiana. ©DiegoFunaro
«[…] Minuscolo lago di Nemi […] Specchio di Diana lo chiamavano gli antichi. Chi ha visto quelle acque tranquille, incastonate nella verde conca dei colli Albani, non potrà mai dimenticarle.» L’antropologo James Frazer, parte da Nemi e dai culti Nemorensi per tracciare una storia magica e religiosa dell’umanità con la sua opera più celebre “Il Ramo d’oro”. Nei boschi attorno al lago – prima ancora dello splendore dell’antica Roma – i sacerdoti silvani, conosciuti come Rex Nemorensis, vivevano e morivano, tramandando riti e tradizioni. Che questo paesino dei Parco Regionale dei Castelli Romani abbia qualcosa di magico è evidente ancora oggi, per i numerosi segni del passato ricco di divinità antichissime. Diana, dea della fertilità e dei boschi è presente in modo particolare nello stemma della città, sul quale è apposto il nome “Dianae Nemus”, ovvero “Bosco di Diana”, ma anche in statue e fontane moderne dei diversi angoli del borgo. Allontanandosi di poco dal centro, scendendo verso il lago, compare il volto bronzeo di Medusa. Il suo sguardo severo sta di guardia ad una fontana da cui sgorga acqua effervescente. Alcune rune incise sotto la maschera rendono ancora più affascinante e misterioso il luogo. Poco distante si trova piazza Frazer, intitolata all’etnologo britannico, che concluse il suo viaggio sulla magia e sulla religione proprio qui dov’era iniziato. «Riprendiamo la strada che s’inombra lungo il fianco della montagna fino a raggiungere Nemi; volgiamo lo sguardo nella conca profonda del lago che si fonde e scompare rapidamente nell’ombra della sera. Ben poco è cambiato questo luogo da quando Diana riceveva l’omaggio dei suoi fedeli nel bosco sacro.» © Diego Funaro
Nell’opinione comune la tradizione del Carnevale affonda le sue radici nei culti pagani, anche se la teoria più diffusa sembra trascurare il concetto stesso di paganesimo. Si parla di carnem levare con chiaro riferimento alla Quaresima cristiana. Nel libro Carnival king of Europe, Giovanni Kezich e Antonella Mott coordinano il lavoro di diversi ricercatori, tentando di individuare con precisione quali siano le radici pre-cristiane di questa festività e l’etimologia del suo nome. È noto come il Cristianesimo, filtrando nell’Impero Romano, abbia cercato di assorbire i culti legati alla religione politeista, rivisitandoli e dandone una giustificazione accettabile dal suo punto di vista. Fu definito pagano, con chiara accezione dispregiativa, tutto ciò che non fosse riconducibile alla nuova religione. Tra le varie confraternite dell’antica Roma vi era anche quella degli Arvali. Era una congregazione posta a guardia del patto sancito tra gli uomini e gli Déi a cui si chiedeva di preservare la fertilità dei campi e l’abbondanza delle messi. Il Carmen Arvale era l’invocazione ai Lari, a Marte e a Saturno che i sacerdoti la pronunciavano durante il rito primaverile. In un mosaico conservato presso la Galleria Borghese, sono rappresentati intenti a percuotere una pelle di animale e con indosso un copricapo dalla forma conica molto simile a quello ancora in uso in molte tradizioni locali. Sul fondo bianco del copricapo stesso vi è una serie di bande parallele di colore giallo, verde, rosso e azzurro: i colori del carnevale, i colori del vestito di Arlecchino. Secondo Kezich e Mott, l’origine pagana del Carnevale risiede proprio in queste particolari cerimonie diffuse già dalle origini di Roma. Grazie alla danza e l’abbigliamento rituale si cercava di propiziare l’abbondanza per i mesi successivi. Questa idea è ancora alla base di molte tradizioni carnascialesche, soprattutto quelle di ambito rurale. ©MarioFracasso
Per caso una volpe aveva visto una maschera tragica: «Oh quanta bellezza – disse – ma non ha cervello». Ciò è stato detto per coloro ai quali la sorte ha concesso onore e gloria
ma ha tolto la comune intelligenza.(Personam tragicam forte vulpes viderat: «O quanta species, inquit, cerebrum non habet!». Hoc illis dictum est, quibus honorem et gloriam fortuna tribuit, sensum communem abstulit.) – Fedro.
Questa favola è molto conosciuta poiché la sua morale è rimasta sempre attuale nei secoli. Meno nota è, invece, l’origine della parola persona. In latino aveva un significato completamente opposto: persōna persōnam derivava dal greco prósōpon e indicava la maschera dell’attore e, per estensione, il personaggio rappresentato nella tragedia. Nell’evoluzione dell’italiano moderno il significato è stato traslato. Oggi la parola persona indica un essere dotato di coscienza di sé e di identità propria. Nonostante ciò, sembra che nei rapporti sociali tutti indossino una maschera senza volerlo ammettere. L’unico periodo riconosciuto come adatto a travestirsi è il Carnevale. Il Carnevale che incombe in questa settimana, il Carnevale che è forse l’unico giorno in cui, giustificati dall’evento, si possa essere veramente se stessi. ©MarioFracasso
Il sale è storicamente uno dei prodotti più preziosi. È noto che il termine “salario” derivi dalla paga data ai soldati e magistrati che, nell’antica Roma ricevevano compensi in sale oltre che in denaro. L’importanza del sale è legata ai suoi molteplici utilizzi, il più antico dei quali è quello della conservazione dei cibi. Il sale ha la caratteristica di “eliminare” i liquidi dai cibi che ricopre, disidratandoli e mantenendoli buoni a lungo. È proprio da questo antico metodo di conservazione che nasce l’abitudine consolidata a nutrirci con cibi sapidi. Nei giorni scorsi l’Italia ha constatato come il sale sia fondamentale per affrontare inverni rigidi. Per evitare che sulle strade si formino lastre di ghiaccio a causa di neve o pioggia e temperature che scendono sotto lo 0°. Questa preziosa sostanza deve essere gettata in abbondanza sul manto stradale perché l’acqua salata ghiaccia a -21,3° invece che a 0°. L’estrazione del sale può avvenire da giacimenti minerari un cui si trova simile a pietre e prende il nome di “salgemma” o da saline che sfruttano l’acqua marina, il sole e il vento che la fanno evaporare lasciando a terra preziosi cristalli. Il clima mediterraneo è ideale per la produzione e infatti le saline più grandi d’Europa si trovano a Barletta, ma se ne trovano numerose anche in Sicilia, principalmente tra Marsala e Trapani. Alcune di queste utilizzano ancora metodi tradizionali di estrazione manuale e mulini a vento. Le saline dello Stagnone, anche per la particolare ecosostenibilità, ospitano un’oasi del WWF. L’armonia tra una sostanza preziosa e il rispetto per l’ambiente in cui sorge, dovrebbe far riflettere – soprattutto in momenti di crisi economica – su eventuali svolte ecocompatibili anche di grandi industrie. ©DiegoFunaro
Febbraio prestami due giorni, così che possa gettare neve e gelo affinché il pastore muoia di freddo. Nella tradizione Sarda sas dies imprestadas sono i giorni più freddi dell’inverno e deriverebbero da questo “prestito” fatto a Gennaio, un mese malvagio in tutte le tradizioni popolari italiane. Gli ultimi tre giorni di questo mese sono conosciuti anche come i Giorni della Merla. L’origine di questa terminologia non è chiara e diverse sono le leggende che ne parlano. Una di queste racconta che, per tormentare una merla che aveva tentato d’ingannarlo, Gennaio si fece prestare dei giorni da Febbraio e rese quei giorni i più freddi della stagione. L’idea dei due giorni in più assegnati a Gennaio ha origine dalle tradizioni dell’antica Roma, dove Gennaio aveva soli 29 giorni. In questo 2012, però, sembra che sas dies imprestadas siano diventati molti di più di due e che i Giorni della Merla si siano spostati a queste prime settimane di Febbraio. Tutta l’Europa è nella morsa del gelo. Gli esperti parlano di una vera autostrada del freddo che ha consentito all’aria proveniente dal polo nord di spostarsi dalla Siberia, attraverso l’Ucraina e l’Europa centrale, fino al Mediterraneo e al Maghreb. Tunisi si è ritrovata completamente imbiancata dalla neve. Questa situazione era stata prevista fin da metà Gennaio, quando è stato rilevato un “sussulto” del vortice di aria fredda che circolava normalmente sulle regioni artiche. Ciò ha spezzato il vortice, indirizzando i venti siberiani verso sud-ovest e impedendo all’anticiclone di mitigare la temperatura. L’Italia sembrava essersi preparata con piani neve pronti ad essere attuati. Nella maggior parte dei casi, però, si sono rivelati insufficienti. L’intero centro-sud, dall’Emilia Romagna alla Basilicata, dall’Adriatico al Tirreno, è ricoperto da neve e ghiaccio. Domenica 5 Febbraio alle 23.30, il televideo scriveva: «esercito in campo con 530 uomini e 90 mezzi per contribuire a fronteggiare l’ emergenza maltempo. I militari sono intervenuti in comuni delle province più colpite, in Lazio, Abruzzo, Molise, Toscana, Emilia Romagna e Marche». Aeroporti chiusi, autostrade e ferrovie bloccate con passeggeri e automobilisti intrappolati nelle vetture, traghetti bloccati nei porti con viaggiatori, mezzi e merci che non possono sbarcare, paesi e città isolati, più di 100.000 persone rimaste senza elettricità, migliaia senza casa. Una ventina di morti accertati. L’Italia in ginocchio, tenta di rialzarsi e spera che la trappola di ghiaccio di queste settimane allenti la sua presa: in tutta Europa le vittime sono almeno 260. ©MarioFracasso
7 Gennaio: Giornata della Memoria
A Bolzano, in piena zona industriale, restano ancora i binari che durante la II Guerra Mondiale erano usati per far viaggiare i treni dei deportati dal Nazifascismo. Accanto, un piccolo monumento di marmo ricorda le destinazioni di quei treni e pochi oggetti personali di chi era costretto a salirvi. Questo 27 Gennaio, in occasione della Giornata della Memoria, Direzione Italia vuole ricordare tutti i genocidi e stermini nel mondo. Ne citiamo solo alcuni con il numero approssimativo delle vittime:
Shoah: 5.200.000; Gulag: 10.000.000; Foibe: 15.000; Armenia: 1.400.000; Bosnia: 120.000; Bangladesh: 3.000.000; Burundi: 150.000; Cambogia: 1.800.000; Darfur: 300.000; Guatemala: 200.000; Holodomor: 7.000.000; Indonesia: 800.000; Rwanda: 1.000.000; Timor Est: 150.000 Zanzibar: 9.000; Americhe: impossibile calcolare.
Questi i gruppi etnici, politici, religiosi e sociali perseguitati: Armeni, Ottomani, Rom, Sinti, Testimoni di Geova, Comunisti, Omosessuali, Disabili, Polacchi, Russi, Ucraini, Kulaki, Serbi, Cree, Chippewa, Nootka, Waallawalla, Arapaho, Comanche, Sioux, Cheyenne, Cherokee, Navaho, Apache, Indios, Yoruba, Carabalì, Desaparecidos, Pakistani, Hutu, Fur, Zaghawa, Masalit, Arabi, Cristiani, Musulmani… ©DiegoFunaro
Il turista che giunge a Roma si concentra di solito nelle zone del centro storico. Monumenti come il Colosseo, il Phanteon, la Basilica di San Pietro e Castel Sant’Angelo sono attrazioni di fama mondiale. Fuori da queste “rotte irrinunciabili”, però, ci si può immergere in ambienti unici, intrisi di storia, bellezza monumentale e realtà romana antica e modera. Nella periferia a sud-est dell’Urbe, a due passi da Cinecittà, dai suoi studios e dal caos frenetico della via Tuscolana, si trova il Parco degli Acquedotti. Un luogo che non ha nulla da invidiare alle altre attrattive della Capitale. In questa macchia di campagna urbana estesa 250 ettari, si è circondati da acquedotti di età romana che sono per tutto l’anno testimoni di partite a pallone improvvisate tra amici, passeggiate romantiche, grigliate e passaggi di greggi. Tra le pietre degli antichi archi trova spazio anche lo sport d’élite. Il parco ospita, infatti, un campo da golf. Chi vive a Roma si concede volentieri una giornata qui e vi giunge senza dover affrontare il traffico automobilistico, grazie alla linea A della metropolitana. Per chi viene da fuori, invece, questa potrebbe essere una vera esperienza di “romanità”. ©MarioFracasso-Diego Funaro
Il 17 gennaio, giorno dedicato a Sant’Antonio Abate, in molte città e cittadine italiane si svolgono celebrazioni in onore del Santo. L’iconografia lo raffigura come un vecchio appoggiato ad un bastone, circondato da animali domestici in un ambiente agreste. In effetti è il protettore degli animali domestici; allevatori e contadini gli sono particolarmente devoti. La mattina del 17 gennaio a Sutri – nei pressi di Viterbo – le due confraternite della “Cavalleria Vecchia” e della “Cavalleria Nuova” sfilano a cavallo per i vicoli gridando «Evviva Sant’Antonio!». Le celebrazioni prevedono che due “festaroli” appartenenti alle diverse “cavallerie” portino un palio ciascuno con la raffigurazione del Santo. La festa termina nella piazza del Comune dove il parroco benedice cavalli e cavalieri. In questa città di origine etrusca la celebrazione che ha avuto origine nell’800 è particolarmente sentita per le profonde radici contadine della popolazione. La protezione degli animali da lavoro ha reso Sant’Antonio fondamentale per la stabilità di una società che ha avuto per secoli proprio negli animali e nei campi in cui lavoravano la base della propria sussistenza. ©DiegoFunaro
L’Aquila: la Befana, la fiera e la città che ha traslocato
Il 6 gennaio arriva la Befana, porta cenere, carbone e caramelle. All’Aquila, però, l’Epifania non è solo il giorno in cui i bambini aspettano le calze appese piene di regali. È la festa di un’intera comunità. Il 5 gennaio la città si riempie di bancarelle e di venditori ambulanti. Accorrono per la tradizionale Fiera dell’Epifania che quest’anno è arrivata alla sessantaquattresima edizione. Nel gennaio del 2009, anno del sisma del 6 aprile, i venditori avevano raggiunto il numero record di 700 stalli. Nonostante la tragedia la comunità non ha voluto rinunciare alla sua tradizione e nel 2010 la fiera si è tenuta con 190 espositori disposti lungo le strade periferiche. Quest’anno le bancarelle erano quasi 300 e hanno occupato anche parte del centro storico. In una di queste gli addetti della Croce Bianca offrivano informazioni a tutti gli interessati al mondo del volontariato, mentre la “loro” Befana offriva dolci e omaggi ai bambini che passavano. Più un là, due ambulanze prestavano servizio di primo soccorso. La Fiera dell’Epifania è tornata ad essere la più grande d’Abruzzo e gli aquilani sembrano aver ripreso il piacere di passeggiare, curiosare e incontrarsi nella folla. Nonostante ciò sono ben coscienti che la magia della Befana arriva una volta all’anno. «Oggi c’è movimento perché è giorno di festa ma la quotidianità è tutta un’altra cosa» spiega Mario, proprietario di un bar su Corso Vittorio Emanuele II, «quello che più ci spaventa è l’immobilità dei cantieri, non si muove una foglia, tutto è fermo e ormai abbiamo smesso anche di parlare di ricostruzione del centro storico». Appena si volta l’angolo e ci si allontana dal flusso della gente e dalle bancarelle, infatti, la sensazione è molto differente: il vociare scompare dopo poche decine di metri e il silenzio avvolge le mura crepate delle case abbandonate. Sembra di passeggiare in un cimitero, passando da una tomba all’altra, tornando indietro tra i ricordi e la malinconia, magari lasciando un fiore o una candela accesa. «Ti ricordi questa casa? Ho abitato qui per un paio di anni. È medievale ed è sopravvissuta anche ai terremoti del Settecento». «Ti ricordi quest’altra? Quante serate in compagnia ci abbiamo passato! All’esterno sembra integra, ma guarda nella finestra, dentro è completamente puntellata per non far crollare le pareti». «Li, invece, c’è il palazzo dove abitavi tu il primo anno di università e dove, poi, ho abitato io fino al terremoto. Ero lì dentro quella notte. Ora lo stanno demolendo…». Così come ogni 5 gennaio anche quest’anno l’Aquila ha avuto la sua tradizionale fiera: un segno di vitalità di una città che ormai ha traslocato nella sua periferia e torna in centro solo nei giorni di festa. ©MarioFracasso
L’ Aeroporto Franz Josef Strauss di Monaco di Baviera è uno dei più grandi Business Centre d’Europa ma anche un esempio perfetto di non-luogo: la gente di fretta attraversa le porte scorrevoli, passa tra negozi, banconi, check in e controlli di sicurezza. Un caffè, uno sguardo al monitor per controllare il numero del gate e poi via verso la prossima destinazione: non c’è tempo per visitare la città né i sui famosi mercatini di Natale. Da qualche anno, però, si è trovata la soluzione. È stato aperto un mercatino direttamente in aeroporto. Il grande piazzale coperto si è riempito di abeti addobbati e bancarelle in legno, dove è possibile acquistare articoli di artigianato etnico, oggetti in legno intagliato, vin brulè, Schweinswurstln (salcicce di maiale arrostite) e Dampfnudeln (grandi gnocchi cotti a vapore ripieni di marmellata e accompagnati da crema di vaniglia calda). È stata anche allestita una pista per il pattinaggio sul ghiaccio. Così, in questo mondo dove il tempo sembra sempre non essere sufficiente, le feste natalizie hanno portato in dono un luogo vero, dove i viaggiatori possono assaggiare dell’essenza della città bavarese, almeno per i dieci minuti che mancano prima dell’imbarco. ©DenisStrickner
Natale, tradizioni e Unità d’Italia
Sfincione, pasta con le sarde, cardi in pastella, agnello al forno, mostaccioli e cuscus dolce in Sicilia; minestra di cardi, bollito di manzo, agnello arrosto, caggionetti, sfogliatelle e parrozzo in Abruzzo; spaghetti alle vongole, baccalà fritto, frittelle di cavolfiori e broccoli, pangiallo e tozzetti nel Lazio; risotto con tastasale, lesso di faraona con pearà e cren, cotechino con verza e pandoro in Veneto; spaetzle, canederli, schatz krapfen, bauernschinken, stinco di maiale, strudel e keisersmahl in Alto Adige: durante le feste natalizie le tavole apparecchiate nelle case degli italiani, rivelano tutta la ricchezza gastronomica del nostro Paese. Ogni regione ha le sue tradizioni e spesso le differenze si notano anche a distanza di pochi chilometri. Questa infinita varietà rivela, però, anche tutte le singole peculiarità e spesso differenze su cui si fonda l’unità della nostra nazione. Il 2011 è stato l’anno delle celebrazioni per i 150 anni dell’Unità d’Italia, un’operazione politico-militare che, nel 1861, con l’annessione del Sud al Regno Sabaudo, creò il nuovo Stato italiano. Fortunatamente, dopo un secolo e mezzo, tutte le tradizioni locali sono sopravvissute all’omologazione. Purtroppo, però, sono sopravvissute anche le differenze sociali ed economiche dei vari territori. Ancora oggi il gap tra le regioni del sud e quelle del nord sembra non essere stato colmato e in molti discutono sull’opportunità di una secessione. Una situazione molto diversa da quella tedesca dove, in meno di venti anni, Germania Ovest ed Est, pur divise da una diversa visione del futuro, dalla Guerra fredda e da un muro, sono riuscite a tornare una nazione veramente unita. Dopo il 1989 la parte occidentale investì nei territori orientali una cifra cinque volte superiore a quella spesa in Italia in 50 anni per la Cassa del Mezzogiorno. Nessuno ha mai accusato le regioni più povere di aver rubato a quelle più ricche e già al 2009 il divario economico-sociale era fortemente assottigliato. Entro il 2019, si prevede, potrà essere completamente azzerato. ©MarioFracasso
Dall’inizio di dicembre l’Italia si riempie di mercatini natalizi. Sono numerose le vie e le piazze con banchetti, banconi e bancarelle, spesso a imitazione dei mercatini di Natale tedeschi, austriaci o svizzeri. Alcuni luoghi, però hanno mantenuto o riscoperto la propria identità legata alle tradizioni delle festività. Questo mese vi porteremo nel luogo natale del presepe vivente e nel paese considerato “centro d’Italia”. ©DiegoFunaro
Vai allo speciale Natale
Verona romana, medievale, Verona rinascimentale e barocca ma anche austriaca nel suo impianto di fortificazioni. Abbracciata dalle anse dell’Adige la città sorse attorno al I a.C. e tutt’oggi conserva un fascino antico che va intrecciarsi alla modernità che scorre tra le sue vie. Verona è città storica ma anche uno dei principali centri economici del paese, tra i più ricchi d’Italia; qui l’anima contadina dei suoi abitanti resta un’ombra che rincorre figure di avvocati, banchieri, imprenditori golosi di progresso. Verona città ambivalente che ama e va fiera del suo passato ma non può fare a meno di correre dietro al futuro rappresentato da metropoli vicine. Verona dalla bellezza seducente ed evocatrice, l’atmosfera richiama alla magia shakespeariana di “Giulietta e Romeo”; un incanto che diviene realtà di fronte alla Casa di Giulietta, in via Cappello, luogo di pellegrinaggio per tutti gli innamorati. Una dopo l’altra si susseguono tracce di antichità romana, a partire dall’Arena, celebre anfiteatro divenuto palcoscenico di opere liriche e concerti; il Teatro Romano, costruito sulle rive dell’Adige, e ora divenuto suggestiva scenografia di opere teatrali e musicali; Porta Leoni e Porta Borsari, accessi alle due direttrici storiche della città che si incrociano in Piazza Erbe, l’antico foro romano. La piazza è ancora oggi uno dei luoghi simbolo di Verona, centro civile, politico e religioso, da secoli si colora grazie al caratteristico mercato della frutta e della verdura. Su di essa si affacciano palazzi rinascimentali come la Torre dei Lamberti, il barocco palazzo Maffei, adornato da statue di divinità greche, e la Domus mercatorum, edificio medievale che ospitava la corporazione delle arti e dei mestieri. Nei pressi di piazza Erbe, poco oltre la Fontana di Madonna Verona, si trova Piazza dei Signori dove compaiono la Loggia del Consiglio e la statua del grande poeta Dante Alighieri, per anni ospite degli Scaligeri durante l’esilio. ©DanieleSbampato
Il Pantheon è uno degli edifici più visitati e ammirati di Roma. Stendhal lo definì “il più bel resto dell’antichità romana”. Differenti leggende riguardano il tempio. Si dice che per costruirne la cupola ci si avvalse di un’impalcatura di terra mescolata con monete d’oro, attorno alla quale fu edificato il Pantheon. Chiunque si fosse adoperato per svuotare l’edificio sacro avrebbe potuto tenere il denaro che vi avesse trovato. Un paio di racconti tradizionali popolari romani, vedono il Pantheon in qualche maniera legato al diavolo. Una di queste sostiene che il leggendario mago Pietro Bailardo, scelse questo edificio per confessare pentito i suoi peccati. Durante la confessione fu atteso da un diavolo che camminò attorno all’edificio così a lungo da scavare il fossato che lo circonda. L’altra vuole che l’occhio al centro della cupola fu creato da un diavolo costretto alla fuga dopo essere entrato nel luogo sacro. L’oculus è però anche il simbolo del Pantheon come “tempo solare”. Parrebbe che a mezzogiorno del solstizio d’estate un raggio di sole penetri dal occhio all’interno illuminando il portale d’accesso. ©DiegoFunaro
Nella Marsica, nel cuore dell’Appenino abruzzese, fino al XIX sec. esisteva il terzo lago d’Italia per estensione: il Fucino. Dal suo prosciugamento, nel 1857, emersero più di 16.000 ettari di pianura da coltivare. Fu necessaria una manodopera agricola che i marsicani non potevano fornire e accorsero più di 50.000 persone dal resto d’Abruzzo e da altre regioni d’Italia. Oggi il Fucino è uno dei maggiori centri agricoli italiani: il 30% della produzione di carote, per esempio, proviene da qui. La disponibilità di occupazione stagionale nei campi è rilevante. Ma i giovani italiani non gradiscono i lavori più “umili” e i pochi che rimangono preferiscono magari trovare un ruolo all’interno del Telespzaio, un’azienda che opera nella comunicazione e nella gestione satellitare, divenuta anche sede del centro di controllo di Galileo, il maggior sistema per la navigazione e il posizionamento satellitare europeo. Per questo molti lavoratori immigrati affluiscono nel fucino già dagli anni ’80. Vengono principalmente dal Marocco, dalla Romania e dall’Albania. Attualmente le percentuali di stranieri residenti arrivano al 15%, il doppio della media nazionale. «Io sono venuto 10 anni fa. Poi non me ne sono più andato perché chi ha voglia di lavorare, qui trova lavoro». Mohammed El Mazhoudy è un ragazzo magrebino di 30 anni e vive con la figlia e la moglie. Uno degli aspetti più positivi dell’integrazione nel Fucino è la presenza di comunità fatte da nuclei familiari e non solo da singoli individui. Rosa Cambise, titolare di un’azienda agricola, ha un’idea molto chiara a riguardo: «Quando hanno una famiglia devono frequentare il tessuto sociale in cui risiedono, non possono rimanere chiusi in un’abitazione improvvisata. E poi, diciamolo, la presenza di una donna al fianco di un uomo lo migliora indubbiamente». ©MarioFracasso
C’è un pezzo d’Italia nella capitale Argentina, dove un tempo sorgeva il porto e si congiungono il Rio Riachuelo e il Rio de la Plata. È il quartiere della Boca, abitato soprattutto alla fine del 1800 da marinai provenienti da Genova. Il nome deriva dal quartiere genovese Boca d’Azë. Anche oggi gli abitanti della zona si chiamano xeneizes, dal termine ligure zeneize che significa “genovese”. Qui gli immigrati italiani fondarono un movimento separatista per ottenere l’autonomia sulla gestione del porto e del quartiere. Nel 1882 gli abitanti della Boca autoproclamarono la Repùblica de la Boca, territorio indipendente dall’Argentina con bandiera di Genova. Inviarono un atto formale al Re d’Italia Umberto I di Savoia, informandolo della costituzione della República Independiente de La Boca . Già all’inizio del ‘900 la passione per il calcio univa italiani ed argentini. Esteban Baglietto, Alfredo Scarpatti, Santiago Pedro Sana e i fratelli Juan e Teodoro Farenga, giovani di origine italiana, fondarono nel 1905 il Club Atletico Boca Juniors. Il nome della squadra deriva da quello del quartiere, si aggiunse “Juniors” per dare un’impronta britannica come era di moda all’epoca in Argentina. I fondatori si affidarono al caso per scegliere i colori sociali, scegliendo quelli della bandiera svedese battente sulla prima nave che videro entrare in porto. In Italia sono numerosi i simpatizzanti boquensi. A Genova il Boca Juniors è sentito come una squadra della città e la maglia blu con una banda orizzontale ricorda un po’ quella della Sampdoria. Inoltre sullo stemma sociale del CABJ è scritto “La gloriosa squadra Xeneize”. A Napoli la simpatia è legata a Diego Armando Maradona giocatore del Boca Juniors e della squadra partenopea. Anche la squadra di calcio antagonista del River Plate fu fondata nella Boca nel 1901 da emigranti Genovesi, ma in seguito si trasferì dalla zona portuale. ©DiegoFunaro
Le catacombe dei Cappuccini di Palermo rappresentano uno dei risvolti più riusciti ed impressionanti della lotta tra l’uomo e il tempo. Scavate alla fine del 500, le gallerie furono realizzate come luogo di riposo dei Cappuccini e solo in seguito cominciarono ad ospitare i notabili palermitani, i loro parenti o chiunque potesse permettersi l’efficace processo di mummificazione dato dalle particolari condizioni climatiche di questa caverna. Le salme venivano svuotate dagli organi interni, essiccate e successivamente esposte nelle gallerie con i vestiti dell’epoca. In questo modo le catacombe divennero un luogo sospeso tra la vita e la morte, dove la connessione tra vivente e trapassato si fa talmente sottile da incrinare qualsiasi certezza. ©DanieleSbampato
Speciale Grecia – Sulle tracce di Pausania
La Descrizione della Grecia di Pausania, detto il “Periegeta” (in greco, colui che gira), scritta nel II secolo d.C., ha un’importanza che va anche oltre la ricerca storico-archeologica. Pausania viaggiò a lungo nella penisola ellenica. Ovunque si recasse, descriveva ciò che vedeva. Parlava della storia dei luoghi, al limite tra realtà e mitologia, delle tradizioni, della cultura e delle persone incontrate, inserendo considerazioni personali e indicazioni per i futuri viaggiatori. In pratica, fu il primo a scrivere una vera guida di viaggio, antenata, se vogliamo, delle attuali Lonly Planet e Rough Guide o delle ottocentesche Beadeker. In un certo senso Pausania fu anche il primo reporter di viaggio della storia. Nel II secolo d.C. la Grecia era parte dell’Impero Romano e stava vivendo una sorta di “autunno dorato”. Si costruivano nuove città e monumenti ma l’epoca della grande fioritura classica era finita e da secoli si viveva un periodo di lento declino. La popolazione diminuiva, le città venivano abbandonate e gli antichi edifici andavano in rovina. Pausania descrive esattamente ciò che vede: la bellezza ma anche la decadenza di questo periodo. Nel 1900 James G. Frazer, autore del libro Il ramo d’oro, compì un viaggio in Grecia seguendo le tracce di Pausania, e recandosi nei luoghi da lui descritti. Prendendo spunto da questo autore, DirezioneItalia inaugura, con l’articolo, Il Peloponneso, lì dove nacque l’Occidente, uno Speciale sulla Grecia. Verranno descritti i luoghi della periegesi, tra siti archeologici, luoghi insoliti e paesaggi affascinanti e, a volte, immutati da come li vide il nostro cicerone. ©MarioFracasso
Il lago di Resia o Reschensee – al confine tra Italia, Svizzera e Austria – è il lago più grande dell’Alto Adige – Südtirol. È uno specchio d’acqua artificiale creato nel 1950 con la costruzione di una diga per lo sfruttamento dell’energia idroelettrica che ha unito due preesistenti laghi: il lago di Curon detto lago di Mezzo e il lago di Resia. L’unione dei due laghi sommerse l’intero paese di Curon Venosta – Graun im Vinschgau, un insieme di 163 case ricostruite poco lontano dal bacino e oltre 500 ettari di terreno agricolo. Il campanile della chiesa di Santa Caterina – risalente al 1300 – emerge ancora dalle acque del lago artificiale. Si dice che sia possibile udire il suono delle sue campane nonostante queste siano state rimosse durante i lavori. Gli abitanti di Curon Venosta, sapendo di dover abbandonare le loro case e i loro campi, protestarono vivacemente per la creazione del bacino artificiale. Una delegazione guidata dal parroco del paese andò a Roma per chiedere addirittura l’intercessione del Papa. Il viaggiatore che giunge al lago di Resia lo considera un luogo quasi fiabesco con la torre campanaria che emerge dalle acque, per molti autoctoni – al contrario – il campanile è un monumento a ricordo dei dolori di chi ha perso la propria casa. ©DiegoFunaro
«Qaunte ore ci metti da Torino?» «Ore?….Giorni!!!….Tre giorni e mezzo». Il primo giorno serve per arrivare a Bari, il secondo per attraversare il mare con il traghetto fino ad Igoumenitsa, il terzo per attraversare la Grecia. Poi in mezza giornata si arriva a Istanbul. Il viaggio sembra infinito ma Mattis, camionista turco di 58 anni, sorride nonostante la nottata passata a dormire sul sedile del suo Türker. « Ora che lavoro con l’Italia è tutto più semplice. Prima partivo dalla Danimarca per arrivare fino in Turchia». Oggi trasporta cioccolata e dolci da Torino ad Istanbul e, mentre il traghetto costeggia Corfù, si riunisce per colazione con i suoi colleghi. E quando si avvicina uno sconosciuto con una macchina fotografica in mano, lo guarda, sorride e prepara un altro caffee. ©MarioFracasso
Due facce di una manifestazione
Sabato 15 ottobre 2011, in più di 900 città di oltre 80 paesi, si sono svolti cortei e manifestazioni di per rivendicare diritti e chiedere una democrazia più autentica. Il movimento “15october – United for Global Change” – evoluzione degli “Indignados” di Madrid e dei “We are the 99%” di New York – aveva come scopo una protesta non violenta su scala mondiale. L’Italia non è rimasta fuori da questo movimento internazionale e Roma ha accolto oltre duecentomila persone che intendevano mostrare a governanti e banche il proprio malcontento con bandiere, striscioni e discussioni in piazza San Giovanni. I movimenti erano numerosi, ciascuno con le proprie richieste. Questa è stata sia la forza che la debolezza dell’evento. Tante bandiere e idee diverse hanno frammentato in parte quello che doveva essere un gruppo compatto. La comunione di intenti anche con le altre città manifestanti nel resto del mondo era comunque palese. Il simbolo della manifestazione – come avviene da qualche tempo – è stata la maschera di Guy Fawkes resa celebre da “V per Vendetta” fumetto scritto e disegnato da Alan Moore e David Lloyd, trasposto su pellicola dai fratelli Wachowski . Molte persone indossavano la maschera del cospiratore o avevano stendardi o striscioni che riportavano citazioni o semplicemente la “V” cerchiata identificativa del personaggio. Purtroppo il corteo non è riuscito a raggiungere la piazza a causa di un gruppo di violenti che ha incendiato auto, assaltato negozi e banche e messo in difficoltà gli uomini delle forze di polizia. A tentare di arginare i teppisti in alcuni casi sono stati manifestanti stessi, perché gli uomini delle forze dell’ordine erano troppo pochi e troppo distanti – in alcuni casi – per poter intervenire tempestivamente. E così Roma è stata la sola, tra le 951 città coinvolte, a veder trasformata la manifestazione pacifica in guerriglia urbana. ©DiegoFunaro
Inaugurato nel 1992, l’acquario di Genova è il secondo per grandezza in Europa dopo quello di Valencia. Nonostante la sua struttura sia mutata più e più volte nel corso degli anni, rimane simbolo di Genova e si sviluppa presso il porto antico della città. Il turismo europeo lo apprezza, quello italiano lo ama, l’acquario di Genova è una delle mete più ambite dai bambini e quindi dalle famiglie. Una giornata all’acquario, tra i giochi di luce, il buio dei corridoi e le vasche dei pesci, restituisce l’impressione di entrare in un un mondo parallelo. Lo sguardo ricerca pesci, foche, pinguini, rettili, per poi accorgersi che gli animali stessi lo stanno fissando. La nostra vita e quella nella vasca si incontrano nei riflessi sui vetri, il loro mondo diventa il nostro. Questa sensazione aumenta col passare del tempo, mentre il corteo di visitatori avanza da una stanza ad un’altra, fino all’uscita. Rigorosamente assieme, forse per sentirsi più sicuri, forse per abitudine, simili a quel banco di pesci che osserva la fila e si chiede come sia vivere dall’altra parte. ©DanieleSbampato
Pescara: Stella Maris, simbolo di un paese in disuso
La Stella Maris di Montesilvano, affacciata sulla costa pescarese, è un edificio fatto costruire dal Partito Nazionale Fascista nel 1936. Ha pianta a forma di aeroplano e doveva celebrare la grandiosità del Regime. Fu colonia marina per bambini e poi casa di riposo per anziani. Dall’inizio degli anni ’80 la struttura è stata abbandonata e il suo utilizzo è stato ostacolato da controversie burocratiche e politiche. All’interno, tra muri crollati, pavimenti sfondati e scale pericolanti, oggi trovano rifugio extracomunitari e senza tetto. La zona è frequentata da tossicodipendenti e prostitute e gli abitanti del quartiere lamentano la mancata riqualificazione dell’area. La spesa necessaria sarebbe elevata e i diversi progetti proposti negli anni sono tutti falliti prima di iniziare. A giugno 2011 è scaduto senza offerte anche l’ultimo bando europeo che offriva 6 milioni di euro per un progetto di ristrutturazione. Stella Maris più che simbolo di un epoca storica italiana è divenuta simbolo dell’ennesima storia “all’italiana”. ©MarioFracasso
Civita di Bagnoregio: Gli Ultimi giocatori della “Città che muore”.
A Civita di Bagnoregio davanti alla chiesa di San Donato un gruppetto di bambini gioca a calcio. È una scena sempre più rara perché il borgo della provincia di Viterbo è ormai abitato da poco più di dieci persone. Vi si incontrano soprattutto turisti e lavoratori provenienti dal capoluogo o dai paesi vicini. E’ una frazione della vicina Bagnoregio ma l’unico collegamento con questo paese e con il resto del territorio lo ha attraverso un ponte stretto e lungo costruito negli anni ’60. La causa dello spopolamento è da rintracciarsi nella struttura fisica del borgo che sorge su un colle di tufo, le cui pareti stanno franando lentamente per l’erosione dovuta ai ruscelli, il rio Chiaro e il rio Torbido, al vento e alla pioggia. Tutto ciò è valso a Civita di Bagnoregio l’appellativo di “Città che muore”. ©DiegoFunaro




































nonostante il tempo ridotto, non ho potuto fare a meno di proseguire e di arrivare fino all’ultima delle immagini; scelte con cura e anke le didascalie, appropriate e precise. very, very good.
06/09/2012 alle 8:46 pm
Grazie mille Armando, ci fa molto piacere il tuo apprezzamento. Continua a seguirci daremo sempre il massimo per non deludervi. Mario Fracasso
26/09/2012 alle 11:05 pm
belle foto, tagli sempre esaustivi, visione fotografica un po scolastica, cmq degne di una mostra
25/10/2012 alle 1:22 pm
Grazie per il tuo apprezzamento!In effetti cerchiamo spesso di non uscire troppo da certi canoni, seppur tentando di mantenere una visione, se possibile, particolare.
Continua a seguirci, daremo sempre il massimo!
02/11/2012 alle 12:11 am